Ultima domenica di giugno, con temperature bollenti. Si sta bene di sera, dopo il tramonto e di mattina presto, all’alba. Da un paio di giorni mi dedico alla raccolta delle Albicocche, dolce regalo del mio vecchio Albicocco. Premetto che è il frutto che preferisco, anche in versione succo di frutta. Il colore arancione è un dato aggiuntivo e seguire la maturazione dei frutti dal balcone di casa è un piacere spalmato in un tempo non brevissimo, che l’anno scorso non ho avuto: zero frutti, forse per improvvisa gelata delle gemme. Ieri è anche sbocciato il primo Gladiolo, di un bel rosa intenso, come lo sono i Lamponi in questi giorni a maturazione: una delizia! A breve saranno pronte le More, mentre ho già raccolto i primi Pomodorini, della specie datterino e ciliegino che ho messo in vaso per esperimento, come una pianta di Zucchina che si sta espandendo, anch’essa con bei fiori arancioni. Diciamo che il mio scoperto mi dà un bel daffare, ripagato da altrette soddisfazioni, a favore di vista, gusto…ma soprattutto di benessere psico-fisico. Da quando non correggo più compiti e verifiche, mi godo molto di più la casa e i suoi abitanti: gatti, cane, uccellini, piante, fiori e frutti che sono anche fonte di ispirazione, soprattutto per la poesia. Pia dice che potrei chiamarmi Flora… è una felice intuizione che terrò presente se mi calerò nei panni di una mia alter ego, ricordando che mi sono attribuita il nome di Iris nel romanzo IL FARO E LA LUCE. Del resto ci è stato prestato il creato, per goderne insieme con tutte le creature, dobbiamo ricordarlo per non spadroneggiare ma valorizzare l’ambiente. Anche una delle tracce assegnate alla Maturità fa riflettere sui rischi legati al surriscaldamento causato da comportamenti scorretti. Le abnormi temperature di queste settimane la dicono lunga: bisognerà cambiare marcia, se non vogliamo andare…a farci friggere!
Categoria: Attualità
Resoconto incontro letterario
È andata! Il maestro Enrico ha avuto il suo seguito, in una serata afosa a ridosso del weekend, per molti di evasione: grazie a chi era presente e grazie ai miei collaboratori: Lisa, la bravissima lettrice, Giancarlo, lo storico che sa alleggerire anche la storia dura, Noè, l’artista silenzioso che traduce in pittura ciò che esprimo con le parole. Manuel, prezioso studente di ingegneria elettronica ha provato a fare la diretta, ma non c’era linea… comunque merito suo aver proiettato le foto in bianco e nero contenute nel mio libro DOVE I GERMOGLI DIVENTANO FIORI e il piacevole video finale sui mitici anni Sessanta, quando il drone era lo zoccolo di casa e il whatsapp di allora parlarsi da poggiolo a poggiolo. Ho rivisto i banchi di legno col buco per il calamaio che sembrano di un’altra era! Tutti abbiamo sorriso e applaudito a quel periodo “quando la tivù era in bianco e nero, ma vedevamo la vita a colori, mentre ora abbiamo la tivù a colori ma vediamo la vita in bianco e nero”. Nel suo gradito intervento il sindaco di Cavaso Gino Rugolo ricorda che a Monfumo c’erano le pluriclassi (sembrava un deterrente ma lui si è laureato lo stesso); Marco Cunial ricorda il padre Antonio, cavaliere del lavoro che festeggiava il suo onomastico in compagnia degli amici, in testa il maestro Enrico, pure lui cavaliere del lavoro che aveva ricoperto il ruolo di sindaco di Possagno dal 1952 al 1956. La sua creatività emergeva anche attraverso ritagli di giornale da cui ricavava forme e storie, la sua capacità didattica faceva apprendere col sorriso, la sua disposizione d’animo sapeva intrattenere gli amici al bar Stella d’oro. Una connessione col passato attraverso i ricordi e le emozioni che fa stare bene. Questa almeno è l’atmosfera che ho percepito nel pubblico, attento ed empatico anche se contenuto. Un plauso a Marcella, Alda, Lucia… e a chi ha partecipato all’incontro per la seconda volta, assecondando la locuzione latina ‘Repetita iuvant’ (le cose ripetute servono). È come se avessi svolto un compito per casa, tornando sui banchi della mia infanzia. In buona compagnia e sotto lo sguardo commosso del maestro Rico Croda.
