Una storia da brivido a lieto fine: ci voleva, in prossimità dell’ultimo dell’anno! Protagonista una ragazza 22enne, Silvia De Bon, di Longarone, pilota, atterrata sulle Dolomiti con l’aereo da turismo in panne, evitando il disastro. Con lei il fratello Mattia, 27anni e la sua fidanzata Giorgia Qualizza, di 28. Appena rientrata dagli Usa per accumulare ore di volo, la coraggiosa e abile pilota, dice: “Di norma il movimento che ho fatto con l’aereo è sbagliato ma in quel momento era la cosa più giusta da fare”. Atterraggio da brivido a 2100 metri, causa perdita di potenza del piper e Silvia salva tutti e tre gli occupanti. Complimenti vivissimi al suo coraggio e alla scelta opportuna, anche se rischiosa fatta nel momento giusto! La testimonianza di abilità offerta dalla giovane pilota rincuora e riscatta l’immagine preconcetta di giovani nullafacenti e senza ambizioni. Anche se essere giovani oggi non è facile. Per completezza, mi sento di precisare che la vita non è semplice per nessuna fascia d’età perché c’è sempre qualcosa che manca: ai giovani il lavoro e i soldi, agli anziani la salute, agli adulti la serenità e il tempo. Credo che il carattere ben strutturato costituisca un grande vantaggio per affrontare gli incerti della vita che visitano tutti, prima o dopo; questo è un dato di natura su cui genitori ed educatori possono intervenire e fare molto, se non in disaccordo. Personalmente mi piacciono molto i giovani che sanno andare contro corrente e Silvia non è certo una ragazza convenzionale. Per essere pilota alla sua giovane età credo abbia già superato diversi ostacoli. Forse anche vivere in una zona di montagna modella il carattere e favorisce certe scelte. Mi auguro che ci siano in giro altre giovani toste come lei che sanno domare la tigre e/o cavalcare l’onda. Alla pari dei coetanei maschi.
Categoria: Attualità
Il coraggio di protestare
Sono un’insegnante in pensione. Ho colleghe in servizio quasi a fine carriera e altre che hanno iniziato da poco. Perciò il mondo della scuola mi appartiene e seguo le vicende con emozioni intuibili, sentendomi quasi ‘miracolata’ ad esserne operativamente ‘fuori’, avendo dato. Mi sono emozionata stamattina a sentire del professore afgano che strappa la laurea in diretta tivù: A che serve se mia sorella non può studiare. Mi rifiuto di accettare questo sistema. Da quando ci sono i Talebani, l’Afghanistan non è più un posto dove ci si può istruire. Protesta clamorosa di un collega coraggioso, che si chiama Ismail Meshal, insegnante dell’Università di Kabul. Chissà cosa gli succederà ora, per aver accusato apertamente il regime che si è di nuovo imposto nel Paese. Sui quarant’anni, barba e capelli scuri, sguardo rassegnato mi suscita grande ammirazione, congiunta ad ansia galoppante. Le nostre problematiche scolastiche sono quisquilie rispetto a quanto gli insegnanti – e non solo – subiscono laggiù. Non e’ il solo a protestare per la situazione di oppressione che toglie fiato e vite in Paesi neanche tanto lontani, ma il suo ruolo di docente me lo rende vicino psicologicamente. Non credo che avrei avuto altrettanto coraggio e mi interrogo su cosa potrei fare per sostenere la sua giusta causa. Magari scrivere, anche attraverso il blog per sensibilizzare su quanto sta succedendo perché non ci abituiamo al male. Anche voi lettori potete dare una mano, se avete un’idea condividetela. In tempo di bilanci, non solo personali, lievitano le vittime dei regimi e della guerra (più realistico dire guerre) in corso e non si intravedono schiarite all’orizzonte. Spero che Ismail venga graziato e che il suo legittimo atto di protesta smuova qualche cuore di pietra.
