Per fortuna non uso più la sveglia da quando sono in pensione, salvo necessità. Il risveglio avviene spontaneamente, oppure indotto da un rumore esterno, tipo le incursioni di Fiocco sul letto, come successo stamattina prima delle sei. Se lo sgrido, il simpatico micetto se la ride e fa le fusa. D’altronde ha trascorso ieri la sua prima notte fuori casa ed è più rassicurante sapere che c’è, anche se disturba fuori orario. Così mi alzo presto e alle otto sono quasi stanca: foraggiati gli animali, raccolte le ultime albicocche e una decina di susine, decido di andare al bar in compagnia di Lucia che abita lungo il tragitto. Strada facendo, ho il tempo di scattare un paio di foto: a un ibisco color corallo, simbolo dell’estate e a dei gladioli bianchi in compagnia di fiori rosa di cui non conosco il nome. La bellezza è gratuita e io ne approfitto, perché mi fa stare meglio. Purtroppo il mio giardino è abbastanza spoglio, non so se i gladioli siano in ritardo oppure non sbocceranno affatto…la siccità potrebbe aver isterilito il bulbo. È un’estate più favorevole alla frutta che ai fiori, tanto che devo inventarmi qualche soluzione per smaltire le albicocche, di cui ho già fatto una trentina di vasetti di marmellata, tre/quattro litri di succo di frutta (ovviamente all’albicocca), i muffin con ripieno della stessa marmellata, poco fa la macedonia, estesa ad altra frutta che matura troppo in fretta. Ho le mani morbide, dopo avere sbucciato quantità notevoli dei deliziosi frutti dorati. L’intenzione è anche di provare a fare il gelato, pur senza gelatiera. Mai avrei immaginato di dedicarmi tanto all’impiego delle albicocche: lo faccio per la pianta e per una mia proiezione nella stessa. Ha sofferto caldo e freddo, gelate e potature scorrette, poche attenzioni e zero concime. Sembrava destinata all’esaurimento…e invece quest’anno ha prodotto una quantità di frutta inimmaginabile. Credo si possa parlare di resilienza a oltranza. Un modello da seguire.
Autore: Ada Cusin
Trasversalità del male
Se vincessi un viaggio con meta a scelta, andrei in Giappone. È una simpatia che viene da lontano: da bambina, per un carnevale in maschera indossai il costume di una geisha che alternavo a quello della zingara (la fatina mi stava proprio antipatica). A scuola, durante l’ora di geografia trovavo affascinante il lontano Paese del Sol Levante che anche più tardi, da dietro la cattedra proponevo ai miei studenti, mettendo in risalto spirito di sacrificio e rispetto per le tradizione dei nipponici, un modello in cui convive pacificamente il moderno con il passato. Non a caso, in giardino ho un ciliegio giapponese e mi attrae l’ikebana, l’arte di disporre i fiori in vaso secondo criteri estetici e simbolici, ma anche quella di comporre brevi versi chiamata haiku, nata in Giappone nel XVII secolo e sperimentata in classe. Questa premessa, per introdurre il fatto di cronaca nera che ha funestato la nazione: l’omicidio dell’ex premier del Giappone Shinzo Abe, 67 anni, tra i leader più influenti del dopoguerra che è stato accoltellato !durante un comizio. Gli uomini in vista sono a rischio anche lì dove, da qui, pare che tutto funzioni alla perfezione. Mi spiace dover riconoscere che non è così e che il male è trasversale. Tuttavia mi ha molto colpito sentire dalla tivù che la madre ultranovantenne della vittima ha saputo della disgrazia dai media, com’è successo da noi in altre drammatiche circostanze. Immagino che sopravvivere a un figlio, per di più ammazzato sia tremendamente doloroso: penso alla madre del giudice Paolo Borsellino, quando successe da noi e ad altre madri, comprese quelle private dei figli in Ucraina e in Russia. Allorché mia nonna Adelaide credette morto il figlio primogenito Geremia nell’affondamento dell’Andrea Doria, si chiuse nel mutismo per anni, finché lui non ritornò sano e salvo. Per dire della somma di ferite sopportate dalle madri (da estendere ovviamente a mogli e figli) che mi fanno tanta più pena quanto più sono avanti con gli anni. Perciò abbraccio idealmente la madre del primatista assassinato, cui va tutta la mia pietà, congiunta con il cordoglio per una vita insensatamente rubata.
