Addio ad Astro

Stamattina attraverso il mercato locale senza fermarmi, per dirigermi in farmacia dove chiedere un aiuto contro mal di pancia, sicuramente legato alla quantità esagerata di frutta ingerita, albicocche in testa. Non farò più marmellata per il resto dei miei giorni, un frutto tira l’altro e il mio intestino delicato ne risente, eccome. Sono mortificata di dover rinunciare a un pranzo di pesce con le mie amiche Adriana a Lucia, ma sarebbe controproducente negare il disturbo che, accompagnato al caldo, mi sta mettendo…fuori servizio. Il povero Astro sta combattendo la sua battaglia per la sopravvivenza, ma intravedo la fine. Sto passando in rassegna il giardino, per identificare il luogo dove andrò a breve a salutarlo. Diciotto anni di convivenza meritano considerazione e desidero che le sue spoglie rimangano vicine, come è capitato quattro anni fa per la mamma Luna, il magnifico Sky, la dolce Puma, la persiana Micia ereditata da mamma, un certo numero di uccellini. A dirla tutta, avevo pensato che un domani, quando arriverà la mia ora, mi piacerebbe restarmene a casa mia, in un’urna cineraria magari sotto il glicine o in un angolo riservato del giardino. Può essere che lasci disposizioni al riguardo, oppure no. Spero di avere tempo per pensarci. Credo di essere a tre quarti del percorso che è stato intenso e realizzato secondo i miei desideri. Intendo investire il tempo che rimane, facendo ciò che mi piace di più, in compagnia di gatti e di fiori. Credo che anche il blog mi offra una buona occasione per esprimermi e sintonizzarmi con lettori e commentatori. Peccato che ci siano delle comparse che spariscono ma c’è anche chi si aggiunge: c’è posto per entrare e per uscire. Però la fedelissima merita un encomio: grazie Lucia, stiamo scrivendo a due mani!

Futuro incerto

Durante la trasmissione pomeridiana Diario di guerra su Rete 4 sento che la Russia ha diffuso un ‘Elenco disertori’ per acquisire armi dagli Ucraini, eventualmente disposti a disertare, in cambio di benefit vari. Cioè l’aggressore offre, per così dire, collaborazione al nemico aggredito. Provabile che sia ingenua, l’argomento guerra non mi è congeniale e il dietro le quinte mi fa paura. Tra l’altro siamo quasi al quinto mese di guerra (iniziata il 20 febbraio scorso) e non si intravede la fine del conflitto. I problemi si stanno moltiplicando e il futuro non appare certo roseo: razionamenti, rincari, forse recessione…senza contare il possibile ritorno delle mascherine! Io sono in fascia sessanta e quindi dovrei provvedere per il quarto vaccino, anche se non mi considero fragile e a rischio complicazioni sanitarie. Ho fatto il terzo vaccino l’ultimo dell’anno. Ho una vita di relazione contenuta, esco con la mascherina in tasca per le emergenze legate a eventuali assembramenti, ma non riesco a metterla per andare al bar o al supermercato, dove anzi è meglio indossare la giacca o il golf, a causa dell’aria condizionata nemica delle ossa. Ne parlo con cognizione di causa, visto che dieci giorni fa sono stata al Tosano di Pederobba dove faceva decisamente freddo! Due clienti più previdenti di me indossavano la giacca a vento, io mi sono sciolta i capelli ma non è bastato: comparsi dolori cervicali e capogiri, risolti da poco. Contavo di segnalarlo ai titolari, ma risolverò provvedendomi altrove dei prodotti che mi servono. Tra l’altro dovremo prepararci all’economia di guerra, oppure legata alla guerra: quindi meno consumo di gas, elettricità, materie prime…alla fine forse saremo meno spreconi. Con guadagno in termini di soldi, salute e benessere.

