L’ Amaryllis svetta verso il cielo, tanto che non è stato facile fotografarlo. L’altezza spropositata dei due fiori rossi vuole ricordarmi che il loro proprietario sta in cielo, ma il fiore chiuso che si intravede nello stelo più corto allude ai suoi cari che sono in terra. Mi permetto di inserirmi tra loro. Lui è Luigi, un amico che se n’è andato alla chetichella alla vigilia di Natale. La modalità della sua dipartita mi fa tornare in mente la canzone L’ Arcobaleno, di Mogol, composta per la morte di Lucio Battisti e interpretata da Celentano: un viaggio d’urgenza che impedisce di salutare gli amici, ma suggerisce le strade alternative per rincontrarsi: le foglie, il vento, l’arcobaleno… l’Amaryllis! Luigi conviveva con gli esiti di un ictus ed ultimamente trascorreva buona parte del tempo a letto, assistito dalla moglie e in compagnia degli amati gatti. Eppure, quando andavo a trovarlo mi chiedeva sempre di raccontargli qualcosa di bello, richiesta che mi disorientava perché succedeva che fossi a corto di buone notizie. So che leggeva le mie poesie e ne ha anche imparate a memoria! È stato lui a darmi l’idea di un calendario con foto scattate a fiori e paesaggi, realizzato l’anno scorso. Credo ammirasse il mio lato letterario, che lo portò alla presentazione di una mia opera (forse più di una). Sono stata sua ospite a pranzo in diverse occasioni…ed anche nel suo appartamento al mare a Caorle, dove una sera quando tolsero la corrente, nel terrazzino composi la poesia Voci del Mare. Apprezzavo in lui la semplicità e la tenacia dell’uomo costruitosi da solo, che richiamava spesso le origini umili e i sacrifici compiuti fin da ragazzo per meritarsi il benessere materiale, non disgiunto da un accumulo di valori. Caro Luigi, anche se non ho potuto dirti addio ti ringrazio di avermi considerato una persona vicina alla tua sensibilità. Di certo non ti dimenticherò. E cercherò di trovare qualcosa di bello anche nelle giornate grigie, secondo la tua costante richiesta.
Autore: Ada Cusin
Il giorno di Mattarella
Seguo in diretta la cerimonia per l’insediamento del Presidente della Repubblica, che si appresta a rivolgersi al Parlamento in seduta congiunta e ai Rappresentanti delle Regioni per il secondo mandato. Emozionante seguire il percorso in macchina, affiancata dalla scorta dei carabinieri motociclisti, come sarà altrettanto al ritorno per le belle piazze romane, blindate per l’evento. Lo accolgono la presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, sempre elegante, con la mascherina rosso geraneo in tinta con gli orecchini, e il Presidente della Camera, Roberto Fico. Mattarella parla ininterrottamente per quasi quaranta minuti, in piedi come da protocollo, senza mai accusare stanchezza, né bere, fermandosi qualche minuto in concomitanza degli applausi, che si susseguono frequenti. Si saprà alla fine che sono stati 55. Tempra invidiabile di un ottantenne lucido, a tratti timido, ma molto determinato. Sono orgogliosa che sia lui a rappresentare l’Italia nel mondo, che già ha avuto modo di apprezzarlo durante il precedente settennato. Scommetto che si è scritto da solo il testo del lungo discorso, senza dimenticare nessuno: donne, giovani, disabili, immigrati, operatori sanitari, forze dell’ordine, scuola… la scomparsa di Monica Vitti, ma anche di Lorenzo Parelli, lo studente friulano morto in fabbrica l’ultimo giorno di stage, puntando sulle parole “dignità” e “coscienza”, con un’apertura al futuro. Verso la fine del discorso che Monica Maggioni, presidente della Rai e direttrice del Tg1 definisce “potente”, cita le parole sulla speranza di David Sassoli, ex Presidente del Parlamento Europeo recentemente scomparso: speranza che compete a tutti, quale chiave per “costruire un’Italia più moderna, aperta…con la forza della cultura, dell’educazione e dell’esempio”. A proposito della cultura, all’inizio il tenace Presidente aveva affermato che la cultura non è un elemento superfluo ma costitutivo della persona, enunciato che mi trova pienamente d’accordo. Alle 16.10 Mattarella conclude con “Viva la Repubblica, Viva l’Italia” e noto che infila la mano sinistra in tasca. Ingenuamente suppongo che prenda una caramella per umettarsi la gola…invece estrae la mascherina, che indossa per il seguito delle operazioni, tra cui la rassegna dei reparti e infine la deposizione di una corona d’alloro all’Altare della Patria. Viene suonato il Silenzio e nel cielo sfrecciano le Frecce Tricolori. Dall’alto viene ripresa la bandiera che si muove lieve, come una carezza sul futuro appena iniziato del secondo mandato di Sergio Mattarella e dell’Italia che verrà. Doppi auguri!!
