Longevità dell’Arte

LONGEVITÀ DELL’ARTE Sembra che condividiamo con i giapponesi il primato della longevità, e questa mi pare una buona notizia. Però dubito che i nostri vecchi – vecchio è una parola carica di ricchezza – siano tenuti in gran conto. Certo dipende dalla persona e da come ha vissuto. Da sempre ho simpatia per le persone in là con gli anni, probabilmente ho patito l’assenza dei nonni cui rimedio, cercando modelli di virtù altrove che possano farmi da ‘apripista’, dato che mi sto avviando su quella strada. Senza distinzione di genere, mi attraggono le persone che continuano a coltivare un hobby o che lo scoprono in tarda età. Fortunate quelle che vivono in famiglia, animate dal talento e vigilate dai familiari, come Pio Zardo, un gentile signore con gli occhi azzurri, da Casoni di Mussolente, 88 anni appena compiuti – un figlio pittore, Noè e l’altro scultore, Ruben – continua a dipingere e a recitare versi. Per necessità o per scelta, altri anziani vivono in strutture protette. È il caso del signor Luigi Calamandrei, 93 anni, ospite della RSA Villa Laura di Molin del Piano (FI). Cognome illustre il suo, identico a quello di Pietro Calamandrei, uno dei padri costituenti, chissà se è parente. Leggo l’articolo di Jacopo Storni che lo riguarda sulla pagina Le storie della settimana del Corriere. Il titolo spiega tutto: “Luigi, il Van Gogh della RSA”. Il signore è pittore e scultore, ritrae i volti dei suoi compagni che immagino lusingati di fare da modelli; ha pure un blog, luigicalamandrei.wordpress.com dove andrò a curiosare. L’articolo si conclude con un messaggio esemplare che condivido: “Coltivate l’arte, a me ha salvato la vita e continua a salvarmi ogni giorno”. Grandi Vecchi! Lunga vita all’Arte!

Casa-Scuola: binomio vincente

Stamattina faccio un salto a scuola: no, nessuna nostalgia, soltanto devo recapitare un presente alla collega che non può venire a prenderlo personalmente a casa – come preferirebbe – perché impegnata in una supplenza. Un classico le sostituzioni, che nel periodo invernale fioccano. Sono un po’ imbarazzata, perché non so se posso entrare. Sul cancello è affisso un pannello con il seguente monito: “Mamma e papà si fermano qua”. Io sono un’insegnante in pensione che viene a recapitare ‘la merenda’ a una collega. Per prudenza, suono il campanello ma nessuno si affaccia alla porta d’ingresso, socchiusa. Sono le dieci e d’un tratto sento un festoso chiacchiericcio: le classi elementari, contigue alle medie stanno per uscire in ricreazione. Conosco la strada, salgo le scale e mi dirigo in sala insegnanti: vuota, ma strabocchevole di carte e circolari che riempiono due lunghi tavoli. Un armadio è stato spostato ed è stato aggiunto un banco in un angolo, presumo per attività didattiche personalizzate. Per fortuna il dipinto che ritrae Gianna – la collega coetanea morta d’infarto nel 2014, alla vigilia della pensione è rimasto appeso alla parete, da dove diffonde il suo sorriso benedicente. Noto di sbiego anche la mia foto con i cigni dove auguro “Buona navigazione a chi resta” che suggella la fine del mio servizio attivo, perché la deformazione professionale rimane. Ed è quella che stamattina mi restituisce l’immagine di una scuola ancora troppo burocratizzata, senza vivacità e colore. Intristita certo dagli eventi ma stanca, in attesa di una energica cura ricostituente. Giro i tacchi piuttosto immalinconita, forse sono troppo severa e mi sbaglio. Scendo in cortile dove mi viene incontro la maestra Laura, con un vassoio di crostoli (forse qualcuno compie gli anni, forse è la maestra stessa, non glielo chiedo); me ne offre un assaggio e mi aggiorna sul percorso post scolastico della figlia Martina, mia ex alunna, senza perdere d’occhio i suoi pupilli. Ecco, sentire una mamma insegnante compiacersi dei successi della figlia procura una dolcezza che va oltre i crostoli (tra l’altro squisiti), perché mi convince che è il binomio casa-scuola a fare la differenza. Tutto il resto si può migliorare.