Maturità 2022
Sento l’intervista fatta a Liliana Segre e a Giorgio Parisi riguardo i loro esami di Maturità. Due delle sette tracce assegnate all’esame di questa edizione 2022 riguarda dei loro scritti. Entrambi sorpresi, rispondono a tono. Mi appunto ciò che il Nobel per la Fisica dice ai giovani: “Noi tra quarant’anni non ci saremo più. Il futuro è la loro casa e se la devono addobbare da soli”. Mi intriga questa idea di arredare la casa, intesa sia come luogo materiale che interiore. Ho ben presente quanto mi è costato farmene una, pur con l’intervento di due familiari: quindici anni di mutuo e spese non previste per la realizzazione del giardino. Adesso sono una proprietaria ‘spolpata’, che solo di recente ama stare a casa sua, come se fosse colpa della dimora – e non mia, avere azzardato il passo di un investimento molto importante. Quanto all’addobbo interiore, là è più difficile valutare. Ma ci ho lavorato sopra e oggi sto raccogliendo qualche soddisfazione che mi viene soprattutto dal poter dedicarmi a ciò che mi piace: scrivere, come è noto. Torno volentieri sui banchi, ma da studente non da insegnante. Se avessi fatto ieri l’esame di Maturità, avrei scelto la traccia sulla novella Nedda di Verga, perché l’autore mi piace e tento un poco di assomigliargli, cercando di scrivere in uno stile realistico…sorridente, come dice la mia amica Pia. In passato mi attraeva molto Grazia Deledda (Nuoro, 29.09.1871 – Roma, 15.08.1936), romanziera infaticabile, Nobel per la Letteratura nel 1926, di cui ho letto parecchio. A proposito, portai all’orale, edizione 1972, un suo romanzo, LA MADRE, una sorta di triller psicologico a mio dire superlativo e la commissione – allora tutta esterna meno un professore, lo liquidò frettolosamente come discorso da corridoio. Peccato, dovetti farmene una ragione. Auguro ai maturandi di essere ascoltati e valorizzati, per i loro meriti e perché i tempi tosti lo richiedono (niente bilancino).
Gli esami non finiscono mai
Maturità in presenza, dopo due anni di variante causa pandemia, per oltre 500.000 studenti italiani, comprese le ultime mie allieve, tra cui Arianna e Martina, già brave al tempo delle Scuole Medie. Quando io sono andata in pensione, loro erano in prima media ed ora stanno per lasciare le superiori, che sono anni duri di formazione. Per quanto mi riguarda, al penultimo anno del Liceo Classico, in seconda superiore ebbi una crisi: mi sentivo oppressa da versioni di greco, latino…mi attraeva la letteratura, affrontavo con piacere il compito di Italiano, ma la mole di studio era notevole. Mi piaceva fare bene, non mi interessava emergere. Il tempo non ha cambiato i miei gusti, cui ho aggiunto l’attrazione per il bello e l’arte. Credo di sfruttare oggi ciò che ho seminato, perché il piacere di scrivere colora le mie giornate ed è l’attività che più mi rappresenta. Mi piace occuparmi anche di gatti e di fiori, ma è quando scrivo che mi libero e sono felice di condividere il mio articolo quotidiano sul blog. Dopodomani presento il mio ultimo lavoro di narrativa, dedicato al mio maestro di quinta elementare Enrico Cunial, DOVE I GERMOGLI DIVENTANO FIORI, con la speranza che la comunità risponda. Sto pensando al prossimo impegno, il tredicesimo, un numero che mi attrae; chissà che mi porti bene, magari nella veste di un editore. Quanto alla ‘maturità’, vorrei confortare gli studenti e dire che ce ne vuole a iosa…per affrontare gli incerti della vita. Ma se la semina è fatta col cuore, prima o dopo qualcosa si raccoglie. Come capita a me. Urgono però pazienza e un pizzico di fortuna, ricordando ciò che diceva Eduardo De Filippo, nella commedia “Gli esami non finiscono mai”. In bocca al lupo e sorridete al futuro!