Nascere non è sempre un lieto evento
Ho sempre trovato qualcosa di innaturale nella disposizione che consente a una donna in procinto di diventare madre di non riconoscere il figlio che dà alla luce. Ma come, se lo mette al mondo lei, nel dolore e assistita da personale ospedaliero, come può non riconoscere ciò che è evidente? Anche dopo essere diventata madre, il dubbio mi perseguita sebbene mi sforzi di pensare che la possibilità venga concessa a favore del neonato che nasce in circostanze sfavorevoli. Quanto successo a san Donato Milanese lo conferma la stessa ‘Sabrina’, 24 anni, sarda che ha partorito il figlio e non lo ha riconosciuto, per l’indigenza in cui vive: un capannello di ombrelli sotto la pensilina della metro che condivide col compagno 29enne, pizzaiolo senza lavoro. Sembrano gli ingredienti di un romanzo d’appendice, anche se siamo nel terzo millennio e in Europa. Il Corriere dedica al fatto un’intera pagina dove la giovane donna snocciola particolari della sua vita in fuga dalle difficoltà: dalla Sardegna – dove non vuole tornare – alla Germania dove ha vissuto per un periodo con il compagno, alla Lombardia dove vive da alcuni mesi in ristrettezze tanto evidenti da impedirle di tenere con sé la creatura, non riconosciuta che viene data immediatamente in adozione. Ora, so poco della Legge 194 che regolamenta questa ‘transazione’ affettivo-genitoriale (in sintesi, fornisce servizi e aiuti per le madri sole o in difficoltà, anonimato e adottabilità del bambino); è probabile che la scelta fatta da ‘Sabrina’ nell’immediato sia quella meno traumatica per il bimbo/a, viceversa destinato all’ndigenza cronica…ma dov’è andato a finire lo spirito materno, tante volte sbandierato? Possibile che non esistesse una soluzione intermedia per salvaguardare madre e figlio? Se guardo al mondo animale, le madri sono molto accudienti e guai a toccargli la prole, anche se esistono le eccezioni. Come in tutte le cose, c’è il rovescio della medaglia. Il tema della maternità, spesso idealizzata mi interessa così tanto che sto pensando di scriverci un romanzo dove fondere realtà e immaginazione. Auguri immensi al bambino non riconosciuto.
Parola magica: talento
Non mi occupo di calcio ma l’Argentina mi è cara perché accolse e ospitò Sergio Stefani, lo zio materno che oltreoceano si fece una posizione e mia madre andò a trovarlo, prendendo l’unico aereo della sua vita. Quando insegnavo Geografia a scuola avevo una predilezione per i Paesi latino-americani, dove milioni di immigrati avevano cercato fortuna tra le due guerre. Fu proprio tra i banchi che uno studente marocchino, di seconda generazione mi scrisse in un tema che Lionel Messi era il suo idolo. Successe circa una quindicina di anni fa. Venendo ai Mondiali di Calcio, sento che l’Argentina ha vinto, dopo 36 anni, in una spettacolare finale contro la Francia, grazie alla Pulce/Messi che si avvia ad oscurare il primato di Maradona. Non ho visto la partita, vinta ai rigori, ma giocoforza seguo gli ultimi minuti esaltanti, trasmessi dalle varie reti. Torno con la mente allo studente ricciuto e vivace, che si riferiva al calciatore e mi interrogo sulla strada percorsa per riproporsi come idolo del calcio dopo parecchi anni. Non sono un’esperta, perciò vado a ‘naso’: sacrificio, costanza, allenamento come minimo, cui aggiungere un pizzico di fortuna e incontri giusti. Al di sopra il talento, base di ogni ulteriore crescita. Un un mondo pieno di cose e di stimoli, la parola talento può risultare obsoleta, anacronistica, fuori moda ma è la chiave per fare emergere le qualità che ognuno ha dentro di sé, indipendentemente dal successo che potrà essergli riservato da fuori. Immagino sia esaltante essere una star con un gran seguito di fan, però il successo personale nella vita va costruito dalla singola persona, per il suo benessere. Se poi gli sponsor, i tifosi, i media, la fortuna fanno esplodere il caso, ben venga. Complimenti a Messi e buona vita all’Argentina!
