Per la Giornata della Memoria, quando ero in servizio ero solita proporre ai miei studenti la poesia La capra, di Umberto Saba (Trieste, 1883 – Gorizia, 1957), pseudonimo di Umberto Poli, di origine ebraica. La poesia è del 1910, ma nei decenni successivi, con l’orrore dei campi di sterminio e delle camere a gas, assunse un significato di dolore cosmico che accomuna uomini e animali. Con un linguaggio disadorno, in tre strofe il poeta racconta l’incontro con una capra solitaria, che si lamenta perché è legata; le fa il verso, ma poi comprende che soffre e riconosce nella sofferenza dell’animale “dal viso semita” (da Sem, uno dei tre figli di Noè, capostipite dei Semiti; per certi aspetti il muso delle capre richiama i lineamenti della razza ebraica) il lamento che proviene da ogni creatura. La lirica si basa sulla comunanza tra uomini e animali. Appartiene alla raccolta Casa e campagna (1909-1910), confluita poi nel Canzoniere e fu tradotta in quasi tutte le lingue d’Europa. Talmente intensa ed espressiva, da lasciare nel lettore un senso di religioso sgomento. Riporto il testo della poesia La capra Ho parlato a una capra./Era sola sul prato, era legata./Sazia d’erba, bagnata/dalla pioggia, belava./Quell’uguale belato era fraterno/al mio dolore. Ed io risposi, prima/per celia, poi perché il dolore è eterno,/ha una voce e non varia./Questa voce sentiva/gemere in una capra solitaria./In una capra dal viso semita/sentiva querelarsi ogni altro male,/ogni altra vita.//
Se i fiori potessero parlare
Se i fiori potessero parlare, quante cose potrebbero raccontare! In casa ho parecchi vasetti distribuiti in varie stanze, comprese le talee di gerani che ho fatto sia nella prima che nella seconda ondata della pandemia. La stanza più luminosa è la cameretta a sud, dove la gatta schiaccia il pisolino quotidiano e io scrivo il post di primo pomeriggio, illudendomi, se c’è il sole che sia primavera. Ci stazionano le piante verdi, in compagnia di libri, quadri di fiori realizzati a mezzo punto da mia madre, musicassette e fotografie sulle ante dell’armadio: una sorta di galleria domestica. Per lo squilibrio termico, deve essersi confuso un vasetto di ciclamini, inizialmente confinato in bagno e dato per spacciato, che ha ripreso vigore: prima spunta un fiore di un bel rosa deciso, incalzato poi da una decina di boccioli puntuti che si fanno strada tra una decina di foglie in cerca di luce, qualcuna mangiucchiata da un minuscolo bruco. Intuendo una ripresa vegetativa, l’ho trasferito nello studiolo – la stanza luminosa – dove ha trovato la collocazione ideale per fiorire, o forse per rifiorire, dato che si tratta di una piantina vecchia, non so se in ritardo rispetto alla stagione, oppure in abbondante anticipo. Dati i tempi controversi, non mi stupirei della confusione che distribuisce a piene mani temperature rigide ed altrettante miti. Comunque sia, nel cuore dell’inverno, a ridosso dei freddi giorni della merla, sono grata al piccolo ciclamino che colora di rosa la mia giornata. Anche oggi madre natura ha impartito la sua lezione fuori copione, dimostrando che c’è ancora posto per la meraviglia.
Prodotti speciali
Il lunedì mi dà la carica per la ripartenza. D’abitudine faccio la spesa in un supermercato a qualche chilometro, con annessa pescheria. Forse ho già detto che preferisco di gran lunga il pesce alla carne, forse anche per il ricordo affettuoso del nonno materno Giacomo che vendeva pesce, stipato in cassette sulla bicicletta. A casa sua, a Pravisdomini (PN) c’era sempre la polenta gialla sul tagliere con lo spago per fare le fette, da accompagnare a tutte le ore con dell’ottimo formaggio, oppure della saporita frittura di pesce a pranzo. Gli dedico un ritratto nel mio ultimo libro TEMPO CHE TORNA, di cui conservo numerose copie a casa, dato che sono saltate le presentazioni, causa restrizioni per pandemia. Stamattina ho comperato triglie, di un bel colore rosa, che farò al forno stasera. Ho fatto la spesa, sempre allargata rispetto alla nota fatta a casa, perché mi tentano i reparti non commestibili, tipo la profumeria e i prodotti omeopatici. Nei quaranta minuti circa in cui mi trattengo dentro il supermercato, ho il piacere di incontrare qualche conoscente. Oggi è capitato con Serenella, una mia ex alunna diventata insegnante come me, e come me quand’ero in servizio con i minuti contati, che sfrutta l’ora buca (dal servizio) per fare la spesa. Ma mi saluta gioiosa e mi regala comunque un sorriso alla cassa, mentre raccatta frettolosamente i suoi acquisti e io raccolgo dal carrello i miei, per posizionarli sul nastro per la registrazione. Ecco, la mia spesa non sarebbe completa senza questi prodotti speciale (non in vendita): gentilezza e simpatia!
