Mi è giunto un gradito video che unisce danza sul ghiaccio con musica di Ennio Morricone: Le vent, le cri (Il grido del vento). Definirlo straordinario è poco, più appropriato sublime! Conoscevo abbastanza il Maestro di tante colonne sonore, ma non questo brano, che sottolinea alla perfezione l’armonia dei flessuosi corpi in movimento. Ad aumentare il godimento degli occhi, anche il video cercato nel web che accompagna l’esecuzione del pezzo, con ambientazione marina: delfini e gabbiani padroni di cielo e mare evocano la libertà agognata. Da cosa? Dallo stress, dagli impegni, dalle limitazioni, dalla paura, dalla sofferenza. Cerco una copertina dell’opera citata e la scarico: protagonisti il mare, un gabbiano e lo spartito del Maestro, mancato da poco ma così vivo e palpitante nelle sue note. In questo periodo di rinnovata pandemia, quando ci aspettavamo di poter muoverci con relativa disinvoltura, la buona musica può essere d’aiuto, così come le immagini di creature in libertà possono lenire la nostra frustrazione di esseri sociali confinati alla clausura. Non intendo indorare la pillola, so che molta gente soffre a causa di questo terribile virus, che la situazione degli ospedali è allo stremo… ma anche chi è in salute fisicamente non sta poi così bene da soli. Mi considero una persona piuttosto riservata e indipendente, tuttavia sento la mancanza, o la drastica riduzione dei rapporti umani. Il lunedì era il mio giorno preferito perché andavo al mercato, che da oggi fino a dopo pasqua sarà blindato, meno che per i generi alimentari e i fiori. Tra una settimana sarà il mio compleanno, che per la seconda volta non potrò trascorrere in compagnia. Speriamo che non si realizzi il proverbio “Non c’è due senza tre”! Ovvio che le lancette del tempo corrono lo stesso, senza baci abbracci, fetta di torta e bicchiere di spumante. Mi consolerò con la musica e le belle immagini, confidando in futuri compleanni festosi, a Dio piacendo. Consapevole che il tempo non si ferma, e ciò che è andato perso non ritorna.
Autore: Ada Cusin
Tulipani e Poesia
Premesso che tutti i fiori mi piacciono, ho una predilezione per il tulipano. Originario della Turchia, di cui è simbolo nazionale, fu importato in Europa nel 1554 dall’ambasciatore fiammingo Ogier Ghislain Busbecq che affidò alcuni bulbi al botanico Carolus Clusius che fece il resto, favorendone la coltivazione in modo estensivo nei Paesi Bassi intorno al 1593. Comunque il fiore era già molto popolare in Turchia, durante il regno di Solimano il Magnifico, già nel corso del XVI secolo. Quanto al significato del tulipano – il cui nome deriva dal turco e significa copricapo – rappresenta il vero amore, declinato in maniera diversa, a seconda del colore. Ad esempio, il tulipano rosa è simbolo di affetto, premura e buon auspicio, perfetto da donare a una persona amica o a un familiare. Quello viola simboleggia la rinascita ed è l’ideale per festeggiare l’arrivo della primavera. Adesso mi calo nel privato. La mia simpatia per questo fiore è legata alla prima poesia che scrissi, attorno ai 16 anni: carina, dedicata a un lui del passato, tenera e intensa come le emozioni che si trasmettono attraverso i fiori. L’ho trovata in fondo a un armadio, dentro una borsetta celeste, nascosta nella taschina interna chiusa dalla cerniera, ed è stato come… abbeverarmi a una fonte! Oggi riconosco nel tulipano delle qualità che apprezzo e che vorrei avere: discrezione, eleganza, riservatezza, cura del bello interiore come il caleidoscopio di colori dentro il fiore. L’assenza di profumo non è un problema perché sono allergica a quelli troppo intensi che mi stordiscono. In attesa che i miei tulipani prossimamente fioriscano, mi gusto l’occhio con quelli immortalati l’anno scorso. E ringrazio chi si firma con un tulipano rosa…
Arte e buon sonno
