Gatti e amore

Un caso mi porta a recuperare una poesia di Umberto Saba, citato nel post di ieri, per una questione privata: Puma, la mia gattina nera di dieci anni, da qualche giorno ha smesso di mangiare, forse è solo raffreddata ma mi preoccupa. Superfluo dire che tra noi c’è un feeling e che mi fa gradita compagnia. L’ apprezzato poeta triestino, nei suoi componimenti tratta con leggerezza di problemi quotidiani (dietro i quali si nascondono emozioni profonde), come l’innamoramento presumibilmente della moglie Lina oppure della figlia Linuccia, che associa a quello della gatta innamorata. Dato che a breve saremo a Febbraio, mese di grandi serenate (e azzuffate) feline, la poesia La gatta torna utile. Anche se temo non c’entri col problema della mia Puma. Oggi pomeriggio la porto dal veterinario e poi ne saprò di più. A beneficio dei lettori, riporto la poesia che segue, intitolata La gatta, per una reciproca condivisione. La tua gattina è diventata magra./Altro male non è il suo che d’amore:/male che alle tue cure la consacra./Non provi un’accorata tenerezza?/Non la senti vibrare come un cuore/sotto alla tua carezza?/Ai miei occhi è perfetta/come te questa tua selvaggia gatta,/ma come te ragazza/e innamorata, che sempre cercavi,/che senza pace qua e là t’aggiravi,/che tutti dicevano: “È pazza”./È come te ragazza. (da Trieste e una donna, 1910-1912)

Prodotti speciali

Il lunedì mi dà la carica per la ripartenza. D’abitudine faccio la spesa in un supermercato a qualche chilometro, con annessa pescheria. Forse ho già detto che preferisco di gran lunga il pesce alla carne, forse anche per il ricordo affettuoso del nonno materno Giacomo che vendeva pesce, stipato in cassette sulla bicicletta. A casa sua, a Pravisdomini (PN) c’era sempre la polenta gialla sul tagliere con lo spago per fare le fette, da accompagnare a tutte le ore con dell’ottimo formaggio, oppure della saporita frittura di pesce a pranzo. Gli dedico un ritratto nel mio ultimo libro TEMPO CHE TORNA, di cui conservo numerose copie a casa, dato che sono saltate le presentazioni, causa restrizioni per pandemia. Stamattina ho comperato triglie, di un bel colore rosa, che farò al forno stasera. Ho fatto la spesa, sempre allargata rispetto alla nota fatta a casa, perché mi tentano i reparti non commestibili, tipo la profumeria e i prodotti omeopatici. Nei quaranta minuti circa in cui mi trattengo dentro il supermercato, ho il piacere di incontrare qualche conoscente. Oggi è capitato con Serenella, una mia ex alunna diventata insegnante come me, e come me quand’ero in servizio con i minuti contati, che sfrutta l’ora buca (dal servizio) per fare la spesa. Ma mi saluta gioiosa e mi regala comunque un sorriso alla cassa, mentre raccatta frettolosamente i suoi acquisti e io raccolgo dal carrello i miei, per posizionarli sul nastro per la registrazione. Ecco, la mia spesa non sarebbe completa senza questi prodotti speciale (non in vendita): gentilezza e simpatia!

Presenze e assenze

Penultima domenica di gennaio… immaginavo fosse l’ultima. Ho fretta che il tempo scorra e ci restituisca un po’ di normalità. Siamo rimasti in zona arancione, mentre speravo tornassimo in gialla! Il giallo è il mio colore preferito, in alternanza con il celeste: forse simboleggiano vitalità con bisogno di pace. Gialli sono anche i miei canarini. Non mi sono ammalata fisicamente, ma mi sento privata di molta quotidianità, quella che prima era scontata: andare al bar, leggere il quotidiano, servita di cappuccino e brioche, trattenermi a scambiare due parole con qualche avventore, magari stringere la mano di un conoscente… atti in apparenza da poco, ma radicati nel vissuto precedente. Mi manca il cineforum, proposto ogni tre settimane in paese, spesso preceduto dalla pizza in piacevole compagnia. Ero solita andare a trovare, una volta la settimana, una vicina di casa, ospite in una residenza per anziani: ora ci sentiamo per telefono… è già qualcosa ma non è la stessa cosa! La stessa distanza riguarda delle amiche che abitano in un raggio di trenta chilometri, che potrei visitare ma la cautela reciproca ci consiglia di attendere. Per fortuna la cara Lucia sta a un tiro di schioppo ed è più facile vedersi, con le dovute cautele. Mio figlio c’è, ma quasi non si vede, assorbito dalla preoccupazione per la chiusura della palestra, suo ambiente di lavoro. Presenza costante è quella di Astro, il vecchio cane e delle due gatte: Puma, anziana, sta sempre dentro, mentre la giovane, Grey, alterna nervosamente dentro e fuori. Gli otto canarini si fanno compagnia tra di loro, ma gli accendo la radio per invogliarli a cantare; spero che tra un mese si accoppino e la famiglia cresca. Era successo diversi anni fa, quando da cinque piccole uova erano nati altrettanti sparuti uccellini: una sorpresa meravigliosa! Mi conviene chiudere qui, con questa nota di speranza. Se oggi uscirà il sole, mi basterà.