Presenze e assenze
Penultima domenica di gennaio… immaginavo fosse l’ultima. Ho fretta che il tempo scorra e ci restituisca un po’ di normalità. Siamo rimasti in zona arancione, mentre speravo tornassimo in gialla! Il giallo è il mio colore preferito, in alternanza con il celeste: forse simboleggiano vitalità con bisogno di pace. Gialli sono anche i miei canarini. Non mi sono ammalata fisicamente, ma mi sento privata di molta quotidianità, quella che prima era scontata: andare al bar, leggere il quotidiano, servita di cappuccino e brioche, trattenermi a scambiare due parole con qualche avventore, magari stringere la mano di un conoscente… atti in apparenza da poco, ma radicati nel vissuto precedente. Mi manca il cineforum, proposto ogni tre settimane in paese, spesso preceduto dalla pizza in piacevole compagnia. Ero solita andare a trovare, una volta la settimana, una vicina di casa, ospite in una residenza per anziani: ora ci sentiamo per telefono… è già qualcosa ma non è la stessa cosa! La stessa distanza riguarda delle amiche che abitano in un raggio di trenta chilometri, che potrei visitare ma la cautela reciproca ci consiglia di attendere. Per fortuna la cara Lucia sta a un tiro di schioppo ed è più facile vedersi, con le dovute cautele. Mio figlio c’è, ma quasi non si vede, assorbito dalla preoccupazione per la chiusura della palestra, suo ambiente di lavoro. Presenza costante è quella di Astro, il vecchio cane e delle due gatte: Puma, anziana, sta sempre dentro, mentre la giovane, Grey, alterna nervosamente dentro e fuori. Gli otto canarini si fanno compagnia tra di loro, ma gli accendo la radio per invogliarli a cantare; spero che tra un mese si accoppino e la famiglia cresca. Era successo diversi anni fa, quando da cinque piccole uova erano nati altrettanti sparuti uccellini: una sorpresa meravigliosa! Mi conviene chiudere qui, con questa nota di speranza. Se oggi uscirà il sole, mi basterà.
“Dolce” sabato…
Oggi piove e trascorro parte della mattina in cucina per fare i muffin. Più tardi passa Adriana, che mi fa il piacere di apprezzarli e così godo di un momento di condivisione. Al pomeriggio, Manuel verrà a darmi una mano con i capricci del computer, così ho la giusta merenda da offrirgli. Il bello di questi dolcetti americani sta nella possibilità di variarne sempre il cuore, che nel mio caso è di frutta, di quella che matura in frutta una volta prelevata dalla confezione di plastica, tipo le pere. Infatti il ripieno di oggi sono le pere abate, con una bella spolverata di cacao e annaffiate con fialetta di mandorla. Per una cuoca negata come me, un bel risultato. Diciamo che ultimamente mi sono esercitata parecchio in “dolceria”, abbandonando del tutto le merendine industriali, con ridimensionamento del colesterolo. Il che è un bel vantaggio. E non finisce mica qui! Fotografo il prodotto finito e lo invio a Lisa, che nel suo giorno libero sta facendo gli gnocchi che consumerà a pranzo con Roberta, la sorella, al ritorno dal lavoro. Impegnarsi in cucina è un modo sano di volersi bene e di dimostrarlo ai propri cari. La dolce amica mi risponde con un complimento che mi fa entrare nella storia (personale): Ada masterchef e mi manda in foto un bel vassoio di gnocchi, pronti per essere calati in acqua. Ecco, oggi il benessere mi viene dalla creatività in cucina e dallo scambio di ricette via smartphone. In attesa di poter condividere in presenza le pietanze realizzate con le proprie mani, il più presto possibile!
