Coraggio, piccolo Eitan!

Di quindici persone nella cabina impazzita, unico superstite della tragedia successa in Piemonte, un bimbo di cinque anni, Eitan, salvato dall’abbraccio del padre. Il resto della sua famiglia spazzato via: il fratellino di due anni, genitori, nonni. Non doveva succedere, pare che i controlli per la manutenzione dell’impianto della funivia Stresa-Mottarone fossero regolari… ma è successo, trasformando in un gigantesco dramma il sogno di una vacanza nel cuore del Piemonte, sul pendio che sovrasta la rinomata località turistica sul lago Maggiore. Mi concentro sul piccolo Eitan, immaginando come potrà essere il suo futuro, privato degli affetti più cari. E mi soccorre l’immagine del padre, nel tentativo di proteggere il figlio. Forse un gesto istintivo, ma pieno di significati positivi in un periodo altrimenti costellato anche da fragilità genitoriali che la pandemia ha scoperto. Non basta mettere al mondo un figlio per essere un bravo genitore. E non mi risulta ci sia una scuola che rilascia attestati che lo garantiscano. Ok le tavole rotonde, gli specialisti, qualche trasmissione dedicata, ma poi ognuno agisce in base all’educazione appresa e al figlio che si ritrova, spesso diverso dalle aspettative. Quando si parla di nascite, si usa l’espressione “messo al mondo” e non “in famiglia”, come ha argutamente rilevato un acuto sacerdote che non conosco, per sostenere l’importanza della comunità nell’accogliere i nuovi nati. Perciò il piccolo Eitan, pur privato dei consanguinei, non rimarrà solo, ne sono certa. Mi unisco anch’io alle centinaia di persone che gli inviano una preghiera e una carezza.

Coraggio e memoria

Sono passati quasi trent’anni (29) da quando Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, gli uomini e le donne delle loro scorte persero la vita. La commemorazione, promossa dal Ministero dell’Istruzione si ripete ogni anno dal 2002 e coinvolge migliaia di studenti che raggiungono Palermo a bordo della “Nave della Legalità”. La frase di Antonino Caponnetto “La mafia teme la scuola più della giustizia”, si sta rivelando vera e foriera di energie positive. Data la circostanza, anziché parlare dell’infausto evento dell’attentato, ricostruito anche dal cinema, mi interrogo su cosa sia il coraggio, che le vittime delle mafie hanno messo in campo sopra ogni cosa. Potrebbe sembrare parola desueta il coraggio oggi, perciò cerco spunti dal pensiero stesso di Falcone, che diceva: “L’importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Ecco, il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio ma incoscienza”, oppure: “Chi tace e piega la testa muore ogni volta che lo fa, chi parla e cammina a testa alta muore una volta sola”, che mi richiama quest’altra: “Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini”. Non finirei più di attingere al pensiero di quest’uomo straordinario, dalla voce calda e carezzevole. I suoi pensieri sono per me una miniera di benessere e di ottimismo sul genere umano, che sopravanza la ferita inferta alla sua persona, con il dolente carico dei colleghi e amici con lui sacrificati. Da molti anni tengo in camera il poster dei due amici giudici Falcone e Borsellino, che sono diventati una sorta di faro illuminante le mie giornate grigie. Quando mi coglie lo smarrimento o la sfiducia nelle istituzioni, osservo la foto che li ritrae complici e bendisposti, invidiando la loro amicizia e rendendo grazie al loro servizio, alimentato dal sangue di tante altre vittime. E mi dico che il loro pensiero deve camminare anche sulle mie gambe.

