San Martino, tra leggenda e realtà

Oggi, 11 novembre, San Martino, vescovo e militare romano (Ungheria, 316 d.C – Francia, 8.11.397 d.C.), protettore dei viandanti e dei soldati: è scritto sul calendario e me lo ricordano diversi messaggi. Lo sapevo, perché a Cavaso in località Castelcies la millenaria chiesetta dedicata al santo fa da cornice ai festeggiamenti inerenti la giornata. Dubito che potrò andarci avanti sera; in qualche modo però intendo farmi coinvolgere dal racconto del santo che donò il mantello al povero e mi chiedo: come si comporterebbe lui con le centinaia di migranti in cerca di un approdo? Non entro nel merito della querelle apertasi con la Francia: ieri sera non trovando il telecomando per spegnere il televisore, ho incautamente pigiato un bottone sul retro, scompaginando tutte le reti. Stamattina sono uscita presto con i micetti, per un appuntamento con il veterinario e non ho avuto modo di aggiornarmi. Compero la Repubblica che in prima pagina titola Macron rompe con Meloni, ma lo leggerò nel pomeriggio. Mi sovviene che il Santo Padre – e non solo lui – abbia invitato ad aiutare i migranti a casa loro. Ad sempio, il continente africano è ricco di risorse (durante l’ora di Geografia a scuola emergeva con evidenza), ma privo di industrie di trasformazione. Non sono una politologa né mi occupo di crisi internazionali, ma intuisco che, la stragrande maggioranza di chi arriva qui sui barconi, se potesse rimarrebbe a casa sua. Tra l’altro il viaggio, di per sé costoso si trasforma spesso in tragedia. Problema più grande di accoglierli, è collocarli dopo, evitando che diventino manodopera per la malavita. Semplificando, tutte le nazioni d’Europa dovrebbero riflettere sulle cause dei viaggi verso le nostre coste e valutare le intenzioni di chi cerca buona vita lontano dal proprio paese, estromettendo gli infiltrati disposti a delinquere. Estendere la generosità di San Martino a centinaia/migliaia di persone sarebbe bello, ma al momento utopistico, dato che la coperta è troppo corta.

Rispetto cercasi

Nutro ammirazione per gli anziani dal tempo dell’infanzia, favorita dal fatto che non ho potuto frequentarli, perché mancati presto e per la distanza fisica di un centinaio di chilometri tra me e loro. Ricordo che mia madre osava coprire il percorso in lambretta tra Cavaso del Tomba e Pravisdomini con me di quattro anni seduta dietro, allacciata alla sua vita, un rischio improponibile con la circolazione odierna. Vedere nonna Adelaide, sentirla raccontare e cogliere le sue carezze era un piacere impagabile, che azzerava le difficoltà del viaggio. Ammetto che non tutti i nonni sono graditi ai nipoti – e viceversa – ma il fatto stesso di aver vissuto a lungo, li rende ai miei occhi degni di rispetto. Quelli che sono sopravvissuti a vicende dolorose, lo sono il doppio, come Liliana Segre (Milano, 10.09.1930). Non capisco il livore di chi la insulta sui social, schermandosi dietro l’anonimato, per essere favorevole ai vaccini e simili argomentazioni. A parte che in democrazia esiste la libertà di espressione – non di offendere – la senatrice della Repubblica Italiana (dal 2018) 92enne ha molto da insegnare in fatto di resilienza, perché ha incassato con eleganza le aggressioni sui social. Ma finalmente si è stancata ed è passata alla denuncia: quando ci vuole ci vuole! Se la sua chioma bianca non fa tenerezza, se le risposte che dà nella rubrica del settimanale Oggi non smuovono, se gli incontri culturali che tiene nelle scuole infastidiscono… è il caso per noi di indignarci e per lei di reagire. Perché un vecchio può perdere molto, a causa dell’età avanzata, ma non gli venga negato il rispetto, parola caduta in disuso e da recuperare.

