Salute e Saluti!

Oggi, giornata internazionale della salute. Bel concetto, definito la prima volta nel 1948 dall’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) come uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale. Quindi, lo stato di benessere è strettamente legato a quello di salute. Gli aggettivi fisico, mentale e sociale complicano un po’ le cose perché non è scontato che coesistano, specie in tempi di turbolenza politica, e peggio. Salute e benessere sono indispensabili per lo sviluppo economico e sociale. La nostra Costituzione, all’articolo 32 – spesso da me ricordato in classe – riconosce la salute come “fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”; pertanto è tra i diritti fondamentali della persona, a prescindere da età, genere e contesto socio-economico. Certo i legislatori ci avevano pensato bene, prima di mettere nero su bianco. Immagino l’impegno e la buona volontà per rendere comprensibili e attuabili concetti profondi. Il difficile è concretizzare, passare dalla teoria alla pratica! Per quanto mi riguarda, mi capita di chiudere spesso un messaggio oppure una mail con “Saluti e Salute”, che non vuole essere un congedo frettoloso, ma beneaugurante. Arthur Schopenhauer affermava: “La salute non è tutto, ma senza salute tutto è niente” e per mantenerla Thich Nhat Hanh consiglia: “La mattina quando vi alzate, fate un sorriso al vostro cuore, al vostro stomaco, ai vostri polmoni, al vostro fegato. Dopo tutto, molto dipende da loro”. Vale la pena di provare, non costa niente. E se dobbiamo convivere con qualche acciacco, riflettiamo su quanto dice Emanuela Breda: “La salute ci consente di godere la vita, la malattia di comprenderne meglio il significato”. Lettori, Salute e Saluti!

Acqua azzurra, acqua chiara

Mi sveglio con il profumo del brasato che sale dalla cucina. Nonostante la mia avversione ai fornelli, ieri mi sono dedicata a preparare questo secondo piatto che richiede una doppia cottura e, possibilmente, il Barolo che ho sostituito con il Rosso di Montalcino in offerta (tanto me lo mangio io, non ho ospiti a pranzo, almeno fino al 31 marzo quando finirà l’emergenza sanitaria). Durante la colazione, condivisa con i miei pets, ascolto l’interessante programma Il Caffè che ricorda Lucio Battisti (Poggio Bustone, 5.03.1943 – Milano, 9.09.1998), di cui oggi ricorrerebbe il 79esimo compleanno. Viene proposta l’interpretazione della canzone Acqua Azzurra, Acqua Chiara (brano del 1969, composto da Giulio Rapetti/Mogol/Battisti). Credo di aver sentito il brano per la prima volta in pullmann, durante una breve visita scolastica, alle superiori. Senza particolari emozioni allora, perché percepivo il cantautore socialmente distaccato, come credo fosse. Col tempo ho valorizzato di più i suoi testi, di una poesia avvincente. I versi “Acqua Azzurra, acqua chiara/con le mani posso finalmente bere” sono evocativi e profetici. Tra un paio di settimane, precisamente il 22 (tra l’altro mio giorno natale) sarà la Giornata Mondiale dell’Acqua, bene primario, essenziale per la vita in tempo di pace e di più in guerra. Inoltre i due aggettivi azzurra e chiara sono esemplari di uno stato di grazia emotivo e anche di una condizione ambientale favorevole. L’azzurro evoca il cielo e la serenità che dovremmo cercare nell’ambiente, anziché sfruttarlo e ferirlo. Negli anni passati, a primavera ricorreva la festa dell’ambiente, con piantumazione di piantine e pulizia di spiagge e fossi. Forse qualcosa è rimasto, oppure bisognerà farlo tornare. Se torna anche a piovere, dopo due mesi di siccità, la Terra ringrazia. E anche noi.