Disgrazia estiva
Da ragazza sono stata qualche volta al Piave, per prendere il sole, ma sono sempre stata piuttosto recalcitrante ad entrare in acqua, fredda e corrente. Un volta mia sorella ci gettò il cane, un cocker fulvo perché si rinfrescasse: si buscò mezza polmonite, curata con gli antibiotici. Sul pietrame dov’ero distesa, mi ‘visitò’ un insetto che mi punse, lasciandomi una cicatrice sul braccio, rimasta per molto tempo. Piccoli incidenti che mi hanno allontanata dal greto del fiume. Da allora preferisco la piscina, se non posso andare al mare. Anzi, la spa delle Terme, per precisione, benessere sicuro e garantito. Sto contando i giorni per tornarci, in compagnia di Adriana e Lucia. La premessa, per introdurre la disgrazia successa ai fratelli Fallou e Bassirou Bop, 14 e 18 anni morti annegati nel Piave, a Fagarè di San Biagio di Callalta. Il più grande, soccorrendo il più giovane in difficoltà, ci ha rimesso la vita. Una nobile azione, una tragedia. Già ai miei tempi, la ‘spiaggia” sul Piave era considerata un’alternativa a quella di sabbia di Jesolo, Caorle o Bibione. Nel mentre, arrivati gli immigrati, si è estesa anche al loro godimento. I due fratelli senegalesi hanno raggiunto il posto in bicicletta, insieme con un fratello 13enne e a degli amici che hanno assistito impotenti alla duplice disgrazia. Non dovrebbero succedere queste cose e si dovrebbero rispettare i divieti di balneazione. Il fiume è infido, anche se pare in secca per la grande siccità. L’estate scorsa era successo un delitto a danno di una ignara ragazza, una barista che prendeva il sole. Pare che non ci sia zona sicura, nemmeno nelle spiagge dei nullatenenti in cerca di un angolo di frescura. Troppo caro il costo di una sbadataggine. Mi spiace tanto per le due giovanissime vittime, ma anche per il loro padre/madre, in Italia da tanto tempo dove hanno trovato casa e lavoro. Ma hanno perso in un sol colpo due dei cinque figli.
Importanza dei buoni esempi
Ero stata in gita a San Marino tanti anni fa, in corriera insieme con Marcella. Giunge da San Marino una bella notizia, di quelle che tirano su il morale: un ragazzino 12enne tedesco scrive una lettera a mano di scuse al titolare di un negozio dove furtivamente aveva sottratto un ovetto Kinder. Allega dieci euro (in realtà la lettera viene scritta dal padre dalla Svizzera, come apprendo cercando la foto di riferimento. Ma questo aggiunge valore all’atto, perché indotto dal genitore). Il negoziante, sorpreso – e abituato alla sottrazione di patatine e dolciumi vari – rende nota la storia che dovrebbe fare da esempio. Per fortuna succedono ancora queste cose, che come un raggio di sole illuminano un panorama burrascoso. Col caldo che non lascia la morsa, l’aggressività cresce e le buone maniere sembrano relegate nel libro Cuore. Mi unisco anch’io al plauso per il ravvedimento del giovane ladruncolo che può contare su un buon genitore, cosa non scontata. Voglio sperare che anche tra i suoi coetanei, in visita nel Belpaese ci sia stato chi ha avuto il coraggio di dissociarsi e farlo ravvedere. Perché la civiltà è trasversale. Ce ne sono a bizzeffe esempi di buoni comportamenti, solo che sono quelli negativi a tenere banco, forsanche per una nostra predisposizione a piangerci addosso. Gradirei essere contraddetta! Del resto gli errori servono per migliorare. Se si comincia da giovani a chiedere scusa, ci sono buone possibilità di…raddrizzare le piantine, come dice il mio amico Gianpietro. Dopo la lunga pausa pandemica, ci sarà un grande lavoro da fare, per recuperare socialità e rapporti personali affievoliti. I buoni esempi sono un ottimo viatico.
