L’uomo è come un filo d’erba…

Le morti sono tutte dolorose, specie se le vittime sono giovani sane e belle, con tutta la vita davanti. Mi riferisco all’incidente successo a due passi da casa, a Pieve del Grappa, le prime ore del giorno di Ognissanti. Lo so da una collega e poi lo sento per telegiornale. Vittima una 22enne, con bellissimi occhi azzurri, incautamente messasi per strada a piedi da sola di notte, dopo aver litigato con il fidanzato, insieme al quale aveva trascorso la serata. Miriam Ciobanu è il suo nome, studentessa del vicino comune di Fonte. L’investitore, alla guida di una Audi A3, è un suo quasi coetaneo di San Zenone; il 23enne stava rientrando a casa, dopo aver passato la serata ad una festa di Halloween. Sottoposto agli accertamenti del caso, è risultato positivo ad alcol e droga; di conseguenza arrestato per omicidio stradale aggravato. Particolare che rende ancora più dolorosa la vicenda: dopo il diverbio, di notte la giovane aveva chiamato il padre al cellulare, senza esito. Dopodiché si è incamminata verso casa, lungo la strada senza marciapiede da cui sarebbe sbucata all’improvviso, forse per farsi dare un passaggio. Sia come sia avvenuta la dinamica, si contano sessanta le vittime nel Trevigiano da inizio anno. Sono interdetta. Mi torna in mente un pensiero di Blaise Pascal (1623 – 1662) che da ragazza mi aveva colpito: lo avevo ricopiato su un cartoncino, fissato poi sopra il letto per non dimenticarlo: l’uomo è come un filo d’erba ma pensa. Ovverosia è paragonato a una canna pensante. Che purtroppo si spezza con un nonnulla.

Ognissanti

Oggi, martedì primo Novembre percepisco aria di festa, come se fosse domenica. D’altronde è la giornata di Ognissanti, approfitto per fare gli auguri a chiunque li riferisca al suo santo protettore. Angeli e santi sono i protagonisti della festività odierna, in compagnia dei defunti, la cui commemorazione cade domani. Siccome sono di buonumore, mi dedico alla realizzazione dei muffin con pere e cacao, che è un ingrediente utilizzato per fare il pane dei morti, che mi è rimasto impresso da quando mi venne offerto a scuola, durante il mio primo servizio. Le sue origini si perdono nel tempo. Pare che già gli antichi greci offrissero un precursore di questo dolce a Demetra, dea delle messi, per ingraziarsela. Si tratta di un dolce della tradizione contadina, fatto con ingredienti di facile reperibilità, tipo frutta secca, biscotti secchi sbriciolati, cacao. Di certo la sua storia è legata alle credenze popolari: ad esempio a Milano, anticamente si credeva che le anime dei defunti, una volta l’anno tornassero nelle case dove avevano vissuto; come omaggio al loro spirito, in tavola veniva messo questo dolce. Un lontano cugino del pane dei morti si trova in Messico, il pan de los muertos, una pagnotta aromatizzata con anice e acqua di fiori d’arancio, con una croce incisa sulla superficie. Al di là delle varie ricette e delle relative tradizioni, è bello l’auspicio che le anime dei morti possano connettersi con i vivi. Anche i cimiteri in questi giorni sono oggetto di particolari cure, un invito al raccoglimento e alla preghiera, valori sempre da sostenere, talvolta screditati proprio in prossimità dei luoghi sacri (abitando vicino al cimitero, constato che spesso la parte retrostante viene usata di pomeriggio/sera per scorribande rumorose in motocicletta e ritrovo di giovani chiassosi). Ritengo che la morte vada rispettata tanto quanto la vita, essendone la naturale conclusione. San Francesco docet (insegna).

