La miglior difesa è l’attacco

Brutta? Le cose importanti sono altre. Le persone belle e gentili sono belle davvero. Parole di Jolanda, figlia di Ambra Angiolini e Francesco Renga. Da ULTIM’ORA LIVE, alle ore 14.15 mentre sto riassettando, mi colpisce la testimonianza di questa ragazzina profonda e carina, di 18 anni. Un esempio da lodare. La criminologa Bruzzone, intervistata a riguardo riconosce l’energia della ragazza che ha saputo reagire agli insulti per l’aspetto fisico. Quasi contemporaneamente, leggo sotto il casco dalla parrucchiera Lara l’articolo sul settimanale Oggi BASTA CYBERBULLISMO LA MIA BATTAGLIA PER CAROLINA di Cristina Rogledi, dove si ricorda il suicidio della 14enne Carolina Picchio, morta nel 2013 per bullismo digitale. Il padre ha creato la Fondazione Carolina, per rendere la rete un ‘luogo’ sicuro per bambini e adolescenti. Le due testimonianze citate riguardano lo stesso problema: la pericolosità delle offese, inoltrate dietro copertura della rete, che non è la responsabile, ma solo un mezzo usato da persone che non vogliono metterci la faccia e sfogano aggressività e invidia furtivamente. Il fenomeno non è nuovissimo, anche in passato c’era chi faceva dispetti e calunniava. A me era capitato in terza elementare… perché ero brava a scuola. Mi furono manomessi i freni della bicicletta; tornando da scuola, mi grattai un ginocchio su un muretto in curva. Poteva andare peggio. Mio padre, informato, andò a casa dei molestatori…con le caramelle, dato che faceva il rappresentante della Ferrero. Allora funzionò la diplomazia, ma fu determinante anche averlo informato. Da studente universitaria, affrontai per strada dei giovinastri che mi canzonavano, chiedendo se volessero parlarmi. Negarono l’evidenza e si eclissarono. Anzi uno mi porse le sue scuse, giorni dopo. Se è successo ancora, non ci ho più badato. Per tornare al video iniziale, la scelta di Jolanda è stata vincente: meglio affrontare subito il nemico. Anzi, come diceva l’imperatore Traiano, Optimus princeps (ottimo sovrano): La migliore difesa è l’attacco.

Agamennone…e Aga

Agamennone – per gli amici Aga – è il bel gattone della mia amica Antonietta. Grigio antracite, occhi giallo-oro, nutrito, curato, coccolato…le fa buona compagnia da circa tredici anni. Anche lui entra nelle nostre telefonate, essendo noi due gattare. Non mi pare di avere indagato sul perché gli abbia assegnato un nome tanto importante, che Eschilo assegna al re e capo della spedizione achea contro Troia. Agamennone è il nome della tragedia greca che fa parte della trilogia dell’Orestea. Ma non voglio allargarmi troppo e cerco il collegamento con l’attualità, offertami dall’articolo a pag 2 del quotidiano Il Gazzettino che titola così: Eva trascinata in un’altra bufera “Ma non voglio finire come Ifigenia” dichiara l’euro deputata socialista Eva Kaili, 44 anni, vicepresidente del Parlamento europeo, destituita per lo scandalo delle mazzette. Cosa c’entra Ifigenia? Era la figlia di Agamennone e Clitennestra, sacrificata sull’altare per placare l’ira di Artemide che non permetteva alla flotta spartana di salpare. Quindi deduco che Eva Kaili, di nazionalità greca abbia fatto ricorso al mito antico, per dire che non ci sta a pagare da sola per lo scandalo dell’enorme quantità di denaro trovato e custodito in casa in svariati sacchi. E siccome al male non c’è mai fine, temo che il bubbone scoppiato riserverà altre spiacevoli sorprese. Comunque, fare da scaricabarile non solleva la bella europarlamentare dalle sue responsabilità. Mi riservo di affondare il coltello nella piaga della corruzione, malcostume atavico che dovrebbe risparmiare almeno le istituzioni sovranazionali che ci rappresentano. Quanto alla signora parlamentare salita agli onori della cronaca, avrà tempo per rileggere e gustare altre tragedie greche. Valorizzando soprattutto il finale.