Addio a Monica Vitti
Anche Monica Vitti se n’è andata. A novant’anni, di cui oltre quaranta dedicati al cinema dove ha dato il meglio delle interpretazioni, da quelle comiche a quelle drammatiche. L’ho apprezzata in diversi film, ma di lei ho bene impressa la voce roca, a mio dire sensuale e accattivante, “sgranata”. Musa di vari produttori cinematografici e partner di attori famosi, si era ritirata dalle scene molti anni fa, a causa di una malattia degenerativa. Ed è qui che si concentra il mio dire: un’attrice si cala nei panni di diverse persone e alla fine della vita non sa più chi è, costretta a cedere il testimone della sua identità a un male insidioso che non guarda in faccia a nessuno. Mi viene in mente il romanzo Uno nessuno centomila di Pirandello (1926), che ne sapeva qualcosa della malattia mentale, per via della moglie che ne era affetta, tanto che l’ha considerata nei suoi scritti. D’altronde l’argomento della malattia neurovegetativa è stato considerato anche da film piuttosto recenti come Still Alice, The Father, Ella e John che ho visto al Cineforum in paese prima della pandemia. Approfitto per dire che mi manca molto quell’appuntamento, che era un’occasione per riflettere, ma anche per piacevolmente incontrarsi e scambiare quattro chiacchiere. A Novella che egregiamente se ne occupava va il mio grato pensiero, permeato di nostalgia. Tornando alla regina della commedia italiana, che aveva accumulato numerosi e prestigiosi premi, singolare che la sua attitudine alla comunicazione – caratteristica di ogni attore – sia stata messa a tacere dall’ Alzaimer. Il che mi persuade che siamo tutti attori, più o meno consapevoli, nel palco della vita.
2 febbraio 2022
Se un detto popolare su febbraio non mente, oggi, festa della Candelora, dovremmo essere fuori dall’inverno. Infatti è una bella giornata, c’è il sole e fuori si sta bene. Immagino che ieri in Sardegna fosse altrettanto e fosse temperatura anche più invitante per uscire. È quello che deve avere pensato la giovane mamma che a Cagliari spingeva il passeggino col figlio Daniele di 15 mesi ed è stata investita da uno scooter in prossimità delle strisce pedonali, con esito devastante: bimbo morto sul colpo. L’investitore, sulle prime fuggito, si è consegnato ai carabinieri, dicendo che non aveva visto la donna: accusato di omicidio stradale e omissione di soccorso. Ogni giorno si registrano disgrazie sulle strade, ma che la vittima sia un bambino che appena sapeva camminare mi pare insopportabile. Non oso immaginare il trauma della madre che se lo è visto strappare dalla violenza della moto pirata e scaraventato a distanza col passeggino. Tra l’altro, il padre dello sfortunato piccolo è un vigile del fuoco nato in Russia, stabilitosi nell’isola con la famiglia: chissà quanti interventi di salvataggio avrà effettuato…e deve subire una perdita così assurda, non imputabile al brutto tempo che non c’era, né a un mancamento dell’autista del mezzo, o all’incuria della madre, ma alla velocità e all’imprudenza assoluta di chi sulla strada si comporta come un bisonte. Chissà che belle cose avrebbe fatto in vita il piccolo Daniele, quante soddisfazioni avrebbe dato ai genitori, che adesso lo piangeranno per sempre. Lo zio del bimbo dice: “Nessuno ci ridarà Daniele ma voglio giustizia”. Come dargli torto? Anche se abbiamo una legge che considera certi comportamenti al pari di omicidi, non mi sembra che la coscienza (ma sarebbe più appropriato parlare di incoscienza) di chi guida sia adeguata allo stare in strada, rispettando gli altri e le regole della circolazione. Forse le sanzioni sono troppo leggere, e di converso è troppo elevato l’indice di inciviltà. Pochi anche i controlli. Bisognerebbe partire da lontano. Contenta di sbagliarmi.