L’ultimo traguardo

I giorni precedenti ho postato sull’attualità, gli eventi lo chiedevano. Calmatesi un po’ le acque, sono stata al mercato locale per le consuete provviste ai banchi del formaggio e del pesce, buttando un occhio ai fiori. Ho comperato un paio di ciabatte imbottite, perché in questi giorni freddi i miei piedi si lamentano. Il banco è giusto davanti all’edicola, perciò è inevitabile vedere i manifesti e gli avvisi posti sugli espositori mobili e fissati col nastro adesivo alle colonne dell’ingresso. Comprese le epigrafi. E qui il mio umore si rannuvola, quando tra tanti defunti ultraottantenni leggo il cognome di un 51enne di un paese confinante, che potrebbe essere stato un mio alunno. Turbata rientro e faccio un paio di telefonate, per saperne di più. Il cognome non mi è nuovo ed anzi ho presente un ragazzo mingherlino e vivace, a cui può darsi che abbia pure messo qualche nota sul diario. Se corrisponde, ho presente anche la madre, come tante madri apprensiva e preoccupata per l’esito scolastico del figlio. Nulla di nuovo sotto il sole, da questo punto di vista. Invece non è “normale” che un figlio muoia prima del genitore, né che un alunno manchi prima del maestro. Purtroppo succede e si rimane attoniti di fronte al mistero della morte quando accade in giovane età, considerata la durata media della vita nel nostro emisfero (che pare si sia abbassata). In queste circostanze dolorose, rivolgo una preghiera al defunto e cerco conforto nei classici. L’unica certezza è che l’ultimo traguardo tocca a ciascuno, talora imprevisto e imprevedibile.

Come resistere?

– In questa gelida domenica di gennaio mi sono alzata col piede sbagliato, fuori è grigio, l’umore è nero. Certo le notizie non sono incoraggianti: Veneto maglia nera per covid e possibilità di passare a breve in fascia rossa. L’emergenza sanitaria può durare altri tre mesi, prorogabili a sei. Dopo quasi un anno di tira e molla, la stanchezza sta passando il testimone alla depressione. L’ancora di salvezza, allo stato attuale è la vaccinazione, che farò di corsa quando sarà il mio turno. Nel mentre, come resistere? In un articolo letto sul periodico gratuito del supermercato consigliano di praticare l’immaginazione: mi applico, e visualizzo il mare luccicante in una mattina di giugno, oppure il ristoro offerto dal mio glicine esuberante durante la calura di agosto. Dura pochi istanti, meglio di niente. Mentre rimugino su cosa scrivere nel post odierno, mi arriva un messaggio su Whatsapp di Anna, con la foto di una fragola rosata ai piedi di una pianta, tra sassi lisci e foglie gelate: come dice la mia amica, un bell’esempio di resilienza! Emetto un sospiro di ammirazione e penso a cos’altro può colorare il mio umore: vediamo, è domenica, bar e ristoranti chiusi. Ma è consentito l’asporto. L’ultima pizza risale a tre mesi fa, in compagnia di Lucia, il gentile consorte Gianni e il figlio Alessio. Conservo ancora lo scontrino, come ricordo di un momento felice e condiviso. Ecco, ho nostalgia di una bella pizza fumante che possa allentare il mio disagio e mi consenta di ricaricare le pile. Date le restrizioni, dovrò gustarmela in privato, in attesa di quella da condividere. Un colpo di telefono al Ristorante Pizzeria Montegrappa ed è fatta (il tono accogliente e gentile di Luca, il gestore, è un valore aggiunto).

