Insolita postazione

Dalla mia stanza al settimo piano dove sono ricoverata vedo il cielo azzurro decorato di lunghe nubi bianche che sembrano sostare sulle cime ridenti dei monti. Vorrei fotografarle ma non posso ancora scendere dal letto, finché non passa l’ortopedico, previsto a breve. Nel mentre, provo a fare la cronaca della giornata di ieri, sicuramente la più importante dal punto di vista sanitario. Volevo conoscere il robot ma mi sono assopita prima: anestesia spinale con leggera sedazione, poi chiedo dettagli al chirurgo. La cosa importante è che non ho sentito dolore e stamattina va anche meglio, perché ho smaltito alle 21gli esiti della sedazione che mi aveva congelato il piede. Ricordo un sacco di persone entro e fuori la sala operatoria, ovviamente con mascherina e abiti da lavoro verde scuro, in maggioranza uomini. Le donne sono più concentrate nei reparti. In quello di ortopedia sono ricoverati 30 pazienti, tra cui la sottoscritta. Ho memorizzato qualche nome (anche se li confondo): Beatrice, Tamara, Marina, Marialuisa… Sergio, Roberto, Diego, Raffaele…i fisioterapisti Renzo e Flavio. Mi spiace non aver incontrato l’anestesista Giacomo, mio ex valido allievo in quel di Crespano, oltre vent’anni fa. Ma succederà, prima della dimissione. Dei primi due giorni, il più frustrante è stato quello del ricovero, perché dominano l’ansia e l’incertezza sul da farsi. L’ambiente è un porto di mare ed è naturale sentirsi un pesce fiori dell’acqua. Ma è giocoforza adattarsi, sapendo che poi si tornerà a casa più contenti e risanati. L’umore è ondivago, perché il corpo in difficoltà ha le sue ragioni che mi richiama la frase di Biagio Pascal “Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce”. Adesso devo lasciarvi perché sono venuti a mettermi a nanna. Ciao amici lettori, grazie di farmi compagnia.

Quasi un congedo

QUASI UN CONGEDO Se non potessi più risvegliarmi sarebbe un vero peccato non aver abbastanza amato. Sento di aver privilegiato fiori gatti e cani che hanno alleggerito la mia vita arricchita di sogni ad occhi aperti, in parte realizzati altri sfumati. Nel campo della letteratura qualcosa ho seminato, tra racconti romanzi foto e poesie, piccole manie dal sapore antico. Gli amici benedico che mi hanno fatto compagnia e chi mi ha sopportato con allegria.

QUASI UN CONGEDO

Se non potessi
più risvegliarmi
sarebbe un vero
peccato
non aver abbastanza
amato.

Sento di aver
privilegiato
fiori gatti e cani
che hanno
alleggerito
la mia vita

arricchita
di sogni
ad occhi aperti,
in parte realizzati
altri sfumati.

Nel campo
della letteratura
qualcosa ho seminato,
tra racconti romanzi
foto e poesie,
piccole manie
dal sapore antico.

Gli amici benedico
che mi hanno fatto
compagnia e chi
mi ha sopportato
con allegria.

Santi e Defunti

Dalla stanza al settimo piano dell’ospedale San Bassiano dove sono ricoverata da stamattina si gode una bella vista che spazia dai monti all’Ossario, sotto un cielo di nuvole grigio-azzurre; si vedrà nel pomeriggio che piega prenderanno. Appezzamenti arati di fresco confermano la bontà dell’abbinamento cromatico azzurro e marrone. Dopo la giornataccia di ieri, la giornata è iniziata col piede giusto. Per il mio, sono fiduciosa. Marcella mi ha suggerito di immaginare un soggiorno in una spa: non è proprio la stessa cosa, ma nel mio pigiama a righe viola bianche e lilla, con qualche bottoncino a forma di fiore mi sento a mio agio. Indosso un braccialetto identificativo di carta che mi ricorda quello indossato al momento del parto. Ora come allora sono nelle mani dei sanitari, non si tratta di lieto evento ma di evento di fisiologica usura, come precisa Marcella. Non ho alternative e faccio quello che c’è da fare. Non voglio rinunciare al mio appuntamento col blog, che affido domani ad una poesia, confidando di ricevere qualche commento di conforto. Visto che ieri ricorreva la festività di Ognissanti e oggi si commemorano i Defunti, spero che il mio santo protettore vegli su di me e mi sostenga in questo periodo di prova che affronto per alleggerirmi la vita, non certo per complicarmela. Infine mi appello alla zia Ada, sorella di mamma, volata in cielo a 19 anni, per tifo, nel lontano 1937, preceduta dalla sorella 17enne Lina, per lo stesso motivo. Chi ci ha preceduto ci apre la strada e ci illumina durante il percorso, mai lineare ma sempre interessante.