Congedi
Tanti saluti all’anticiclone africano e a Boris Johnson, il premier britannico che si è dimesso, travolto dagli scandali. Non credo ci sia un nesso tra i due fatti, sono io che li accomuno, per contemporaneità. Comunque, a pensarci su un attimo, qualche connessione la trovo. Non se ne poteva più di temperature torride durate l’inverosimile, come gli Inglesi delle bizzarrie e cadute di stile dell’eccentrico politico, pare gran conquistatore di cuori femminili, in barba all’aspetto, a mio dire per nulla attraente (il che dovrebbe incoraggiare chi non può contare su un phisique du role = aspetto fisico adatto alla situazione). Ma si sa che “Non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace”; chiudo la parentesi Boris Johnson e ritorno all’anticiclone, che tormenti ne ha dati parecchi. Forse il peggio dell’estate appena iniziata è passato (scusate il gioco di parole), ma temo avremo ancora modo di lamentarci del clima che si sta tropicalizzando, causa le nostre disattenzioni, per non dire di peggio. Per oggi è concessa una tregua: sono tornata a scrivere sotto il glicine, da dove osservo tremolio di foglie e benefiche zone d’ombra, con mirabile temperatura sui 25 gradi alle tredici. Le cicale friniscono impazzite dalle chiome dei vicini Noci e i miei canarini hanno ripreso a cantare sotto l’atrio, ancora per poco in ombra. A breve, quando il sole inonderà questa porzione di casa, ritiro la voliera con i cinque canarini. Anche i pennuti si congedano dal pomeriggio assolato.
Vitalità del mercato
Mezzogiorno: suonano le campane e friniscono le cicale in via dei Tigli, a due passi da casa. È una musica che mi piace, appena interrotta dal rombo di un aereo nel cielo che si sta annuvolando. Stamattina sono stata al mercato locale, per comperare esclusivamente frutta, sistemata in una cassettina che fa bel vedere: pesche, peschenoci, saturnie, ciliegie di Vignola, uva…in attesa che maturi quella mia, varietà fragola che quest’anno promette bene. Quasi esaurite le mie albicocche, raccolgo ora le more di rovo, squisite se si staccano al tocco delle dita, come deliziose sono le susine viola, varietà gocce d’oro. Non mi ero accorta di avere diversi frutti a portata di mano, il cui gusto è impareggiabile, al confronto di quelli acquistati al supermercato. Si salvano i prodotti delle bancarelle, mediati dalla simpatia che si instaura tra cliente e commerciante. Ho chiesto a Matteo se i lupini, miracolosi per la ripresa della limonera funzionano anche per altre piante da recuperare…ma pare di no. Informo Riccardo che il cornus florida, messo a dimora un paio d’anni fa ha nuovamente le foglie secche: segno che non l’ho bagnato abbastanza; peccato, aspettavo la fioritura dei bellissimi fiori rosa. Al banco dei latticini chiedo a Michela come posso fare il gelato gusto albicocca, data la materia prima che mi fornisce la generosa pianta. Insomma, è un giro tra i banchi che vale come una lezione, da applicare poi a casa. Non mi manca il mercato di Bassano del Grappa, frequentato il giovedì di anni passati. Né quello multietnico e più comodo di domenica a Crespano del Grappa: adesso ce l’ho a due passi da casa e, a ben considerare, anche dentro casa: non mi manca nulla, anzi la riproposta di colori, odori, sapori è anche più apprezzata quando è a chilometro zero. (senza contare il risparmio di benzina e la salute che deriva dalla camminata veloce, come raccomanda la dottoressa Graziottin dalla sua rubrica)
Fiori recisi
Stamattina mi dedico alla pulizia dei fiori, in sofferenza anch’essi a causa del grande caldo. Quelli in terra non sono sbocciati, temo che i bulbi abbiano risentito del secco inoltrato, meno che per un paio di gladioli che ho immortalato. I gerani – talee fatte da me – resistono sotto il portico, in compagnia di una pianta di incenso, data per morta ed invece rinata. Mi piace strofinarne le belle foglie che rilasciano un profumo di chiesa e allontanano gli insetti. Le piante verdi alloggiate dentro si sono adattate all’ambiente e mi preoccupano meno. Sul davanzale a nord da un paio di mesi, in un cestino albergano due piccole piante di kalanchoe, una rosa e una gialla, che hanno prodotto un’infinità di minuscoli fiorellini. Molti sono appassiti e con le forbici cerco di eliminarli, per consentire eventualmente alla pianta madre un’altra fioritura. Mentre mi applico con cautela, non so perché mi viene in mente di paragonare le tracce dei minuscoli fiori alle tracce dei reperti materiali sparpagliati sul ghiacciaio, appartenuti alle vittime della sciagurata spedizione sulla Marmolada. Di alcune vittime sarà impossibile recuperare le salme e perfino oggetti personali, inghiottiti per sempre dalla voragine impazzita. Non so come i familiari potranno rinunciare a piangerli in una tomba dove andarli a pregare, come consuetudine. È successo per altre tragedie, in mare ad esempio. Idealmente destino ogni piccolo fiore reciso alla memoria delle vittime della montagna, recuperate o intrappolate per sempre nel cuore della regina delle Dolomiti, irraggiungibile cimitero contemporaneo.
