Longevità

La regina Elisabetta, 95 anni e vedova dallo scorso aprile, subisce la perdita di due delle sue cinque dame di compagnia, al suo servizio da vari decenni. Mi fa tenerezza questa donna così importante per il suo Paese, che giustamente l’ammira, costretta a sopravvivere a persone care…e a dirimere i disaccordi dei suoi nipoti. Immagino che si sentirà confortata dai suoi adorati cani, più che dai parenti di sangue reale. Meglio se mi sbaglio. Non so se la longevità sia un valore, dipende da come ci si arriva e con quale spirito. La regina Elisabetta mi dà l’idea di essere una roccia, un forte felino ancora capace di reggere. Giusto stamattina ho visto sul Corriere la foto della donna più vecchia del mondo, giapponese, di 116 anni, un traguardo non invidiabile, a mio dire, cui peraltro mi inchino. Credo che ognuno si chieda quanto potrà abitare questa nostra terra, domanda che mi sfiora e che lascio inevasa, persuasa che conti di più il percorso che l’obiettivo. Come ha detto la grande cantautrice Joan Beaz: “Nessuno può sapere quando e dove uscirà di scena. Ma compete a noi scegliere come vivere il tempo che ci è donato”. Dunque la qualità contro la quantità. Ciò che è contenuto anche nel detto: “Meglio un giorno da leone che cento da pecora”; quindi meglio un’intensa vita da protagonista che un’esistenza lunga e monotona. Non conosco a fondo le abitudini del re della foresta, gran cacciatore che si riposa adeguatamente. Ognuno può identificarsi nell’animale più somigliante. Mi attrae l’idea di un leone che alterna momenti di energia a momenti di riposo. La regina Elisabetta mi fa pensare a un giaguaro (in diminuzione per rischio estinzione).

Chi siamo, dove andiamo

È morto il celebre paleontologo e cacciatore di fossili keniano Richard Leakey. Lo sento dal notiziario in tivù durante l’ora di pranzo. Ammetto che per me è un nome nuovo, viceversa per la mia collega di scienze, immagino. In ogni caso, mi soffermo a riflettere su un paio di domande che lo scienziato si faceva e che vengono riproposte dalla voce del servizio: chi siamo, dove andiamo, interrogativi trasversali a tutte le discipline. Anzi, a mio dire dovrebbero essere considerati fin dai banchi di scuola, per una serena accettazione di tutto ciò che la vita offre, nel bene e nel male. Il dolore non fa sconti e visita tutte le età, come si evince scorrendo il quotidiano e sentendo il telegiornale, generoso di storie così crude da poterne fare a meno. Restando nel privato, sono molto in ansia per una cara persona vittima di incidente stradale la vigilia di Natale. Un paio di giorni prima mi aveva scritto che era molto sotto pressione e l’indomani avrebbe iniziato un periodo di vacanza…che purtroppo non ha neanche percepito, dato che è in coma da allora. Nello stesso giorno se n’è andato un amico più grande, ammalato da tempo e uscito di scena quasi alla chetichella, per una scelta dei familiari, incapaci di reggere all’ondata emotiva delle esequie. Mi chiedo anch’io, come il paleontologo chi siamo e dove andiamo. Alla prima domanda è relativamente facile rispondere, è la seconda che mi mette in crisi. Se la mia sfortunata amica non ha avuto il tempo di farsela, ingannata dall’asfalto viscido, l’altra persona penso di sì e mi auguro che abbia affrontato il distacco con rassegnazione, se non proprio serenamente. In ogni caso, sono dell’idea che sia preferibile dare risalto al percorso, più che alla metà. Entrambe le persone suddette hanno riempito la loro vita di affetti e di opere buone. Lei è ancora tra noi e prego perché continui a restarci.

Lettori come fiori

Stamattina la piantina che Manuel mi ha regalato a Natale mi ha fatto una sorpresa. Premetto che ne ho chiesto il nome a Serapia, esperta di piante e fiori, così ho scoperto che si chiama Tillandsia (il nome deriva dal cognome del botanico svedese Elias Tillands) e viene dal Perù. Ha sottili foglie ricadenti con al centro una spatola seghettata che ha emesso un piccolo fiore doppio di colore viola: una meraviglia. Osservandola bene, vedo dei puntini viola lungo i fianchi della spatola, per cui suppongo che da lì sbocceranno altri fiori come il primo. Secondo la simbologia, il viola rappresenta la spiritualità ed il desiderio di serenità, di cui in questo periodo c’è un grande bisogno. Pertanto mi accordo con la mia piantina, per ricaricarmi e poter emettere, come lei, quantomeno dei pensieri positivi, se non mi riesce di compiere delle buone azioni, peraltro difficili in clima di confinamento sociale. La mia zattera rimane la scrittura, che mi dà delle soddisfazioni quando un lettore si connette per commentare un mio post…peccato che gli affezionati siano pochi e che diverse persone preferiscano non esibirsi pubblicamente, mandandomi i commenti in privato. Approfitto per ribadire che il mio blog è come una piazzetta riservata e controllata da me, che autorizzo i nuovi commenti oppure li scarto, se non adeguati. Perciò spero che la piccola platea si allarghi e che i contatti comunichino tra loro, come in una squadra affiatata che si rispetti. Amici lettori, fatevi avanti che ho bisogno di sostegno. Sarete come i fiori della Tillandsia.