Primo Novembre

Oggi il tempo è lacrimoso, più in sintonia con la giornata di domani rispetto all’odierna di Ognissanti. Del resto le persone anticipano la visita in cimitero, accogliente come un giardino. Prevalgono i crisantemi ma è un tripudio anche di lilium, iris e altri fiori colorati. Lo spettacolo più emozionante sarà alla sera, con tante fiammelle che si animano, come il palpitare delle anime dei defunti. Ho fatto una capatina in camposanto per salutare mamma e papà, cui ho acceso due candele giganti perché domattina non potrò replicare la visita, causa ricovero. Lei dalla foto mi sorride e mi trasmette serenità. Lui, il globe trotter, sta trafficando sulla Laverda, in previsione di uno dei tanti viaggi, stavolta ultraterreni. Sulla stessa linea, un poco discosto a sinistra riposa il mio maestro Enrico Cunial, alias Rico Croda, di cui sto scrivendo una sorta di biografia parallela alla mia. Sotto i baffi austeri mi incoraggia a procedere. Mi incuriosiscono due lapidi, decorate da oggetti infantili carichi di tenerezza. Attorno al lume di vetro di una è stato appeso un lavoretto infantile: un cartoncino a forma di candela con riportata sul retro la preghiera “L’eterno riposo”. Sull’altra, una mano gentile ha attorcigliato un fiocco rosa. Ecco, queste testimonianze mi confermano quello che in sostanza credeva Ugo Foscolo, autore dei Sepolcri: i defunti continuano ad esistere nella nostra mente e nel nostro cuore, attraverso la cura delle tombe. D’altronde già dalla preistoria le prime civiltà che si sono segnalate praticavano il culto dei defunti. Sarebbe confortante che il ricordo, concentrato in questo periodo, fosse spalmato durante tutto l’anno. Di sicuro qualcuno lo fa, con ammirevole abnegazione. Oberati da svariati impegni, altri trascurano. Sì spera che le anime perdonino e intercedano con benevolenza.

Ave, Maria, gratia plena…

Oggi ultima domenica di ottobre. Siccome domani ricorre la festività dei Santi, mi pare un giorno prefestivo, con molta gente che visita il camposanto e si dedica alla sistemazione delle tombe. Io sono distratta dal mio prossimo intervento e cerco di sistemare cane gatto uccellini – i miei conviventi – affinché non abbiano a risentire della mia assenza, che mi auguro brevissima, non oltre i tre giorni. Quando rientro a casa, sono le 12 dell’ora solare ritornata stanotte ma il mio stomaco, ignaro del cambio segnala un certo appetito. Pertanto metto in microonde la crespella ai funghi porcini appena acquistata e accendo la televisione: papa Bergoglio recita l’Ave Maria in latino e poi impartisce la benedizione, che prendo anch’io prima di sedermi a tavola. Sentire recitare la popolarissima preghiera in latino mi procura una certa emozione, perché mi riporta al Corso di Latino che tenni molti anni fa, come integrazione scolastica agli studenti – in realtà quasi tutte ragazze – che frequentavano allora la seconda o terza media. Parlo di circa vent’anni fa. Ricordo che stampai io stessa l’attestato di frequenza e che mi servii della bellissima orazione, per seminare qualche nozione di lingua latina. Pare che la preghiera sia partita addirittura dall’Egitto, diffondendosi sia nella chiesa cristiana orientale sia in quella occidentale. La prima formulazione completa si trova nel libro di preghiere del beato Antonio da Stroncone (1368 – 1461), francescano umbro. Mi piace sottolineare che la lode iniziale “Ave” non è un semplice saluto, ma è un invito a gioire pari a “Rallegrati”. Anche il nome Maria è interessante perché ha due radici diverse: una egizia “Myr” che vuol dire amata e una ebraica “yam”, abbreviazione di Iahvè, che significa l’amata di Iahvè, la prediletta di Dio. Il resto del significato della preghiera lo lascio ai singoli lettori. In ogni caso sono lieta di essermi occupata di questo testo a poche ore dalla solennità di Ognissanti, per fugare i disturbi e le ombre dell’incombente Halloween!

