Con una certa ansia, stamattina mi sono sottoposta al vaccino anti-covid, per me l’Astra Zeneca, da richiamare il 27 luglio. Incrocio le dita e spero di non dover combattere con paventati effetti collaterali, persuasa che saranno in ogni caso gestibili. Del resto una decina di giorni fa ho prenotato la vaccinazione, per scongiurare di essere contagiata e per non fare io da untore. Ho scelto di riferirmi al Centro Polifunzionale di Vidor, molto ampio ed organizzato. Mi sono trovata in compagnia di un centinaio di persone della mia fascia d’età, alcune di aspetto più giovane e altre più male in arnese, distribuite su 115 sedie ben distanziate. Ogni quarto d’ora circa, un volontario con megafono introduceva i gruppi di vaccinandi in base all’orario di convocazione in un’altra sala dove una decina di medici procedeva al colloquio, per stabilire il vaccino più opportuno. A me è toccata la dottoressa Claudia, una bella ragazza dai tratti mediterranei, molto professionale e anche cordiale. Le ho pure chiesto a chi girare eventualmente il mio post sull’esperienza e lei mi ha ragguagliata. Quindi ho lasciato il posto a un’altra persona e mi sono avvicinata alla postazione per fare l’iniezione, pressoché indolore e rapida. Ho atteso di più per la restituzione delle “carte”, per un momentaneo inghippo della stampante. Infine ho atteso quindici minuti sulle sedie celesti, di fronte all’uscita e poi… via a recuperare la mia Panda azzurra nell’enorme parcheggio. Persuasa di aver fatto la cosa giusta, al netto di qualche dubbio, riconosco che l’organizzazione merita un plauso e gli operatori coinvolti complimenti sinceri. Ma ciò che mi ha rincuorato, è stato essere insieme a tante persone, più o meno coetanee, preoccupate della loro salute e quindi anche di quella degli altri. Perché la Salute – parola che si merita la esse maiuscola – è un bene individuale e collettivo, come recita l’Art. 32 della Costituzione Italiana.
Autore: Ada Cusin
FATALITÀ
Dopo pioggia e vento di ieri, oggi la settimana inizia con il sole che è sempre benvenuto, per le attività e per l’umore. Un paio di commissioni a Fonte, dove è in corso il mercato. Però prima sosta al bar, rigorosamente all’esterno dove è piacevole sostare seduta ad un tavolino rotondo, con la schiena al sole. Mentre attendo pazientemente la consumazione, sfoglio il quotidiano, sbirciando un bambino che mi guarda dal passeggino. Mi fermo su una pagina di cronaca che cattura la mia attenzione: “Il chirurgo ucciso da un’auto. Aveva operato, tornava a casa”. La vittima dell’incidente è il primario di Neurochirurgia dell’ospedale San Camillo, il 46enne Agazio Meviniti, che un paio di anni fa aveva salvato Manuel Bortuzzo, il nuotatore azzurro ferito a Roma il febbraio 2019 e rimasto paralizzato. Quando si dice la fatalità. Lo scooter del chirurgo viene tamponato sul Raccordo anulare, lui cade e si rialza, ma in questo frangente viene investito mortalmente. Leggo che a casa lo aspettano i due figli per fare i compiti: routine familiare sconvolta e traumatico cambio di abitudini. Chissà quante altre vite dolenti il dottor Agazio avrebbe potuto rimettere in sesto nei prossimi vent’anni! La sua morte sulla strada mi fa pensare a quella occorsa alla mia amica Zulay, colpita in pieno da un’auto fuori controllo, in sella allo scooter, mentre tornava a casa diligentemente sulla destra. Ha lasciato diverse sorelle sparse per l’Europa e un padre di origini indie in Ecuador. Era una mia allieva del corso serale ed eravamo diventate amiche. Le ho dedicato il romanzo MIGRANTE NUDA, che mi ha aiutato a metabolizzare la sua perdita. Sono trascorsi diversi anni da allora. Il senso di precarietà della vita che mi ha trasmesso la sua morte improvvisa e violenta si rinnova ogni volta che si allunga l’elenco delle vittima della strada. Un elenco esageratamente lungo.