Quasi una recensione

Alla mostra del libro in paese ho esposto otto dei miei dodici titoli. Con il ricavato di una vendita, ho acquistato FRATELLI, di Santo Versace, appena uscito per Rizzoli che sto leggendo. Da sempre provo interesse per la figura di Gianni Versace, continuato e cresciuto dopo la sua violenza morte il 15 luglio 1997 a Miami. Il fatto che fosse gay e l’avesse detto in tempi non sospetti me lo aveva reso apprezzabile già da vivo. La sua dote di abilissimo stilista era complementare al suo coraggio e alla simpatia che ispirava il suo volto sorridente. Del resto non sono esperta di moda e nemmeno l’ho seguita, tuttavia apprezzavo e tutt’ora apprezzo il colore, la creatività, l’anticonformismo degli abiti a firma Versace. Comunque il libro è un omaggio alla famiglia dello stilista, scritto col cuore dal fratello più grande, Santo che gli voleva un gran bene, lo sostenne e lo seguì fino alla morte, senza dimenticare Donatella, la sorella più piccola che la madre Franca gli raccomanda prima di andarsene. La mitica Franca Olandese in Versace, mamma e sarta, ispiratrice e istigatrice, decisionista e affettuosa, come si legge a pag. 72. Molte foto corredano il libro che vedo riproposte – per una strana coincidenza – durante la trasmissione Unomattina, con intervista all’autore. Anche questo dettaglio mi persuade che ho scelto di leggere il testo giusto per me, per omaggiare un personaggio geniale che si era fatto da sé, dopo avere abbandonato la scuola. Ma grandi anche i suoi familiari, uno per tutti tutti per uno. Santo ha il nome che si merita, perché come lui dice a pag. 59 Se si fosse trattato di aiutare Gianni a lanciare una catena di gelaterie al Polo Nord, ci sarei andato lo stesso. Ad Armani, noto rivale, quando gli fu chiesto cosa invidiasse a Versace pare abbia risposto Il fratello Santo. Un fratello così non si può che invidiare, un affiatamento straordinario e una confluenza di energie che lascia stupefatti e ammirati. Anche Santo è un personaggio da romanzo. Qualcuno se ne dovrà occupare.

Fatalità e disattenzione

Ai miei studenti di terza media di parecchi anni fa, quando si usava leggere in classe un testo di Narrativa, era molto piaciuto il romanzo I ragazzi del condominio, di Vittoria Fabretti, distribuito dalla Salani. Il gradimento era determinato dalla varietà dei condòmini, molti dei quali erano ragazzi che si trovavano nel pomeriggio a giocare nello spazio in condivisione. Non ricordo situazioni di conflitto, anche se non era un romanzo mieloso. Io ho abitato in condominio a Possagno per circa vent’anni e ne ho un bel ricordo. Occupavo l’appartamento al secondo piano che si affaccia sul Viale Canova, con un terrazzo ad angolo retto che avevo arredato con poltroncine di vimini e piante di gerani. Dal 2000 abito a Castelcucco in una casa di proprietà, che è tutta un’altra cosa: più spazio, più silenzio, meno impegni da condividere – tipo pulizia delle scale – più sicurezza, perché se uno degli otto occupanti gli appartamenti avesse combinato un guaio, anche gli altri ne avrebbero risentito. Per un certo periodo ho sopportato il rumore della lavatrice, azionata di notte nell’appartamento sopra il mio e qualche altro fastidio, nel complesso sopportabile. L’amministrazione interveniva a dovere. Non so se vent’anni fa la gente fosse più calma e civile, ma da quello che sento…mi sento più protetta a stare in una casa di proprietà, nei pressi del Cimitero che da solo è una garanzia di tranquillità (anche se non sempre). Il lungo preambolo per introdurre mestamente l’atroce fatto successo nel Quartiere Colle Salario a Roma dove uno squilibrato – ma sarà da vedere – Claudio Campiti ha fatto irruzione domenica mattina durante la riunione di condominio, ammazzando tre donne e ferendone altre quattro, di cui una in modo grave. A detta di un testimone, ha urlato Vi ammazzo tutti. Immagino lo choc dei superstiti. Segnalato per minacce e altro contenzioso, si era impossessato dell’arma abusivamente presso il poligono di Tor di Quinto che frequentava e dove ha fatto incetta di munizioni. In tasca aveva 170 proiettili e il passaporto. Disattenzione e sottovalutazione della sua pericolosità gli hanno fatto buon gioco. Disorientata e perplessa, me ne sto sempre più isolata a casa mia. Ma sento che temere incontri funesti non è il massimo.