Convivio

Ultima domenica d’ottobre. Pranzo fuori casa, a Seren del Grappa, all’agriturismo Albero degli alberi, gestito da Leonardo Valente, mio ex compagno di Liceo, dove ogni sasso e ogni porta trasudano impegno e poesia. Ci troviamo in 12 (come i dodici apostoli), alcuni nuovi di zecca, nel senso che non erano presenti al precedente incontro del mese scorso e non li vedevo… più o meno dalla Maturità! Mariuccia ha conservato la fisionomia di quand’era ragazza, Ernesto ha mutato il colore dei capelli, da scuri a bianchi che gli conferiscono autorevolezza. C’è una “infiltrata”, Adriana che mi accompagna, interessata alle rocce e alle attività naturalistiche e didattiche dei padroni di casa. Dei restanti, mi piace sottolineare lo spirito vivace e cordiale, che alleggerisce l’atmosfera. La giornata è splendida, il posto bellissimo, la struttura sembra incastrata tra il verde delle piante e il ruggine delle foglie cadute. Un cane nero e un gatto bianco accompagnano con discrezione i miei passi, in visita al complesso. Scopro il fojarol, corrispettivo delle casere del Grappa, tipico di Seren del Grappa, locale adibito a ricezione con il tetto realizzato con frasche di faggio. In questo posto dove vive e lavora, Leonardo ha creato una fattoria didattica, costruendo con le sue mani giochi e strutture parallele. La moglie Beatrice è un’ottima cuoca: non avevo mai assaggiato il pasticcio di cipolle – leggero e buonissimo – né il risotto con le castagne e le carote, delizioso. Non parliamo poi dello strudel! Condimento extra: il latino che a Leonardo sta a cuore, perché lo infila tra una pietanza e l’altra, interrogando i commensali. Tra una risposta e una battuta ricordiamo alcuni prof, che nel bene e nel male (nel senso di fatica) ci hanno accompagnato nel percorso scolastico delle superiori, il più formativo, a mio dire: Roberto Roberti (Storia e Filosofia), Armando Contro (Italiano e Latino), la eccentrica professoressa di Storia dell’Arte Flavia Pilo…il preside Tranquillo Bertamini…mentre noi allora non eravamo tranquilli affatto! Poi ognuno ha fatto il suo percorso di vita, che non è al centro delle confidenze. Perché l’obiettivo odierno è gustare serenamente il pranzo, la natura benigna e la compagnia di giovani anziani – è un ossimoro che mi piace – desiderosi di condividere senza rimpianto schegge del passato.

Artemisia Gentileschi

A pag.37 de la Repubblica di Venerdì 28 ottobre leggo l’articolo “Ercole tra le macerie Scoperta a Beirut un’opera di Artemisia”, di Lara Crinò. La pittrice è Artemisia Gentileschi (Roma, 8.07.1593 – Napoli, 1653) e il dipinto Ercole con la regina Onfale di Lidia risalirebbe al 1635 e sarebbe stato dipinto dalla pittrice durante il suo soggiorno a Napoli. Dopo l’esplosione devastante che in corso d’anno ha provocato la morte di oltre 200 vittime, il quadro è stato trovato tra le macerie di un ricco palazzo della capitale libanese dal critico d’arte Gregory Buchakjian. Gravemente danneggiata, l’opera è stata inviata al Getty Museum negli Stati Uniti dove è stata restaurata e attribuita ad Artemisia. Ho avuto la fortuna di vedere una mostra sulla famosa pittrice circa un decennio fa, a Bassano del Grappa, di cui successivamente lessi La passione di Artemisia, di Susan Vreeland, libro bellissimo. Mi sono appassionata alla vita privata della pittrice, in competizione col padre Orazio, già famoso pittore e violentata da un suo collega. A seguito della violenza, subì un processo condotto anche con la tortura, per estorcerle una verità di comodo: le vennero stritolate le dita con un rozzo congegno, che per un pittore significa non esercitare più. Ma alla fine Artemisia venne prosciolta da accuse infamanti e fu condannato Agostino Tassi, l’aggressore che doveva farle da maestro. Si tratta di uno dei primi processi per stupro documentato nella storia (fine febbraio 1612) e Artemisia diventa una femminista del XVII secolo. Nei suoi quadri prevalgono le tinte forti e le scene di violenza, riconducibili all’esperienza subita. La sua pittura mi ricorda il Caravaggio, altro artista tormentato. Al di là delle indubbie qualità artistiche, che le consentirono di accedere a una Accademia riservata fino ad allora solo agli uomini, mi affascina il temperamento di questa donna che si rifiutò di essere considerata un oggetto di piacere e trasferì nell’arte pittorica emozioni e sentimenti universali.