In memoria di Gianna
Annamaria mi offre su un piatto d’argento l’argomento del post odierno: Gianna, la nostra cara e stimata collega di Italiano, mancata all’improvviso la notte di sette anni fa, a poche settimane dagli esami e dalla sospirata pensione. Per dire com’era Gianna ci vorrebbe un post a parte, perciò sintetizzo: preparata, spiritosa, disponibile, con una grande capacità di mediazione nelle situazioni conflittuali, sia in classe che nelle riunioni collegiali. Più di me potrebbero dire i suoi studenti, da cui riusciva a estrapolare il meglio. Io le ero coetanea e collega in una classe parallela. Conosceva la mia attitudine a scrivere e mi sosteneva, intervenendo alle mie presentazioni col seguito di allievi che preparava a puntino. Doveva succedere anche la prima domenica di maggio 2014 quando, purtroppo, due giorni prima un infarto bloccò la sua vitalità, lasciando allibita e incredula tutta la comunità scolastica, i figli Davide e Daniele, sorelle fratello e familiari tutti compresi. Gianna era anche molto attiva nel volontariato; in parrocchia era una colonna portante. Che fosse speciale lo dimostra il desiderio di dedicarle la scuola di Castelcucco, dove ha insegnato ininterrottamente per oltre trent’anni, ventilato all’indomani della sua scomparsa e ora riemerso attraverso la voce di Adriana, una comune collega. Io sono in pensione, come lo sarebbe Gianna, dato che eravamo coetanee, ma sottoscrivo volentieri la proposta. Non conosco l’iter burocratico perché il desiderio si realizzi. Mi limito a dire che Gianna se lo meriterebbe! Non solo per come insegnava, catturando l’attenzione anche dei più svogliati, ma per come si preparava: snobbando gli esercizi sul testo, elaborava verifiche di storia e di geografia, per “pilotare” le interrogazioni a buon esito, e si alzava nel cuore della notte per correggere i compiti. Per fare ciò, un insegnante “normale” si prende almeno una settimana; in condizioni ideali, io impiegavo circa un quarto d’ora per compito, per 20/25 allievi. Lei si affrettava, perché sapeva che gli alunni masticavano ansia fino alla consegna. Non conosco nessuno che abbia fatto di meglio. Perciò, cara Gianna, stai sicura: noi non ti dimentichiamo. Con o senza dedica.
“Nuotiamo, la riva non è lontana”
Primo Maggio, il secondo in lockdown. Sul mio calendario è specificato Festa del lavoro, certo in ricordo delle lotte sostenute per la conquista dei diritti in tale ambito. Tuttavia lo spirito della festa latita, e a ragione. Nonostante caute aperture, siamo ancora in pandemia, con cenni di recessione virale. Ieri pomeriggio sono stata al cinema a Castelfranco, con Serapia, dopo otto mesi. Ho visto un bel film, MINARI, ambientato quarant’anni fa con protagonista una famiglia coreana in cerca di fortuna in America: molta poesia, nessuna retorica, scontri generazionali. Mi ha fatto pensare agli Anni Cinquanta in Italia, ai nostri immigrati ed emigranti. Tornata a casa quasi contenta, mio figlio, senza lavoro da quando la palestra è out (otto mesi) si chiede perché alcuni settori hanno ripreso a lavorare e altri – come quello dello sport – ancora no. Non ho avuto argomenti per rispondere, spero solo che resista ancora un altro mese. Temo che sia invecchiato dentro parecchio e con lui tutta una generazione catapultata dal benessere facile al malessere diffuso.Tra me e lui, temo sia lui il più sfiduciato. D’altro canto non riesco a mentire sul panorama perturbato che intravedo, e non alludo alle bizze del tempo, tuttora instabile. Anch’io cerco motivi di conforto e mi aggrappo alle parole del nostro presidente, sempre misurate e illuminanti, nonché a quelle espresse stamattina dalla scrittrice Dacia Maraini, durante la trasmissione Dialogo e che adotto come auspicio per i troppi che al momento ancora non lavorano: “Nuotiamo, la riva non è lontana”.
Mea culpa, mea maxima culpa!
Presa da diversi pensieri, mi sono scordata che ieri era il compleanno della mia giovane amica Lisa, cui vanno le mie scuse per l’augurio tardivo, colmo di simpatia e di buoni auspici. Lei mi ha già perdonato, ricordandomi il suo giorno natale ieri sera, e la ringrazio di avermi consentito di rimediare… per il rotto della cuffia! Ci messaggiamo ogni giorno, dando alla giornata un tocco di vivacità al mattino e una nota di conforto alla sera, pur senza vederci, perché abitiamo a una ventina di chilometri di distanza, lei lavora e io sono in pensione, il distanziamento sociale fa il resto. Però condividiamo la vita, nei suoi aspetti gradevoli e non. Grande amante degli animali, è circondata dai gatti dentro e fuori casa, nel senso che, oltre ai suoi si occupa di una colonia felina rimasta nella vecchia dimora. Il che la dice lunga sulla sua sensibilità, che si estende anche all’ambiente: lo spazio verde casalingo è sempre molto curato, grazie anche alle buone abitudini trasmesse da mamma Bruna. Poco più grande di lei, la sorella Roberta le è anche amica, dettaglio non scontato tra familiari. Poi c’è Nina, una vivace bassotta, trattata come una regina. Una famiglia al femminile, dove si respirano buoni sentimenti, profumi di piatti elaborati con dedizione, rispetto per la tradizione e omaggio alla memoria di chi non c’è più, ma ha lasciato il segno. Lisa incarna tutto questo e chi le è vicino lo sa bene. Il giorno del nostro incontro sul treno, qualche anno fa è stato benedetto… da una provvidenziale distrazione che ci consentì di allungare il viaggio di un paio di stazioni e di gettare le basi della nostra amicizia. Auguri tardivi, cara Lisa, ma fatti col cuore! 💟
Oggi, ballo!