Presepe sì, presepe no

Stamattina ero incerta su cosa scrivere il mio post odierno. Mi era venuta un’idea – che tengo buona per i prossimi giorni – poi mi arriva da Novella un video sul presepe della premier Giorgia Meloni: capelli sciolti, abito con stelline su fondo scuro, davanti a un presepe perora la causa a favore di questo simbolo, escluso dagli allestimento scolastici per non ferire la cultura di altri Paesi. Giustamente la/il/premier si interroga su come un bimbo che nasce in una grotta possa infastidire qualcuno. Pertanto lei, da alberista diventa presepista, giocando con le parole. Il video dura poco oltre i due minuti, durante i quali nomina la figlia Ginevra, cui intende trasmettere i valori rappresentati nella capanna, aldilà del credo religioso: solidarietà, laicità dello stato, sacralità della vita… E brava Giorgia, si sta rivelando una leader determinata, con le idee chiare e le ‘spalle larghe’, sebbene sia di costituzione minuta. Risale ad almeno un decennio la polemica attorno al presepe sì oppure no, che mi ha sempre lasciato basita. Addirittura una volta fui richiamata perché dettai una poesia – come ero solita fare in prossimità della pausa natalizia – che conteneva la parola natale o presepe, avendo in classe un alunno del Marocco cui non facevo Religione. Anzi, probabilmente non usufruiva proprio dell’ora di Religione, avendo scelto Attività Alternativa. Stendo un pietoso velo di silenzio sul futuro dello studente, ma continua a perseguitarmi l’idea che avrebbe potuto fargli del bene riflettere sul significato della povertà e della semplicità, della famiglia e della vita, senza peraltro toccare le corde del credo religioso. Col senno di poi mi sono persuasa che accogliere il diverso è un valore, ma è un peccato rinunciare alle proprie tradizioni, per un perbenismo subdolo, fatto di apparenza più che di sostanza. Ciò detto, mi accontento quest’anno di un presepe artigianale di legno dell’Ecuador, perché riprodurlo con muschio e statuine sarebbe troppo allettante per i miei gattini ancora cuccioli. Ma sul simbolo non ci piove.

Viva Rai2!

Come annunciato, stamattina è iniziata la prima puntata dell’atteso programma VIVA RAI 2! (da oggi in pillole anche su RaiPlay), condotto da Rosario Fiorello, gran mattatore che non ha deluso le aspettative: uno scoppiettio di battute, trovate, notizie accennate, scherzi…da una postazione in strada, con ‘soppalco’ dove si esibisce un cantante con due ballerine. Sul tavolo una serie di quotidiani su cui il conduttore clicca e rileva la notizia che intende privilegiare. Simpatica la scelta dell’agenda della premier che finge di leggere. Come primo impegno odierno, Portare Ginevra all’asilo, e poi appuntamenti politici da aggiustare o togliere. Gli fa da spalla l’amico Amadeus e un gruppo di aiutanti di varie età, dello spettacolo e non, oltre a chi si collega da remoto, come Maria De Filippi che oggi compie gli anni (61). Tre quarti d’ora d’intrattenimento sono tanti, ma lo showman se li può permettere, perché ha una lunga carriera alle spalle. Alla fine, in sovrimpressione scorrono alcuni commenti del tipo Mi piaceva di più quando Fiorello faceva con nomina dei vari programmi condotti, con l’ultima trovata – suppongo a tavolino – Mi piaceva di più quando Fiorello non faceva niente che trovo geniale per l’ironia e lo spirito. Ciò che ammiro, anzi invidio all’uomo di spettacolo – che ha un fratello, Beppe, eccellente attore – è la carica di energia trasbordante che non so dove vada a pigliare. So che fa sempre tapis roulant e ginnastica – mi pare mezz’ora e mezz’ora – che gli consentono di mantenersi in forma, ma la parte esplosiva credo sia frutto di ricerca, esperienza e incontri giusti. Sa scegliere anche il prodotto da reclamizzare, così entra nelle case come uno di famiglia. Me lo ricordo quando portava il codino e faceva il karaoke. Ha saputo cavalcare l’onda e restare a galla. Non mi dispiace che metta un po’ di pepe alle mattine invernali, dal lunedì al venerdì per 115 spettacoli. Iniziare la giornata con il buonumore credo sia fare servizio pubblico, questo rientra nei compiti della Rai (parole sue). Sono d’accordo.