La miglior difesa è l’attacco
Brutta? Le cose importanti sono altre. Le persone belle e gentili sono belle davvero. Parole di Jolanda, figlia di Ambra Angiolini e Francesco Renga. Da ULTIM’ORA LIVE, alle ore 14.15 mentre sto riassettando, mi colpisce la testimonianza di questa ragazzina profonda e carina, di 18 anni. Un esempio da lodare. La criminologa Bruzzone, intervistata a riguardo riconosce l’energia della ragazza che ha saputo reagire agli insulti per l’aspetto fisico. Quasi contemporaneamente, leggo sotto il casco dalla parrucchiera Lara l’articolo sul settimanale Oggi BASTA CYBERBULLISMO LA MIA BATTAGLIA PER CAROLINA di Cristina Rogledi, dove si ricorda il suicidio della 14enne Carolina Picchio, morta nel 2013 per bullismo digitale. Il padre ha creato la Fondazione Carolina, per rendere la rete un ‘luogo’ sicuro per bambini e adolescenti. Le due testimonianze citate riguardano lo stesso problema: la pericolosità delle offese, inoltrate dietro copertura della rete, che non è la responsabile, ma solo un mezzo usato da persone che non vogliono metterci la faccia e sfogano aggressività e invidia furtivamente. Il fenomeno non è nuovissimo, anche in passato c’era chi faceva dispetti e calunniava. A me era capitato in terza elementare… perché ero brava a scuola. Mi furono manomessi i freni della bicicletta; tornando da scuola, mi grattai un ginocchio su un muretto in curva. Poteva andare peggio. Mio padre, informato, andò a casa dei molestatori…con le caramelle, dato che faceva il rappresentante della Ferrero. Allora funzionò la diplomazia, ma fu determinante anche averlo informato. Da studente universitaria, affrontai per strada dei giovinastri che mi canzonavano, chiedendo se volessero parlarmi. Negarono l’evidenza e si eclissarono. Anzi uno mi porse le sue scuse, giorni dopo. Se è successo ancora, non ci ho più badato. Per tornare al video iniziale, la scelta di Jolanda è stata vincente: meglio affrontare subito il nemico. Anzi, come diceva l’imperatore Traiano, Optimus princeps (ottimo sovrano): La migliore difesa è l’attacco.
Agamennone…e Aga
Agamennone – per gli amici Aga – è il bel gattone della mia amica Antonietta. Grigio antracite, occhi giallo-oro, nutrito, curato, coccolato…le fa buona compagnia da circa tredici anni. Anche lui entra nelle nostre telefonate, essendo noi due gattare. Non mi pare di avere indagato sul perché gli abbia assegnato un nome tanto importante, che Eschilo assegna al re e capo della spedizione achea contro Troia. Agamennone è il nome della tragedia greca che fa parte della trilogia dell’Orestea. Ma non voglio allargarmi troppo e cerco il collegamento con l’attualità, offertami dall’articolo a pag 2 del quotidiano Il Gazzettino che titola così: Eva trascinata in un’altra bufera “Ma non voglio finire come Ifigenia” dichiara l’euro deputata socialista Eva Kaili, 44 anni, vicepresidente del Parlamento europeo, destituita per lo scandalo delle mazzette. Cosa c’entra Ifigenia? Era la figlia di Agamennone e Clitennestra, sacrificata sull’altare per placare l’ira di Artemide che non permetteva alla flotta spartana di salpare. Quindi deduco che Eva Kaili, di nazionalità greca abbia fatto ricorso al mito antico, per dire che non ci sta a pagare da sola per lo scandalo dell’enorme quantità di denaro trovato e custodito in casa in svariati sacchi. E siccome al male non c’è mai fine, temo che il bubbone scoppiato riserverà altre spiacevoli sorprese. Comunque, fare da scaricabarile non solleva la bella europarlamentare dalle sue responsabilità. Mi riservo di affondare il coltello nella piaga della corruzione, malcostume atavico che dovrebbe risparmiare almeno le istituzioni sovranazionali che ci rappresentano. Quanto alla signora parlamentare salita agli onori della cronaca, avrà tempo per rileggere e gustare altre tragedie greche. Valorizzando soprattutto il finale.