Un gatto per amico

Di media ho sempre avuto tre gatti in contemporanea. Va da sé che il numero si modifica con l’uscita di scena di un elemento. L’ultima volta, un anno fa mi lasciò Puma e prima di lei la Micia di mamma (avevo dedicato a entrambe una poesia), così dovevo reintegrare il numero perfetto (secondo Dante). La cosa è avvenuta sei settimane fa, con l’ingresso di Fiocco e Pepe, di madri diverse ma nati nello stesso ambiente e molto legati tra loro. Fiocco è un maschio vivacissimo, di colore miele. Quando lo sgrido (si fa per dire) fa le fusa, ma anche solo a parlargli. Pepe è bianca e grigia, un po’ più minuta, ma con grandi occhioni: ronfa a intermittenza, in maniera diversa dal suo amico. Dormono e mangiano molto (minimo cinque volte al giorno) e di sera fanno il cinema, cioè si rincorrono come pazzi, scalando le vecchie poltrone del salotto, rovesciando tutto ciò che incontrano. Incredibile la forza che hanno a due mesi e mezzo di vita. Da un paio di giorni li autorizzo a stare in giardino, perché esplorino il territorio. Pepe è salita sul ciliegio ed era in difficoltà per scendere: le ho offerto l’ombrello chiuso come scaletta. Fiocco è il briccone che ha trascorso l’altra notte fuori casa, lasciandomi in ansia. Quando corre è così veloce che la coda si ingrossa, a mo’ di timone! È stupefacente l’energia e la curiosità che governano queste piccole creature, che ci insegnano a godere del tempo presente per una piccola cosa: un filo d’erba, un pezzetto di carta, una penna. Ah, sono entrambi affascinati dalla pattumiera e dalla scopa (forse è un messaggio di ravvedimento per me). Animali domestici ma indipendenti, sono protagonisti in varie espressioni artistiche e anche buoni soggetti per la reclame di svariati prodotti. Mi vengono in mente ora due poesie: La gatta, di Umberto Saba: “La tua gattina è diventata magra/Altro male non è il suo che d’amore ” e Il gatto, di Charles Baudelaire: “Vieni sul mio cuore innamorato, mio bel gatto:” Pablo Neruda, nell’Ode al gatto lo definisce “poliziotto segreto delle stanze”. Gatto, il mio alter ego.

Passioni e lezioni

Una delle più brutte pagine di storia delle nostre montagne: così si è espresso il Presidente del Veneto Luca Zaia, riguardo la tragedia successa domenica scorsa sulla Marmolada. Pare che sarà aperta un’inchiesta per disastro colposo. Una sopravvissuta, Alessandra De Camilli, 51 anni che ha perso il compagno Tommaso Carollo, 48 afferma che non ce l’ha con la montagna, ma col destino e questa mi pare la posizione più giusta da prendere. Dall’ospedale dove è ricoverata con fratture multiple rende onore al suo compagno di vita e di sport, dicendo: “Tommaso è morto salvandomi la vita”, perché le ha fatto scudo col suo corpo, mentre la frana scendeva vorticosa, inglobando uomini cose, seminando dolore e morte. Averla protetta, “È stato il suo ultimo gesto d’amore”. Leggendo l’articolo stamattina sulla disgrazia piombata addosso a questi due ‘ragazzi’, mi sono commossa, perché è già abbastanza raro condividere passioni e tempo libero. Un vero peccato privare una persona innamorata del suo partner. Il che vale anche per le altre coppie vittime della voragine di ghiaccio: coniugate, affratellate… e dicasi lo stesso se qualcuna era da sola. Se ricordo bene, la parola sorte (o fato/destino) in latino si accompagna a due aggettivi, buona o avversa che la dicono lunga. Ognuno di noi ignora a quale dei due è legata la propria esistenza, finché non lo scopre “sbattendoci il muso”. Non siamo preparati all’imprevisto. Quando la fatalità sconvolge le carte, restiamo basiti e increduli: cerchiamo i responsabili di disastri che avevamo potenzialmente sotto il naso e che non siamo riusciti a decodificare. Chissà cosa direbbero le 11 vittime della montagna, strappate violentemente agli affetti e alla vita: ci consegnano la loro morte, affinché possiamo trarne una lezione.