L’ultimo traguardo
I giorni precedenti ho postato sull’attualità, gli eventi lo chiedevano. Calmatesi un po’ le acque, sono stata al mercato locale per le consuete provviste ai banchi del formaggio e del pesce, buttando un occhio ai fiori. Ho comperato un paio di ciabatte imbottite, perché in questi giorni freddi i miei piedi si lamentano. Il banco è giusto davanti all’edicola, perciò è inevitabile vedere i manifesti e gli avvisi posti sugli espositori mobili e fissati col nastro adesivo alle colonne dell’ingresso. Comprese le epigrafi. E qui il mio umore si rannuvola, quando tra tanti defunti ultraottantenni leggo il cognome di un 51enne di un paese confinante, che potrebbe essere stato un mio alunno. Turbata rientro e faccio un paio di telefonate, per saperne di più. Il cognome non mi è nuovo ed anzi ho presente un ragazzo mingherlino e vivace, a cui può darsi che abbia pure messo qualche nota sul diario. Se corrisponde, ho presente anche la madre, come tante madri apprensiva e preoccupata per l’esito scolastico del figlio. Nulla di nuovo sotto il sole, da questo punto di vista. Invece non è “normale” che un figlio muoia prima del genitore, né che un alunno manchi prima del maestro. Purtroppo succede e si rimane attoniti di fronte al mistero della morte quando accade in giovane età, considerata la durata media della vita nel nostro emisfero (che pare si sia abbassata). In queste circostanze dolorose, rivolgo una preghiera al defunto e cerco conforto nei classici. L’unica certezza è che l’ultimo traguardo tocca a ciascuno, talora imprevisto e imprevedibile.
Il giorno dopo… da un’angolazione rosa!
Trump se n’è andato e Biden si è insediato. Senza spargimento di sangue: bene! Auguro buon lavoro a lui e a tutta la squadra, che comprende molte donne, in primis la vice presidente Kamala Harris, bella donna di origini giamaicane, vestita di viola, il colore delle suffragette. Bella persona anche Jill, la moglie del Presidente, vestita di celeste, che continuerà a fare l’insegnante. Ho rivisto volentieri Michelle Obama, di rosso scarlatto vestita… e ho apprezzato l’interpretazione canora di Lady Gaga. Ma la presenza femminile che mi ha commosso è stata quella dell’attivista (ha già parlato ad eventi pubblici) e poetessa 22enne Amanda Gorman, che ha letto i versi “The Hill We Climb”, ispirati all’assalto di Capitol Hill del 6 gennaio, durante la cerimonia. Dettaglio non trascurabile: da bambina, prima del successo scolastico, soffriva di disturbi del linguaggio. Afro-americana, sguardo intenso, empatica: una presenza bene augurante per affrontare i tanti problemi di un’America divisa. Biden ne è consapevole e chiede unità e concordia. La prima sfida è sconfiggere la pandemia, e poi tanto altro. Questo Presidente 78enne, il secondo cattolico dopo Kennedy, dal vissuto pieno di perdite e di sofferenze mi suscita tenerezza: deve avere un coraggio da leone per affrontare le tante prove che lo attendono. La partenza è avvenuta, carica di emozioni. E, come dice il proverbio, “Chi ben comincia è a metà dell’opera”. Auguri, Presidente!
Inauguration Day
Oggi 20 gennaio 2021, insediamento del 46esimo Presidente degli Stati Uniti d’America, Joe Biden alla Casa Bianca, evento che sarà visibile in Italia a partire dalle 17, definito “surreale” dal quotidiano la Repubblica, causa covid e per quanto accaduto il 6 gennaio scorso. Sono state adottate misure draconiane, per evitare possibili episodi di contestazione. La parola draconiane mi richiama alla mente un personaggio conosciuto al Liceo classico, Dracone appunto, che sono andata a rivisitare. Dal suo nome, il termine draconiano viene utilizzato come sinonimo di severo, duro, spietato. Vediamo perché. Arconte (= magistrato) e legislatore di Atene, autore del primo codice scritto della città (forse datato 631 a. C.), è rimasto celebre per la sua estrema severità (neanche al tempo della polis aristocratica erano rose e fiori). In modo particolare mise per iscritto le leggi riguardo il diritto penale, per evitare faide legate agli omicidi. Fondamentale il distinguo tra delitto intenzionale, cui era comminata la pena di morte, e delitto involontario, che prevedeva l’esilio. L’unico omicidio permesso era quello di una donna infedele, aberrante anche se riferito al VII secolo avanti Cristo. Dracone stabilisce inoltre il principio della schiavitù per debiti, che può ridurre in schiavitù un aristocratico insolvente verso un popolare (provvedimento questo più comprensibile). Sintetizzando, fu il primo a parlare di “responsabilità personale”. Il suo codice fu poi sostituito da quello di Solone (VI secolo a. C.). Alla fine di questo preambolo, mi stuzzicano due domande: – Come esercitano la responsabilità personale i nostri parlamentari, in tempo di pandemia e di crisi politica? – Cosa hanno imparato, dai lontani tempi della Grecia classica, culla di democrazia? Ovvio che il quesito riguarda anche i politici della Comunità internazionale.