Capodanno 2022

Mattina, ore 8: silenzio assoluto, rotto soltanto da un pigolio di uccello e dal suono delle campane, poco dopo. È sempre così il primo giorno dell’anno. Stanotte, nonostante l’ordinanza del sindaco li vietasse, ho sentito botti e petardi lanciati in prossimità dei campi dove abito. Le abitudini sono dure a morire, specie quelle che riguardano comportamenti superficiali. Io mi sono rintanata in casa, mettendo al sicuro il vecchio cane, Astro che va per i 18 anni. Il gatto voleva uscire ma l’ho dissuaso, dandogli una lauta dose di croccantini. Ho fatto e ricevuto diversi messaggi, telefonato, letto, scritto…poi mi sono addormentata davanti al televisore e mi sono svegliata quando il trillo del tablet mi annunciava l’arrivo di un pensiero da remoto, comunque gradito. Alle 20.30 avevo seguito il discorso del Presidente della Repubblica agli Italiani: sobrio, a tratti tenero, misurato, aperto alla fiducia. A pochi giorni dal suo congedo ha ringraziato tutti quanti si sono spesi per gli altri in questi quasi due anni di pandemia. Ho sentito con piacere menzionare con riconoscenza gli insegnanti, cui appartengo anche se in pensione e i giovani, invitati ad essere protagonisti del loro futuro. Dopo sette anni a capo dell’Italia, il Presidente si merita un giusto riposo. Come per Angela Merkel ne sentiremo la mancanza. Tuttavia spero che la sua testimonianza di sobrietà e di misura venga raccolta da chi seguirà, di qualunque schieramento sia e a qualunque genere appartenga (certo una donna sarebbe una bella novità ma non credo siamo ancora pronti). Quanto alle mie personali aspettative, mi auguro di riprendere a camminare spedita e di godermi quello che ho: tempo e parole. Buon Capodanno!

Attesa

Puntualmente mi torna in mente il “Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere” che Leopardi scrisse nel 1832. Entrambi i protagonisti si interrogano sul futuro, dubbioso per il viandante e migliore dell’anno trascorso per il venditore: due posizioni che ben rappresentano due opposte aspettative riguardo il futuro, con un retrogusto amaro che emerge dalla parte finale dell’operetta morale. Questo è il periodo dei calendari, alias almanacchi che vengono regalati o che si acquistano quale strumento indispensabile per avviare l’anno nuovo. Io ne uso uno dove annotare scadenze e un altro per registrare compleanni e appuntamenti culturali. Quando lavoravo, ne usavo un terzo per le riunioni scolastiche che era tutto un ritocco. Vero che adesso il promemoria si può registrare sullo smartphone oppure sul tablet, ma io preferisco il cartaceo, più sott’occhio e con informazioni anche utili. Non cerco la speranza che devo darmi da sola e non credo nemmeno ai riti scaramantici per imbonirsi l’anno a venire. Sono anzi contraria ai botti e alle luminarie che inquinano l’ambiente e terrorizzano i nostri animali. Leggo sul Venerdì l’articolo a pag. 69 di Marino Niola: “L altro capodanno: sparire, non sparare”. Succede a Bali e in altre località dell’Asia, dove si celebra il nuovo anno col giorno del silenzio “che serve a purificarsi e non a divertirsi”. Niente botti, né luci, né fuochi accesi. La chiamano anche la festa dei quattro divieti. Fantastico, un’immersione nel profondo, senza distrazioni, per fare pulizia dentro e fuori di sé. A ben pensare, assomiglia al resoconto di fine anno, un consuntivo di miglioramento. Se ci saranno meno riunioni e meno affollamento, il covid si sentirà spiazzato e finalmente se ne andrà via.

