Sul tema della crisi demografica Papa Francesco, intervenuto agli Stati generali della natalità a Roma ha espresso il suo punto di vista con la suggestiva immagine “In Italia inverno demografico freddo e buio”. Leggendo l’articolo su la Repubblica, mi colpisce che in “Questo nostro Paese, dove ogni anno è come se scomparisse una città di oltre duecentomila abitanti, nel 2020 ha toccato il numero più basso di nascite dall’unità nazionale: non solo per il Covid, ma per una continua, progressiva tendenza al ribasso, un inverno sempre più rigido”. Sono numeri impressionanti, anche se in Italia siamo 60 milioni di abitanti scarsi (al 31.12.2020, ab. 59.257.566 su 302.068,26 km quadrati). Anche il premier Mario Draghi sottolinea l’importanza di avere figli per favorire la ripresa, investendo sulle donne e sul miglioramento delle condizioni femminili. Buoni propositi che mi auguro avranno un seguito. Ciò detto, mi permetto di dire la mia sull’essere genitore oggi: un’impresa senza fine. Quando decisi di diventare una ragazza madre non ero una ragazzina, avevo 35 anni, lavoravo stabilmente nella scuola: ricordo l’entusiasmo nell’affrontare un’avventura umana che sapevo mi avrebbe condizionato per sempre. Col tempo è venuto meno il sacro fuoco della dedizione e sono aumentate le preoccupazioni, ad esempio legate alla crisi economica, congiunta alla pandemia: mio figlio è un giovane adulto al momento senza lavoro, impossibilitato a crearsi una famiglia. Cerco di non essere invasiva e sto alla finestra, in attesa che qualcosa cambi. Diverse mie coetanee sono nonne, piacere per ora a me negato e di cui non sento la mancanza. Tra le mie colleghe in servizio molte sono single e senza figli, chissà se c’è un nesso. Mi sovviene il proverbio: “Dio manda il freddo secondo i panni”. Nel mio caso non so se ci abbia visto giusto…
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Stasera, assegnazione dei David di Donatello
Saranno assegnati questa sera i David di Donatello, come dire serata destinata al grande cinema, che per fortuna sta per ripartire. Uno dei film in concorso è Volevo nascondermi, con il grande Elio Germano che interpreta Ligabue. È stato l’ultimo film visto l’estate scorsa, prima dello stop causa riemersione della pandemia. Conoscevo abbastanza la vicenda umana del pittore naif Antonio Ligabue (Zurigo, 18.12.1899 – Gualtieri, 27.05.1965), la cui madre, Elisabetta Costa, era originaria di Cencenighe Agordino (BL), il che lo rende un po’ veneto. Affidato dalla madre a una coppia di svizzero-tedeschi, rimarrà con loro fino ai vent’anni e questa “permanenza” lo segnò profondamente. Grazie all’incontro con Renato Marino Mazzacurati apprende l’uso dei colori a olio, dedicandosi quindi alla pittura e alla scultura. La vita da manovale o bracciante sulle rive del Po comincia a farsi meno errabonda, ma deve combattere con ricoveri in ospedale per problemi fisici e psichici. La solitudine e il dolore sono il nutrimento della sua arte, dove prevalgono gli animali, sia domestici che esotici, in stato di quiete o di tensione, rappresentati anche in scultura. La sua vicenda umana e artistica ricorda quella di Van Gogh, che però fu sempre sostenuto dal fratello Theo. Stasera in diretta su Rai1 dalle 21.25 Carlo Conti conduce la 66esima edizione del Premio. Tra i 23 film italiani in concorso c’è Volevo nascondermi, con 15 nomination: a mio modesto avviso, le merita tutte!
Il primo magistrato Beato
In camera, tra foto di fiori e gatti ho un poster dei giudici Falcone e Borsellino che mi ero procurato dopo la strage di Capaci. Avevo fatto stampare la foto dei due servitori dello stato su due t-shirt, una per me e una per mio figlio che allora aveva quattro anni. A farmi compagnia, sul comodino di frassino c’è una sottile madonnina di legno e diversi settimanali sulle stragi di Palermo che non ho avuto il coraggio di togliere. La simpatia e la pietà per le vittime delle mafia era e rimane viva. Oggi si accresce con la figura del giudice Rosario Livatino, alias giudice ragazzino, assassinato ad Agrigento il 21 settembre 1990, a 37 anni. Questa domenica (ieri) la chiesa lo proclama Beato. Essendo nato nel 1952, se fosse vivo, sarebbe ancora in servizio e chissà quante situazioni avrebbe sbrogliato, quanti malavitosi avrebbe consegnato alla giustizia, quanti pericoli avrebbe scampato. Però un miracolo l’ha compiuto – ovviamente parlo da laica – se uno dei suoi assassini ha testimoniato a suo favore. Non conosco l’iter che la Chiesa segue per elevare agli altari persone di merito, ma sono sicura che non si tratta di una passeggiata e il giudice Rosario Livatino aveva la mia stima da prima, legata anche al film che era stato realizzato sulla sua vicenda. Mi piace riportare una frase che gli era cara e che la dice lunga sulla sua profonda spiritualità: “Quando moriremo nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili”.