Velo sì, velo no
Curioso: scopro che oggi è La Giornata Mondiale del Velo, creata per combattere ogni forma di discriminazione. Aderisce all’iniziativa anche l’associazione palermitana donne islamiche FATIMA. In questa occasione, le donne rivendicano il diritto di indossare il velo islamico, senza essere perseguitate né discriminate. Di fatto si celebra da 7 anni in 140 Paesi del mondo per dare coraggio alle donne di tutte le religioni che lo indossano. Ne prendo atto e recupero la parola iniziale “curioso”, dal momento che varie leggi nei Paesi occidentali vietano di coprirsi il capo per motivi di sicurezza. Non mi addentro nell’argomento del velo sì o no e dico che la dedica della giornata mi ha attratto, pensando a mia nonna Adelaide, tenace friulana che portava sempre un copricapo annodato sulla nuca, non credo per motivi religiosi. Poi ricordo anche mia madre, che negli Anni Cinquanta entrava in chiesa col velo annodato sotto il capo. Anche le donne più giovani o più grandi di lei facevano altrettanto. Finché il velo ha ceduto il posto al foulard, che non è proprio la stessa cosa. Inevitabile pensare alle spose del passato e/o di alto rango con lo strascico, che mi fa venire in mente una mia poesia, composta anni fa e premiata, dove paragono le radici sviluppatesi in acqua del giacinto al velo da sposa. La poesia è intitolata Giacinto Blu ed è contenuta nella raccolta Natura d’Oro. Riporto la prima strofa: Nella boccia di vetro/ho spiato/le radici avvolgenti/distendersi/come velo da sposa. La commissione del Premio Letterario così motivò: “Lo svilupparsi delle radici nella trasparenza del vetro rivela il magnifico divenire della natura e della vita, nel gioco dell’intravedere che richiama il ruolo del velo da sposa”. Le parole trasparenza e divenire, simboleggiate dal velo mi inducono a ben sperare che si stia lavorando per una società migliore, dove non conti l’apparenza ma la sostanza delle persone, mediata o meno dal velo.
Ennio
Ho visto in anteprima Ennio, il film documentario di Giuseppe Tornatore, dedicato a Ennio Morricone. È una specie di biografia in musica che ripercorre la vita e le opere del compositore, dall’esordio fino al premio Oscar, con interviste, registrazioni, spezzoni tratti da alcuni film e filmati vari: due ore e 47 minuti emozionanti che consentono di rivedere opere del passato e apprezzare l’eccezionale bravura di Morricone. Curioso che da ragazzo pensasse di fare il medico, ma il padre trombettista lo avviò al conservatorio, dove Ennio capì quale sarebbe stata la sua strada. Autore di circa 500 colonne sonore, personalmente trovo esaltante quella composta per il film Mission (1986), eccezionale anche per la storia. Avere lavorato per il cinema, gli procurò critiche tanto che fu riabilitato tardi e non credeva avrebbe vinto l’Oscar. Commovente la cerimonia della consegna, dalle mani di Clint Eastwood – altro grande vecchio – quando Ennio dedica la statuetta alla moglie Maria, la sua prima critica e sostenitrice. Dalle testimonianze, egli scriveva musica in una specie di stato di grazia, come se la vedesse nella testa prima di trasferirla sul pentagramma, riuscendo a combinare nello stesso brano musica classica e moderna. Ovvio che fosse tenuto in gran conto da vari produttori, suscitando le invidie di qualcuno. Di temperamento tenero ma determinato, era al di sopra delle maldicenze. Lo si deduce anche dallo sguardo, mite e profondo. Perché lui è la voce narrante dell’opera e fa compagnia allo spettatore per buona parte del docufilm. Alla fine del quale si esce con l’impressione di essere stati in compagnia di una persona veramente geniale.