Beata solitudo sola beatitudo (Beata solitudine sola beatitudine)

In coda ad un telegiornale, ieri ho sentito che in un paesino del padovano, Villa del Conte è stato istituito l’Assessorato alla Solitudine. Mi è sembrata un’ottima idea, su cui mi sono documentata stamattina. Scopro che non c’entra la solitudine esistenziale, quanto l’offerta di un servizio ai cittadini da parte di una persona in carne ed ossa, al posto di un robot: comunque una iniziativa apprezzabile, per umanizzare i servizi, tra l’altro neanche recentissima, perché risale a circa un anno fa. Comunque approfitto della notizia per riflettere sulla solitudine, “un’ottima cosa, se puoi parlarne con qualcuno”, come dice il mio amico Piero. Nel mio stato su Whatsapp ho inserito la frase “Beata solitudo, sola beatitudo”, attribuita a san Bernardo, persuasa della necessità di poter stare anche con se stessi, per una sorta di recupero della propria essenza, disturbata da tanti stimoli esterni. Pertanto non considero la solitudine un male, anzi un indispensabile ingrediente per praticare una qualsiasi forma d’arte. Però quando è troppo è troppo! Il distanziamento sociale favorisce l’isolamento e la solitudine scade in scoramento e profonda tristezza. Non vedrei male l’istituzione di un servizio d’ascolto, tipo telefono amico, destinato a curare le ferite da covid inferte allo spirito, subdole ma pericolose. Anch’io che apprezzo la solitudine, ho dei momenti di cedimento da cui mi rialzo indebolita. Mi impongo di essere ottimista, faccio qualche telefonata, incrocio le dita… confidando in un cambio di rotta, che dovrà pure arrivare!

Cari Lettori del blog…

Un simpatico signore, con barba e berretto, alias babbo natale della porta accanto, intervistato stamattina in tivu sugli auguri da fare, interviene sulla parte finale del messaggio, modificando “d’anno” in “danno”, così da leggere “Auguri di fine danno”. Trovata intelligente, che strappa un sorriso e un applauso. Credo che siamo davvero una moltitudine ad augurarci, se non la fine di un incubo, almeno un alleggerimento. Troppe persone non potranno rispondere all’appello del 2021 e temo quelli che negano la pandemia oppure la ignorano. La vita è diventata più complessa e difficile, ma per questo più preziosa. Fatta questa premessa, voglio rivolgermi ai lettori del mio blog, che negli ultimi sei mesi mi hanno fatto compagnia: Lucia, Martina, Marcella, Piero, Manuel… i più assidui commentatori. Ma nomino anche coloro che leggono e basta, oppure mi rispondono in privato, per una sorta di pudore espressivo: Pia, Serapia, Irene, Antonietta, Adry e Adriana, Arletta, Rossella, Marisa, Lisa, Lara, Lina, Grazia, Giancarlo, Giampietro, Noè, Ivano dalla Spagna, Paola da Nazareth, Sara dal Papua… siete diventati il pubblico con cui condivido pensieri ed emozioni: grazie di cuore! Cresce in me la percezione di qualcosa di buono dietro le parole, che consente di tenerci metaforicamente abbracciati e perciò uniti nell’esperienza di una vita non di mera sopravvivenza, ma di consapevolezza. Se la famiglia dei lettori, e dei commentatori, si allargherà, ben venga! Non ci sono premi in palio, ma la soddisfazione di condividere e la possibilità di spaziare con anima e mente. Magari anche di abbracciarci, appena possibile. Pertanto grazie amici di penna e auguri di fine “danno”! Ada