Vecchiaia
Dopo le 23 (ieri sera) sto per andare a letto quando mi colpisce un messaggio lasciato in segreteria della trasmissione CHI L’HA VISTO? (in onda dal 30 aprile 1989) di Santina, 84 anni, ‘parcheggiata’ in un ospizio nel padovano dalla figlia che non sente ragioni di farla rientrare a casa: costerebbe troppo affiancarle delle badanti… inoltre l’anziana sarebbe una manipolatrice… L’accorato messaggio ha avuto un seguito e la trasmissione, condotta da decenni dalla garbata Federica Sciarelli invia un giornalista ad intervistare la signora, che risulta lucida e curata, sebbene in sedia a rotelle, compatibile con l’età. Viene anche sentito il fratello più anziano, che si offre come mediatore per la migliore risoluzione del caso. Il grande desiderio di Santina è di morire a casa sua e non in un luogo che paragona a un manicomio (riferito alle esternazioni di ‘ospiti’ con problemi di demenza). Si sa che la casa è il rifugio per eccellenza degli Italiani. Se sono soli, ancora di più. Non so quali dinamiche stiano sotto al rapporto madre-figlia che si intuisce non armonico. Penso a mia madre, che ha voluto starsene orgogliosamente da sola, meno che negli ultimi due mesi di vita, uno dei quali trascorsi a casa mia dove l’ho assistita. Una mia vicina, ancora autonoma ha preferito una struttura protetta piuttosto che stare da sola. Conosco diverse persone in là con gli anni, che rifiutano l’aiuto dei familiari e sono seguite con discrezione dai Servizi Sociali che non risolvono il problema ma almeno lo contengono. Suppongo che farsi carico di un anziano sia molto impegnativo, specie se affetto da patologie complesse. Siamo il popolo più longevo, in compagnia del Giappone; l’ultima fascia d’età merita particolari attenzioni sia dal privato cittadino che dalle istituzioni. Infine ritengo sia un diritto congedarsi dalla vita in maniera serena, secondo i propri desideri.
Cronaca troppo nera
“Al peggio non c’è mai fine” è un proverbio che oggi introduce la mia riflessione sulla morte della piccola Elena – nome portato da molte regina, a partire da quella legata alla guerra di Troia – , tolta di mezzo dalla sciagurata madre che aveva inscenato un rapimento per la sua scomparsa. Sarebbe stato il male minore, nel senso che avrebbe potuto avere un esito diverso. Sono rimasta di stucco nel sentire che 500 minori sono stati soppressi dai genitori, spero si tratti di una bufala. Ma non siamo, noi adulti italiani considerati mammoni? Vero che la sventurata è giovanissima, 23enne ma l’amore materno dovrebbe sconfinare oltre l’immaginazione, sebbene ferito dal fallimento della relazione col padre della piccola. Una marea di alternative potevano essere seguite senza arrivare a un gesto contro natura, anche se in questo caso credo che abbiano lavorato tanti sentimenti negativi, compresa la gelosia nei confronti della nuova compagna del padre della piccola Elena, cinque anni di stupore e di bellezza. L’altro ieri ho parlato di un padre ammazzato dal figlio, oggi di una figlia uccisa dalla madre: sono desolata! Temo che l’istituto familiare, in crisi di suo abbia bisogno di energici sostegni per non sbriciolarsi alla luce di questi drammatici fatti. Non oso immaginare come si sentano il padre, la compagna, i nonni…perfino la maestra d’asilo che ha consegnato la bambina ignara e felice alle braccia della madre, che pare avesse pianificato quello che poi è successo. Uno dei peggiori fatti di cronaca nera. Non ho altro da aggiungere. La mestizia è immensa.