9 maggio 2021
Seconda domenica di maggio: festa della mamma e compleanno della mia amica Nadia. A tutte le mamme un abbraccio ideale, soprattutto a quelle che non ci sono più e a quelle che, colpite dalla sventura sono rimaste da sole. Alla mia amica di gioventù, oggi affermata odontoiatra in quel di Bassano voglio fare una sorpresa, condita di riflessione. Sto osservando la foto di noi due una quarantina d’anni fa: capelli e sorrisi, frange e mani curate, fiori nei vestiti perché era anche il periodo dei figli dei fiori, se non ricordo male. Chissà cosa ci spinse a posare in uno studio fotografico, dato che la foto è rimasta privata, chiusa in una cartellina con l’elastico per tanto tempo. Ora che mi è tornata tra le mani, mi interrogo sulla giovinezza, su ciò che eravamo… su ciò che è rimasto e chi siamo oggi. Premetto che sto alla larga dalla nostalgia, per me il meglio deve sempre arrivare… al massimo mi prende un po’ di malinconia, se penso che certe situazioni sentimentali avrebbero potuto andare diversamente. Ad esempio noi, io e Nadia, ci scriviamo, ci sentiamo, ma ci frequentiamo raramente. Il che mi lascia stupita, se penso alle premesse della nostra intensa amicizia, iniziata sui banchi del liceo classico. Nel mentre, ognuna ha costruito il suo percorso, con le barriere di protezione e le ancore di salvezza. Io sono diventata insegnante, com’era palese e madre single, come non era scontato. Oggi perciò è anche un po’ la mia festa, oltre che il tuo compleanno, Nadia: un elemento che ci unisce, oltre le distanze. Nella lieta Firenze farai un pieno di Arte che arricchisce la vita e ci rende belle dentro. Comunque, osservando la foto in bianco e nero, i miei capelli sono rimasti ed anche il tuo sorriso!
Tragedia evitata… per un capello!
Come di consueto, il sabato mattina vado dalla parrucchiera che si prende cura della mia chioma. Credo di essere la cliente in età non più evergreen con i capelli lunghi, raccolti però sulla nuca come si conviene a una signora della mia età ed anche perché così più facili da “gestire”. Da ragazza li tenevo sciolti sulle spalle, il che mi dava un senso di libertà, che provo tuttora quando in privato li libero dall’elastico. Mi piacciono le onde, come ben sa Lara, mentre rifuggo dai ricci. Il tema può sembrare frivolo, ma stamattina è legato al drammatico caso di cronaca, capitato pochi giorni fa ad una operaia 34enne, in un calzaturificio di Casella d’Asolo: impigliata per i capelli nel rullo di un macchinario che le ha strappato il cuoio capelluto, è tuttora ricoverata in gravi condizioni ma non in pericolo di vita. Poteva essere un altro caso di morte sul lavoro, come troppi se ne sentono, fortunatamente scongiurato per il pronto intervento dei colleghi, accorsi alle urla. Sono in corso gli accertamenti del caso. Non sono in grado di esprimere giudizi. Mi conforta che la tragedia sia stata evitata. Penso che i capelli, dotazione di una persona, di solito usati per abbellire la propria immagine, nel caso odierno hanno procurato alla malcapitata dolore e un danno esteticamente rilevante. Anche se “A tutto c’è rimedio, fuorché all’osso del collo”.