Senso storico

Bambini del Guscio (asilo nido) in passeggiata, nel giorno del mercato locale. Sono meno di una decina, maschi e femmine tra i due/tre anni, con berrettino e giacca colorata; si tengono a una corda improvvisata sostenuta alle estremità dalle maestre. Fanno un bel vedere e molta tenerezza. Sorrido di compiacimento, ma mi sale da dentro l’immagine di altri coetanei costretti alla fuga o al distacco dai genitori (se ancora li hanno), come è capitato a Margarita, cinque mesi, che nonna Elena è andata a prendere in Polonia, al confine con l’Ucraina, dove l’aspettativa la figlia Alessandra, dopo due giorni di coda in auto e 17 km a piedi! Adesso le tre donne sono a Jesi, nella casa dove vive nonna coraggio. Questa storia ha preso la piega giusta, ma chissà quante altre non potranno avere un lieto fine. Tornando ai bambini in passeggiata, auguro loro il meglio di una lunga vita. Quando saranno studenti delle scuole medie o superiori, chissà come gli verrà raccontata la brutta pagina di storia, scoppiata otto giorni fa. A proposito di storia, una delle discipline delle Materie Letterarie (con Ed. Civica, Geografia e Italiano), ho presente un testo intitolato Senso storico, che mi ha sempre incuriosito perché stimola a interrogarsi su cosa sia davvero il senso storico, domanda tuttora intrigante. Siccome la mia è una intuizione della risposta, cerco sostegno in chi ha le idee più chiare di me: “La mancanza di senso storico è un grave fattore di debolezza dei millenials” (Beniamino Piccone) e Massimiliano Panarari sulla Stampa è autore dell’articolo intitolato L’illusione di essere eruditi. L’ingrediente essenziale per fare sedimentare il sapere e sviluppare le facoltà critiche è il tempo. Quando non c’era il web, Socrate proclamava: “Io so di non sapere”. Molti opinionisti che affollano i salotti televisivi, distribuendo incertezza farebbero bene a ripassare il grande filosofo greco antico (470 a. C. – 399).

La bellezza salverà il mondo

Come ogni domenica sera, su Rai3, Fabio Fazio intrattiene i suoi ospiti con garbo su alcuni fatti di attualità. Piuttosto sgarbata – ma è una comica – è Luciana Littizzetto, che tra una battuta e l’altra pensa alla grande, sconfinando in cielo. È ciò che si è inventata ieri sera, scrivendo una lettera addirittura al Padreterno, a causa della recentissima guerra in Ucraina. Temo che la sua audacia le attirerà degli strali, ma comprendo lo spirito di chi gioca l’ultima carta, non sapendo a chi appellarsi. D’altronde non offende nessuno, anche se fa nomi e cognomi di chi ha scatenato il putiferio e deve rinsavire. “A mali estremi, estremi rimedi” dice un proverbio, e non c’è ombra di dubbio che la guerra in Europa non era prevista (ma prevedibile). Tra l’altro, se ho inteso bene, apprendo stupefatta che Putin ha accennato a una “allerta nucleare”…giusto per non farsi mancare nulla! Non so come quest’uomo dorma di notte – se dorme – se ha degli affetti… ambizioni tantissime sì, e a lungo termine. Evidentemente l’avanzare del tempo non lo spaventa, si ritiene votato alla longevità. Che abbia fatto un patto col diavolo? Allora sì che la lettera strampalata, ma non troppo della Littizzetto giunge opportuna! La trasmissione AGORÀ informa che a breve è previsto un incontro Russia-Ucraina per “Trattativa nucleare” che auspichiamo salvifica. La parola nucleare mi inquieta, mentre trattativa mi predispone a sperare. Emetto un sospiro di sollievo e spengo il televisore. Ho bisogno di staccare dalle notizie pesanti. Dato che è lunedì vado al mercato di Fonte. La mia prima bancarella è quella dei fiori che offrono uno spettacolo di serena e gratuita bellezza. Sperando che la frase di Dostoevskij “La bellezza salverà il mondo” si avveri.