Novembrata

Da Ottobrata a Novembrata, neologismo (nuova parola) creato in riferimento alla anomalia metereologica che determina temperature 10 gradi sopra la media. In pratica, Halloween come giugno. Al di là del piacere di fare ancora una puntatina in spiaggia e alla soddisfazione dei ristoratori degli stabilimenti balneari, le temperature fuori stagione mettono a rischio l’ecosistema e i raccolti. Da metà della settimana prossima, pare che si verificherà un temporaneo – e atteso – abbassamento delle temperature al Nord e su parte del Centro. Se “Il bel tempo non viene mai a noia”, come recita uno dei tanti proverbi sul tempo, bisogna considerare anche gli effetti collaterali di una stagione fuori del normale, compresa la difficoltà di adattarsi a due stagioni in una. Di mattina serve la giacca, che a mezzogiorno e’ superflua. Mentre scrivo, un bombo laborioso volteggia tra i fiori delle Ipomee, illudendomi che sia maggio. I canarini hanno ripreso a cantare, ma non danno segno di cambiare piumaggio, come succedeva di questo periodo gli anni scorsi. Ho visto una rigogliosa fioritura di gladioli rossi, solitamente agostana. Non so che dire. Prendo nota e cerco di farmene una ragione. Mia madre diceva che il tempo non si è sposato, per fare ciò che vuole, adattamento birichino di una credenza popolare inneggiante alla singletudine. A parte gli aforismi e i proverbi, credo che madre natura ci stia mandando un messaggio inequivocabile: abbiamo sprecato troppe risorse e vissuto un carnevale senza fondo. Se non invertiamo la rotta, la vita sulla terra ci farà rimpiangere l’eden perduto.

Cronaca imperante

Una volta al mese mi sottopongo alla pedicure a Crespano del Grappa. Consegno i miei piedi alle abili mani di Grazia, che frequento da quando è emersa l’artrosi all’anca, ora superata con l’intervento. In teoria adesso potrei arrangiarmi, ma mi piace mantenere il rapporto instaurato, compresi gli “effetti collaterali” che significa sosta al bar da Paolo, per lettura del quotidiano in tranquillità. Naturalmente le notizie non dipendono dalla location e succede che il dolce della croissant sia superato dall’amaro della notizia. C’è l’imbarazzo della scelta, ma mi soffermo su un fatto che stava per diventare una tragedia: a Borso, un 34enne voleva farla finita, dopo la chiusura di una storia d’amore. Lascia dei messaggi scritti, fortunatamente letti dalla sorella che lo trova nell’auto semisvenuto ed allerta carabinieri e ambulanza. Salvo per un pelo. Purtroppo succede maledettamente spesso e le vittime sono quasi sempre maschi. Trovo desolante che l’uscita di scena sia attribuita a “motivi sentimentali”, quasi a sottintendere che responsabile del gesto sia una terza persona e non piuttosto la fragilità di chi intende attuarlo. Senza contare che spesso i malcapitati sono in cura dallo psicologo, oppure seguiti dai servizi sanitari che non hanno la bacchetta magica. Ricordo con stima e nostalgia un ex alunno speciale, dolce nello sguardo ma perfezionista e insoddisfatto, che lasciò giovane moglie e due bimbe piccole in modo traumatico. La madre ultraottantenne si chiede ancora perché si sia suicidato. Gli ho dedicato un episodio nel mio libro TEMPO CHE TORNA. Immagino che anche lui disapproverebbe il suo gesto, se potesse ritornare in vita. In ogni caso, come dice una cara collega, la sofferenza mentale è imperscrutabile perfino a chi se ne occupa per lavoro. Evitiamo di giustificarla, tirando in ballo le pene d’amore.

Una donna di talento

Tina, Nilde. Rita, Oriana, Ilaria, Maria Grazia, Fabiola, Marta, Elisabetta, Samantha e Chiara: sono le donne ricordate dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni durante il suo discorso alla Camera dei Deputati e alle quali dice: “Grazie per aver dimostrato il valore delle donne italiane, come spero di riuscire a fare anche io”. L’elenco è molto più lungo e comprende pure Grazia Deledda, prima italiana a vincere il Nobel per la Letteratura nel 1926 per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola e che con profondità e calore tratta problemi di generale interesse umano. Ognuna delle donne citate è portatrice di valori e ha una storia da raccontare. Ne conosco alcune e mi riprometto di completare il quadro. Mi soffermo sulla scrittrice Grazia Deledda (Nuoro, 27.09.1871 – Roma, 15.08.1936) per la mia attitudine a scrivere e per i ricordi di scuola che mi trasmette ogni volta che incontro il suo nome. La prima conoscenza avviene al Liceo, per via del parallelo con Giovanni Verga fatta dal mio compianto professore Armando Contro. Leggo qualcuno dei suoi romanzi – ne scrisse circa una cinquantina – e decido di portarne uno al colloquio della Maturità, intitolato La Madre, una sorta di triller psicologico che rileggo più volte nel corso della vita. Mi piace lo stile della scrittrice, minuziosa nelle descrizioni e passionale nel trattare sentimenti primordiali come l’amore, la gelosia, il tradimento, l’attaccamento alla casa (che fa pensare alla novella La Roba del Verga). Se non ricordo male, quasi tutti i romanzi sono ambientati in Sardegna, che lei lasciò nel 1900 per venire in continente e sposarsi con Palmiro Madesani, da cui ebbe i figli Sardus e Franz. Descrive la sua isola in maniera favolosa e pertanto doppiamente attraente per me che non ci ho ancora messo piede (in turco Ada significa isola, e questo mi fa ben sperare ). Un ultimo dettaglio scolastico mi rende simpatica la Deledda: ripete la quinta elementare perché la maestra la ritiene intelligentina. Allora le bambine erano destinate alla casa ed era quasi sconveniente farle studiare oltre. Pertanto Grazia Maria Cosima Damiana Deledda – più semplicemente Grazia Deledda da autodidatta approda al Nobel! Più talento di così!