Di mattina

Tra le prime azioni che compio di mattina, c’è quella di accendere la radio, un apparecchio datato che usava spesso mia mamma ad alto volume, non perché avesse problemi di udito, ma per godersi la musica in tutte le stanze della sua modesta casa popolare. Succedeva che non sentisse il campanello quando andavo a trovarla, con conseguente mia arrabbiatura. Ho preso la sua abitudine, ma tengo il volume basso. Non sono un’esperta in materia, mi manca la cultura musicale (e tante altre) ma seleziono ciò che mi piace, condividendo l’opinione che un Anonimo ha espresso al riguardo: “La musica è il più potente antidepressivo in commercio”. In questi giorni festivi caratterizzati dall’isolamento sociale, la musica fa buona compagnia, sia per radio che per televisione, risollevando il morale. Il programma radiofonico che ascolto in bagno verso le sette di mattina su radio VENETO UNO si chiama “Leggermente in musica”, proposta sia da orchestre sinfoniche, sia tramite brani orecchiabili. Apprezzabile, a mio dire, anche l’avverbio, che allude a proposte in punta di piedi. Un programma televisivo mattutino che tratta anche di musica è IL CAFFÈ DI RAI UNO, che intrattiene ospiti creativi in vari ambiti espressivi. Giusto durante la prima colazione, profumata dall’aroma del caffè. Così la mia giornata inizia sotto buone stelle e mi accompagna ad affrontare le incombenze domestiche con mezzo sorriso. L’altro mezzo mi viene dalla scrittura, se riesco a produrre dei versi o una cartella per un ipotetico romanzo. Il post per il blog – non a caso nominato VERBA MEA – mi esce spontaneamente, entro il primo pomeriggio, perché lo immagino all’interno di un colloquio coi miei lettori, diventati miei corrispondenti: “amici di penna” che ringrazio di esserci e di farmi buona compagnia.

Dobbiamo essere ottimisti

Ieri pomeriggio, mentre in poltrona facevo la seduta di magnetoterapia per l’anca, in compagnia della gatta e della televisione, sono incappata nel programma Frontiere, condotto da Franco Di Mare, noto volto della Rai. L’argomento era l’attuale situazione pandemica, perfino troppo proposta, a mio dire, ma con un approccio letterario che mi ha incuriosito. Il giornalista ha citato la frase di Victor Hugo: “Finirà anche la notte più buia e sorgerà di nuovo il sole” e dalle Operette Morali di Giacomo Leopardi “Il dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere”. Mi piace quando dallo schermo giungono stimoli per rinfrescare le conoscenze apprese a scuola. Sono andata a ripescare l’Operetta dalla ANTOLOGIA DELLA LETTERATURA ITALIANA, III Volume, Parte Prima, pag. 694. Ammetto che Leopardi mi ha sempre affascinato, per la poetica ma anche per il vissuto di figlio ribelle incompreso. Il film IL GIOVANE FAVOLOSO, del 2014, diretto da Mario Martone e interpretato alla grande da Elio Germano ne ha restituito il carattere combattivo, compresso dalla vena pessimistica. Lo spirito ironico del dialogo creato dal grande recanatese è attualissimo, come pure il messaggio: nessuno vorrebbe tornare indietro, specie quest’anno! Tutti speriamo che il 2020 termini presto e di scordare gli immensi guai che ha provocato, riservando un abbraccio corale alle migliaia di vittime. Ma sarà dura! Comunque condivido il messaggio finale del garbato conduttore della trasmissione, che si congeda dicendo: “Dobbiamo essere ottimisti. Altrimenti come facciamo a uscire dal tunnel?”.

“Quando ti alzi al mattino…”(Marco Aurelio)

Se non ho a portata di mano il tablet, ho l’abitudine di appuntarmi frasi significative dovunque, tipo sul retro degli scontrini e su ritagli di ricevute e fogli vari che poi accantono, con l’intenzione di trascriverle al computer, cosa che non succede sempre. Se capita di ripescarle, mi congratulo con me stessa, perché sono pensieri densi di saggezza, come quello che è ricomparso da un coacervo di carte, provvisoriamente sistemate dentro una scatola di buste di cibo per gatti, che riporto: “Quando ti alzi al mattino, pensa quale prezioso privilegio è essere vivi: respirare, pensare, provare gioia e amare”. Un concentrato di buonsenso dell’imperatore filosofo Marco Aurelio (121 -180 d. C), autore dei “Colloqui con sé stesso”, ritenuto il quinto dei cosiddetti “buoni imperatori”. Suo malgrado, dovette affrontare conflitti bellici (guerre partiche e marcomanne), carestie e pestilenze. Probabile che essere a contatto frequente con la morte abbia affinato la sua visione della vita, tutt’altro che superata, direi anzi di attualità. Se non vado errato, papa Bergoglio ha detto che stiamo affrontando una sorta di terza guerra mondiale a rate, dove il nemico non si vede ma c’è e falcidia vittime senza sconti. Mi sembra un esempio calzante. Comunque più che il contesto della frase trovo appropriato lo spirito sereno di guardare al presente, con la possibilità di provare sensazioni ed emozioni talora sottovalutate, tipo appunto quelle nominate da Marco Aurelio: respirare, pensare, provare gioia e amare.