Le cicale non c’entrano
Data la stagione, pensavo di scrivere attorno alle cicale, per me simbolo di gioiosa vitalità. Forse influenzata dalla favola La cicala e la formica, di Esopo nutro simpatia per l’insetto canterino, cui vorrei assomigliare mentre l’operosa formica mi ricorda chi lavora troppo, a scapito di altre attività. La pensava come me Gianni Rodari, in una sua gustosa rielaborazione: “Chiedo scusa alla favola antica/se non mi piace l’avara formica./Io sto dalla parte della cicala/che il più bel canto non vende, regala”. Però il titolo dell’intervista concessa da Mauro Corona e letta stamattina sul quotidiano Il Gazzettino mi fa ricredere. Il famoso scalatore e artista di Erto, in sostanza dice che abbiamo fatto troppo le cicale e adesso ne paghiamo le conseguenze, in relazione alla tragedia successa sulle Dolomiti. Naturalmente l’insetto canterino non c’entra nulla, il paragone serve a smuovere chi avrebbe potuto impedire la tragedia, peraltro annunciata e probabilmente sottovalutata. È noto da tempo che i ghiacciai si stanno sciogliendo, tempo cinquant’anni e potrebbero sparire. Sommato ad altri, il fenomeno è un effetto collaterale del riscaldamento, causato dall’industralizzazione selvaggia. Chissà che i grandi della terra si accordino per trovare trategie di contenimento, anche per chi non considerava il problema… Appellandomi al proverbio: “Non è mai troppo tardi” (che è stato anche un film, un programma televisivo, un singolo di Federico Rossi) mi auguro che la ragione prevalga sugli interessi privati e che il buonsenso alla fine trionfi.
Sull’orlo del precipizio
Il ghiaccio scompare come la sabbia dentro la clessidra e dice che non c’è più tempo…parole a commento della tragedia consumatasi in Marmolada dove si contano ad oggi sette vittime e molti dispersi. Colpa di un seracco staccatosi dal ghiacciaio che si è abbattuto sugli escursionisti alla velocità di 300 km all’ora, sparpagliandone i poveri resti. In un battito scomparse sette persone, quindici dispersi che avevano investito la giornata di festa in una escursione affascinante e pericolosa. Ho sentito dire più volte che la montagna non perdona…non so quali colpe si possano attribuire agli sfortunati escursionisti: troppo amore per le vette? Un paradiso surriscaldato dalle alte e anomale temperature, queste sì causate dall’inquinamento, opera dell’uomo. Siamo sull’orlo del precipizio e non so se abbiamo superato il limite del non ritorno…forse la natura, intesa come Madre Natura può ancora accoglierci amorevole nel suo seno, se la smettiamo di abusarne. Certo il panorama è allarmante ed è dura vedere il bicchiere mezzo pieno. A mettere in fila le ultime disgrazie non c’è da stare allegri: guerre, covid, siccità, disvalori. Personalmente sto acuendo il mio spirito felino: sono diffidente e apprensiva, vorrei ma non posso frequentare più persone che dalla pandemia si sono rarefatte. Anche consumare una pizza in compagnia sta diventando problematico, per l’aumento dei positivi. Con temperature esagerare l’estate si è annunciata virulenta, per ora niente spiaggia infuocata e nemmeno montagna, perché devo accudire il vecchio cane ammalato, cui somministro flebo, antibiotico e compresse varie. La mia distrazione è il diario quotidiano che mi consente di connettermi con chi mi legge e mi risponde. Una passeggiata interiore con amici dell’anima.
Compleanno imminente
Domani la Fiat 500 compirà 65 anni. Era infatti il 4 luglio 1957 quando la mitica (lo sarebbe diventata) utilitaria venne presentata, scavalcando la fortuna della 600. Al MAUTO (Museo Nazionale dell’Automobile di Torino) sarà inaugurata domani la mostra “65 anni di un mito – Fiat 500: icona del made in Italy”, visitabile fino al 4 settembre 2022. Presi la patente giusto…mezzo secolo fa (possibile?) e feci pratica con la bianca 500 di servizio di mio padre, rappresentante di liquori, con stampata sulle portiere la bottiglia di grappa Maschio Beniamino. Con la stessa automobile raggiunsi la sede universitaria varie volte; in un’occasione di viabilità modificata, presi anche una multa, di cui ho parlato in uno dei miei scritti. Mia madre guidava la sua 500, gialla, dove saliva il gatto Briciola quando voleva seguirmi nella mia residenza da single: praticamente veniva in villeggiatura, con reciproca soddisfazione. Pensavo che avrei acquistato la 500, ultima versione con i soldi della liquidazione, una volta pensionata. È andata diversamente, perché ho subìto un incidente che mi ha costretto ad anticipare l’acquisto di un mezzo, sempre Fiat ma usato. Pazienza, adesso ammiro 500 di colore rosso fiammante di Gianni, il marito di Lucia e la simpatia per la prestigiosa autovettura è rimasta inalterata. Interessante anche l’evoluzione del gusto avvenuta in cinquant’anni e la simpatia che il pubblico continua a decretarle. Pertanto, desumo che sia uno strumento che consente di macinare strada, ma anche di studiare i cambiamenti sociali ed economici avvenuti negli ultimi decenni. In casa ho parecchie foto dell’auto in questione, immortalata in vari contesti: basterà che vada a recuperarle…per farmi un viaggetto all’indietro nel tempo, fino alla fermata odierna.