Mattarella bis
“Se serve ci sono”: queste le parole di Sergio Mattarella, presidente uscente…rieletto alla ottava votazione, risoltasi all’ora di cena verso le 20.20 di sabato 27 gennaio 2022. Segue un lungo applauso al raggiungimento del quorum dei 505 voti richiesti. Mi spiace per il Presidente che aveva il legittimo diritto di riposarsi ed invece generosamente si rimette in gioco, per salvare il salvabile di un Parlamento scombinato che nei sei precedenti giorni non ha dato segni di ragionevolezza. Gli auguro di cuore di non pentirsi di sacrificarsi nuovamente per la “ricucitura” politica. Certo lui è una garanzia, votato con 759 preferenze; tra l’altro ha superato i voti ricevuti nella votazione per il precedente settennato ed è il presidente più votato dopo Sandro Pertini. Cinque minuti di applausi. Comunque le forze in campo dovranno rimboccarsi le maniche, non basta scaricare su di lui le difficoltà di governare il Paese. Ho seguito la diretta su Rai1 e mi sono emozionata all’annuncio, un misto di orgoglio e di pena…mi sarebbe piaciuto un presidente donna, succederà nel prossimo futuro. Per ora è consolatorio che sia andata così. Intanto arrivano le congratulazioni dal resto d’Europa. Bello seguire il viaggio verso il Quirinale nella notte romana. Il rieletto Presidente ringrazia, sottolineando il momento difficile che impone di non sottrarsi agli impegni, forse emozionato e probabilmente preoccupato. Date le premesse e quello di peggio che sarebbe potuto succedere, sono rasserenata dal risultato e onorata che Sergio Mattarella sia di nuovo il Presidente di tutti gli italiani. Forza e coraggio, Presidente! Auguri di cuore!
Una “romantica” trovata
Quando sono dalla parrucchiera, sotto il casco leggo, oppure scrivo. Stamattina ho lasciato a casa il tablet in carica e mi dedico alla lettura del quotidiano la Repubblica di ieri, dimenticato in macchina. Trascuro le prime pagine dedicate alle ormai note e stancanti vicissitudini parlamentari e mi soffermo su un articolo curioso a pag15, di Gianluca Modolo: Il capo come Cupido, il noto dio dell’amore. In Giappone è la app a cercare l’amore tra colleghi d’ufficio. La creatrice China Toyoshima, 36enne di Tokyo, grazie all’intelligenza artificiale stabilisce la compatibilità della futura coppia, favorendo contemporaneamente la crescita dell’azienda. Da considerare che il progetto è stato pensato e realizzato in un tempo complicato dalla pandemia che rende tutti più tristi e distanti. Verrebbe da dire “magnifico”, se non fosse per l’invadenza della tecnologia perfino nelle pieghe più intime delle persone. Insomma, una specie di agenzia matrimoniale sul posto di lavoro per favorire incontri…a chilometro zero. L’ app è già stata scelta dalla Mitsubishi e da altre compagnie, al fine “di rendere i dipendenti felici e di aumentare la produttività sul lavoro”. Se fosse adottata anche da noi, non so cosa ne nascerebbe: di sicuro confusione, ambito in cui siamo campioni. I giapponesi sono molto più obbedienti e ordinati di noi, sempre col fuoco dentro. Può essere che l’app da loro funzioni. C’è anche un preoccupante risvolto statistico: il numero dei matrimoni in Giappone è diminuito del 12,3% e le nascite del 2,8%. Anche da noi i dati sono preoccupanti. Tuttavia mi limito a sorridere, considerando l’aspetto romanzesco della trovata. In ogni caso, per ora i pensionati sono esclusi.