Sulla proprietà intellettuale
Sulla proprietà intellettuale non ho le idee chiare. Penso sia paragonabile a una specie di diritto d’autore per chi scrive e pubblica, ma molto più ampio. Comunque sia, mi sembra una buona cosa che il presidente americano Joe Biden prometta l’accesso libero ai brevetti di Pfizer, Moderna, Johnson e Johnson, anche se questa liberalità va contro gli interessi delle industrie farmaceutiche. Quand’anche si realizzasse l’accesso libero ai vaccini su scala mondiale, per fabbricare vaccini su vasta scala servono macchinari, manodopera qualificata, accesso agli ingredienti di base, know how… perché “Il vaccino non è come la torta della nonna”, dice Guido Rasi, ex direttore dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema). Nell’intervista pubblicata su la Repubblica di oggi, mi colpisce molto quest’altra sua affermazione: “Al momento somministrare il vaccino costa il doppio rispetto a produrlo” e penso alle persone che disertano gli hub, come dai titoli a pag. 7 dello stesso quotidiano. Lungi da me puntare il dito, però sono evidenti le contraddizioni che accompagnano la campagna vaccinale, che ci mette a disposizione un vaccino anti-covid, realizzato in tempi record: la zattera su cui salire per allontanarci dalla pandemia. Come precisato in un post precedente, tre giorni fa mi è stata iniettata la prima dose di AstraZeneca, con richiamo a fine luglio. Non ho registrato alcun effetto collaterale negativo… anzi mi sono alleggerita del peso di essere un inconsapevole untore. Tra una decina di giorni mi muoverò con più autonomia, senza smettere i raccomandati presidi di salvaguardia. Le ferie estive appartengono a qualche momento del passato. La mia vera vacanza sarà godere del bene incommensurabile della Salute, da condividere con gli altri.
India, il buco nero dei vaccini
Durante il mio servizio scolastico, ho avuto degli alunni stranieri, com’è normale che sia, alcuni nati in Italia ed altri giunti da altri continenti. Quelli che mi hanno lasciato un bel ricordo per voglia di apprendere e gentilezza sono indiani. Tant’è che con Annu, ora sposata e residente in Canada, sono tuttora in contatto. L’anno scorso mi ha mandato il bellissimo video delle sue nozze, e attendo che a breve si laurei: era previsto in Italia, ma causa pandemia il percorso di studi si completerà laggiù online. Annu aveva lasciato il segno anche in sede d’esame di terza media, parlandoci con eleganza della cultura indiana ed esibendo un coloratissimo sari. Sentire per televisione che in India la situazione pandemica è grave, mi rattrista molto: non solo per la simpatia che nutro verso il popolo indiano, ma anche per l’assurdità di sapere che l’immensa nazione (settimo stato al mondo per superficie e secondo per abitanti, circa 1 miliardo e 400 milioni) produce una gran quantità di vaccini… e non ha i mezzi per contrastare la drammatica situazione sanitaria, che falcia vittime anche tra i più giovani. Vedere certe immagini, come quella delle pire in serie che bruciano cadaveri in piazza, non necessita di commenti. Mi fa pensare anche alla situazione economica di altri stati, che hanno materie prime di cui non possono godere, perché sfruttate da altre nazioni. Come dire: “Chi ha il pane non ha i denti e viceversa”. Conosco i genitori di Annu, brave persone, integratisi da tempo nella comunità locale. Annu è trasvolata in Canada perché il marito, indiano, viveva là. Sarebbe fantastico che fosse l’amore il motore degli spostamenti. E non l’urgenza economica o altre tragedie.
Art. 32 della Costituzione Italiana
Con una certa ansia, stamattina mi sono sottoposta al vaccino anti-covid, per me l’Astra Zeneca, da richiamare il 27 luglio. Incrocio le dita e spero di non dover combattere con paventati effetti collaterali, persuasa che saranno in ogni caso gestibili. Del resto una decina di giorni fa ho prenotato la vaccinazione, per scongiurare di essere contagiata e per non fare io da untore. Ho scelto di riferirmi al Centro Polifunzionale di Vidor, molto ampio ed organizzato. Mi sono trovata in compagnia di un centinaio di persone della mia fascia d’età, alcune di aspetto più giovane e altre più male in arnese, distribuite su 115 sedie ben distanziate. Ogni quarto d’ora circa, un volontario con megafono introduceva i gruppi di vaccinandi in base all’orario di convocazione in un’altra sala dove una decina di medici procedeva al colloquio, per stabilire il vaccino più opportuno. A me è toccata la dottoressa Claudia, una bella ragazza dai tratti mediterranei, molto professionale e anche cordiale. Le ho pure chiesto a chi girare eventualmente il mio post sull’esperienza e lei mi ha ragguagliata. Quindi ho lasciato il posto a un’altra persona e mi sono avvicinata alla postazione per fare l’iniezione, pressoché indolore e rapida. Ho atteso di più per la restituzione delle “carte”, per un momentaneo inghippo della stampante. Infine ho atteso quindici minuti sulle sedie celesti, di fronte all’uscita e poi… via a recuperare la mia Panda azzurra nell’enorme parcheggio. Persuasa di aver fatto la cosa giusta, al netto di qualche dubbio, riconosco che l’organizzazione merita un plauso e gli operatori coinvolti complimenti sinceri. Ma ciò che mi ha rincuorato, è stato essere insieme a tante persone, più o meno coetanee, preoccupate della loro salute e quindi anche di quella degli altri. Perché la Salute – parola che si merita la esse maiuscola – è un bene individuale e collettivo, come recita l’Art. 32 della Costituzione Italiana.