Giornata del risparmio

Il 30 ottobre 1924 fu istituita la giornata mondiale del risparmio, che pertanto ricorre oggi, almeno nel calendario degli eventi da riproporre, “appuntamento storico ma poco conosciuto”. Questa notizia mi porta a quando avevo circa nove anni e ricevetti in dono un salvadanaio tramite la scuola elementare frequentata, dove recitai una poesia e mi fu scattata una foto ricordo. Il salvadanaio era molto pesante, grigio, con lucchetto annesso. Io avevo la coda di cavallo e le gonne corte. Ho ben presente la foto in bianco e nero di me scolaretta, ma non so che fine abbia fatto il salvadanaio, usato assai poco. Piacevole ricordare l’episodio, imbarazzante argomentare sul risparmio. Pare che noi Italiani siamo dei bravi risparmiatori, ma di questi tempi sembra più opportuno parlare di capacità di “tirare la cinghia” nella migliore delle ipotesi. Leggo anzi che sono aumentati i furti e molte famiglie sono in sofferenza. Non mi considero una sprecona, sono piuttosto attratta dal vintage, perciò riciclo soprattutto indumenti, anche perché ho mantenuto all’incirca lo stesso peso di vent’anni fa, ed anzi ho perso qualche chilo. La pandemia ha azzerato e poi ridotto le occasioni d’incontro, per cui ho delle calzature nuove di zecca da inaugurare, sperando in una risoluzione del problema sanitario. Mi sono ritrovata poche volte al ristorante con un’amica, ma più di frequente consumo la pizza da asporto. Più che necessità, si tratta di nuovo comportamento, favorito dalle circostanze. Se è vero che siamo adattabili, oltre che risparmiatori, forse ne uscirà qualcosa di buono. Lo spero vivamente.

Famiglia maxi

Mattinata densa di commissioni, lunedì non potrò fare la consueta spesa perché dovrò fare il tampone a Bassano, alla vigilia del ricovero. Vorrei lasciare una casa decente, per non aggravare mio figlio. A proposito di parentele, leggo un articolo sul quotidiano che mi sorprende: primo perché il fatto di cui si parla è successo a Gaiarine, mio paese natale dove mamma faceva l’ostetrica interinale, secondo perché l’argomento riguarda una plurifamiglia, dove è nata Anita, la decima figlia di Stela e Cornelius: non avranno problemi di assistenza da anziani…ma sospetto ne abbiano parecchi ora a gestire una nidiata che abbraccia età spalmate tra i 14 e 2 anni. Sono sorpresa, penso al peso fisico e psicologico che deve gravare sulla madre e alla confusione che regnerà in casa. Può darsi che mi sbagli, tanto che l’eccezionale famiglia è oggetto di attenzione sociale ed è destinataria di generosi aiuti esterni. Mi auguro che i figli non siano stati messi al mondo con queste intenzioni. Nel secolo scorso e ora in alcune parti del mondo i figli sono considerati il bastone della vecchiaia…cosa inconcepibile da noi oggi, quando molti trentenni sono ancora disoccupati, vivono con i genitori e non possono mettere su famiglia. Mio figlio ha 33 anni ed è appena uscito di casa, traguardo d’indipendenza che io realizzai sei anni prima di lui. Nessuna polemica, solo constatazione di come cambiano le cose nel giro di qualche decennio e quanto in evoluzione sia la famiglia, eccezion fatta per chi sceglie di realizzarla in formato maxi. In ogni caso, buona vita sia ai genitori che ai figli.