Addio a Franco Battiato

Tra le prime azioni che faccio quando mi alzo, accendo una vecchia radio in bagno, sintonizzata su un canale regionale che mi riconnette col mondo attraverso notizie e brani musicali. Stamattina trasmetteva un pezzo di Franco Battiato (all’anagrafe Francesco, nato a Jonia (CT) il 23 marzi 1945) cantautore, compositore ma anche regista che ignoravo fosse mancato. L’ho saputo dal telegiornale, mentre facevo colazione e ho collegato le due cose. Poi è stato un effluvio di informazioni. Pia mi manda un video del testo Uccelli: del raffinato musicista mi colpiscono le associazioni verbali, tipo le “geometrie esistenziali” citate in questo brano. Divenuto ormai un classico il “Centro di gravità permanente”, il musicista amava le contaminazioni espressive, le sperimentazioni e delle formule innovative per comunicare, che è poi l’obiettivo primario di ogni artista. Non sono esperta in materia e non sono stata neanche una fan del compositore siciliano, di cui ammiravo l’essere piuttosto controcorrente. Considero i suoi testi molto interessanti, per approcciare diverse discipline: musica, filosofia, storia, religione… perfino matematica con le suddette “geometrie esistenziali”. Chissà se ha chiarito qualcosa al riguardo, o cosa avrebbe potuto aggiungere. A me piace l’associazione della parola “geometrie” con l’aggettivo “esistenziali”: mi fa pensare alla strada che ognuno percorre in parallelo ad un altro, senza mai toccarsi ma con la possibilità di vedersi. Interpretazione opinabile ma per me suggestiva. Credo che andrò a cercare e a riascoltare i suoi testi, per connettermi con la sua bella anima. Buon viaggio, Franco Battiato: “Tutto l’universo obbedisce all’amore”!

Uscita di scena

Tra le notizie di attualità che oggi leggo in internet su TREVISOTODAY mi colpisce questo titolo: “Il sorriso di Michele si spegne a 22 anni: raccolta fondi per aiutare la famiglia. Penso a un incidente e considero l’articolo. Michele Pagniello di Istrana si è tolto la vita. Accompagna l’articolo la foto di un volto dolce, con leggera barba sopra le labbra, forse un velo di malinconia nello sguardo. Di motivi per dolersi ne aveva: padre morto da poco per tumore, studi abbandonati per aiutare la famiglia, diviso tra tre diversi lavori: magazziniere, cibi da asporto che forniva a bordo del “food truck” (camion che prepara cibo da asporto) e d’inverno vendeva le caldarroste per le strade e le piazze. Insomma, infaticabile, per sostenere la mamma e la sorellina ancora minorenne. Tant’è che mi chiedo: in una situazione economica stremata, dove è raro trovare una occupazione, non è che questo ragazzo si sia speso troppo? Non so nulla del suo carattere e se per caso avesse manifestato segni di cedimento, esclusi, a detta degli amici. Probabilmente era un soggetto che si teneva tutto dentro, e che non ce l’ha più fatta a reggere ritmi lavorativi esagerati. Chi troppo impegnato e chi troppo poco, magari finanziato da mamma e papà, nonni compresi. La via di mezzo sembra impraticabile. Mi fa pensare a un mio stimatissimo ex allievo che decise di uscire di scena, dopo essersi fatto una famiglia e aver cambiato un paio di lavori. Voleva la perfezione in tutto… che non trovava mai. La madre ottantenne, dolce e gracile, da tanti anni continua a chiedersi perché l’abbia fatto. Un tormento senza fine. E senza risposta.

Giornata mondiale della luce

Il 16 maggio si festeggia la luce e il miracolo tecnologico dell’illuminazione artificiale. La data scelta ricorda l’invenzione del laser e di conseguenza i risultati ottenuti grazie allo studio della luce, applicati in apparecchi diagnostici salva-vita o trattamenti medici. Come dire quanto la luce e le tecnologie concorrano per il benessere nella nostra vita quotidiana. La giornata festiva è iniziata con il sole, e speriamo si mantenga e scaldi perché la temperatura corrisponde a quella di aprile, quindi di un mese fa. Secondo la Bibbia, per la creazione della luce e dell’universo Dio disse: Fiat lux e la luce si materializzò. Per analogia con l’argomento proposto dalla giornata odierna, ripropongo il titolo del mio ultimo romanzo IL FARO E LA LUCE, che spero di presentare a breve. Qui però la luce non è quella materiale, bensì intellettuale mediata dal faro, simbolo di ricchezza interiore. Più semplicemente, il romanzo parla della stima e dell’amicizia tra due insegnanti, simboleggiata dal luminoso dipinto in copertina. Lo sfondo azzurro e il cerchio giallo che contiene il faro, con gli elementi marini di contorno rilassano lo sguardo e alleggeriscono l’animo, provato dopo tanti mesi di pandemia. La luce reca un grande contributo alla bellezza, in qualunque modo si esprima. Buona giornata luminosa a tutti!