FATALITÀ
Dopo pioggia e vento di ieri, oggi la settimana inizia con il sole che è sempre benvenuto, per le attività e per l’umore. Un paio di commissioni a Fonte, dove è in corso il mercato. Però prima sosta al bar, rigorosamente all’esterno dove è piacevole sostare seduta ad un tavolino rotondo, con la schiena al sole. Mentre attendo pazientemente la consumazione, sfoglio il quotidiano, sbirciando un bambino che mi guarda dal passeggino. Mi fermo su una pagina di cronaca che cattura la mia attenzione: “Il chirurgo ucciso da un’auto. Aveva operato, tornava a casa”. La vittima dell’incidente è il primario di Neurochirurgia dell’ospedale San Camillo, il 46enne Agazio Meviniti, che un paio di anni fa aveva salvato Manuel Bortuzzo, il nuotatore azzurro ferito a Roma il febbraio 2019 e rimasto paralizzato. Quando si dice la fatalità. Lo scooter del chirurgo viene tamponato sul Raccordo anulare, lui cade e si rialza, ma in questo frangente viene investito mortalmente. Leggo che a casa lo aspettano i due figli per fare i compiti: routine familiare sconvolta e traumatico cambio di abitudini. Chissà quante altre vite dolenti il dottor Agazio avrebbe potuto rimettere in sesto nei prossimi vent’anni! La sua morte sulla strada mi fa pensare a quella occorsa alla mia amica Zulay, colpita in pieno da un’auto fuori controllo, in sella allo scooter, mentre tornava a casa diligentemente sulla destra. Ha lasciato diverse sorelle sparse per l’Europa e un padre di origini indie in Ecuador. Era una mia allieva del corso serale ed eravamo diventate amiche. Le ho dedicato il romanzo MIGRANTE NUDA, che mi ha aiutato a metabolizzare la sua perdita. Sono trascorsi diversi anni da allora. Il senso di precarietà della vita che mi ha trasmesso la sua morte improvvisa e violenta si rinnova ogni volta che si allunga l’elenco delle vittima della strada. Un elenco esageratamente lungo.
“Nuotiamo, la riva non è lontana”
Primo Maggio, il secondo in lockdown. Sul mio calendario è specificato Festa del lavoro, certo in ricordo delle lotte sostenute per la conquista dei diritti in tale ambito. Tuttavia lo spirito della festa latita, e a ragione. Nonostante caute aperture, siamo ancora in pandemia, con cenni di recessione virale. Ieri pomeriggio sono stata al cinema a Castelfranco, con Serapia, dopo otto mesi. Ho visto un bel film, MINARI, ambientato quarant’anni fa con protagonista una famiglia coreana in cerca di fortuna in America: molta poesia, nessuna retorica, scontri generazionali. Mi ha fatto pensare agli Anni Cinquanta in Italia, ai nostri immigrati ed emigranti. Tornata a casa quasi contenta, mio figlio, senza lavoro da quando la palestra è out (otto mesi) si chiede perché alcuni settori hanno ripreso a lavorare e altri – come quello dello sport – ancora no. Non ho avuto argomenti per rispondere, spero solo che resista ancora un altro mese. Temo che sia invecchiato dentro parecchio e con lui tutta una generazione catapultata dal benessere facile al malessere diffuso.Tra me e lui, temo sia lui il più sfiduciato. D’altro canto non riesco a mentire sul panorama perturbato che intravedo, e non alludo alle bizze del tempo, tuttora instabile. Anch’io cerco motivi di conforto e mi aggrappo alle parole del nostro presidente, sempre misurate e illuminanti, nonché a quelle espresse stamattina dalla scrittrice Dacia Maraini, durante la trasmissione Dialogo e che adotto come auspicio per i troppi che al momento ancora non lavorano: “Nuotiamo, la riva non è lontana”.