Il 13 marzo si celebra la giornata mondiale del sonno. L’evento, voluto dalla Word Association of Sleep Medicine, con la collaborazione della Associazione Italiana di Medicina del Sonno (Aims), intende sensibilizzare sui disturbi del sonno che interessano una buona fetta della popolazione mondiale (si stima il 45 %). L’Aims è nata nel 1990, perciò deduco che il problema dell’insonnia sia di vecchia data. Per fortuna io non ce l’ho, ma persone a me vicine sì. Per alleggerire un argomento serio, la butto sulla mitologia. Il dio greco del sonno non era Morfeo ma Ipnos, fratello gemello di Thanatos, raffigurato come un fanciullo nudo, con ali sulla schiena e dei papaveri tra le dita, simbolo del riposo. Nonostante il detto “Cadere tra le braccia di Morfeo”, per riferirsi a qualcuno che sta per addormentarsi, Morfeo era un figlio del dio del sonno, che si serviva di lui per inviare i sogni a dei e mortali. Tutto torna, dunque: Morfeo è la divinità guardiana dei sogni e del buon riposo. Meglio tenersi stretti sia l’uno che l’altro, Ipnos il padre e Morfeo il figlio, come si auspica in una sana famiglia il rapporto generazionale padri-figli, non sempre lineare. Antonio Canova ha scolpito Pasitea, nella mitologia greca una delle tre Grazie, la più giovane, sposa di Ipnos. Mi piace che sia una donna a rappresentare la personificazione del riposo e della meditazione, parola magica. Le sue sorelle sono Aglaia, Eufrosyne e Thalia. Non male fare un tuffo rigenerante nella mitologia, per saperne di più. Magari può essere una terapia facile e gratuita, per un buon sonno!
“Dolce” weekend
Non per fare concorrenza a Lucia, ma stamattina mi dedico a quella che io chiamo “Dolceria”, cioè alla realizzazione dei muffin, dolcetti monoporzione con 150 gr. di zucchero, niente burro ma un bicchiere di olio di riso, due uova, un bicchiere di latte, mezza bustina di lievito, 250 di farina, un pizzico di sale… cui aggiungere frutta a pezzetti, marmellata, gocce di cioccolato, carote grattugiate e via nei pirottini per passarli infine al forno una quindicina di minuti a 180 gradi. Come cuoca sono negata, ma come pasticcera mi sono esercitata, facendo felici le mie amiche e, probabilmente anche il mio colesterolo, dopo che ho sostituito le croissant del bar e le merendine industriali con i dolcetti fatti in casa. La cosa che mi piace di più fare, durante la preparazione è setacciare la farina, vederla cadere impalpabile e profumata dentro alla terrina. Non mi stupirei scoprire che ci fosse un rimando alla levità dell’infanzia, di cui peraltro ricordo poco. Molto gradevole è anche il profumo che si diffonde per casa. Essendo la mia a un piano e mezzo, quando salgo in camera, mi accoglie una fragranza da pasticceria che non ha confronti con i deodoranti per ambienti. Beh, il senso dell’olfatto ha il suo momento clou in questa circostanza, che si ripete settimanalmente. Il terzo momento piacevole è quando offro il mio dolcetto, confezionato alla buona alle selezionate persone che lo gradiscono. E che ringrazio di farmi sentire… dolcemente utile!
Pizza Lucia
Sono stata invitata dalla mia amica Lucia a fare la pizza. Precisiamo: io come assistente, per usare un eufemismo, perché in realtà non ho fatto nulla, salvo osservare i vari passaggi: da quando ha tolto la pasta dal contenitore dove aveva lievitato per un paio d’ore, al lavorarla sulla spianatoia, sistemarla nelle teglie (una per me), aggiungerci gli ingredienti, infine infilarla nel forno per circa venti minuti. Tra una cosa e l’altra sono trascorse due orette, condite di confidenze e scambio di informazioni. Mi sono portata a casa il tesoro fumante, da consumare con mio figlio, avvolto in una borsa di tela del supermercato che sprigionava un profumo indescrivibile. Ho coperto i trenta metri di distanza da casa sua alla mia, sperando di non incrociare nessuno, per non fare raffreddare la prelibata pietanza, nata sotto ai miei occhi. Per dirla con un’espressione ricorrente in ambito scolastico, per me cuoca riluttante è stato un laboratorio esperenziale che mi ha donato, oltre alla pizza, il piacere della condivisione, evocativo di tempi lontani, in compagnia della mamma e della nonna, intente a realizzare piatti tipici. Prima di gustare la pizza, la fotografo, perché merita. Quando mi metto a tavola, ringrazio il Cielo di avermi concesso la grazia di un’amica genuina, che ama leggere, cantare e fa una pizza strepitosa!