Vita degli scrittori

Il settimanale il venerdì del 2.12.2022 presenta in copertina un titolo assai accattivante per me che scrivo: LA VITA AGRA DEGLI SCRITTORI, dove agra vale quanto dura. Controllo sul dizionario online e trovo: aspro, pungente, spiacevole e deduco che il titolo è volutamente polemico. L’articolo che trovo all’Interno, a pag.16 chiarisce quanto anticipato, ovverosia suggerisce il quesito se MANGIARE CON LA CULTURA sia possibile. Michele Gravino, autore dell’articolo si rifà alla Milano di Luciano Bianciardi, scrittore (Grosseto, 14.12.1922 – Milano, 14.11.1971), autore de La vita agra, aggettivo preso e messo in copertina per stimolare una riflessione sul mondo degli scrittori contemporanei. Condivido il parere dello scrittore e traduttore milanese Marco Rossari, 49 anni, che dice: “Beh, non è come la miniera”, però bisogna comunque scavare tra le parole, aggiungo io che non scrivo per lavoro, ma per un’esigenza interiore. Tuttavia il diversivo mi costa, dato che finora ho pagato di tasca mia le opere, che sono circa una decina tra romanzi brevi, una raccolta di foto-poesie e una di articoli di vario argomento scritti durante la pandemia. Causa il lungo lockdown non ho potuto presentare gli ultimi tre, con il risultato che ho in casa un sacco di invenduto. Di recente, non senza difficoltà e grazie all’aiuto di Manuel, ho avviato unn contratto con Amazon, per la vendita online di otto mie opere, con la speranza che qualche lettore si incuriosisca e mi legga. Io scrivo perché mi libero, raccontare mi svuota dentro, praticamente è una terapia che mi costa i soldi della tipografia. L’ideale sarebbe essere presa in carico da un editore, che mi solleverebbe dalla promozione e dalla vendita dei libri. So che non mi arricchirei. Sono un’insegnante in pensione e basto a me stessa. Non mi interessa avere successo, ma poter contare su un pubblico di affezionati che mi sostenga e con cui poter dialogare. In questo senso il blog è un ottimo mezzo e ringrazio chi lo visita. Per tornare al titolo del settimanale il venerdì, la mia vita da scrittrice indipendente è lieta ma finora in perdita. Domani è un altro giorno 🍀🌻🖐️

Fine corsa

Davide Rebellin, 51 anni, ciclista professionista viene travolto da un camion mentre si allena in bici, poco prima di mezzogiorno, lungo la strada nel comune di Montebello Vicentino. L’uomo al volante del camion non si è fermato. Il fratello dello sfortunato ciclista, appresa la notizia dell’incidente stradale ha un presentimento, va sul luogo e lo riconosce. La bicicletta è un ammasso di rottami. A una manciata di giorni dall’incidente, l’autotrasportatore non è ancora stato rintracciato, ma la targa del mezzo tedesco sì e l’Europol è coinvolta nelle indagini. Colmo della beffa, il campione doveva accordarsi col sindaco del paese natale – lui viveva a Montecarlo con la moglie Francoise – per festeggiamenti in suo onore. Penso che la due ruote accartocciata sia una metafora della profonda ferita generata dalla morte improvvisa e violenta. Leggo che sono più di un centinaio i ciclisti morti sulle strade dall’inizio dell’anno. Che le nostre strade non siano sicure è un dato noto, cui si affianca la richiesta di dotare i mezzi pesanti di segnalatori delle ‘zone cieche’ che intuisco siano le più pericolose. Un genitore intervistato dichiara che mai farà praticare ciclismo a suo figlio, in controtendenza con i genitori dei giovani ciclisti che hanno gareggiato nei pressi di casa mia lo scorso luglio, con una insopportabile canicola. Durante le prove, sentivo i genitori incitare oltremodo i figli – dai sei ai quattordici anni – con una foga decisamente esagerata. Può darsi che in certi adulti scatti il meccanismo della proiezione sulla prole, di obiettivi propri non raggiunti, mentre l’attività agonistica dovrebbe favorire soltanto benessere fisico e mentale. Anche successo, quando ci sono le doti umane e sportive, come nel caso di Davide Rebellin, Un talento purissimo e cristallino, che si merita un’intera pagina di saluto sul quotidiano Il Gazzettino, cui mi unisco mestamente anch’io.