Proposta culturale a Cavaso del Tomba

L’incontro con l’autore (la sottoscritta) è passato, non affollatissimo ma di qualità. Non lo dico io, ma il sindaco di Cavaso Gino Rugolo che non lesina complimenti e si rammarica per chi non c’è. Visto che sono parte in causa, raccolgo ciò che il pubblico in sala mi offre: attenzione, ascolto, partecipazione che sono il collante tra chi produce arte e chi la riceve. Il breve romanzo Il Faro e La Luce consente una circolarità di emozioni che toccano la poesia, la pittura, la narrativa, la recitazione. Il mio relatore, collega e amico Giancarlo Cunial valorizza la luce della conoscenza, che richiede impegno e prende forma da una primigenia impronta scura, bene rappresentata dall’amico pittore e poeta Noè Zardo nella figura femminile allungata sulla scogliera, tra il faro e la stella marina. Simbologia efficace, che tocca le corde giuste. A proposito di corde, assolutamente da premiare quelle vocali dell’ammirevole lettrice Lisa Frison che col timbro giusto comunica emozioni oltre il significato delle parole. La mia amica Lucia Zanchetta rende giusto omaggio a chi fa volontariato, compresa l’associazione Anteas promotrice della serata, col patrocinio dei Comuni di Possagno e di Cavaso del Tomba. Un intervento del sindaco sottolinea l’importanza che un insegnante lasci un segno, una traccia che va oltre la competenza e il ruolo rivestito: ciò che mi ha regalato il mio compianto professore di Liceo, Armando Contro, cui dedico l’opera. Infine, ma non ultima la soddisfazione di vedere tra il pubblico le colleghe Valentina, Adriana 1 e 2, Roberto, Renato, Daniele, Danila, Josephina, Alda, Marcella, Bruno, Michele (che ha un cognome invidiabile)… Novella che arriva in chiusura ma sempre gradita e Vilma che mi ha proposto di scrivere sul padre Enrico Cunial, mio maestro di quinta elementare, cui destino il prossimo impegno letterario che ho in lavorazione. Peccato siano mancate altre persone attese, che si dovranno accontentare di questo resoconto. In chiusura: foto di rito tra il sindaco Gino Rugolo che mi abbraccia cordialmente (non è da tutti) e il mio relatore preferito Giancarlo Cunial, sullo sfondo della bellissima opera Il Faro e la Luce dell’amico artista Noè Zardo, riprodotta in copertina. Alla prossima!

Suoni discordanti

Mentre apro il portoncino stamattina, verso le sette e trenta, vengo colta da due suoni differenti: quello allegro delle campane e quello secco del fucile, una combinazione disarmonica che mi solleva e mi inquieta nello stesso tempo. Premetto che mio padre era cacciatore, ma non ha forzato la mia indole data la mia natura femminile. Se fossi nata maschio, temo che avrei dovuto combattere parecchio, per dissociarmi da eventuali tentativi di indottrinamento. È chiaro che sono contro la caccia, che ritengo “sport” assolutamente non indispensabile per la sopravvivenza, viceversa dal suo esordio. Le campane sono attraenti perché le collego a qualcosa di buono e familiare, avendo vissuto da bambina in piazza Pieve a Cavaso del Tomba dove la chiesa parrocchiale è ancora centrale. Può essere che si sia sedimentato nella mia memoria il ricordo dello scampanio in coincidenza delle messe mattutine o festive. Si tratta di un piacere uditivo che mi distende ancora, sebbene non sia una praticante. La campana di per sé è un manufatto…che ha fatto la storia dei popoli passati, oggi superata dalla tecnologia, e bisogna adattarsi. Però è rimasto il simbolo, che ritorna ad esempio in occasione della Pasqua, nella versione delle campane di cioccolato, oppure a Natale in quelle luminose appese sull’albero. Tutta un’altra storia per i fucili, purtroppo presenti e invadenti in certa cronaca nera nazionale e mondiale, specie in America dove vige il grilletto facile. Con buona pace del cacciatore “naturalista” che non intente fare violenza…salvo ai pennuti di passaggio.