Spettacolo insolito
Sto correggendo la bozza del mio ultimo lavoro letterario, un romanzo biografico intitolato IL PROFESSORE, che dedico alla memoria del mio amato professore di Italiano del Liceo, mancato un anno fa. Aggiornerò sull’uscita dell’opera, al momento in tipografia. Da ragazza, pensavo che avrei potuto fare, tra le altre cose, la correttrice di bozze, per la mia dimestichezza con le parole, cosa che per fortuna non si è verificata perché è un’operazione veramente stressante, almeno fatta in privato. Per concedermi una pausa, verso le 10.30 esco in giardino a fare uno spuntino e mi attrae uno spettacolo insolito: i bambini della Scuola dell’infanzia in passeggiata! Una ventina di gioiose creature, con in testa alla cordata una maestra e un’altra che chiude la fila. Hanno scelto un percorso tranquillo dalle parti del cimitero, dove abito. In prossimità delle quattro piante di Noce, spesso fotografate dalla sottoscritta, mi colpisce l’invito che una maestra rivolge ai bimbi di osservare le gemme sui rami: io le ho sotto il naso, eppure non avevo pensato di prestare attenzione alle modifiche in atto, aldilà della strada! Amo la natura… ma non mi appartengono più l’ingenuità infantile, la meraviglia della scoperta, la curiosità disinteressata. Però ho anche guadagnato altre capacità, non intendo buttarmi giù: ogni età ha le sue “specialità” e non sono nostalgica a oltranza. Mi piace fare qualche tuffo nel passato, restando con i piedi ben fermi per terra, osservando e descrivendo la vita “con felice realismo”, secondo l’osservazione del mio compianto professore.
Omaggio ai fiori
Ho ripreso a fotografare i fiori di casa mia, quelli esterni, come le bellissime stelline rosa di una pianta grassa messa a dimora in una fioriera di fronte al garage. Non so come si chiami, ma mi sorprende la resistenza al freddo e alle intemperie, tanto da donare una stupefacente fioritura alla fine dell’inverno. Contatto Serapia, architetto col pollice verde che, in men che non si dica mi informa che trattasi di Bergenia cordifolia, molto usata come bordura negli antichi giardini. Lei è una fonte affidabile di nozioni green, un’appassionata di cinema e grande lettrice, anche mia fan: le sono grata.Tra l’erba occhieggiano veronica (occhi della Madonna) e pratoline. I pansè, alias mammole o viole del pensiero, hanno rialzato il capo e si godono il tepore delle ore centrali, perché la temperatura è ancora rigida. Il tempo che dedico a salutare e a fotografare i fiori è il miglior ricostituente della giornata, dev’essere una cosa genetica perché anche mia mamma se ne circondava, senza avere tuttavia il tempo di occuparsene. Infatti ogni anno ne comperava di nuovi, perché quasi sempre i suoi non superavano l’inverno. Era un avvicendarsi di gerani, violaciocche, margherite… che devono aver lasciato un imprinting su di me bambina. Dei fiori mi piace tutto: il colore, la forma, con o senza profumo, coltivati o selvatici sono la più bella, discreta ed elegante espressione della natura. Qual è il mio fiore preferito: difficile concentrarsi su uno solo, però dovendo sceglierei direi il tulipano, perché custodisce nascosto il suo meglio. Come le persone che preferisco.
8 marzo
Oggi, 8 marzo 2021, non ho intenzione di lanciarmi in filippiche a difesa del genere femminile, nella Giornata internazionale dei diritti della donna. Ci sono persone autorevoli che lo fanno e anche i media sottolineano l’importanza di questa data, per i progressi finora raggiunti e per quanto resta ancora da fare. Soprattutto quest’anno, con l’aggravante della pandemia, sarebbe sconveniente chiamare festa, una giornata che allude alle vittime della violenza, sotto qualunque versante. Resto nel mio ambito e mi limito a esprimere qualche pensiero in tema. Personalmente, ringrazio la natura di essere nata donna, con tutti gli annessi e connessi. Se tornassi a rinascere, vorrei indossare ancora panni femminili, perché percepisco che le donne hanno una marcia in più, forse per una pregressa condizione di sudditanza che ne ha acuito le capacità. Certo non siamo tutte uguali e nel metaforico cesto di frutta si sono anche le mele ammaccate, talora guaste. Tuttavia la proporzione di quelle buone è sempre in abbondanza. Il mio privato annovera donne di grande spessore morale, mentre gli uomini sfumano. Però riconosco che ho avuto validi modelli maschili cui riferirmi. Da ragazza avevo uno spirito da femminista, col tempo ho imparato ad apprezzare negli uomini qualità attribuite alle donne, come la gentilezza e la poesia. Credo che la persona più completa, racchiuda in sé un mix di attributi sia maschili che femminili, perciò non ne farei una questione di genere, quanto piuttosto culturale, visto che la cultura in generale è dominio maschile. Ma qualcosa si sta muovendo e chissà che possiamo archiviare l’ 8 di marzo futuro a favore di una totale eguaglianza.