Ultimi frutti

Oggi gioco in casa, nel senso che non mi sposto e mi dedico alla cura dello scoperto, anche se in realtà delego il da farsi a Reginaldo, mio compagno delle elementari diventato mio braccio destro per la manutenzione del giardino. Stamattina sono protagoniste le foglie cadute, che formano un bel tappeto color ruggine dove i gatti si rincorrono festosi. Se però piove, come potrebbe capitare, la magia del foliage si trasforma in una pericolosa fanghiglia. Vale anche per la pergola di uva fragola, dove rimangono gli ultimi grappoli d’uva dolce e profumata. Mi sento doppiamente coinvolta nella gestione della casa, da quando mio figlio sta per conto suo: mia intenzione fargli vedere che me la cavo e che mi avvalgo delle persone giuste. Ho recuperato la sua fiacca limonera, grazie ai lupini e lui ha costruito il carrello per spostarla, dato che pesa parecchio. Mentre Reginaldo lavora fuori, io al computer trascrivo poesie sulla natura che mi fanno rivivere i momenti dell’anno ormai al declino. Ogni tanto esco su chiamata, per vedere come procede il lavoro: io non saprei fare di meglio. Il suo occhio esperto ha avvistato tra le foglie a terra tre belle mele rosse di una varietà antica, che considero l’ultimo regalo speciale della stagione autunnale. Ovviamente le fotografo, per gustarmele con gli occhi quando non saranno più disponibili per il palato. Due cassettine di uva fragola sono state messe al sicuro e valuterò se trasformare il prodotto in marmellata, prima che avvizzisca. In tal caso, farà da ottima copertura a qualche crostata. Credo che il mio amico Giancarlo definirebbe questo testo sensoriale e l’ipotesi non mi dispiace, dato che non posso parlare sempre di cronaca bianca o nera. Per quella rosa non ho più l’età. Ma se dovesse capitare, ben venga!

Ricchezza perduta

Mi sono mancati i nonni. Avevo solo cinque anni quando è mancato nonno Giacomo, che tentavo di chiamare al capezzale. Quello paterno era morto molto giovane. È andata un po’ meglio con le nonne: al compimento dei miei 12 anni è mancata Adelaide, a cui ero molto legata. Nonna Regina è vissuta di più, ma non abbastanza per frequentarla a fondo, dato che abitava a Orsago, paese di origine di mio padre. Forse per queste assenze, ho nutrito nostalgia per i parenti persi che ho cercato di ‘recuperare’, adottando idealmente altri anziani incontrati nel corso della vita. Gli studi classici hanno irrobustito l’idea che già mi ero fatta sulle persone di età avanzata, ricche di anni, di esperienza e di saggezza, salvo eccezioni che confermano la regola. Invidio cordialmente chi ha frequentato a lungo la nonna, come la mia amica Lucia e chi ha ricordi ancora vivi dei cari parenti andati. Questa premessa, per introdurre il fattaccio che mi lascia allibita: una 76enne è stata uccisa dalla nipote di 16 anni. Successo ieri sera in provincia di Salerno, al culmine di una lite. L’arma utilizzata, un coltello a serramanico è stata rinvenuta e sequestrata. La giovane, feritasi nella colluttazione e in stato confusionale è stata trasportata in ospedale dove è piantonata. Le indagini sono coordinate dalla Procura per i minorenni di Salerno. Una nonna, una nipote minorenne, una coltellata alla schiena: sembrano gli ingredienti di un film horror. Sono allibita, dispiaciuta per la vittima, incredula che la nipote, studentessa liceale si sia potuta macchiare di un delitto intrafamiliare, causato pare da futili motivi. Ma anche se i motivi fossero altri e pesanti, non mi capacito che sia accaduto tra nonna e nipote. Certo che al male non c’è mai fine. Devo aggrapparmi alla speranza che il bene sia solo nascosto. In attesa che lo portiamo alla luce!