L’attimo fuggente

Mattina soleggiata. Tra un paio d’ore esco, perciò mi affetto a sbrigare un paio di faccende domestiche. Dopo aver servito la colazione alla gatta, al cane, a me stessa e ai canarini (l’ordine è fisso, perché Grey è bulimica e guai se non le allungo subito la manciata di croccantini) procedo per rifarmi il letto. Alle 8.30 la luce inonda tanto la mia camera, che si trova a est della casa, che devo accostare mezzo balcone. Penso con soddisfazione che tra sei giorni sarà marzo e l’avvento della primavera metereologica mentre per quella astronomica bisogna aspettare il 20 marzo. A proposito di astronomia, oggi è il compleanno della mia cara collega di matematica e scienze, che di astronomia si intende parecchio. Lei apprezza molto i miei muffin con carote e mandorle: per me è un piacere profumare la cucina con i dolcetti che sono diventati la mia specialità (preciso unica, perché sono negata ai fornelli…per quanto col tempo qualcosa ho imparato). Come convenuto, passo da lei che insiste per tagliare la torta, sebbene io ne farei a meno. Il dolce – un saint’honoré – è così buono che mi addolcisce il seguito della mattinata. Di passaggio, mi fermo a dare un salutino a un’altra collega, piacevolmente circondata da gatti che si rincorrono o che fanno le capriole sul porfido tiepido delle undici. Mafalda, la bellissima gatta grigia con gli occhi gialli ci osserva mentre parliamo, finché si distende sul muretto tra i vasi e i germogli delle giunchiglie, come una dea egizia. Troppo bello il messaggio che mi manda, per non fermarlo. Tablet alla mano, le scatto un paio di foto che mi guarderò al ritorno. Mi guarda: forse vorrebbe chiedermi qualcosa, oppure condividere qualcosa. Ciò che colgo è che bisogna godere dell’attimo fuggente, come fa lei. Una farfalla cattura la sua attenzione e l’incanto finisce. Anzi, continua in un’altra zona del giardino.

Festa del Gatto 🐱

Se credessi nella reincarnazione, direi che in una precedente vita avrei potuto essere un gatto, tanta è l’ammirazione per questo animale simbolo d’indipendenza, di eleganza…e pure di mistero. Oggi è la Giornata Internazionale del Gatto e non posso sottrarmi dal dedicargli un post. Sono cresciuta con molti gatti, ad alcuni dei quali mi sono particolarmente affezionata: Briciola, Sky, Puma gli ultimi, preceduti da decine di altri che hanno accompagnato la mia infanzia e giovinezza. Una foto in bianco e nero mi ritrae bimba di pochi mesi mentre tiro la coda a un micino, la prima di una lunga serie di scatti, estesi anche a cani e uccelli, passioni paterne che ho ereditato. Di recente ho ricordato nel mio prossimo libro DOVE I GERMOGLI DIVENTANO FIORI (attualmente in tipografia) che in confessione, a sei anni circa, chiedevo al parroco se nell’aldilà avrei incontrato i miei amici felini, il che fa intendere la mia attrazione per questo animale con cui realizzo un’intesa spesso perfetta. Preciso quasi, perché ogni individuo ha il suo temperamento, come capita agli umani. In generale, c’è più feeling con i maschi, più accomodanti e affettuosi. Per fortuna, condivido con diverse amiche la simpatia per la regale creatura: Serapia, che me l’ha ricordato stamattina, Antonietta che stravede per il suo Agamennone (Aga per gli amici), Adriana con Giallo, Lina con Nuccio, Mafalda e altri morbidi soggetti, Lisa e Roberta con le gatte in casa e la colonia che accudiscono fuori casa, Erica contornata da numerosi baffi e fusa, Vilma in compagnia della fedele Nerina…e chiedo venia se ho scordato qualcuno/a. Tornando alle caratteristiche della specie, del gatto mi piace proprio tutto, anche quando graffia perché se lo fa ne ha motivo. Un simpatico aneddoto riguarda una gattina di pochi mesi che tenevo in braccio, schizzata via come una saetta all’udire il soffio della pentola a pressione: l’istinto le suggerì di mettersi al riparo senza tanti complimenti…e a me di considerare il suo udito finissimo! Nella storia, è risaputo che il gatto ha vissuto periodi felici, ad esempio presso gli Egizi ed infausti durante il Medioevo. Voglio sperare che ora goda di buona considerazione, perché è tra gli animali da compagnia preferiti. Purché la dedizione duri tutta la vita, rispettosa delle reciproche esigenze…di libertà.

