6 maggio, Giornata Mondiale del Colore! Chiunque abbia avuto l’idea – l’Amministrazione Comunale di Parabiago – se non erro, ritengo sia una bellissima idea, perché “I colori ci aiutano a stupirci, emozionarci, ad esprimerci” afferma l’Assessore Benedettelli. Con me è sfondare una porta aperta. Non a caso ho il soggiorno tinteggiato di cinque colori, due dei quali sono i miei preferiti: giallo e celeste, da molto prima di scoprire che sono quelli della bandiera ucraina. Ho cercato di spiegarmelo con una corrispondenza psicologica che attribuisce al celeste un bisogno di pace, mentre il giallo sottintende una propensione energetica. Ricordo che i primi giorni di scuola, durante l’accoglienza per attribuire l’assegnazione dei posti a sedere veniva proposto ai ragazzi un quesito cromatico; in base alla risposta si valutava l’incompatibilità di certi colori e si procedeva a distanziare i soggetti presumibilmente in competizione. La collega che se ne occupava, dati alla mano spiegava anche l’uso dei colori in ambito pubblicitario dove una confezione cartonata di pasta è blu non a caso, perché il blu è un colore che trasmette serenità (chissà se c’entra con le auto blu dei politici…). Certo le tinte fredde sono adottate negli ospedali e credo che nessuno se ne sia lamentato; poi è tutto opinabile. A me non piace il bianco, mi ricorda i camici dei dottori e se non erro credo che geneticamente non esista in natura. Iride, figlia di Titano e della ninfa oceanina Elettra, è la dea greca che annuncia l’arcobaleno; considerata anche la messaggera alata degli dei, ancella di Giunone, regina dell’Olimpo. I sette colori fondamentali visibili nell’arcobaleno sono: rosso, arancio, giallo, verde, azzurro, indaco, violetto. Una vita a colori è senz’altro preferibile a un’esistenza grigia. Perciò evviva i colori!
Autore: Ada Cusin
Non si finisce mai di imparare
Pensavo di scrivere qualcosa riguardo Il cinque maggio di Manzoni, ode scritta nel 1821, in occasione della morte di Napoleone Bonaparte, esule a Sant’Elena. Ma oggi 5 maggio 2022 è giovedì, giorno di mercato in paese e la poesia è arcinota. Inoltre anche il mercato può offrire spunti di riflessione e di condivisione spirituale. Infatti, tornando mi imbatto nella signora Bianca, al braccio di Simona; rimasta vedova di recente, Bianca si premura di ringraziarmi per le parole che ho scritto nel necrologio di suo marito Mario Fabbris, persona bonaria e socievole. È una grande soddisfazione per me poter comunicare tramite le parole, una specie di corsia preferenziale, per arrivare al cuore della gente. Non ne ho io il merito, uso il mezzo verbale a me congeniale per connettermi con gli altri. Mi piace anche parlare, senza fare sermoni. Conosco al mercato diversi commercianti che chiamo per nome: Giordano e Riccardo (fiori), Michela (prodotti casearj), Pier (pesce cotto e crudo), Matteo (semi e piantine da orto). Presso il banco di quest’ultimo, parecchio frequentato, mentre aspetto paziente il mio turno noto un cartoncino con la scritta ‘Speciale per la limonera’, accanto a dei semini bianchi che rispondono al nome di lupini. Ne avevo sentito parlare come di un ottimo fertilizzante, che non ha nulla da spartire con il romanzo di Giovanni Verga I Malavoglia (una povera famiglia di pescatori siciliani); per la cronaca, i lupini sono dei legumi, ma anche dei molluschi. Il buon Matteo mi insegna come trattarli: bollitura di 4/5 minuti in 3/4 litri d’acqua da dare successivamente alla pianta, interrando i lupini. Una ragazza sente le istruzioni e conferma che il trattamento funziona. Non mi serve altro. Torno a casa e procedo. Avanti sera completo l’operazione, sperando in futuri limoni profumati e sodi. Non si finisce mai di imparare.