Un collezionista di attimi

Tutti i giorni succedono incidenti stradali, purtroppo. Mi pare siano la prima causa di morte nei giovani (tra i 14 e i 25 anni), seguita dalle malattie oncologiche e poi dai suicidi. Però ce ne sono di doppiamente sinistri, se posso usare il termine come aggettivo. Mi riferisco a quello occorso all’atleta paralimpico Andrea Silvestrone, 49 anni che ha perso la vita sull’autostrada A14, nella Galleria Castello a Grottammare (Ascoli Piceno), insieme con il figlio Brando di 8 anni e alla figlia 14enne Nicole. Diego, il secondogenito di anni 12 è ricoverato in “prognosi riservata” nell’ospedale di Torrette (Ancona). Prego che l’unico rimasto in vita, Diego, sopravviva: sono le parole della moglie Barbara Carota che mi fa una pena infinita. Nel frontale contro un tir, non si è salvato neanche il barboncino che la famiglia portava sempre al seguito. Affetto da sclerosi multipla, Silvestrone era campione di tennis in carrozzina. Quindi una persona che non si era piegata alla malattia che lo aveva colpito all’età di 33 anni. Dopo i tantissimi incontri con i ragazzi nelle scuole, nel 2022 era stato insignito della laurea ad honorem, evento che aveva commentato così: “Sono un grande collezionista, colleziono attimi. E ringrazio la vita che mi ha dato tanto, molto più di quello che mi ha tolto”, parole che sottintendono una grande sensibilità e generosità. Infatti era volontario della Lilt (Lega italiana per la lotta contro i tumori). Chissà quanto altro bene avrebbe fatto, se non fosse incappato nel fatale incidente, costato la vita anche a due dei tre figli. Non oso immaginare lo strazio della moglie, privata di quasi tutta la famiglia in un attimo e venuta a saperlo da internet, dato che tutti i cellulari squillavano a vuoto. Sono tragedie esorbitanti che lasciano senza parole. Che l’atleta avesse reagito con coraggio e tenacia alla malattia e limitazioni conseguenti, lo rende un gigante di cui resteranno le tracce.

“…il primo bacio della primavera”

Non conoscevo il proverbio “Una primavera senza bucaneve vuol dire un’estate senza frutti” e ignoravo che il fiore sia chiamato anche “Stella del mattino” , perché tra i primi dell’anno a sbocciare. Il nome botanico è Galantus nivalis (= fiore bianco come il latte) e appartiene alla famiglia delle Amaryllidaceae. Per la sua purezza e il suo candore viene associato alla festa della Purificazione della Beata Vergine Maria, il 2 febbraio, appunto la Candelora. Di conseguenza si usava ornare l’altare con mazzetti di bucaneve. Per le sue caratteristiche, nel linguaggio dei fiori il bucaneve simboleggia speranza, nuova vita. Diversi miti sono legati alla nascita di questo fiore gentile, ma li lascio scovare al lettore. Invece riporto la bellissima espressione dello scrittore Giovanni Domenico Stuparich (Trieste, 4.04.1891 – Roma, 7.04.1961):”I bucaneve nascono tra l’ultimo brivido dell’inverno e il primo bacio della primavera”. Adesso entro in campo io: sono stata in passeggiata, tra viottoli e campi con mio figlio e ho visto distese di bucaneve che ho fotografato, In compagnia di felci, anemoni e primule. Sole tenue all’inizio del percorso di oltre tre chilometri, poi ha preso sopravvento l’aria fredda e mi sono coperta la testa col cappuccio del giaccone. Siamo in inverno ma si percepisce qualche segnale di cambio stagionale: il bucaneve è un ottimo messaggero, la luce diurna dura di più…tra un mese fioriranno le viole! Camminare senza fredda nei meandri trascurati della natura è un toccasana che fa bene al corpo e soprattutto allo spirito. Non posso raccogliere i deliziosi fiorellini, ma li fotografo e a casa me li guardo. Potrebbe anche scapparci una poesia!