Amici Animali
Il sabato vado di corsa, non mi fermo al bar e non posso dedicarmi alla lettura tranquilla del quotidiano. Rimedio sentendo il telegiornale, che in coda oggi offre un servizio contro l’abbandono degli animali, fenomeno disgustoso in aumento d’estate. Giusto ieri ho letto la triste storia di un micetto nero di due mesi scaraventato, chiuso in un sacco di plastica nel bidone dell’umido e da lì salvato da un ragazzino, attratto dal disperato miagolio. Forse si salverà, ma quanti cuccioli sono oggetto di crudeltà umana? Non mi capacito di come si possa essere tanto insensibili difronte a creature disposte – loro – ad amarci incondizionatamente. Mi sono assentata poche volte da casa per qualche giorno, affidando sempre i miei amici Pets a un’amica o a un familiare. Adesso che Astro, il vecchio cane sta male, rinuncio anche al film all’aperto, se può giovargli. Del resto lui mi fa compagnia da oltre 18 anni, è uno di famiglia e col tempo si è anche ingentilito e accostato alla mia cucina: da delicato è diventato onnivoro e gli passo qualche bocconcino extra perché se lo merita! Però devo drasticamente ridurre la carne perché ha il fegato ingrossato e sostituirla col pesce, che non mi costa perché è tra le proteine che preferisco. Finché ci sarà, intendo essergli di aiuto ed eventualmente di accompagnamento all’uscita di scena. Perché tutti ci arriviamo e dovremmo prepararci, anche assecondando rispettosi quella dei nostri amici animali. Tanti sono gli esempi di ‘eroismo’ forniti da cani soprattutto, addestrati ma anche no, che hanno salvato persone altrimenti condannate a morte. Vorrei che compensassero e superassero le storie di maltrattamenti purtroppo ancora all’ordine del giorno. Infine, penso al grande conforto che un animale dona a chi se ne occupa, in stato di solitudine, abbandono, malattia. Esemplare l’attaccamento degli Ucraini ai loro cani, gatti, uccellini…in questo drammatico periodo bellico. Lunga vita a loro!
Quando il lavoro è una missione
Certo Leonardo Del Vecchio, il padre di Luxottica deve essere stato una brava persona: lo dice il suo operato e la presenza di 5000 persone al suo funerale ad Agordo (Belluno), dove l’imprenditore milanese aveva aperto l’azienda a 23 anni. Scorrendo il quotidiano, mi colpisce la scelta di quindici dipendenti in pensione che hanno voluto vegliare la salma del ‘paron’ durante la notte. L’imprenditore scomparso aveva 87 anni, 6 figli da tre donne diverse e “I dipendenti erano come figli per lui”, rafforzato da quanto affermato dal figlio Claudio, durante la cerimonia: “Mio padre si emozionava solo quando parlava dei suoi operai”. Rocco Basilico, manager di Luxottica dichiara: “La fabbrica era il suo amore più grande…era la sua missione in questo mondo…la sua famiglia è molto più grande di quella biologica”. Commovente la dedizione all’obiettivo, raggiunto certo per meriti e non fortuna che comunque aiuta gli audaci, come da proverbio anche in latino: “Audentes fortuna iuvat”. Tra tutti i commenti, panegirici, ringraziamenti per onorare la memoria del grande vecchio mi colpisce la veglia silenziosa dei 15 dipendenti in pensione che non hanno voluto lasciare solo il padrone durante il suo ultimo viaggio. A mio dire ha qualcosa di reverenziale e speciale che testimonia tutto: stima, gratitudine, simpatia, amicizia… continuità di valori. Il massimo che una persona possa aspirare in terra. Mi fa pensare alle sepolture antiche, piene di patos e riverenza. Non per nulla nei libri di storia, l’alba delle civiltà è sempre legata alle tombe. In questo caso di un grande, ma anche per chi è trapassato senza onori, il saluto definitivo suggella un legame destinato a mutare, conservando però nella memoria dei sopravvissuti l’eredità spirituale e materiale del defunto. Per un congedo che è anche continuità.