In ricordo di Alice
Il nome Alice mi evoca contenuti leggeri, credo dipenda dal romanzo di Lewis Carroll “Alice ne Paese delle Meraviglie”. Ho anche avuto qualche alunna con questo nome grazioso, e poi in ambito musicale c’è la cantante, cantautrice, compositrice italiana ALICE (pseudonimo di Carla Bissi (nata a Forlì il 26 settembre 1954), quasi mia coetanea. Chiamarsi Alice ed essere colpita a morte dal fratello, con 17 coltellate, in strada mi sembra ancora più pesante di quanto non lo sia, senza il carico del nome diventato un’aggravante. Lo sento per la trasmissione La Vita in Diretta, condotta da Alberto Matano. Vedo le foto della giovane vittima, una dove indossa scarpe da danza, per cui suppongo praticasse quest’arte. Madre di un bimbo piccolo, era scesa a portare fuori il cane, dove il fratello l’ha aggredita e colpita a morte. Il marito dalla finestra assiste impotente all’omicidio e si barrica in casa per paura che la furia del cognato colpisca anche lui e il figlioletto. Ma si può, dico io, sopprimere una vita così? Lascio alle notizie dare altre informazioni sull’esecutore – immagino squilibrato – del nefando episodio. Pensare che ho sempre sentito la mancanza di un fratello, invidio chi ce l’ha e mi trovo spesso a chiedermi come potrebbe aiutarmi e confortarmi nelle situazioni di emergenza. Sono desolata di dover prendere atto che il male è diffuso ovunque, anche dove per affinità parentale non dovrebbe. Certo è un’eccezione in ambito familiare dove spesso le donne sono vittime dei mariti o dei compagni. Sempre di femminicidio si tratta e la lista delle vittime si allunga vergognosamente. Meglio non averlo, un fratello assassino. Un pensiero pietoso alla vittima di turno e di conforto a chi la dovrà piangere.
In ricordo di Gianna De Paoli
Era il 3 maggio, come oggi, del 2014: una telefonata di prima mattina, in un orario inconsueto da parte di una collega mi informa che Gianna, mia coetanea e collega insegnante di Lettere come me, in classi parallele dello stesso istituto comprensivo di Asolo – plesso di Castelcucco non c’è più. Un infarto l’ha stramazzata sul divano di casa, alla soglia dell’agognata pensione. Avremmo dovuto accompagnare le classi terze in Grappa, in una visita di studio che lei stessa aveva pianificato, uscita che si fece comunque con la morte nel cuore, per portare a compimento una sua iniziativa. Una delle tante, perché Gianna era un vulcano di idee, disponibile a scuola e in paese dove si dava senza riserve per buone cause. Adesso ho un suo ritratto in studio, da dove mi sorride incoraggiante. Anche nelle situazioni problematiche durante i collegi dei docenti o nelle dispute scolastiche sapeva sdrammatizzare, inserendo una battuta o una risata risolutoria. Chissà come avrebbe affrontato la Dad e gli effetti della pandemia…anzi no, perché sarebbe stata in pensione come me. Ma un tipo come lei, tutto dedito alla scuola, avrebbe sicuramente supportato i colleghi in servizio. Aprendo qualche testo di storia, trovo talvolta degli appunti scritti con grafia minuta, o dei biglietti di complimenti che non mancava di fare in occasioni speciali. Sarebbe stata un conforto e una stimolatrice di iniziative durante il periodo del riposo professionale, perché lei non si sarebbe riposata di certo, piuttosto reinventata! Cara Gianna, hai lasciato un segno indelebile, delle impronte inequivocabili che illuminano il tortuoso percorso odierno. Sono certa che i colleghi non ti hanno dimenticato, eri troppo forte! Adesso potranno attingere al tuo insegnamento e al tuo stile di vita, corta ma investita alla grande. Grazie Gianna, ciao!
La bellezza del coraggio
Domenica sera primo maggio rivedo volentieri il film drammatico FELICIA IMPASTATO, del 2016, riproposto da Rai 1, sulla morte di Peppino Impastato, avvenuta il 9 maggio 1978 per mano mafiosa. Fallito il tentativo di farla passare per un incidente terroristico e/o un suicidio, grazie alla tenacia della madre, la verità verrà a galla oltre vent’anni dopo, un paio d’anni prima che Felicia venga a mancare per cause naturali. Intanto complimenti al regista Gianfranco Albano che ha riproposto con sobrietà il tragico fatto; poi un encomio superlativo all’attrice Lunetta Savino, che si è calata alla perfezione in un ruolo altamente drammatico, lei avezza a parti leggere. Quando la tivù offre l’opportunità di riflettere e di documentarsi su eventi della storia contemporanea, mettendo l’odience a margine, mi sento coinvolta e ne approfitto per aggiornarmi. Felicia Impastato è stata una donna di grande coraggio, che ha osato opporsi al potere criminale che le ha strappato il figlio giornalista – che attraverso il suo programma radiofonico RADIO OUT denunciava gli abusi del mafioso Gaetano Badalamenti – e ne ha tenacemente difeso la memoria. Ha incarnato la parte buona del meridione, oppresso da omertà e soprusi, in rappresentanza di tante vittime silenziose. Un plauso anche ai palinsesti che nutrono il senso civile. A proposito, trovo opportuna l’idea di Rai 1 di mandare in onda, il mercoledì sera, film destinati a raccontare donne straordinarie; il prossimo sarà THE WIFE -VIVERE NELL’OMBRA, USA 2017, Drammatico, che ho avuto il piacere di vedere sul grande schermo, per condividere l’affermazione: ‘Dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna’. Senza nulla togliere agli uomini straordinari, che per fortuna non mancano.