Messaggi del cuore

Sono stata a fare il vaccino, mezza dose di Moderna dopo aver fatto prima e seconda con AstraZeneca, in un Centro allestito in una ex Scuola Elementare plesso di Asolo. Premetto che non ci sono andata a cuor leggero, ma speranzosa di proteggermi dal famigerato e radicato covid. Devo dire che l’operazione si è svolta abbastanza presto ed in maniera organizzata, grazie anche all’aiuto dei volontari, tra cui una gentile ragazza che indirizzava le persone verso la zona giusta con un invidiabile sorriso. Il medico che mi ha fatto l’anamnesi aveva i capelli bianchi ma una buona propensione al dialogo, tanto che si è premurato di spiegarmi la caratteristica degli ultimi vaccini e come funzionano: una lezione gradita e rassicurante. Dopo la sosta di un quarto d’ora in sala d’attesa per verificare eventuali effetti collaterali immediati, mi sono diretta all’uscita, dove troneggiava un semplice albero di Natale, addobbato con i pensierini scritti presumo dagli alunni di prima elementare, su cui mi sono concentrata: una somma di tenerezza e di bontà che vale oro. Plauso alle maestre che avranno orientato i bambini ad aprire il loro cuore e a vergare i messaggi, alcuni corredati di cuoricini e correzioni. Su un cartoncino l’augurio era destinato ai medici e agli infermieri che si sono sacrificati per la salute degli altri, replicato in altri messaggi. L’ho trovato particolarmente pertinente, sia per sottolineare una categoria in prima linea durante la pandemia, sia per la destinazione d’uso della Scuola diventata centro vaccinale. All’ingresso ho apprezzato la targa che il Comitato Genitori di Sant’Apollinare ha dedicato alla Scuola Primaria, con inciso il pensiero di Malala Yousafzai, sempre attuale: “Un bambino, un insegnante, un libro e una penna possono cambiare il mondo”. Testimonianze da valorizzare.

Alma

Tra tante notizie di cronaca preoccupanti e sconfortanti, finalmente una bella notizia, di vita e di successo sanitario: nasce la piccola Alma, mentre i sanitari operano al cervello la madre. Due interventi in contemporanea che non potevano essere separati. I genitori della piccola sono Teresa e Francesco, di professione lei ballerina e lui acrobata. È successo alle Molinette di Torino ma l’evento, alla trentunesima settimana, è entrato nel cuore degli Italiani, foriero di vita e di speranza. Che succedano di questi miracoli durante la pandemia solleva il morale. Tra l’altro il nome della neonata, Alma, in latino significa anima, o anche persona magnanima, che più beneaugurante di così non potrebbe. È anche aggettivo accanto a termini come alma universitas, malma mater studiorum nel senso che alimenta, dal latino almus, alma = nutrire. La dichiarazione del padre: “Come stiamo? Come i miracolati, senza renderci conto esattamente di quello che è successo”, la dice lunga sull’emozione dei genitori, abituati per lavoro a spettacoli per stupire il pubblico e in questa circostanza attori passivi di un intervento di eccellenza. Tanto di cappello all’equipe chirurgica (lavoro di coordinamento tra neochirurghi, anestesisti, ginecologi, ostetriche e neonatologi) e benearrivata alla piccina, un fiore sbocciato durante le feste natalizie.

Incanto

Stamattina ho corso, per una buona ragione: ieri ho fatto la visita ortopedica di controllo, che è andata bene e quindi mi sono permessa di esagerare con il disbrigo di pratiche varie, così da chiudere l’anno senza oneri e in tranquillità. Per ultimo ho fatto una toccata e fuga in Casa di riposo per lasciare un dono alla vicina e sono andata a fare la spesa al supermercato Tosano di Pederobba, dove trovo dei prodotti che non tengono nel piccolo supermercato locale. Per la precisione si tratta di cibo pronto, di cui mi servo nelle situazioni di emergenza, quando torno a casa tardi e non ho tempo né voglia di mettermi ai fornelli. Preciso che sono anche delicata, perciò cerco col lanternino solo il prodotto che conosco, in questo caso trattasi di risotto che scaldo due minuti al microonde e posso degustare seduta stante. Il problema è trovare ciò che serve in uno spazio quasi illimitato, per poi fare la coda presso una delle oltre venti casse attive. Penitenza che mi sobbarco ogni due mesi. Il diversivo lo trovo proprio a ridosso della cassa n. 23, dove un bimbo di circa due anni cattura la mia attenzione: capelli neri, indossa una giacca a vento gialla, come le scarpine che buttano sul verde fosforescente. Gira stupito attorno all’espositore dolciario della Ferrero…e allunga la manina verso un ovetto di cioccolata. Da due metri la madre, che spinge un carrello con un’altra creatura sistemata davanti se ne accorge e blocca la furtiva manina: una scenetta tenera, che avrei voluto avesse un altro epilogo, perché l’incanto del piccino era veramente straordinario. Ho pensato a quanto lavorio (e logorio) c’è dietro a certi cenoni e intrattenimenti, peraltro ridotti dalle raccomandazioni anti covid e l’autentica meraviglia dello stupore infantile, che si accontenta di poco. Una bella lezione contro l’effimero e la riscoperta della semplicità. Senza nulla togliere a chi ha gusti differenti.