Deriva educativa

Sono sgomenta! Pensavo di scrivere il post sull’eclisse parziale solare, oppure sulle donne talentuose menzionate dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni nel suo discorso alla Camera…invece mi travolge la notizia sentita durante la cena, che mi fa andare il boccone per traverso: Rovigo, durante l’ora di Scienze uno studente spara in classe contro la prof con una pistola ad aria compressa e un altro riprende tutto che poi posta in whatsapp, tanto da renderlo virale. Risate in classe da parte di altri compagni. È successo alcuni giorni fa in una prima superiore di un Istituto tecnico, composta da 15enni o giù di lì. Sconcertante sia la bravata, sia averla postata in chat “per divertirsi”. Immagino lo sconforto dell’insegnante, che è ricorsa alle cure ospedaliere per essere stata colpita all’arcata sopraccigliare da un pallino di gomma. Leggo che ha 61 anni e non vedrà l’ora di andare in pensione. È intervenuta la preside per disporre sanzioni, in parte già prese: tre sospensioni, una per il proprietario della pistola, una per chi l’ha usata, una per chi ha girato il video. Provvedimenti anche per chi sghignazzava. A suo dire, gli studenti non avevano idea della gravità del gesto, non ritenendolo un disvalore. Senza infierire, mi piacerebbe sapere come parlino questi ragazzi a casa, chi frequentino, come trascorrano il tempo libero. E se i genitori li conoscano davvero. Ovvio che cercano attenzione e visibilità che trovano facile nei social, disinteressati o quasi all’impegno intellettuale. Il tutto a poche settimane dall’inizio delle lezioni, senza neanche la scusante della stanchezza di fine anno scolastico. Episodi provocatori succedevano a scuola anche decenni fa, ma non di questa rilevanza. Sono desolata per la collega, spero trovi solidarietà da parte di tutti gli utenti della scuola, genitori compresi. Il caso non è passato sotto silenzio e dei provvedimenti sono stati già presi. Ma non è sul fronte della repressione che si otterranno veri cambiamenti. Credo sia urgente un contenimento e superamento della deriva educativa, con il concorso di tutte le strutture coinvolte alla formazione del cittadino. Senza chiudere gli occhi, oppure delegare ad altri.

Perché scrivo

Per Collana editoriale (collezione o serie) si intende un insieme di pubblicazioni, di solito edite in tempi successivi, dello stesso editore, con caratteristiche omogenee eccetera. Ho cercato la definizione in Wikipedia, in risposta alla simpatica richiesta fattami da una recente amica che desidera avere tutte le mie opere finora prodotte. Ha proprio parlato di “collana”, bella parola che mi ha stupito, come un monile da indossare. Superata la meraviglia, ci ho riso su, pensando che non è male fare un po’ di ordine tra i miei scritti, per avere sottomano quelle che chiamo “le mie creature”. Il primo testo edito è stata la raccolta di sette racconti NOTE DI VITA (aprile 2008), seguita dalla raccolta di poesie Cocktail di Poesie (febbraio 2009), entrambi editi dalla casa editrice online Albatros Il Filo, esperienza non coinvolgente a livello emotivo, perché avvenuta a distanza. La prima vera soddisfazione l’ho provata con la stampa di C’era una volta l’ostetrica condotta (dicembre 2008), dedicato a mia madre, mancata l’anno prima. Ricordo l’emozione di quando sono andata a ritirare le 400 copie alla tipografia kappadue di Loria. Al ritorno, mi sembrava di avere in macchina un ospite di riguardo. Mi inebriava anche il profumo della carta! Seguì il romanzo Migrante Nuda (2010), terzo classificato al Concorso Insieme nel Mondo a Savona, dove fu stampato. Realizzo il pezzo forte – nel senso che mi ha dato le maggiori soddisfazioni – con il romanzo Una foglia incastonata nel ghiaccio (2014), dedicato A tutti gli spiriti liberi. Nel 2015 vado in pensione: mi faccio il regalo di allestire una mostra fotografica con allegate poesie che fornirà il materiale per la Silloge di fotografia e poesia Natura d’oro. Ormai ci ho preso la mano e scrivo un altro breve romanzo, Futuro Bifronte (2016), edito da Panda Edizioni. Ritorno in tipografia per la stampa del romanzo Passato Prossimo (2018). Causa pandemia e divieto di spostarsi, riprendo i contatti con la casa editrice Albatros, che sforna TEMPO CHE TORNA (2020) con in copertina il dipinto Sguardo Antico di Noè Zardo. Valuto i pro e i contro tra seguire passo passo il lavoro di stampa,py oppure affidarlo ad un editore che decide tutto: la prima opzione è quella che fa per me. Perciò anche i successivi romanzi IL FARO E LA LUCE (2021) e DOVE I GERMOGLI DIVENTANO FIORI (2022), illustrati in copertina dall’amico Noè escono dalla tipografia Kappadue di Loria, dove ormai sono di casa. Riassumendo: in 14 anni ho prodotto 12 testi, molti dei quali sono rimasti invenduti perché ho fatto poche presentazioni…mi è venuta l’artrosi, la pandemia ha messo il bastone tra le ruote, non ho uno sponsor. Perché scrivo? Perché mi fa stare bene, quindi continuo. Il mio compianto professore di Liceo Armando Contro diceva che per me scrivere è una malattia. Convengo, aggiungendo però che si trasforma in una cura. Pure il blog verba mea è nato per questa esigenza. Se posso condividere i miei pensieri con qualcuno è il massimo. Detto ciò, se ho un santo in paradiso non vorrei incomodarlo per così poco: ma se mi dà una mano a vendere qualche copia per Natale…sarebbe un bel regalo!