Discorso del Presidente Conte
Dall’aula del Senato, ho seguito stamattina le comunicazioni del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte sulla situazione politica italiana, per circa un’ora. All’inizio attentamente, poi mi sono spostata dalla cucina al ripostiglio dove ho acceso la radio per i canarini che, invogliati, hanno iniziato a cantare. Così alternavo il cinguettio dei miei pennuti con l’intenso discorso di Conte, che si sente essere avvocato, tendenzialmente prolisso anche se del tutto in buona fede. Del lungo discorso ho estrapolato alcuni punti: crisi inopportuna, marzo è già domani, Procida nuova capitale della cultura italiana, servono persone capaci di fare politica “la più nobile delle arti”, Recovery Plan (Piano nazionale di Ripresa e Resilienza, approvato dal Consiglio dei Ministri il 12 gennaio), sforzo collettivo per la ripresa economica… per concludere citando il Presidente Mattarella, l’anima degli antichi Greci e la disponibilità a fare la sua parte. Un discorso onesto, a mio dire, anche se mi ha coinvolto di più l’intervento del senatore Ferdinando Casini, che apre la discussione successiva. Esordisce affermando che “Nessuno ha il pregio della infallibilità”. Come dargli torto? Oltretutto il Presidente del Consiglio si sta facendo le ossa sul campo, per di più minato e pressoché digiuno di esperienza. Ribadisco che non faccio politica e non ho una linea riguardo l’appartenenza a un preciso schieramento. Vado un po’ a naso, fidandomi più delle persone che dei programmi, con un sentore di disincanto verso le promesse esagerate. Certo era meglio evitare la crisi in tempo di pandemia, che picchia ancora duro. Mi auguro che avanti sera la situazione si chiarisca a favore di una ricomposizione e che a breve possiamo accantonare (si fa per dire) i nostri guai, per vedere cosa succederà alla Casa Bianca dove mi auguro che il passaggio di consegne avvenga senza colpo ferire.
Pizza e buonumore
Ieri era la Giornata Mondiale della Pizza ed era anche Sant’Antonio Abate, patrono dei pizzaioli (non lo sapevo), la cui Arte è stata riconosciuta dall’Unesco patrimonio culturale dell’umanità. La mia preferita è la pizza Margherita: una leggenda narra sia stata creata in onore della regina Margherita di Savoia, in visita a Napoli nel 1889 e che si ispiri alla bandiera italiana quanto ai colori. In Frasi, citazioni e aforismi sulla pizza consultati nel web, trovo utile segnalare i seguenti: La parola pizza ha un’etimologia che si perde nella notte dei tempi. Potrebbe derivare dal greco “pitta” che significa schiacciata o dal latino “pistus” che equivale al mattarello per spianare la pasta. (Gabriele Benincasa). Simpatica anche questa definizione: “La pizza è il nirvana di Pitagora! Un cerchio tagliato in triangoli, all’interno di un quadrato. (Anonimo) Fatta questa premessa, dico la mia. Non sono una patita di questa pietanza, che però ultimamente è entrata nelle mie grazie: perché è buona (merito di chi la fa) e perché mi fa stare bene (merito delle persone con cui la consumo). Peccato che l’ultima in compagnia l’abbia gustata circa tre mesi fa, per le subentrate limitazioni anti-covid e abbia mangiato l’ultima, in solitaria, la settimana scorsa. Per fortuna, in paese funziona l’asporto della Pizzeria Montegrappa e posso togliermi lo sfizio al bisogno. Il prodotto è sempre gustoso, pasta sottile e croccante come piace a me, magari addizionato di porchetta e filadelfia… ma condividerlo a un tavolo in piacevole compagnia è tutta un’altra cosa! C’è chi dispone di un forno a legna e fa la pizza a casa, come i miei amici Manuel e Martina, ma sono delle invidiabili eccezioni. Una volta ho provato anch’io, da cuoca negata, con risultati che si possono immaginare. Se Lucia mi offre l’opportunità di ripetere l’esperimento, ci sto… in attesa di tornare alle buone vecchie abitudini, con la ripartenza delle pizzerie ed il ritorno del buonumore!