Carnevale 2023

Sento odore…di frittelle, crostoli e castagnole, i dolci tipici del carnevale. Veramente è già da un po’ che fanno bella mostra nel panificio locale, ma confesso che non sono molto attratta dal fritto e preferisco le creme. Ad essere sincera, non stravedo neanche per le maschere, i coriandoli e gli scherzi in generale. Salvo qualche eccezione che si distingua per cura e buongusto. Sento parlare di imminenti sfilate di carri allegorici nelle cittadine vicine, ma la cosa non mi tocca: mi spiace, non mi piace il baccano. Rimedierò seguendo quelli di Viareggio dalla poltrona. Però ho ricordo di quando mamma mi vestiva da fatina, nel quale personaggio non mi identificavo perché l’ho sempre detestata: troppo ‘costruita’, con la bacchetta ‘magica’ di plastica ed il cappello a punta! Molto meglio la zingara o chiromante, vestita quasi di stracci ma che sapeva leggere la mano! Poi c’è stato il tempo della geisha, tutta stretta nel chimono e con gli occhi bistrati, una simpatia per il Giappone che dura tuttora. In seguito ho smesso di calarmi nei panni di chicchessia, anche solo per una sfilata. Le maschere mi procurano disagio, le sento false. Forse non so stare al gioco. Anche mio figlio da piccolo non sopportava Arlecchino, talis pater/mater talis filius, esempio di trasmissione di gusto. Comunque, dopo la clausura emotiva imposta dalla pandemia, ben venga il recupero di una tradizione legata al periodo che precede la quaresima, durante il quale si rimedia agli eccessi con il digiuno. Credo che i più coinvolti siano i bambini, per la voglia di immedesimarsi in un personaggio – spesso dei fumetti o dei cartoon – a loro caro. Mi sovviene un aneddoto curioso: circa trent’anni fa, in tempo di carnevale ero all’ Upim con mio figlio, attratto dal costume di Aladino, che conosceva dalla tivù. Mi chiese con candore se il tappeto allegato volasse! Ovviamente sorrisi e mi dispiacque deluderlo. La fantasia va tenuta a bada…

Gratis et amore Dei

Quando sono andata in pensione, alcuni anni fa ho ricevuto gli omaggi dei colleghi ma allora non sapevo che il regalo più bello me lo avrebbe fornito Manuel, un bravo alunno, ora studente universitario di Ingegneria elettronica dalle svariate competenze. L’educazione ricevuta in casa e l’esperienza che si è fatto al seguito del padre e di un elettricista lo rendono ricercatissimo tra parenti e conoscenti, cui si aggiunge la dimestichezza che ha con la tecnologia e il computer. Tanto per dire, se ho il blog su cui posto ogni giorno da un paio d’anni le mie riflessioni è merito suo. Ma il bello è che lui è disponibile a risolvere qualsiasi problema in casa (meno mettere mano ai tubi, per sua stessa ammissione). Un breve saggio di quello che ha fatto in un’oretta ieri pomeriggio. La vecchia lavatrice perde acqua: mio figlio mi consiglia di rottamarla e comperarne un’altra. Ne parlo a Manuel. Lui corre, smonta il pannello dietro la Candy e nota che la parte sotto è arrugginita; la avvia e in breve risale al problema: un taglio nella guarnizione che sigilla con un po’ di colla a caldo, in attesa di metterci un isolante più idoneo. Saliamo in studio e risponde a una mail di Amazon – che vende i miei libri grazie alla transazione avviata da Manuel mesi fa – di cui non capisco granché: mi sento sollevata! Ah, devo rinnovare la carta d’identità e urge avere una foto ‘con tutti i crismi’, date le ultime limitazioni: niente trucco, bigiotteria, occhiali…quindi perché andare dal fotografo? La parete chiara di casa va bene, magari con un foglio bianco che faccia da fondale. Due scatti sono meglio di uno, con e senza occhiali per prudenza. Domattina vado in Municipio e risolvo il problema. Manuel guarda l’orologio perché lo aspettano da un’altra parte. Lo accompagno alla macchina bianco-azzurra che è anch’essa un capolavoro, fuori e dentro dove sonnecchiano attrezzi da lavoro che un ragazzo straordinario usa per i suoi interventi, praticamente ‘gratis et amore Dei’. Per lui la vera ricompensa è dare una mano a risolvere i problemi! Super!