L’arte non ha età
Non sono una fan di Sanremo, spettacolo quest’anno a platea vuota, causa pandemia. Delle serate ho visto qualcosa, durante la pausa del programma su altra rete. Mi è capitato di seguire l’esibizione del primo concorrente, Luca Gaudiano, la prima serata, col pezzo “Polvere da sparo” e quella di Ornella Vanoni, in tarda serata ieri sera. Riguardo al 71esimo festival di Sanremo, mi pare azzeccata la definizione di “centrifuga generazionale” usata da un critico musicale, interpellato stamattina durante il programma di UnoMattina in famiglia, che seguo mentre sorseggio il caffè, dopo aver servito cane e gatto. Sia il ragazzo, apripista, che la signora in chiusura di festival mi sono piaciuti: non posso esprimermi sul resto, perché mi è scivolato addosso e mi manca la documentazione adeguata. Però intendo fare un omaggio all’arte, praticata da persone di qualunque età, come mezzo di espressione senza tempo. Quando l’anziana cantante, inguainata in un elegante vestito rosso ha esordito, interpretando uno dei suoi pezzi più noti, ho cercato sul tablet la sua età: 86 anni compiuti! Mi sono compiaciuta della sua performance, intensa dal punto di vista musicale, ma soprattutto umano: riuscire a trasmettere emozioni – tra l’altro a una platea vuota – alla sua rispettabile età è un privilegio e un monito. Sarò di parte, ma ammiro sempre di più gli artisti in là con gli anni, che talvolta emergono dopo una lunga carriera in sordina, oppure riescono a stare a galla, facendo i salti mortali con la concorrenza e il nuovo che emerge. A proposito, ha vinto un gruppo rock, il cui nome Orietta Berti aveva incautamente alterato… e che alla fine gli ha portato bene! Due parole per il mattatore Rosario Fiorello e il direttore artistico Amadeus: grandi nell’ardua impresa! Oggi è la Giornata internazionale della Salute, pertanto auguro buona salute all’Arte e agli Artisti di ogni branca.
Giornata dei Giusti dell’umanità
Oggi, primo sabato di Marzo, per antonomasia definito “pazzerello”. Infatti fa quasi freddo, dopo giornate decisamente sopra la media. Giusto il tempo di riordinare un po’ il giardino e progettare i futuri interventi. Inoltre è il penultimo giorno in fascia gialla, che da lunedì diventerà arancione, colori che mi piacciono entrambi ma con ricaduta psicologica diversa, se riferiti alla diffusione del covid-19. Visto che la passeggiata è fuori luogo, cerco un aiutino nel web e scopro che oggi 6 Marzo è la Giornata dei Giusti dell’umanità, dal 7 dicembre 2017 solennità civile in Italia. Per Giusti si intendono quanti hanno salvato vite umane durante i genocidi e difeso la dignità umana durante i totalitarismi. Mi viene in mente Bartali, il rivale di Coppi sui pedali, che salvò migliaia di persone, occultandone i documenti dentro il telaio della bicicletta. Ne parlavo a scuola, scoprendo dagli studenti, per confidenze ricevute da familiari anziani, che molte persone rimaste nell’anonimato, avevano rischiato la vita a favore di qualcun altro, spesso estraneo all’ambiente familiare. Credo che il riconoscimento di giusto vada a tutti coloro che hanno rischiato la pelle a difesa di un proprio simile, indipendentemente dal fatto che il nobile atto sia stato scoperto. Anzi, metterei in prima fila proprio quelli che hanno operato per disinteresse, lasciando in eredità una testimonianza esemplare.