La Cultura unisce il Mondo
Durante un’intervista sento Dario Franceschini, Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo parlare dei caschi blu della cultura, operanti in Italia e all’estero. Mi informo: il 31 marzo scorso l’Italia ha infatti istituito con decreto ministeriale i caschi blu della cultura, una unità specializzata da esperti civili e militari, a difesa del patrimonio culturale e per contrastare il traffico illecito di opere d’arte. In realtà l’idea era stata lanciata sette anni fa dallo stesso ministro, quando in Iraq e Siria siti storici erano minacciati dal vandalismo dell’ISIS. Mi pare un’ottima idea, considerata anche l’eccellenza dell’Italia in questo ambito. La Task Force potrà intervenire all’estero, per la difesa del patrimonio culturale dai danni derivanti da svariati motivi, guerra compresa. Potrà operare su invito dell’UNESCO come concordato nel corso dell’ultimo G20 Cultura. Al di là del protocollo ufficiale, mi piace pensare al fermento che si genera attorno alle opere d’arte in zone di crisi: carabinieri, storici dell’arte, studiosi e restauratori…coinvolti nella stessa opera di salvataggio culturale, laddove la cultura è il cuore pulsante di un Paese. Mi attrae tanto questo argomento che vorrei imbastirci attorno una storia, breve o lunga ancora non so, ma con l’obiettivo di affermare la convinzione personale che attraverso le varie espressioni artistiche si trasmette la sensibilità di una nazione. Senza contare che visitare musei, mostre e luoghi d’arte è come andare a nozze con gli artisti, esperienza sospesa durante il lungo lockdown. Da oggi, primo maggio, le mascherine vengono accantonate – non tolte di mezzo – e si riprende la strada maestra verso una normalità consapevole, ricca di bellezza da riscoprire e da conoscere.
Vittime di guerra
La mattina mi sveglio presto, prima delle sette: credo di avere incamerato gli orari di quando andavo a scuola e dovevo essere in servizio prima delle otto. Anche se sono in pensione dal settembre 2015, non sono riuscita a modificare questo standard, che tutto sommato mi sta bene, ma che mi costringe a riposarmi al pomeriggio, anche un paio d’ore. Durante la siesta, seguo volentieri il programma Forum, sempre ricco di storie umane, seguito da un telefilm di stampo poliziesco: questo fino allo scoppio della guerra, oltre due mesi fa. Infatti ora Rete 4 manda in onda ‘Diario di guerra’, che non serve spieghi di cosa tratta. Se giro su LA7 è la stessa cosa, col solo cambio del nome del programma, TAGADÀ, se non erro. Oggi pomeriggio (ieri) la telecamera si è introdotta nella pancia di un palazzo, dove in giacigli provvisori – tende da campeggio – sono ammassati vecchi infermi o quasi, e bambini costretti a un innaturale isolamento. Chi sta fuori, ha le sue ragioni: un’anziana confida commossa al microfono della giornalista che non può abbandonare i suoi gatti e una giovane soldato esprime la rabbia per aver perso l’amica che stava scappando in auto. Col fucile in mano e le lacrime agli occhi confessa di pregare ogni sera per il marito, combattente da qualche parte. Ecco, è questo miscuglio di pietà e di efferatezza che mi disturba, l’assoluta mancanza di una via di mezzo, quella che i letterati latini chiamavano ‘aurea mediocritas’, il non intravedere un porto di quiete. Sapendo che tutto ciò succede nel terzo millennio, dopo due guerre mondiali è profondamente desolante. Vorrei scrivere qualcosa che toccasse le corde dei cuori arrugginiti, ma temo che mi ammalerei. Però non è detto, forse ci provo. In qualche modo devo dare anch’io il mio contributo di solidarietà.
