Le Ortensie stanno prendendo colore. Nel giro di pochi giorni si sono vestite di vari toni: un cespuglio è sul rosa, un altro azzurro e quello che mi piace di più è variegato, multicolor. Sono posizionate a lato della cucina, così quando esco le noto. Si sono espanse parecchio; il gruppo di testa si è infilato tra le tavolette della recinzione cosicché quando entro con l’auto sono costretta a sfiorarle. Ieri ho tagliato le più espanse e ne ho fatto un bouquet che mi godo in casa. L’ Ortensia è un fiore che prediligo, anche se priva di profumo, anzi questo per me è un valore aggiunto perché le note intense mi danno fastidio. È il caso del Gelsomino: gradevole all’inizio della fioritura diventa però pesante dopo quando il profumo iniziale si trasforma in afrore. E io sono circondata dai Gelsomini dei vicini. Tornando all’Ortensia, mi attrae la sua capacità di cambiare colore, di virare da una tonalità all’altra. So che dipende dalla composizione del terreno, che si può modificare correggendone il ph, ma a me piace vedere come se la cava la pianta di suo, mischiando le tonalità. Praticamente la considero un buon esempio di ‘resilienza’, visto che deve usare ciò che ha…tra i piedi, ovverosia tra le radici, per darsi un aspetto attraente. Niente maquillage esterno, tutta creatività sua. Inoltre i fiori durano a lungo, se non recisi. E una volta seccatisi, possono fare compagnia ancora, da soli oppure in composizione con altri vegetali. Infatti ho dei capolini in studio da un bel po’ e non intendo privarmene perché sono vecchi. Chiudo con due parole sul nome femminile Ortensia: è un nome gentilizio latino che deriva da Hortensia, il cui significato è ‘coltivatrice di orti/di giardini’. L’onomastico cade l’11 di gennaio. Niente male portare il nome di un fiore così bello. Dovrò usarlo in uno dei miei racconti.
Categoria: Fiori e frutti
Portulache o Porcellane
Le lumache si sono mangiate le foglie decorative di Coleus che avevo messo nelle ciotole, alla base dei quattro pali su cui si inerpica il Glicine. Non sapevo fossero appetibili e quindi le ho sostituite con delle vivaci Tagete, anche queste però prelibate per gli insetti dell’erba. Il mio amico Gianpietro direbbe che anche quelli devono mangiare. Ok, comprendo… però mi sto spazientendo a sostituire piantine annuali in un batter d’occhio. Memore della simpatia che mia zia Primina aveva per le Portulache – note anche col nome Porcellane – stamattina me ne sono procurate diverse unità che metterò nelle ciotole, sperando che non siano gradite a gasteropodi e compagnia bella. Originaria del Nordamerica e dell’Australia, la Portulaca è una pianta succulenta che resiste alla siccità. Esiste nella varietà annuale e perenne, produce fiori semplici e doppi, di consistenza cartacea, dai colori vivacissimi e accesi: giallo, arancione, rosso, rosa, viola o anche bianchi, giusto come quelli che ho comprato. I fiori si aprono la mattina e si chiudono a metà pomeriggio. Cosa c’è di meglio del loro saluto appena alzati? Oltretutto il loro comportamento assomiglia al mio che esco di mattina e mi ritiro al pomeriggio. Credo di avere incamerato l’orario scolastico, per cui continuo ad alzarmi presto la mattina e ad avere un vistoso calo energetico al pomeriggio, con la differenza che ora, anziché correggere compiti e verifiche posso riposarmi. So che mi procurerò l’invidia cordiale delle colleghe in servizio…ma ogni cosa a suo tempo. D’altronde non riuscirei a sostenere i ritmi frenetici delle riunioni scolastiche odierne, l’energia inevitabilmente si riduce. Adesso è tempo di raccolto. Se il prodotto talvolta delude, basta sostituirlo. Come ho fatto con le Portulache.