Merito e demerito

In Italia il merito è una colpa, parole del virologo Roberto Burioni che ha preso le difese della 23enne Carlotta Rossignoli, neo laureata in Medicina, con un anno di anticipo. Sulla parola ‘merito’ avevo già intenzione di dire la mia, dopo che il Ministero della Pubblica Istruzioni, col nuovo recente governo ha acquisito l’aggiunta “e del Merito”, per cui ora si chiama Ministero della Pubblica Istruzione e del Merito. Dalla parrucchiera, mentre ero sotto il casco ho letto il testo di Fabio Fazio che è in disaccordo con la nuova dizione, perché a suo dire non è inclusiva ma selettiva. Lui avrebbe preferito “dell’Inclusione” o “della Formazione”, se ricordo bene. Sono rimasta disorientata, perché a me è subito piaciuta l’aggiunta e non immaginavo che la parola “merito” scatenasse un putiferio. Cerco un sinonimo e lo trovo nei sostantivi: pregio, qualità, valore, virtù e non mi sembrano parole vuote, per quanto siano nomi astratti (come lo sono inclusione e formazione). Il problema, se mai è come favorirli negli alunni, sottoposti a tanti stimoli e distrazioni. Sono d’accordo che la scuola di base deve essere inclusiva, ma incanalare e valorizzare i talenti mi sembra utile, sia per il soggetto che per la comunità dove andrà ad operare. Una scuola piatta dove tutti sono uguali sarebbe pure noiosa. Lo dico da ex insegnante che lavorava in classi molto eterogeneo, dove diversità equivale a bellezza.

Discutibile protesta di una giusta battaglia

Sentii la celebre massima “Il fine giustifica i mezzi” al Liceo, attribuita a Macchiavelli (ma pare che lui non l’abbia mai scritta) che su due piedi non compresi a fondo, forse anche adottandola in qualche alterco privato. Ora torna ‘utile’, per dare un senso all’operato degli attivisti ambientalisti che imbrattano le opere d’arte, al fine di attirare l’attenzione sulla crisi climatica, fenomeno globale sottostimato. Gli ultimi due casi a Roma (Van Gogh) e Madrid (Goya) e chissà se ci sarà un seguito, perché l’emulazione è dietro l’angolo. Ho appena letto l’intervista ad una attivista che non si capacita dell’indignazione suscitata dall’azione dimostrativa sui famosi dipinti, a scapito della fame causata nel mondo dalla siccità e fenomeni paralleli. Va precisato che le opere, protette dal vetro non sono state danneggiate dal lancio di purè, zuppe e quant’altro… forse la cornice in un caso. Il punto è un altro: è lecito usare l’arte, patrimonio di tutti per azioni dimostrative? Mi sforzo di comprendere le ragioni degli ambientalisti, ma è il concetto di bellezza che viene infangato. Penso alle emozioni che stanno dietro e davanti a un’opera d’arte, alla vita dell’artista e a chi ne usufruisce, sollevandosi dal quotidiano grazie ad essa. Quindi mi dissocio senz’altro dalla suddetta forma di protesta, perché l’arte è patrimonio di tutti e non va strumentalizzata per nessun motivo, anche se determinato da legittima indignazione. Ci saranno altre strade da percorrere, con pazienza e tenacia. Lasciamo dormire sonni tranquilli ai capolavori e anche ai direttori dei musei che sovrintendono alla conservazione delle opere d’arte, che essendo immortali non hanno bisogno del pranzo!