Quasi una recensione
Alla mostra del libro in paese ho esposto otto dei miei dodici titoli. Con il ricavato di una vendita, ho acquistato FRATELLI, di Santo Versace, appena uscito per Rizzoli che sto leggendo. Da sempre provo interesse per la figura di Gianni Versace, continuato e cresciuto dopo la sua violenza morte il 15 luglio 1997 a Miami. Il fatto che fosse gay e l’avesse detto in tempi non sospetti me lo aveva reso apprezzabile già da vivo. La sua dote di abilissimo stilista era complementare al suo coraggio e alla simpatia che ispirava il suo volto sorridente. Del resto non sono esperta di moda e nemmeno l’ho seguita, tuttavia apprezzavo e tutt’ora apprezzo il colore, la creatività, l’anticonformismo degli abiti a firma Versace. Comunque il libro è un omaggio alla famiglia dello stilista, scritto col cuore dal fratello più grande, Santo che gli voleva un gran bene, lo sostenne e lo seguì fino alla morte, senza dimenticare Donatella, la sorella più piccola che la madre Franca gli raccomanda prima di andarsene. La mitica Franca Olandese in Versace, mamma e sarta, ispiratrice e istigatrice, decisionista e affettuosa, come si legge a pag. 72. Molte foto corredano il libro che vedo riproposte – per una strana coincidenza – durante la trasmissione Unomattina, con intervista all’autore. Anche questo dettaglio mi persuade che ho scelto di leggere il testo giusto per me, per omaggiare un personaggio geniale che si era fatto da sé, dopo avere abbandonato la scuola. Ma grandi anche i suoi familiari, uno per tutti tutti per uno. Santo ha il nome che si merita, perché come lui dice a pag. 59 Se si fosse trattato di aiutare Gianni a lanciare una catena di gelaterie al Polo Nord, ci sarei andato lo stesso. Ad Armani, noto rivale, quando gli fu chiesto cosa invidiasse a Versace pare abbia risposto Il fratello Santo. Un fratello così non si può che invidiare, un affiatamento straordinario e una confluenza di energie che lascia stupefatti e ammirati. Anche Santo è un personaggio da romanzo. Qualcuno se ne dovrà occupare.
Fatalità e disattenzione
Ai miei studenti di terza media di parecchi anni fa, quando si usava leggere in classe un testo di Narrativa, era molto piaciuto il romanzo I ragazzi del condominio, di Vittoria Fabretti, distribuito dalla Salani. Il gradimento era determinato dalla varietà dei condòmini, molti dei quali erano ragazzi che si trovavano nel pomeriggio a giocare nello spazio in condivisione. Non ricordo situazioni di conflitto, anche se non era un romanzo mieloso. Io ho abitato in condominio a Possagno per circa vent’anni e ne ho un bel ricordo. Occupavo l’appartamento al secondo piano che si affaccia sul Viale Canova, con un terrazzo ad angolo retto che avevo arredato con poltroncine di vimini e piante di gerani. Dal 2000 abito a Castelcucco in una casa di proprietà, che è tutta un’altra cosa: più spazio, più silenzio, meno impegni da condividere – tipo pulizia delle scale – più sicurezza, perché se uno degli otto occupanti gli appartamenti avesse combinato un guaio, anche gli altri ne avrebbero risentito. Per un certo periodo ho sopportato il rumore della lavatrice, azionata di notte nell’appartamento sopra il mio e qualche altro fastidio, nel complesso sopportabile. L’amministrazione interveniva a dovere. Non so se vent’anni fa la gente fosse più calma e civile, ma da quello che sento…mi sento più protetta a stare in una casa di proprietà, nei pressi del Cimitero che da solo è una garanzia di tranquillità (anche se non sempre). Il lungo preambolo per introdurre mestamente l’atroce fatto successo nel Quartiere Colle Salario a Roma dove uno squilibrato – ma sarà da vedere – Claudio Campiti ha fatto irruzione domenica mattina durante la riunione di condominio, ammazzando tre donne e ferendone altre quattro, di cui una in modo grave. A detta di un testimone, ha urlato Vi ammazzo tutti. Immagino lo choc dei superstiti. Segnalato per minacce e altro contenzioso, si era impossessato dell’arma abusivamente presso il poligono di Tor di Quinto che frequentava e dove ha fatto incetta di munizioni. In tasca aveva 170 proiettili e il passaporto. Disattenzione e sottovalutazione della sua pericolosità gli hanno fatto buon gioco. Disorientata e perplessa, me ne sto sempre più isolata a casa mia. Ma sento che temere incontri funesti non è il massimo.