Nascite in calo

Sul tema della crisi demografica Papa Francesco, intervenuto agli Stati generali della natalità a Roma ha espresso il suo punto di vista con la suggestiva immagine “In Italia inverno demografico freddo e buio”. Leggendo l’articolo su la Repubblica, mi colpisce che in “Questo nostro Paese, dove ogni anno è come se scomparisse una città di oltre duecentomila abitanti, nel 2020 ha toccato il numero più basso di nascite dall’unità nazionale: non solo per il Covid, ma per una continua, progressiva tendenza al ribasso, un inverno sempre più rigido”. Sono numeri impressionanti, anche se in Italia siamo 60 milioni di abitanti scarsi (al 31.12.2020, ab. 59.257.566 su 302.068,26 km quadrati). Anche il premier Mario Draghi sottolinea l’importanza di avere figli per favorire la ripresa, investendo sulle donne e sul miglioramento delle condizioni femminili. Buoni propositi che mi auguro avranno un seguito. Ciò detto, mi permetto di dire la mia sull’essere genitore oggi: un’impresa senza fine. Quando decisi di diventare una ragazza madre non ero una ragazzina, avevo 35 anni, lavoravo stabilmente nella scuola: ricordo l’entusiasmo nell’affrontare un’avventura umana che sapevo mi avrebbe condizionato per sempre. Col tempo è venuto meno il sacro fuoco della dedizione e sono aumentate le preoccupazioni, ad esempio legate alla crisi economica, congiunta alla pandemia: mio figlio è un giovane adulto al momento senza lavoro, impossibilitato a crearsi una famiglia. Cerco di non essere invasiva e sto alla finestra, in attesa che qualcosa cambi. Diverse mie coetanee sono nonne, piacere per ora a me negato e di cui non sento la mancanza. Tra le mie colleghe in servizio molte sono single e senza figli, chissà se c’è un nesso. Mi sovviene il proverbio: “Dio manda il freddo secondo i panni”. Nel mio caso non so se ci abbia visto giusto…

Stasera, assegnazione dei David di Donatello

Saranno assegnati questa sera i David di Donatello, come dire serata destinata al grande cinema, che per fortuna sta per ripartire. Uno dei film in concorso è Volevo nascondermi, con il grande Elio Germano che interpreta Ligabue. È stato l’ultimo film visto l’estate scorsa, prima dello stop causa riemersione della pandemia. Conoscevo abbastanza la vicenda umana del pittore naif Antonio Ligabue (Zurigo, 18.12.1899 – Gualtieri, 27.05.1965), la cui madre, Elisabetta Costa, era originaria di Cencenighe Agordino (BL), il che lo rende un po’ veneto. Affidato dalla madre a una coppia di svizzero-tedeschi, rimarrà con loro fino ai vent’anni e questa “permanenza” lo segnò profondamente. Grazie all’incontro con Renato Marino Mazzacurati apprende l’uso dei colori a olio, dedicandosi quindi alla pittura e alla scultura. La vita da manovale o bracciante sulle rive del Po comincia a farsi meno errabonda, ma deve combattere con ricoveri in ospedale per problemi fisici e psichici. La solitudine e il dolore sono il nutrimento della sua arte, dove prevalgono gli animali, sia domestici che esotici, in stato di quiete o di tensione, rappresentati anche in scultura. La sua vicenda umana e artistica ricorda quella di Van Gogh, che però fu sempre sostenuto dal fratello Theo. Stasera in diretta su Rai1 dalle 21.25 Carlo Conti conduce la 66esima edizione del Premio. Tra i 23 film italiani in concorso c’è Volevo nascondermi, con 15 nomination: a mio modesto avviso, le merita tutte!