Momento del Glicine
Che meraviglia scrivere sotto la pergola del mio Glicine, col ronzio dei bombi che assediano i grappoli profumati e i raggi del sole che saettano sulla schiena! Da un paio di giorni è gradevole stare all’aperto, pregustando ciò che verrà dalla stagione ancora incerta, ma destinata a diventare bella. Per fortuna i giorni scorsi è piovuto, la terra almeno un po’ si è dissetata. In giardino l’erba è cresciuta e Reginaldo l’ha tagliata. Ha potato anche la siepe, restituendo alla mia casa l’aspetto di una dimora semplice e curata, abitata da una padrona innamorata di gatti e di fiori. Il Glicine gode in questo periodo del suo momento di gloria, ne vedo esemplari dappertutto: abbarbicati su strutture di ferro, attorcigliati attorno a travi e pergolati, tenacemente aggrovigliati alle reti. Storico quello in Bassano, nei pressi dell’ufficio turistico che vale la pena immortalare quand’è in fioritura. Di questa pianta rampicante – ritenuta infestante, un po’ come l’edera – mi piace tutto: colore rilassante, profumo delicato, forma pendula dei fiori. Peccato che non siano adatti a farne bouquet. Originario dell’Asia, il suo nome in greco significa dolce e si riferisce al profumo dei fiori. Protagonista di molte storie cinesi e giapponesi, e anche di una leggenda italiana, mi piace il significato simbolico conferitogli dal buddismo: i grappoli fioriti si trovano nei templi e sono simbolo della luminosità, ma anche della caducità della vita: tutto è in continua trasformazione, perciò si deve apprezzare ogni momento. Viene anche considerando un talismano contro le avversità, da regalare a chi ci sta a cuore. Nei paesi occidentali simboleggia l’amicizia e la disponibilità. Bene, anche oggi la natura mi ha offerto la sua lezione. Mi siedo sotto il mio pergolato di glicine: ammiro i fiori, ne aspiro la fragranza, socchiudo gli occhi…e ho il mio attimo di paradiso.
Ancora una donna super
Un’altra donna eccezionale, campionessa di Aikido a 84 anni, veneziana: Renata Carlon, una figura mitica nelle arti marziali. Me ne imbatto mentre cerco sul web notizie incoraggianti da raccontare. Dettaglio non marginale, l’anziana signora è madre di quattro figli e quando le viene chiesto: “Qual è la cosa di cui va più fiera?” risponde: “Di avere quattro figli e di avercela fatta perché ho iniziato ripromettendomi di non essere la solita mamma rompiscatole, volevo essere diversa.” Quindi il post di oggi è in linea con quello di ieri, con la testimonianza di una protagonista molto più grande, che ha insegnato fino a due anni fa nella sua palestra di Mestre. Poi è arrivata la pandemia. Appresa l’arte dal marito Wassily Grandi, maestro di judo, la sua presenza nel tatami è richiesta tuttora, persuasa che “le donne possono fare tutto” perché dotate di creatività, sensibilità, idee. Insomma, la testimonianza in carne e ossa della sua filosofia di vita, per cui: “Non basta avere l’attitudine ma serve la passione, così scatta l’armonia”. Ecco, per me la parola armonia dice tutto, è la parola più bella del nostro ricco dizionario. Interessante anche la leggenda mitologica di Armonia, figlia di Ares e Afrodite, riportata da Esiodo (poeta greco antico, metà VIII sec – VII sec.
Un’altra grande donna (grande)
Un’altra donna eccezionale, campionessa di Aikido a 84 anni, veneziana: Renata Carlon, una figura mitica nelle arti marziali. Me ne imbatto mentre cerco sul web notizie incoraggianti da raccontare. Dettaglio non marginale, l’anziana signora è madre di quattro figli e quando le viene chiesto: “Qual è la cosa di cui va più fiera?” risponde: “Di avere quattro figli e di avercela fatta perché ho iniziato ripromettendomi di non essere la solita mamma rompiscatole, volevo essere diversa.” Quindi il post di oggi è in linea con quello di ieri, con la testimonianza di una protagonista molto più grande, che ha insegnato fino a due anni fa nella sua palestra di Mestre. Poi è arrivata la pandemia. Appresa l’arte dal marito Wassily Grandi, maestro di judo, la sua presenza nel tatami è richiesta tuttora, persuasa che “le donne possono fare tutto” perché dotate di creatività, sensibilità, idee. Insomma, la testimonianza in carne e ossa della sua filosofia di vita, per cui: “Non basta avere l’attitudine ma serve la passione, così scatta l’armonia”. Ecco, per me la parola armonia dice tutto, è la parola più bella del nostro ricco dizionario. Interessante anche la leggenda mitologica di Armonia, figlia di Ares e Afrodite, riportata da Esiodo (poeta greco antico, metà VIII sec – VII sec. a.C.) nella sua Teogonia. È nota anche come la dea dell’amore romantico, dell’armonia e della concordia. Tra antico e moderno c’è da stare freschi, lo dico con simpatia, convinta che c’è sempre da imparare qualcosa, ovunque si attinga. Gli esempi ci sono: basta valorizzarli.