Viaggio apostolico

C’è sempre una prima volta. Succede a Papa Francesco di visitare il Bahrein, la prima volta di un Pontefice nel Paese del Medio Oriente. Viaggio apostolico dal 3 al 6 novembre, il 39esimo viaggio internazionale del Pontefice. Inoltre è la nona volta che Sua Santità visita un paese a maggioranza musulmana, dopo Albania e Turchia (2014), Azerbaijan (2016), Egitto (2017), Emirati Arabi Uniti e Marocco (2019), Iraq (2021) e Kazakistan (lo scorso settembre). Si tratta di un Paese (1,5 milioni di abitanti) con poche libertà, dove vige ancora la pena capitale. “Un viaggio all’insegna del dialogo” ha detto il Papa, in un momento di grandi tensioni internazionali, con la guerra russo-ucraina in corso. La guerra è mostruosa, tacciano le armi: come dargli torto? Ad oggi, non si intravede la Pace all’orizzonte, troppi opposti interessi da conciliare. Se fossi ancora in servizio a scuola, proporrei agli studenti questo evento di attualità per una lezione multidisciplinare, coinvolgendo Cittadinanza, Geografia, Storia, Religione e forsanche Scienze, perché l’età avanzata del Pontefice lo consente. Fa un certo effetto vederlo in carrozzina, all’aereoporto di Roma Fiumicino, a causa dei problemi al ginocchio. Il Papa – quasi 86 anni – ha un problema all’anca che gli provoca un’infiammazione al legamento del ginocchio destro. Giusto un anno fa sono stata operata all’anca e sono contenta di averlo fatto, anzi l’avrei fatto prima se avessi avuto un po’ più di ‘coraggio’ e fiducia nell’equipe ospedaliera. Certo il Santo Padre è seguito da uno staff sanitario d’alto livello, ma è umano che possa avere qualche timore ad andare sotto i ferri. Intanto è andato nel Regno del Bahrein “come pellegrino di pace e fraternità”, nonostante le precarie condizioni di salute. Questo è un messaggio umano che tocca il cuore. Quello spirituale tocca le anime.

4 Novembre 2022

Arrivo a casa verso mezzogiorno, per pratiche varie nei paesi vicini. Accendo il televisore ed è in corso la diretta da Bari della festa delle Forze Armate: Esercito Italiano, Aeronautica Militare e Marina Militare. Se fossi nata maschio, non mi sarebbe dispiaciuto fare parte di uno dei corpi che compongono la Difesa, non tanto per il fascino della divisa, quanto per il riconoscimento dell’importanza del Servizio offerto al cittadino e alla comunità. Vedo sfilare vari Reparti, perfettamente sincronizzati, sento più volte cantare l’Inno Nazionale, ammiro gli Acrobati dell’aria, osservo l’evoluzione delle Frecce Tricolori davanti alla Tribuna d’onore dove il Presidente Mattarella sorride sereno. Mi sono persa il suo discorso e quello del capo di stato maggiore della Difesa, ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone. Ma recepisco quello del neo ministro della Difesa Guido Crosetto, da cui estrapolo quanto segue: dignità della persona umana e difesa della democrazia sono impegni primari delle Forze Armate, di cui oggi 4 novembre ricorre la Festa, ma che sono in servizio tutti i 365 giorni dell’anno. In questa data ricorre anche l’anniversario dell’armistizio firmato a Villa Giusti il 3 novembre 1918. Giustamente il ministro ricorda i giovani morti a causa della grande guerra, delle altre guerre, di quella in corso e i caduti in operazioni speciali. Ma anche le tante persone anonime che si adoperano in silenzio per il bene comune. Inevitabile che gli venga chiesto di esprimersi sulla guerra russo-ucraina in corso. Nessuno si aspettava una guerra nel nostro continente. Non esiste libertà senza difesa. Va ripensato tutto il paradigma per arrivare alla Pace. Il giornalista lo incalza e gli chiede quali sono i territori da difendere. Cielo, mare, terra e cyberspazio (sottomarino) è la risposta. Poi l’operatore si sposta sugli alunni di una quarta elementare, che agitano festosi le bandierine tricolori. Apprezzo l’attenzione a tutte le età rappresentate e la cura del particolare che sta dietro alla preparazione di una tale cerimonia, giustamente definita “immersiva”. Lunga vita alle Forze dell’Ordine declinate nei vari settori, donne comprese.