Bellezza da ammirare e frutta da gustare

Per fortuna non uso più la sveglia da quando sono in pensione, salvo necessità. Il risveglio avviene spontaneamente, oppure indotto da un rumore esterno, tipo le incursioni di Fiocco sul letto, come successo stamattina prima delle sei. Se lo sgrido, il simpatico micetto se la ride e fa le fusa. D’altronde ha trascorso ieri la sua prima notte fuori casa ed è più rassicurante sapere che c’è, anche se disturba fuori orario. Così mi alzo presto e alle otto sono quasi stanca: foraggiati gli animali, raccolte le ultime albicocche e una decina di susine, decido di andare al bar in compagnia di Lucia che abita lungo il tragitto. Strada facendo, ho il tempo di scattare un paio di foto: a un ibisco color corallo, simbolo dell’estate e a dei gladioli bianchi in compagnia di fiori rosa di cui non conosco il nome. La bellezza è gratuita e io ne approfitto, perché mi fa stare meglio. Purtroppo il mio giardino è abbastanza spoglio, non so se i gladioli siano in ritardo oppure non sbocceranno affatto…la siccità potrebbe aver isterilito il bulbo. È un’estate più favorevole alla frutta che ai fiori, tanto che devo inventarmi qualche soluzione per smaltire le albicocche, di cui ho già fatto una trentina di vasetti di marmellata, tre/quattro litri di succo di frutta (ovviamente all’albicocca), i muffin con ripieno della stessa marmellata, poco fa la macedonia, estesa ad altra frutta che matura troppo in fretta. Ho le mani morbide, dopo avere sbucciato quantità notevoli dei deliziosi frutti dorati. L’intenzione è anche di provare a fare il gelato, pur senza gelatiera. Mai avrei immaginato di dedicarmi tanto all’impiego delle albicocche: lo faccio per la pianta e per una mia proiezione nella stessa. Ha sofferto caldo e freddo, gelate e potature scorrette, poche attenzioni e zero concime. Sembrava destinata all’esaurimento…e invece quest’anno ha prodotto una quantità di frutta inimmaginabile. Credo si possa parlare di resilienza a oltranza. Un modello da seguire.

Trasversalità del male

Se vincessi un viaggio con meta a scelta, andrei in Giappone. È una simpatia che viene da lontano: da bambina, per un carnevale in maschera indossai il costume di una geisha che alternavo a quello della zingara (la fatina mi stava proprio antipatica). A scuola, durante l’ora di geografia trovavo affascinante il lontano Paese del Sol Levante che anche più tardi, da dietro la cattedra proponevo ai miei studenti, mettendo in risalto spirito di sacrificio e rispetto per le tradizione dei nipponici, un modello in cui convive pacificamente il moderno con il passato. Non a caso, in giardino ho un ciliegio giapponese e mi attrae l’ikebana, l’arte di disporre i fiori in vaso secondo criteri estetici e simbolici, ma anche quella di comporre brevi versi chiamata haiku, nata in Giappone nel XVII secolo e sperimentata in classe. Questa premessa, per introdurre il fatto di cronaca nera che ha funestato la nazione: l’omicidio dell’ex premier del Giappone Shinzo Abe, 67 anni, tra i leader più influenti del dopoguerra che è stato accoltellato !durante un comizio. Gli uomini in vista sono a rischio anche lì dove, da qui, pare che tutto funzioni alla perfezione. Mi spiace dover riconoscere che non è così e che il male è trasversale. Tuttavia mi ha molto colpito sentire dalla tivù che la madre ultranovantenne della vittima ha saputo della disgrazia dai media, com’è successo da noi in altre drammatiche circostanze. Immagino che sopravvivere a un figlio, per di più ammazzato sia tremendamente doloroso: penso alla madre del giudice Paolo Borsellino, quando successe da noi e ad altre madri, comprese quelle private dei figli in Ucraina e in Russia. Allorché mia nonna Adelaide credette morto il figlio primogenito Geremia nell’affondamento dell’Andrea Doria, si chiuse nel mutismo per anni, finché lui non ritornò sano e salvo. Per dire della somma di ferite sopportate dalle madri (da estendere ovviamente a mogli e figli) che mi fanno tanta più pena quanto più sono avanti con gli anni. Perciò abbraccio idealmente la madre del primatista assassinato, cui va tutta la mia pietà, congiunta con il cordoglio per una vita insensatamente rubata.