Catastrofe

“Dalla sera alla mattina ti trovi senza più nulla”, dice una superstite della frana a Casamicciola (Na), nell’isola d’Ischia. Finora 8 vittime, 5 dispersi, 230 sfollati. Una gestione del territorio fallimentare, abuso edilizio, condoni sono concause della catastrofe annunciata. Il dissesto idro-geologico è noto, la cultura della prevenzione pressoché inesistente. “Le persone devono capire che in alcune zone non si può costruire”, è il monito del Governatore della Campania, Vincenzo De Luca. Stato di emergenza chiesto e prontamente accordato. Ma dopo? Leggo che gli ischitani sono ‘rassegnati’ e ‘condannati’ al fatalismo. Forse gli adulti, gli anziani…non certo il neonato di una ventina di giorni, sotterrato dal fango insieme ai suoi giovani genitori. Concordo che ora è il tempo del dolore e non delle polemiche, ma ascoltare i cenni dell’evento no? Per non parlare della precedente frana del 2018 che non ha prodotto gli interventi necessari. Ancora una volta la parola Prevenzione è stata disattesa, e l’emergenza ha costi umani e sociali molto più vasti. Spesso ho considerato ‘fortunate’ le persone che vivono in posti da sogno, col mare a distendere i nervi e il sole in fronte. Non amo il freddo e le montagne mi incutono soggezione. Sono veneta per caso. Di spirito credo che starei bene in un’isola, specie da quando ho scoperto – grazie Lara – che Ada, così com’è scritto, in turco significa isola. Col senno di poi, ci andrei solo in vacanza, oppure di passaggio. Per me successe da liceale, durante la gita scolastica a Napoli e Pompei, del 1971 se non erro (qualche mio ex compagno del Brocchi potrà confermare o aggiustare). Rimasi talmente sbalordita dalla bellezza dei luoghi…da suggerirli come viaggio di nozze a mia sorella maggiore. Da allora il paesaggio si è molto complicato, persone comprese.

Invidiabile longevità

Durante la trasmissione La vita in diretta sento una bella storia: una arzilla signora centenaria festeggia i 101anni insieme ai carabinieri che le portano una torta allo yogurt fatta da loro stessi. Succede nelle isole Egadi, a Favignana, isolata a causa del maltempo. Lei si chiama Rosa Giangrasso – Zia Rosina – vive da sola ed è la più anziana abitante dell’isola. Lavora a maglia e all’uncinetto. È devota a padre Pio, vive da sola ma molte persone in foto le fanno compagnia dalle cornici che arredano una parete della cucina. A causa del maltempo, i suoi familiari non hanno potuto raggiungerla nell’isola (familiari che immagino pure di età avanzata). I carabinieri le fanno spesso visita ed il servizio che offrono fa onore a loro e alla divisa che indossano. Immagino la soddisfazione della festeggiata e anche l’emozione degli uomini dell’Arma, impegnati spesso in missioni di pericolo. La foto che accompagna la notizia riportata dai quotidiani ce la restituisce che indossa un abito a stampa foglie e sul capo il berretto da carabiniere: un quadretto che sprigiona serenità ed anche leggerezza, doni che la signora Rosa con la sua testimonianza di longevità e di indipendenza in realtà fa a noi. Mi viene facile pensare alle persone che si lamentano per essere sole, oppure a quelle che mal sopportano la vita in strutture per anziani. Questa storia è l’eccezione che conferma la regola. Un mirabile esempio che si può farcela anche da soli. Se si possiede lo spirito adatto e si gode di buona salute.