Storie di donne
Conosco lo scrittore Italo Calvino, ma scopro oggi che Eva Mameli Calvino, sua madre era una celebre botanica, di fama internazionale. Lo sento di sfuggita su Rai3 di primo pomeriggio, in tre minuti dedicati a Storie di donne italiane straordinarierie, riemergendo dal mio riposino pomeridiano. Soprannominata La signora dei gladioli , tanto mi basta per cercare altre notizie. Eva, all’anagrafe Giuliana Evelina, nasce a Sassari nel 1886, quarta di cinque figli in una famiglia alto-borghese. Dopo il liceo – unica ragazza – nel 1905 si diploma in matematica, all’Università di Cagliari e nel 1907 si laurea in Scienze Naturali all’Università di Pavia dove aveva raggiunto il fratello Efisio, colà docente di Fisica Organica. Curiosità: tra i suoi maestri Rina Monti, prima donna a ricoprire il ruolo di professore ordinario nel Regno d’Italia. Insomma: era chiaro che con un retaggio così avrebbe fatto strada. Conosce Mario Calvino, direttore della stazione agronomica sperimentale di Santiago de LAS Vegas, che sposa nel 1920. I coniugi si imbarcano alla volta dell’America dove trascorrono in sodalizio scientifico-matrimoniale gli anni fino al 1925, quando rientrano in Italia, a Sanremo, la città di Mario, che assume la direzione della Stazione Sperimentale di Floricultura. L’anno dopo la moglie vince la cattedra di botanica all’università di Cagliari. Bella storia di due appassionati di botanica. Nel 1923 era nato Italo, che diventerà il famoso scrittore che conosciamo. Ritorno a sua madre, la scienziata innamorata delle piante e dei fiori che diceva di se stessa: “Sembravo timida ma non lo ero per niente. Dentro di me sentivo una gran voglia di imparare… Desideravo scoprire per essere utile”. Ecco, oggi mi sono trovata un’altra maestra con cui condividere l’amore per i fiori.
Spettacolo rosa
Mi diverto a scattare foto al mio ciliegio giapponese in fioritura che non piace solo a me, visto che Fiocco vi si arrampica e sale sui rami più alti, facendo cadere i petali sulla mia testa. Provo a fotografare anche lui, che è troppo elastico e in continuo movimento. Comprendo però che condividiamo lo stesso stupore per lo spettacolo della fioritura. Ho sentito per tivù che proprio in Giappone c’è qualche problema legato alla fioritura di queste piante spettacolari legata ai pollini e alle allergie. Indago e scopro che il ‘nemico’ è il polline, in modo specifico quello del cedro giapponese. Che sia un’emergenza lo si deduce anche dal titolo: Giappone, alberi in fiore, ma è una calamità: il governo alla guerra del polline. Danni per miliardi all’economia a causa delle allergie. Tra le cause, anche l’aumento delle temperature. Certo il Giappone deve occuparsi pure di altro, come del recente attentato contro il primo ministro Kishida, ma la fioritura dei ciliegi – sakura il suo nome giapponese – è un avvenimento importante per i giapponesi che corrono a frotte per godere della bellezza delle piante in fiore. Evento che inizia nelle zone più meridionali del Giappone, per poi lentamente risalire il paese verso nord, in un periodo compreso tra l’ultima settimana di marzo fino ai primi giorni di maggio nella zona settentrionale di Hokkaido. Lo ‘spettacolo rosa’, nato inizialmente come rito elitario riservato a nobili, appartenenti alla corte, samurai e poeti a partire dal 1600 circa coinvolge anche il resto della popolazione. La fioritura non è solo un evento di bellezza estetica, ma simboleggia la caducità cui siamo destinati, proprio come i fiori che sbocciano e ci donano la loro bellezza per un breve periodo. Tuttavia non si tratta di una ricorrenza triste, bensì commovente da festeggiare in compagnia. Mi piacerebbe visitare il Giappone, specie in questo periodo. Intanto mi gusto un pezzetto di Hanami – ammirare lo spettacolo – a casa mia, insieme con Fiocco sperando che duri ancora qualche giorno.