Congedi

Tanti saluti all’anticiclone africano e a Boris Johnson, il premier britannico che si è dimesso, travolto dagli scandali. Non credo ci sia un nesso tra i due fatti, sono io che li accomuno, per contemporaneità. Comunque, a pensarci su un attimo, qualche connessione la trovo. Non se ne poteva più di temperature torride durate l’inverosimile, come gli Inglesi delle bizzarrie e cadute di stile dell’eccentrico politico, pare gran conquistatore di cuori femminili, in barba all’aspetto, a mio dire per nulla attraente (il che dovrebbe incoraggiare chi non può contare su un phisique du role = aspetto fisico adatto alla situazione). Ma si sa che “Non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace”; chiudo la parentesi Boris Johnson e ritorno all’anticiclone, che tormenti ne ha dati parecchi. Forse il peggio dell’estate appena iniziata è passato (scusate il gioco di parole), ma temo avremo ancora modo di lamentarci del clima che si sta tropicalizzando, causa le nostre disattenzioni, per non dire di peggio. Per oggi è concessa una tregua: sono tornata a scrivere sotto il glicine, da dove osservo tremolio di foglie e benefiche zone d’ombra, con mirabile temperatura sui 25 gradi alle tredici. Le cicale friniscono impazzite dalle chiome dei vicini Noci e i miei canarini hanno ripreso a cantare sotto l’atrio, ancora per poco in ombra. A breve, quando il sole inonderà questa porzione di casa, ritiro la voliera con i cinque canarini. Anche i pennuti si congedano dal pomeriggio assolato.

Vitalità del mercato

Mezzogiorno: suonano le campane e friniscono le cicale in via dei Tigli, a due passi da casa. È una musica che mi piace, appena interrotta dal rombo di un aereo nel cielo che si sta annuvolando. Stamattina sono stata al mercato locale, per comperare esclusivamente frutta, sistemata in una cassettina che fa bel vedere: pesche, peschenoci, saturnie, ciliegie di Vignola, uva…in attesa che maturi quella mia, varietà fragola che quest’anno promette bene. Quasi esaurite le mie albicocche, raccolgo ora le more di rovo, squisite se si staccano al tocco delle dita, come deliziose sono le susine viola, varietà gocce d’oro. Non mi ero accorta di avere diversi frutti a portata di mano, il cui gusto è impareggiabile, al confronto di quelli acquistati al supermercato. Si salvano i prodotti delle bancarelle, mediati dalla simpatia che si instaura tra cliente e commerciante. Ho chiesto a Matteo se i lupini, miracolosi per la ripresa della limonera funzionano anche per altre piante da recuperare…ma pare di no. Informo Riccardo che il cornus florida, messo a dimora un paio d’anni fa ha nuovamente le foglie secche: segno che non l’ho bagnato abbastanza; peccato, aspettavo la fioritura dei bellissimi fiori rosa. Al banco dei latticini chiedo a Michela come posso fare il gelato gusto albicocca, data la materia prima che mi fornisce la generosa pianta. Insomma, è un giro tra i banchi che vale come una lezione, da applicare poi a casa. Non mi manca il mercato di Bassano del Grappa, frequentato il giovedì di anni passati. Né quello multietnico e più comodo di domenica a Crespano del Grappa: adesso ce l’ho a due passi da casa e, a ben considerare, anche dentro casa: non mi manca nulla, anzi la riproposta di colori, odori, sapori è anche più apprezzata quando è a chilometro zero. (senza contare il risparmio di benzina e la salute che deriva dalla camminata veloce, come raccomanda la dottoressa Graziottin dalla sua rubrica)