Promossa dall’Unesco, la Giornata internazionale della Danza è stata istituita nel 1982. La data commemora la nascita di Jean-Georges Noverre (1727 – 1810), il creatore del balletto moderno. Secondo uno studio svedese, la danza è uno strumento utile contro lo stress e la depressione negli adolescenti (e negli adulti, aggiungo io). È opinione diffusa che il ballo ha il potete di rafforzare i pensieri positivi e l’autostima. A me ha fatto questo effetto per tutto il tempo che l’ho praticato, in età giovanile, per circa quindici anni. Grazie ad un bravo maestro, sono diventata esperta ballerina di liscio, vincendo anche alcune gare di ballo. Niente di straordinario, però volteggiare a passo soprattutto di tango e di beguine mi piaceva molto. Curavo l’abbigliamento che prevedeva boleri e volant, mentre per l’acconciatura optavo per i capelli sciolti oppure per lo chignon con fiore appuntato. Faceva parte del rito che precedeva la pratica sulla pista e che conferiva una nota speciale alla serata del sabato sera. Tempi passati che ricordo con dolce malinconia. La stagione delle danze è archiviata ma seguo volentieri gli spettacoli che la. riguardano. Ogni tanto accenno qualche passo da sola. Ho scritto un racconto intitolato DANCE THERAPY… tanto per dare l’idea! Da piccola, cinque/sei anni avrei voluto fare la ballerina: è andata diversamente. Ma continuo ad apprezzare la danza come una delle sette (o nove) arti per raggiungere il proprio benessere psico-fisico. Provare per credere.
Finalmente, al cinema!
Serapia mi informa che da domani riprendono le proiezioni al Metropolis di Bassano del Grappa, un evento tanto desiderato. Non proprio a portata di mano, perché Bassano dista circa una ventina di chilometri da Castelcucco e bisogna calcolare bene i tempi… per rientrare in tempo (mi si perdoni il gioco di parole) prima del coprifuoco. Orologio alla mano, supereremo questo scoglio. Del resto un cinefilo è disposto a sopportare ben altro, come testimoniano i tanti Milanesi che ieri si sono messi in fila per godere lo spettacolo sul grande schermo alle sei di mattina: encomiabili! Ho condiviso i commenti di alcuni intervistati, felici di godere dell’evento. In effetti, il cinema è considerato la settima arte. In realtà le arti conclamate sono nove: Musica, Poesia, Pittura, Scultura, Danza, Teatro, Architettura, le più antiche, cui si aggiungono Cinema e Fumetto nel XX secolo. Tralasciando le graduatorie, ogni forma espressiva è un piacere sensoriale e un godimento dell’anima. Ognuno sceglie quella che gli corrisponde di più e se ne ciba. Mi torna in mente, a riguardo, la battuta di Mario Ruoppolo (Massimo Troisi) al poeta Neruda nel bellissimo film IL POSTINO (1994; Oscar alla migliore colonna sonora e al miglior film non in lingua inglese): “L’arte è di chi gli serve”. È consolante riferirla alla richiesta di cultura delle tante persone messesi in fila di prima mattina per vedere (e rivedere) CARO DIARIO (1993, David di Donatello) di Nanni Moretti, e altri selezionati film in cartellone. La riapertura, sebbene limitata delle sale cinematografiche coincide anche con la recentissima assegnazione degli Oscar, cui l’Italia ha dignitosamente partecipato, sia pure senza vincere. Mi auguro di sedermi presto in poltrona, per assistere alla proiezione sul grande schermo di un ottimo prodotto. Di qualunque provenienza esso sia.