Basta clausura
Sul Corriere odierno leggo a pag. 26 l’articolo: “Basta clausura” E le suore di Leopoli aprono ai profughi. Quanto narrato mi riporta a un paio di uscite didattiche effettuate anni addietro con gli studenti della scuola media di Castelcucco, rispettivamente all’Abbazia di Praglia a Teolo (PD) e al Santuario dei Santi Vittore e Corona ad Anzù (Feltre), luoghi dell’anima non distaccati dal mondo. Promotrice Roberta, la solerte collega di Religione. Ricordo che ero un po’ sulle spine all’idea di visitare un luogo destinato essenzialmente alla preghiera e al silenzio, ma mi ricredetti in fretta, apprezzando sul campo la laboriosità dei confratelli. Succede anche nell’antico convento benedettino di Leopoli dove 30 sorelle dai 24 ai 92 anni distribuiscono la giornata tra 8 ore di preghiera, 8 ore di lavoro e 8 ore di riposo. Molte ricamano, alcune dipingono icone. Lo afferma la madre superiora Suor Serafina, precisando che: “Abbiamo smesso di ricamare e ci siamo dedicate alle conserve”, dopo che hanno messo a disposizione dei pellegrini – ma sarebbe più opportuno chiamarli profughi – la cripta e i sotterranei come rifugio antiaereo durante la guerra russo-ucraina in corso, allestendo letti ovunque, nei corridoi e in refettorio. È commovente la sollecitudine di queste suore che hanno accantonato il voto di solitudine per aiutare i bisognosi, nella convinzione che: “Quando l’umanità piange, noi dobbiamo agire”, persuase che anche Papa Francesco approverebbe. Queste suore mi piacciono proprio: umane, altruiste, generose…in grado di reinventarsi, senza farsi prendere dal dubbio di contraddire la regola. Le immagino come sorelle combattenti, molto vicine allo spirito di quel grande rivoluzionario che è stato San Francesco d’Assisi. Nella migliore tradizione del Vangelo.
Padri e Figli
Ci sono notizie che lasciano esterrefatti, come quella sulla morte del direttore di banca ucciso dal figlio 19enne, Gianluca, psichicamente instabile. Anche il padre, Antonio Loprete, 57 anni, laurea alla Bocconi, non se la passava bene: separato, aveva problemi di depressione. Succede a Sesto San Giovanni, nel Milanese. Ho appreso la ferale notizia per televisione ieri e oggi leggo l’articolo sul giornale. Raccapricciante lo sfregio sul cadavere del pover’uomo fatto a pezzi dal figlio, che ha telefonato ai carabinieri per informare della mattanza, prima di chiudersi nel silenzio. La prima riflessione che faccio è che la laurea – quand’anche super – non ti protegge dal cadere vittima di disgrazia. La seconda riguarda il ruolo del genitore, già di per sé impegnativo, di un figlio problematico. Poi seguono gli interrogativi, tardivi e destinati a rimanere inevasi: Era curato a dovere il ragazzo? Sono stati sottovalutati segnali di pericolosità? Il padre era adeguatamente supportato dai servizi sociali? Leggo che la casa dove vivevano era trascurata…ma non credo che l’appunto si riferisca alla trasparenza dei vetri o alla pulizia del pavimento. “Assenza di mano femminile”, suppongo si riferisca ad altro. Singolare, ma solo per me che la madre, di origine equadoregna si sia stabilita in Austria: un giro del mondo in fuga dai suoi due uomini. Non vorrei essere nei suoi panni. L’ultima considerazione la faccio a favore dei genitori – me compresa – spesso insoddisfatti dei figli, perché ringrazino il Cielo di non essere coinvolti in drammi familiari e di accettare di buon grado qualche delusione dalla prole, su cui è fisiologico riporre aspettative esorbitanti. Senza dimenticare che noi siamo l’arco e loro la freccia, come dice la bellissima poesia di Gibran Khalid I TUOI FIGLI NON SONO FIGLI TUOI che invito ad andare a rileggere.