Fiori recisi

Stamattina mi dedico alla pulizia dei fiori, in sofferenza anch’essi a causa del grande caldo. Quelli in terra non sono sbocciati, temo che i bulbi abbiano risentito del secco inoltrato, meno che per un paio di gladioli che ho immortalato. I gerani – talee fatte da me – resistono sotto il portico, in compagnia di una pianta di incenso, data per morta ed invece rinata. Mi piace strofinarne le belle foglie che rilasciano un profumo di chiesa e allontanano gli insetti. Le piante verdi alloggiate dentro si sono adattate all’ambiente e mi preoccupano meno. Sul davanzale a nord da un paio di mesi, in un cestino albergano due piccole piante di kalanchoe, una rosa e una gialla, che hanno prodotto un’infinità di minuscoli fiorellini. Molti sono appassiti e con le forbici cerco di eliminarli, per consentire eventualmente alla pianta madre un’altra fioritura. Mentre mi applico con cautela, non so perché mi viene in mente di paragonare le tracce dei minuscoli fiori alle tracce dei reperti materiali sparpagliati sul ghiacciaio, appartenuti alle vittime della sciagurata spedizione sulla Marmolada. Di alcune vittime sarà impossibile recuperare le salme e perfino oggetti personali, inghiottiti per sempre dalla voragine impazzita. Non so come i familiari potranno rinunciare a piangerli in una tomba dove andarli a pregare, come consuetudine. È successo per altre tragedie, in mare ad esempio. Idealmente destino ogni piccolo fiore reciso alla memoria delle vittime della montagna, recuperate o intrappolate per sempre nel cuore della regina delle Dolomiti, irraggiungibile cimitero contemporaneo.

Le cicale non c’entrano

Data la stagione, pensavo di scrivere attorno alle cicale, per me simbolo di gioiosa vitalità. Forse influenzata dalla favola La cicala e la formica, di Esopo nutro simpatia per l’insetto canterino, cui vorrei assomigliare mentre l’operosa formica mi ricorda chi lavora troppo, a scapito di altre attività. La pensava come me Gianni Rodari, in una sua gustosa rielaborazione: “Chiedo scusa alla favola antica/se non mi piace l’avara formica./Io sto dalla parte della cicala/che il più bel canto non vende, regala”. Però il titolo dell’intervista concessa da Mauro Corona e letta stamattina sul quotidiano Il Gazzettino mi fa ricredere. Il famoso scalatore e artista di Erto, in sostanza dice che abbiamo fatto troppo le cicale e adesso ne paghiamo le conseguenze, in relazione alla tragedia successa sulle Dolomiti. Naturalmente l’insetto canterino non c’entra nulla, il paragone serve a smuovere chi avrebbe potuto impedire la tragedia, peraltro annunciata e probabilmente sottovalutata. È noto da tempo che i ghiacciai si stanno sciogliendo, tempo cinquant’anni e potrebbero sparire. Sommato ad altri, il fenomeno è un effetto collaterale del riscaldamento, causato dall’industralizzazione selvaggia. Chissà che i grandi della terra si accordino per trovare trategie di contenimento, anche per chi non considerava il problema… Appellandomi al proverbio: “Non è mai troppo tardi” (che è stato anche un film, un programma televisivo, un singolo di Federico Rossi) mi auguro che la ragione prevalga sugli interessi privati e che il buonsenso alla fine trionfi.