Omaggio a Francesco Sartor

Sempre ossigenante partecipare a incontri culturali. Succede domenica pomeriggio (ieri) a Cavaso del Tomba, nella Sala assemblee del Municipio, per la presentazione del libro Francesco Sartor l’uomo e l’artista. Premetto che mi procura un’emozione particolare calcare suddetta sala, che mi ha ospitata come autrice in altre occasioni. Rivedo con piacere gli artisti componenti il GRUPPO DI RICERCA STORICA “Francesco Sartor” tra cui ho gli amici Giancarlo Cunial e Noè Zardo. Il Sindaco Gino Rugolo è una persona sensibile alle proposte culturali che hanno una ricaduta rivitalizzante sulla popolazione vicina e lontana. Prima che inizi l’incontro, compero il voluminoso libro dedicato allo scultore, che ha avuto una lunga gestazione, ma finalmente si è materializzato nell’opera più esaustiva finora realizzata. Posso solo immaginare le tortuosità e i grovigli incontrati dai sette talentuosi ricercatori, nel corso di 14 anni di minuziose ricerche. Un grande plauso a loro, all’amministrazione comunale e anche agli sponsor. Il busto dello scultore, opera di Gilberto Fossen sorride compiaciuto verso gli astanti, accanto al busto di Papa Leone XIII, realizzato da Francesco Sartor nel 1895 e ritrovato nel 2018. Quello che percepisco dai vari e articolati interventi, è che Francesco Sartor è stato una brava persona e un abile scultore. Sfortunato nel privato, perché rimasto vedovo presto di Amalia Parolin, nipote del papa Pio X (che muore nel 1914, è beato nel 1951 e proclamato santo nel 1954). La parentela con il pontefice favorì molte committenze a carattere religioso, tanto che venne identificato come lo scultore del Papa. In quarant’anni di lavoro, Cheche – questo il soprannome locale – produsse oltre 100 opere fra gesso e marmo, pare 124, di cui una minoranza non sono soggetti religiosi. Tra questi Lo scolaro negligente, che si può ammirare in bronzo sul monumento dedicatogli, di fronte alla casa dove visse l’artista a Cavaso. Opera che trovo molto realistica per lo spirito sbarazzino dell’alunno, rimasto pressoché inalterato negli studenti di tutti i tempi. Non ho la competenza per esprimere un giudizio completo sulle sculture, alcune delle quali esposte durante la Mostra dedicata allo scultore lo scorso maggio a Villa Premoli. Però ammetto che mi hanno catturata per l’espressività. L’ artista merita di essere conosciuto e valorizzato. Dopo un periodo di oblio dovuto a diverse ragioni, ora è il momento della riscoperta. Per il volenteroso gruppo di Ricerca Storica, presieduto da Floriano Sartor si apre un altro step per trovare il diario dell’artista, i suoi disegni, manoscritti e altro materiale documentario che attende di venire alla luce. La bellezza nutre sempre, anche se emerge a distanza di tempo.