Seconda Primavera

Sento parlare della seconda primavera durante il programma geo, in un breve servizio molto interessante, girato nel parco del Salento. La prima primavera è quella astronomica, che va dal 21 marzo al 21 giugno; la seconda è in corso da quando le giornate si accorciano, dopo le prime piogge d’autunno: cioè ora! Simbolo di questa rinascita della natura, dopo il grande caldo estivo è il ciclamino, fiore che apprezzo, per la forma il profumo il colore. Il mese scorso mio figlio ne ha fotografato un esemplare tra le rocce, durante le sue escursioni: un messaggio di umiltà e di bellezza! Il ciclamino è un fiore che piaceva molto anche a mia madre, da cui ho ereditato l’attitudine floreale. Adesso che ci penso, ho tre vasetti sotto il glicine che stanno prendendo vigore, con minuti fiori che fanno capolino sotto il fogliame. Due piccoli ciclamini – sono quelli che prediligo – dal davanzale del bagno osservano silenziosi il mio andirivieni. Il nome cyclamen deriva dal termine greco kyklos che significa cerchio, dovuto alla forma arrotondata del fiore, associata a quella dell’utero femminile. Al tempo dei greci era infatti usato per favorire il concepimento. Per secoli fu considerato la pianta sacra a Ecate, divinità dell’oltretomba. Secondo alcune tradizioni cristiane invece, il ciclamino era un tributo a Maria. Nel linguaggio dei fiori simboleggia la diffidenza, per via della tossicità della pianta: le radici contengono infatti modeste quantità di veleno, potenzialmente pericoloso per l’uomo. Era caro a Venere e alla Luna, e utilizzato per realizzare pozioni d’amore. Venendo a noi, di sicuro è gradito a Marcella che adorna i suoi balconi di ciclamini in occasione dell’imminente compleanno. Il significato dipende molto anche dal colore dei petali: bianco rappresenta la tenerezza, rosso l’amore difficile, rosa l’amore puro, fucsia l’erotismo, viola l’allegria. Beh, ce n’è veramente per tutti i gusti. Per me è un dono della natura, simbolo di eleganza e riservatezza. Fate voi!

L’uomo è come un filo d’erba…

Le morti sono tutte dolorose, specie se le vittime sono giovani sane e belle, con tutta la vita davanti. Mi riferisco all’incidente successo a due passi da casa, a Pieve del Grappa, le prime ore del giorno di Ognissanti. Lo so da una collega e poi lo sento per telegiornale. Vittima una 22enne, con bellissimi occhi azzurri, incautamente messasi per strada a piedi da sola di notte, dopo aver litigato con il fidanzato, insieme al quale aveva trascorso la serata. Miriam Ciobanu è il suo nome, studentessa del vicino comune di Fonte. L’investitore, alla guida di una Audi A3, è un suo quasi coetaneo di San Zenone; il 23enne stava rientrando a casa, dopo aver passato la serata ad una festa di Halloween. Sottoposto agli accertamenti del caso, è risultato positivo ad alcol e droga; di conseguenza arrestato per omicidio stradale aggravato. Particolare che rende ancora più dolorosa la vicenda: dopo il diverbio, di notte la giovane aveva chiamato il padre al cellulare, senza esito. Dopodiché si è incamminata verso casa, lungo la strada senza marciapiede da cui sarebbe sbucata all’improvviso, forse per farsi dare un passaggio. Sia come sia avvenuta la dinamica, si contano sessanta le vittime nel Trevigiano da inizio anno. Sono interdetta. Mi torna in mente un pensiero di Blaise Pascal (1623 – 1662) che da ragazza mi aveva colpito: lo avevo ricopiato su un cartoncino, fissato poi sopra il letto per non dimenticarlo: l’uomo è come un filo d’erba ma pensa. Ovverosia è paragonato a una canna pensante. Che purtroppo si spezza con un nonnulla.