Televisione scattante e utile

È bello svegliarsi la mattina e farsi due risate! È ciò che mi succede verso le sette, mentre mi faccio il cappuccino ancora in pigiama, prestando occhio e orecchio a Fiorello che conduce il programma Viva Rai2! Bisogna avere un talento eccezionale per fare sorridere chi sta di qua dello schermo, ponendo in primo piano argomenti di attualità pesanti. Succede stamattina riguardo la corruzione: un’azienda chiamata ‘Filigrana’ si occupa del riciclo di denaro sporco di qualunque provenienza, Quatar compreso. In uno schec di pochi minuti viene fatto il ripasso delle ultime ‘sparizioni’ di denaro: si sorride e ci si aggiorna, grazie all’ironia sapientemente usata dal mattatore, che conosce il pubblico come le sue tasche. E il pubblico televisivo lo ringrazia con audience lusinghieri, in testa quelli della Sicilia – la sua terra – e dell’Emilia Romagna. Dare spettacolo dal lunedì al venerdì per quarantacinque minuti, senza annoiare, in una collocazione oraria sfavorevole è impresa non da poco, prevista fino a giugno. Spero che lo showman tenga duro, supportato da una squadra variegata di artisti con o senza patente (di artista), ma di sicuro nell’animo. Dettaglio non da poco: si esibiscono in strada, spesso svestiti (da record, con le temperature attuali) mentre a pochi metri transitano le macchine. Oppure sul tetto del ‘carrozzone’ dove è raccolto il gruppo di lavoro con l’intrattenitore. Così si alternano volti noti della musica ad altri emergenti, proposti anche nel seguito del programma chiamato ‘Videobox’. Sebbene si verifichino delle interferenze e talora non arrivi il segnale, mi gusto il tango proposto da Lucrezia Lando, bella e brava ballerina di Bassano del Grappa. Insomma, dopo Fiorello la mia giornata prende quota. Un esempio di televisione scattante e utile.

Un gesto di sorellanza

Mia nonna Adelaide, friulana, portava il fazzoletto nero annodato dietro la nuca. Mia madre Giovanna indossava il velo per andare a messa, ma preferiva il foulard che da adulta ingentiliva il suo abbigliamento di foggia sportiva. Nel passato, il velo accompagnava il vestito della sposa il giorno delle nozze (forse anche ora, ma molto meno). Il preambolo per introdurre la Giornata Mondiale del Velo, detta anche World Hijab Day, oggi primo febbraio. Ad istituirla è stata Nazma Khan nel 2013, per sensibilizzare sulla questione del velo islamico ed invitare tutte le donne ad indossarlo per un giorno intero, contro la discriminazione. In sintesi, una protesta laica, un invito alla ‘sorellanza’ nato dall’esperienza discriminante vissuta da Nazma sulla sua pelle. Cresciuta nel Bronx, newyorkese originaria del Banglades, è l’unica ragazza musulmana in classe, l’unica a indossare il velo e a essere verbalmente bullizzata. All’Università la chiamano addirittura ‘terrorista’. Da qui l’idea di chiedere alle donne, di ogni nazionalità o religione di coprirsi il capo con un velo, per sperimentare ciò che le donne musulmane vivono ogni giorno e iniziare così a combattere l’islamofobia. Il copricapo in fondo è solo un oggetto, come può esserlo un cappello oppure un altro accessorio. Diventa un simbolo contro l’oppressione, se imposto. In tal caso vale quanto una maschera e serve a coprire e nascondere, anziché abbellire. Ma potrei sbagliare perché non sono esperta in questo ambito. Mi viene facile pensare al proverbio L’abito non fa il monaco e dedurre che ciò che si vede con gli occhi non corrisponde a ciò che una persona custodisce dentro di sé. In questo senso, andrebbero tolti tutti i simboli che travisano l’essenza di una persona e la sua diversità. Comunque oggi, per solidarietà con le donne, per qualunque motivo discriminate, mi coprirò il capo con la bella sciarpa che Manuel mi ha portato da Singapore, incrociando le dita.