I quattro sentimenti

La parola riordino mi suona molto ostica: sto meglio nella confusione che in un asettico mondo ordinato. Però quando è troppo è troppo. Ammetto di avere ritardato operazioni che andavano fatte appena pensionata, invece mi sono data alla scrittura creativa, di cui peraltro non mi pento perché mi fa stare bene. Succede che sposti le poltrone in salotto per usufruire di una luce migliore e, già che ci sono faccia lo stesso con le due scrivanie in studio, attorniate da vari scatoloni di libri di scuola, per lo più copie omaggio dei rappresentanti editoriali che cercavano di accaparrarsi il cambio del testo di storia, di geografia e di antologia in uso. Va da sé che, avendo insegnato per una trentina d’anni, l’omaggio cartaceo è cresciuto a dismisura, ed ora non so come smaltirlo senza mandarlo al macero. Se qualcuno ha un’idea, per favore me ne metta al corrente. Oltre ai volumi, sto vagliando fogli e carte in quantità quasi industriale, conservate “perché potrebbero ancora servire”, non in classe ovviamente dove non ci sto più, ma per rinfrescare la memoria. In una cartellina gialla ho rinvenuto il materiale usato per il progetto accoglienza, che si proponeva agli studenti delle tre classi i primi giorni di lezione, perché affrontassero in maniera soft l’anno scolastico. Orbene, mi soffermo su un foglio intitolato I QUATTRO SENTIMENTI, che esplicita obiettivi, istruzioni, possibili sviluppi. I sentimenti sono: FELICITÀ, TRISTEZZA, PAURA, RABBIA. Leggo velocemente e mi torna tutto chiaro: Che cosa vi rende felici? Che cosa vi rende tristi? Che cosa vi spaventa? Che cosa vi fa arrabbiare? Gli studenti potevano scriverlo o disegnarlo nella pagina apposita. Un sorriso mi prende, pensando a ciò che succedeva e sconfinava in discussioni animate. Non mi dispiace l’idea di rifare l’esercizio in privato, e confrontarlo con alcune risposte dei ragazzi che ho trattenuto. E che credo non cestinerò, per una sorta di rispetto generazionale dei sentimenti.

San Valentino

14 febbraio, San Valentino, vescovo e martire cristiano (Terni, 175 d. Cristo – Roma, 14 febbraio 269), patrono degli innamorati e protettore degli epilettici. Mi sento un po’ imbarazzata ad affrontare questo argomento: per l’età non più evergreen e perché mi sono innamorata poche volte nella vita, credo tre, numero perfetto secondo Dante, piuttosto contenuto per ritenermi un’esperta in materia. Mi soccorre Arletta che mi invia uno scatto fatto al Louvre dell’opera AMORE E PSICHE di Antonio Canova (di cui quest’anno ricorre il bicentenario della morte). Emetto un respiro di sollievo, osservo il gruppo marmoreo e deduco quanto segue: se il grande scultore ha messo le ali sulla schiena di Amore, Eros o Cupido che dir si voglia, oltre al mito, suppongo che abbia pensato alla sublimazione del sentimento, capace di elevare dalla terra al cielo. Allora posso spaziare anch’io e considerare l’amore riferito a tutte le creature senzienti, fiori e animali compresi. In tal caso mi sento coinvolta; eccome, considerato che vivo da sola, in serena compagnia di cane, gatta e canarini, circondata da piante dentro e fuori casa. Tornando all’opera del Canova (realizzata tra il 1787 e il 1793), mi piace come l’artista ha reso l’abbandono di Psiche al partner, destinatario dell’abbraccio. Certo che in clima di pandemia, chi ha sofferto per l’allontanamento dal compagno vivrà questa giornata con particolare intensità. Ma c’è anche il rovescio della medaglia, di chi è “scoppiato” in casa a contatto forzato con il compagno/a. Diciamo che il covid ha fatto come da cartina al tornasole. La mia percezione è che si siano rafforzate le coppie salde, e sgretolate quelle fragili. Chi è single, guarda con simpatia e un po’ di invidia le coppie autentiche, mentre prende ulteriormente le distanze da legami posticci. Chissà cosa pensa lui, il santo caricato da tante aspettative e tante domande. Chiudo gli occhi e provo a interrogarlo: mi metto in coda, perché la risposta non sarà immediata! Buon San Valentino a tutti!