Presepe sì, presepe no
Stamattina ero incerta su cosa scrivere il mio post odierno. Mi era venuta un’idea – che tengo buona per i prossimi giorni – poi mi arriva da Novella un video sul presepe della premier Giorgia Meloni: capelli sciolti, abito con stelline su fondo scuro, davanti a un presepe perora la causa a favore di questo simbolo, escluso dagli allestimento scolastici per non ferire la cultura di altri Paesi. Giustamente la/il/premier si interroga su come un bimbo che nasce in una grotta possa infastidire qualcuno. Pertanto lei, da alberista diventa presepista, giocando con le parole. Il video dura poco oltre i due minuti, durante i quali nomina la figlia Ginevra, cui intende trasmettere i valori rappresentati nella capanna, aldilà del credo religioso: solidarietà, laicità dello stato, sacralità della vita… E brava Giorgia, si sta rivelando una leader determinata, con le idee chiare e le ‘spalle larghe’, sebbene sia di costituzione minuta. Risale ad almeno un decennio la polemica attorno al presepe sì oppure no, che mi ha sempre lasciato basita. Addirittura una volta fui richiamata perché dettai una poesia – come ero solita fare in prossimità della pausa natalizia – che conteneva la parola natale o presepe, avendo in classe un alunno del Marocco cui non facevo Religione. Anzi, probabilmente non usufruiva proprio dell’ora di Religione, avendo scelto Attività Alternativa. Stendo un pietoso velo di silenzio sul futuro dello studente, ma continua a perseguitarmi l’idea che avrebbe potuto fargli del bene riflettere sul significato della povertà e della semplicità, della famiglia e della vita, senza peraltro toccare le corde del credo religioso. Col senno di poi mi sono persuasa che accogliere il diverso è un valore, ma è un peccato rinunciare alle proprie tradizioni, per un perbenismo subdolo, fatto di apparenza più che di sostanza. Ciò detto, mi accontento quest’anno di un presepe artigianale di legno dell’Ecuador, perché riprodurlo con muschio e statuine sarebbe troppo allettante per i miei gattini ancora cuccioli. Ma sul simbolo non ci piove.
Viva Rai2!
Come annunciato, stamattina è iniziata la prima puntata dell’atteso programma VIVA RAI 2! (da oggi in pillole anche su RaiPlay), condotto da Rosario Fiorello, gran mattatore che non ha deluso le aspettative: uno scoppiettio di battute, trovate, notizie accennate, scherzi…da una postazione in strada, con ‘soppalco’ dove si esibisce un cantante con due ballerine. Sul tavolo una serie di quotidiani su cui il conduttore clicca e rileva la notizia che intende privilegiare. Simpatica la scelta dell’agenda della premier che finge di leggere. Come primo impegno odierno, Portare Ginevra all’asilo, e poi appuntamenti politici da aggiustare o togliere. Gli fa da spalla l’amico Amadeus e un gruppo di aiutanti di varie età, dello spettacolo e non, oltre a chi si collega da remoto, come Maria De Filippi che oggi compie gli anni (61). Tre quarti d’ora d’intrattenimento sono tanti, ma lo showman se li può permettere, perché ha una lunga carriera alle spalle. Alla fine, in sovrimpressione scorrono alcuni commenti del tipo Mi piaceva di più quando Fiorello faceva con nomina dei vari programmi condotti, con l’ultima trovata – suppongo a tavolino – Mi piaceva di più quando Fiorello non faceva niente che trovo geniale per l’ironia e lo spirito. Ciò che ammiro, anzi invidio all’uomo di spettacolo – che ha un fratello, Beppe, eccellente attore – è la carica di energia trasbordante che non so dove vada a pigliare. So che fa sempre tapis roulant e ginnastica – mi pare mezz’ora e mezz’ora – che gli consentono di mantenersi in forma, ma la parte esplosiva credo sia frutto di ricerca, esperienza e incontri giusti. Sa scegliere anche il prodotto da reclamizzare, così entra nelle case come uno di famiglia. Me lo ricordo quando portava il codino e faceva il karaoke. Ha saputo cavalcare l’onda e restare a galla. Non mi dispiace che metta un po’ di pepe alle mattine invernali, dal lunedì al venerdì per 115 spettacoli. Iniziare la giornata con il buonumore credo sia fare servizio pubblico, questo rientra nei compiti della Rai (parole sue). Sono d’accordo.