Una vita fruttuosa

È morto Desmond Tutu, Arcivescovo anglicano del Sudafrica, amico di Nelson Mandela: due uomini che hanno lottato per l’emancipazione dei neri. Premio Nobel per la Pace nel 1984, aveva 90 anni ed era malato da mesi. Il suo nome è legato all’Apartheid, contro cui lottò strenuamente, così come per la pace, la salute, i diritti umani. Contestato dai suoi superiori, per aver difeso gli omosessuali, il diritto all’aborto e al suicidio assistito. Che dire, un grande uomo che si è speso per gli altri, i più esposti al dileggio e alla violenza. Per saperne di più, vado a leggere alcune frasi che danno l’idea del suo spessore morale. Ne riporto alcune che parlano da sole: “Io sono prigioniero dell’ottimismo” (invidiabile), “Risentimento e rabbia provocano problemi di pressione e di digestione”, “Mi piacerebbe sapere tacere, ma non ne sono capace e non lo farò”, “Fai la tua piccola parte di bene dove ti trovi; sono quelle piccole parti di bene messe insieme che riempiono il mondo”, “La speranza è la capacità di vedere la luce nonostante le tenebre”. Chiudo la rassegna delle frasi a mio dire più belle, con una umanissima riferita alla famiglia: “Tu non ti scegli i tuoi genitori. Essi sono regali di Dio, come tu lo sei per loro.” Nulla da aggiungere, solo ammirazione per una persona che è vissuta rendendo prezioso ogni attimo della sua vita e la cui eredità continuerà a fruttare. Certo, pochi sono tanto illuminati da spendersi così tanto, ma testimonianze esemplari tirano su il morale e distolgono l’interesse dal male (che colpisce sempre per primo) per farci sentire quanto è benefico il bene. Pensando all’invito di Papa Bergoglio di chiedere il dono dell’ottimismo, adotto la prima frase dell’arcivescovo Tutu, sperando di essere imbrigliata anch’io nell’ottimismo, da spalmare (e magari diffondere) per tutto l’anno che sta per arrivare.

La paura…che fa paura

Il covid ha messo sotto silenzio le nostre relazioni sociali: parole di Papa Bergoglio. Esattamente un anno fa arrivavano le prime vaccinazioni anticovid. La situazione è dieci volte meno pesante di un anno fa, ma non ne siamo ancora fuori. C’è ancora chi ha più paura del vaccino che del covid. Un medico intervistato ha detto: “Queste persone hanno scelto la loro causa di morte e noi non possiamo farci niente”. La paura è una brutta bestia. Sono desolata di non poter fare nulla per convincere gli irriducibili a ricredersi. Forse posso fare qualcosa per gli indecisi, ricordando un episodio della mia infanzia. Avevo 6/7 anni quando mia mamma, ostetrica mi portava in ambulatorio del medico condotto che lei aiutava durante la somministrazione dei vaccini antipolio, antidifterite, anti altro che non ricordo in un clima cordiale, quasi festoso. C’era una cesta di giocattoli per ammorbidire i bimbi intimoriti dal camice bianco del medico e di mia mamma che si adopravano ad allentare la tensione. L’operazione si svolgeva in circa un paio d’ore o più – allora c’erano molti più bambini di adesso – e alla fine tornavo a casa con la sensazione di aver partecipato ad un evento importante. Spero anche i piccoli pazienti, di età compresa tra i due e sette/otto anni (vado a memoria). Per dire che anche chi si ostina a non vaccinarsi contro il covid, a suo tempo è stato trattato contro le malattie infantili, senza riportarne danni. Ci saranno le eccezioni, per aver subìto danni collaterali oppure per omessa vaccinazione. Nel complesso sono stati salvati molti bambini da esiti letali o altamente invalidanti di malattie ora sconfitte. Parlo ovviamente da profana, ma va riconosciuto il progresso della scienza in questo ambito. Non vedo perché non dovremmo fidarci degli scienziati contemporanei, coinvolti nella spasmodica ricerca di debellare la pandemia. Conosco le obiezioni e intuisco la paura, che è comprensibile finché non diventa patologica. In tal caso fa altrettanti danni del covid e forse anche di più.