Ancelle del benessere

Trasloco in casa: quello che ho fatto (fare) in salotto e in studio, il pezzo forte: decine di scatole piene di libri miei, cioè opere mie che sono rimaste invendute negli ultimi due anni e anche prima con il ricco contorno di libri di scuola che i rappresentanti editoriali lasciavano in visione agli insegnanti, contando in una nuova adozione. Si tratta di volumi di Storia, di Geografia, di Antologie dalla copertina patinata, rimasti intonsi, alcuni ancora ricoperti dal cellophane. Li ho selezionati e trasferiti in un’altra stanza, in attesa di migliore destinazione. Ma a chi? I destinatari sarebbero studenti di prima, seconda e terza media…ma anche chi frequenta circoli ricreativi, scuole serali, biblioteche. Ho pensato di metterli a disposizione di qualche mercatino, donarli. Se qualcuno è interessato, si faccia avanti. A me non servono più, o meglio mi basta trattenerne qualche copia. Riguardo quelli di narrativa che ho scritto io, devo trovare un canale per la distribuzione. Ciò detto, rimango affezionata alla carta stampata, a mio dire più avvincente dello schermo. Non nego l’utilità del digitale (sto scrivendo il post sul tablet) che offre molti vantaggi, ma ho nostalgia di quando andavo in biblioteca a Bassano e scrivevo i miei testi con carta e penna, magari dopo aver consultato un volume. Eravamo in molti, alcuni con qualche tic nervoso, ma tutti rispettosi della parola SILENZIO che campeggiava sulle gambe dei tavoli. Molte cose sono cambiate, ma le buone abitudini tentano di riemergere, indicando una soluzione al problema del troppo e ammucchiato. Beh, credo di essere sulla buona strada, dato il maquillage impresso al mio studio, la stanza più importante della casa. Se prima ci entravo come fosse un luna park, a breve ci entrerò con aria reverenziale: per ossigenarmi attraverso la lettura e la scrittura, ancelle del mio benessere.

Erano solo Italiani

Oggi giorno del ricordo delle foibe e dell’esodo giuliano-dalnata: migliaia di vittime scaraventate nelle fosse carsiche e 250.000 persone costrette ad abbandonare la loro terra: dramma nel dramma, per chi si opponeva all’annessione dei territori orientali alla Jugoslavia di Tito. Pulizia etnica, forse: violenza inaudita senza dubbio. Tra l’altro tenuta nascosta per molto tempo. Ero stata con gli alunni delle classi terze a Basovizza, circa dieci anni fa. Fu in quella occasione che venni a conoscenza della canzone 1947, magistralmente interpretata da Sergio Endrigo che divenne per me una sorta di consulente storico. “Da quella volta non l’ho rivista più/cosa sarà della mia città…Vorrei essere un albero/che sa dove nasce e dove morirà/”. Un testo che parla da solo, un’interpretazione struggente. Da qualche anno i media parlano dello spinoso argomento e possiamo vedere alcune aree del Magazzino 26, ora Museo della Memoria, che custodisce le masserizie degli esuli, per lungo tempo raccolte nel Magazzino 18: pile di sedie, quadri, letti…oggetti mai più recuperati ed accatastati fino all’inverosimile. Scorrendo il quotidiano odierno, nell’ultima pagina leggo la lettera di Federica Haglich, esule di Lussianpiccolo, intitolata: “Il dovere di ricordare il sacrificio degli Italiani di Istria e Dalmazia”. Oltre al vagabondare suo e dei genitori, l’autrice ricorda la drammatica fine dello zio 30enne, torturato insieme a due amici 19enni, poi uccisi e finiti in fondo al mare Adriatico. Dopo il recupero dei resti, custoditi nel cimitero di San Martino, sulla lapide è stata incisa la loro “colpa”: Erano Solo Italiani