Il primo magistrato Beato

In camera, tra foto di fiori e gatti ho un poster dei giudici Falcone e Borsellino che mi ero procurato dopo la strage di Capaci. Avevo fatto stampare la foto dei due servitori dello stato su due t-shirt, una per me e una per mio figlio che allora aveva quattro anni. A farmi compagnia, sul comodino di frassino c’è una sottile madonnina di legno e diversi settimanali sulle stragi di Palermo che non ho avuto il coraggio di togliere. La simpatia e la pietà per le vittime delle mafia era e rimane viva. Oggi si accresce con la figura del giudice Rosario Livatino, alias giudice ragazzino, assassinato ad Agrigento il 21 settembre 1990, a 37 anni. Questa domenica (ieri) la chiesa lo proclama Beato. Essendo nato nel 1952, se fosse vivo, sarebbe ancora in servizio e chissà quante situazioni avrebbe sbrogliato, quanti malavitosi avrebbe consegnato alla giustizia, quanti pericoli avrebbe scampato. Però un miracolo l’ha compiuto – ovviamente parlo da laica – se uno dei suoi assassini ha testimoniato a suo favore. Non conosco l’iter che la Chiesa segue per elevare agli altari persone di merito, ma sono sicura che non si tratta di una passeggiata e il giudice Rosario Livatino aveva la mia stima da prima, legata anche al film che era stato realizzato sulla sua vicenda. Mi piace riportare una frase che gli era cara e che la dice lunga sulla sua profonda spiritualità: “Quando moriremo nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili”.

9 maggio 2021

Seconda domenica di maggio: festa della mamma e compleanno della mia amica Nadia. A tutte le mamme un abbraccio ideale, soprattutto a quelle che non ci sono più e a quelle che, colpite dalla sventura sono rimaste da sole. Alla mia amica di gioventù, oggi affermata odontoiatra in quel di Bassano voglio fare una sorpresa, condita di riflessione. Sto osservando la foto di noi due una quarantina d’anni fa: capelli e sorrisi, frange e mani curate, fiori nei vestiti perché era anche il periodo dei figli dei fiori, se non ricordo male. Chissà cosa ci spinse a posare in uno studio fotografico, dato che la foto è rimasta privata, chiusa in una cartellina con l’elastico per tanto tempo. Ora che mi è tornata tra le mani, mi interrogo sulla giovinezza, su ciò che eravamo… su ciò che è rimasto e chi siamo oggi. Premetto che sto alla larga dalla nostalgia, per me il meglio deve sempre arrivare… al massimo mi prende un po’ di malinconia, se penso che certe situazioni sentimentali avrebbero potuto andare diversamente. Ad esempio noi, io e Nadia, ci scriviamo, ci sentiamo, ma ci frequentiamo raramente. Il che mi lascia stupita, se penso alle premesse della nostra intensa amicizia, iniziata sui banchi del liceo classico. Nel mentre, ognuna ha costruito il suo percorso, con le barriere di protezione e le ancore di salvezza. Io sono diventata insegnante, com’era palese e madre single, come non era scontato. Oggi perciò è anche un po’ la mia festa, oltre che il tuo compleanno, Nadia: un elemento che ci unisce, oltre le distanze. Nella lieta Firenze farai un pieno di Arte che arricchisce la vita e ci rende belle dentro. Comunque, osservando la foto in bianco e nero, i miei capelli sono rimasti ed anche il tuo sorriso!

Tragedia evitata… per un capello!

Come di consueto, il sabato mattina vado dalla parrucchiera che si prende cura della mia chioma. Credo di essere la cliente in età non più evergreen con i capelli lunghi, raccolti però sulla nuca come si conviene a una signora della mia età ed anche perché così più facili da “gestire”. Da ragazza li tenevo sciolti sulle spalle, il che mi dava un senso di libertà, che provo tuttora quando in privato li libero dall’elastico. Mi piacciono le onde, come ben sa Lara, mentre rifuggo dai ricci. Il tema può sembrare frivolo, ma stamattina è legato al drammatico caso di cronaca, capitato pochi giorni fa ad una operaia 34enne, in un calzaturificio di Casella d’Asolo: impigliata per i capelli nel rullo di un macchinario che le ha strappato il cuoio capelluto, è tuttora ricoverata in gravi condizioni ma non in pericolo di vita. Poteva essere un altro caso di morte sul lavoro, come troppi se ne sentono, fortunatamente scongiurato per il pronto intervento dei colleghi, accorsi alle urla. Sono in corso gli accertamenti del caso. Non sono in grado di esprimere giudizi. Mi conforta che la tragedia sia stata evitata. Penso che i capelli, dotazione di una persona, di solito usati per abbellire la propria immagine, nel caso odierno hanno procurato alla malcapitata dolore e un danno esteticamente rilevante. Anche se “A tutto c’è rimedio, fuorché all’osso del collo”.