Importanza dei fiori
Oggi sono a corto di notizie, nel senso di buone notizie. Non voglio dare spago alla votazione presidenziale che arranca e colgo l’invito di Pia a parlare di fiori. “Racconta un fiore, il suo profumo, il suo colore. Abbiamo bisogno di fiori”, chiede la mia amica. Già, ma quali, considerata la stagione di riposo vegetativo… finché immagino la copertina del mio futuro libro cui ho dato il titolo DOVE I GERMOGLI DIVENTANO FIORI. Giusto ieri ho inviato tutto il materiale in tipografia, grazie all’aiuto prezioso di Manuel, ivi compresa la foto del dipinto intitolato RURALITÀ POETICA, opera del mio amico Noè Zardo: il fianco di un bianco edificio che potrebbe essere la scuola, accanto un cipresso che simboleggia il maestro, un campo a papaveri che richiama gli scolari, attiguo ad un altro di grano dorato, che allude al raccolto sia materiale che intellettuale. Un quadro simbolico e poetico che rende bene l’idea del sacrificio fruttuoso, che si impara sui banchi di scuola. Del resto Leonardo da Vinci diceva che la pittura è una poesia muta, pensiero che condivido. Dedico il lavoro al mio maestro di quinta elementare, Enrico Cunial, conosciuto anche come Rico Croda che ha incoraggiato la mia attitudine a scrivere fin da bambina. Egli ha rivestito diversi ruoli importanti a Possagno, dove vivevamo entrambi, dimostrandoci alla prima occorrenza reciproca simpatia. Scrivere su di lui mi ha consentito di fare un viaggio nel passato, recuperando persone che non ci sono più, ma anche di riallacciare contatti con ex compagni di scuola, o giù di lì, nel senso più grandi o più piccoli di me. Adesso sarà compito della nota tipografia kappa2 di Loria dare al prodotto la visibilità che merita. Conto di presentarlo prima dell’estate. Quando altri fiori saranno sbocciati, anche quelli del mio giardino, che coglierò per farne colorati e profumati bouquet.
Giornata della Memoria
Non so come onorare questa Giornata della Memoria. Non voglio essere ripetitiva o peggio retorica. Il silenzio mi sembra più adatto di tante parole, per ricordare le vittime delle persecuzioni razziali, ma qualcosa devo pur dire. Cerco tra i libri di scuola uno stimolo, un appiglio… finché l’occhio mi cade sulla borsa di cuoio impolverata che mi portavo a scuola durante gli esami, con i lavori svolti dai miei studenti. Estraggo un giornalino intitolato PENSIERI D’INCHIOSTRO, decorato in copertina da un pennello appoggiato su una tavolozza per pittura. Lo sfoglio e trovo una pagina dedicata nientemeno alle recensioni sui romanzi letti, cinque, uno dei quali è STORIA DI ANNA FRANK, proprio quello che fa al caso mio, non il Diario di Anna Frank, ma una rivisitazione del suo famoso diario, con l’aggiunta di informazioni storiche ed altri dati. Scorro l’indice del fascicolo e in fondo c’è l’elenco della classe, 24 alunni che sono oggi giovani adulti (era il 2009). Ne nomino alcuni: Omar, Edoardo, Benedetta, Gloria, Princesse…Farouk, Marcello, Filippo, l’ultimo dell’elenco, con le firme autografe sulla penultima pagina. Riporto la recensione perché merita: “L’argomento fondamentale è rappresentato dalle vicende personali di Anna durante la segregazione, dovuta alle persecuzioni razziali. È il 1933 e la famiglia Frank lascia la Germania per l’Olanda, che però il 10 maggio 1940 viene invasa dai nazisti. Nell’alloggio segreto dietro a dei magazzini, Anna scrive il suo libro, dedicandolo a un’amica immaginaria, Kitti. Seguono la deportazione e la morte nel marzo 1945”. Una soddisfazione leggere questo omaggio in prosa a una vittima dell’antisemitismo, in rappresentanza di sei milioni di morti. Con la speranza che gli autori della bella recensione non se la siano dimenticata.