Addio a Milva
Se n’è andata una Signora della canzone italiana, dotata di una splendida chioma e di notevole carisma. L’ho ammirata come interprete, soprattutto di Astor Piazzolla, e per l’indiscussa eleganza che diffondeva dal palco, sia che cantasse brani popolari oppure testi impegnati. Fisicamente le invidiavo i lunghi e rossi capelli ondulati, che portava con nonchalance. Ma anche il temperamento che l’ha portata a reinventarsi professionalmente, passando da un genere all’altro e ad imparare varie lingue. Forse non apprezzata abbastanza, non si è risparmiata, dimostrando di essere “una donna con una straordinaria etica del lavoro”, come ha dichiarato la figlia Martina Corgnati in un’intervista. Ammalata di Alzheimer da parecchio tempo, si è spenta a Milano dove è stata allestita la camera ardente, al teatro Strehler. Considerata rivale di Mina, ha lasciato un’impronta indelebile nella musica italiana, insieme con la suddetta collega ed altre, anagraficamente vicine. Al momento mi sovvengono le due canzoni che ricordo più volentieri: Alexanderplatz (1992) e Tango italiano (1988), quest’ultimo legato ai miei trascorsi di ballerina di tango. Pare che il fiore preferito da Maria Ilva Biolcati, cioè Milva fosse la calla. Anche questo dettaglio la dice lunga sul buongusto della raffinata s Signora cui dedico idealmente una calla del mio giardino.
Cronaca nera “familiare”
Di lunedì sono assorbita dal disbrigo di varie pratiche, per cui mi metto tardi ad elaborare il post. Mi suggerisce l’argomento la trasmissione su Rai 2, in onda dopo il telegiornale delle 13, condotta dal garbato Milo Infante. ll “Delirio violento forse favorito dalla pandemia”, titola un giornale. Si tratta del fatto di cronaca nera, successo di recente ad Avellino, a danno di un padre 53enne, Aldo Gioia (cognome che suona come una beffa), ad opera della figlia 18enne in combutta col fidanzato. Motivo: la relazione contestata. Non è la prima volta – e temo non sarà l’ultima – che succedono drammi in ambito familiare, che sembrano contro natura. Ogni volta si rinnova il delitto di biblica memoria di Caino e Abele, con il coinvolgimento di figure legate da rapporti di sangue, ma non di affetto. Il proverbio “Parenti serpenti” toglie qualsiasi alone romantico all’idea della famiglia nido d’amore, come da reclame del Mulino Bianco. Ancora una volta la realtà si offre con mille sfaccettature ed è arduo stabilizzarsi su una confortante via di mezzo. Io sono genitore e sono stata figlia: in entrambi i ruoli mi sono sentita talvolta con le ali tarpate, desiderosa di volare al di sopra degli schemi, libera di prendere e di apprendere. Come figlia ho criticato i miei genitori, e come madre sono a mia volta oggetto di critiche, non sempre costruttive. Tuttavia, da qui a immaginare la soppressione di un genitore ce ne corre! Per qualsiasi motivata ragione. Ad ogni increscioso delitto, c’è un pullulare di tavole rotonde e “luminari”, più o meno illuminati tentano di sondare le cause di tanta mostruosità. Provo molta pena per questo genitore vittima di turno dell’odio della figlia che lui, in buona fede e motivate ragioni, intendeva allontanare da un soggetto a rischio, divenuto suo assassino, reo confesso. Beffa del destino che portasse nel cognome l’arduo obiettivo cui ogni persona equilibrata aspira.
Una mattina mi son svegliato…
Questa mattina, 25 aprile 2021, mi son svegliata presto. Aperto il portoncino, ho sentito il canto degli uccellini appollaiati sui rami dei noci a bordo strada e il suono delle campane del paese vicino. Mi sono stupita, perché l’ora non era quella della messa, salvo varianti che potrei ignorare, perché non sono un’assidua praticante. Comunque ho percepito come gioioso lo scampanio e l’ho associato a quello, centuplicato e più che deve essersi diffuso per le piazze e le strade il 25 aprile 1945: una festa irripetibile, piena di speranze e di intenti. Credo che le persone in età avanzata si commuovano, giustamente al ricordo della riconquistata Libertà, mentre temo che le giovani generazioni non apprezzino a dovere il bene assoluto che la parola contiene. In un messaggio inoltrato stamattina da Serapia, leggo: “Ricordiamoci sempre di non dimenticare mai”, sembra un gioco di parole ed invece contiene un monito urgente, perché la memoria è un valore che si nutre delle esperienze di chi ci ha preceduto, sacrificando la vita per alti ideali. Per fortuna oggi non siamo in guerra… ma non mi pare fuori luogo ricordare che, secondo papa Francesco – e non solo lui – stiamo combattendo, a rate, una sorta di terza guerra mondiale, con un nemico subdolo e invisibile, che tante vittime ha già mietuto. Quindi grazie a chi si impegna per mantenere vivo il sacro fuoco della memoria, anche senza esternarlo, per motivi di discrezione o restrizioni sanitarie. Oggi è anche una bella giornata di sole, da trascorrere in Pace e in Libertà!