Maltempo e tulipani
Mi piacciono molto i tulipani, sono tra i miei fiori preferiti. Me li hanno regalati per il mio recente compleanno e ne ho in giardino, ancora chiusi. La premessa per parlare di due fatti che riguardano questo fiore elegante e riservato. Su il venerdì di Repubblica leggo a pag. 54 l’articolo Ditelo con i fiori meglio se slow che invita ad acquistare fiori locali e stagionali. La giornalista Stefania Di Pietro afferma che “La maggioranza dei fiori venduti in Italia, soprattutto rose e orchidee, nascondono infatti lo sfruttamento di oltre 150 mila operai delle serre africane e asiatiche, specialmente donne, che non conoscono congedi di maternità e sono obbligate a nascondere la gravidanza, pena il licenziamento”. Giusto ieri, durante il telegiornale ho sentito quanto accaduto al floricoltore Giuseppe Savino, disperato per la perdita dei fiori, causa il maltempo abbattutosi sulla Puglia. Nel video pubblicato sui social dallo stesso imprenditore si sente: “Sta grandinando, i tulipani non ci sono più, è finita, è finita, non ci sono più”. 50.000 tulipani piantati in un letto di terra nel Tavoliere, a Foggia. Portare cultura in agricoltura è l’obiettivo di Giuseppe Savino, pesantemente segnato dall’evento meteo disastroso. Ad Aprile era in programma un evento per visitare il campo di tulipani. Molti lasciano un messaggio di speranza. Sulla pagina Facebook Cascina Savino si legge: La prima azione che vorremmo intraprendere, se il campo ci restituisce dei fiori, si chiama dono. Se tutto questo dolore può servire a donare colore dove c’è altra e alta sofferenza noi ci siamo”. Ecco, non so se riesco a dirlo a parole, ma dove ci sono i fiori, anche il dolore diventa l’occasione per trasmettere emozioni buone. Non è casuale che tutti gli eventi della vita, dalla nascita al congedo siano accompagnati da omaggi floreale. Lo stesso Dante, padre della letteratura italiana, li considerava una delle tre cose rimasteci del paradiso. I tulipani del floricoltore Savino abbattuti dalla grandine hanno già prodotto una fioritura di solidarietà.
Il primo bouquet
Ho composto il primo bouquet con i fiori sbocciati in giardino e quelli spuntati nei vasi lasciati sotto la pergola dell’uva fragola: svettanti narcisi, in compagnia di un rametto di bergenia, due giacinti, qualche viola, tre pratoline… un’intima soddisfazione! A volte penso che la mia attrazione per i fiori sia esagerata, perché sento il bisogno di circondarmene, tant’è che ne ho in ogni stanza della casa, a partire dal bagno che a Marcella sembra una serra, fino allo studio, dove dall’alto della libreria pendono tre potos. Il portico è il regno dei gerani, ora in timida ripresa mentre in giardino sono protagoniste ancora silenziose camelia, magnolia e ortensie. L’ aiuola di metallo fatta installare qualche compleanno fa, custode di molti bulbi, mi stupirà in seguito. Dunque: che sia fioridipendente? Il mio Calendario Filosofico mi viene in soccorso con la seguente massima, che per me vale come una risposta: Individuate ciò che vi fa stare bene e fatelo ancora di più. Mi sento sollevata, del resto non faccio male a nessuno… e casomai faccio contento l’amico che gestisce il banco dei fiori al mercato, che mi insegna anche a risolvere qualche problema floreale. Esempio, l’anthurium acquistato a Natale è in sofferenza per carenza di ossigeno e tra un po’ devo sistemarlo fuori all’ombra, sotto una pianta. Fuori è il luogo della casa che preferisco, sotto il glicine dove leggo, scrivo e penso. Tra un mese…mi trasferisco là, per viaggiare dentro e fuori di me che sono piuttosto sedentaria. Con eccezione per le passeggiate naturalistiche tra boschi ed anfratti dove posso fotografare le meraviglie della natura, perché raccoglierle è un peccato e potrei pure incorrere in una qualche sanzione. Però, se qualche seme si trasferisce spontaneamente da me – come è già successo – è bene accolto!
Esperienza sensoriale
Il mio albicocco si veste di rosa, ogni mattina di più. Aprire il balcone ed essere avvolti da un piumino di petali è un’esperienza sensoriale intensa che si ripeterà tra un po’ con le altre piante da frutto che bordano il mio giardino: il susino, il ciliegio, il melo. Il nocciolo, tenuto basso, scuote la chioma facendo tremolare al vento le infiorescenze maschili a grappolo (chiamate amenti) con cui giocava mio figlio da piccolo. Lo portavo a passeggiare in una stradina laterale del Tempio Canoviano – abitavamo a Possagno – dove la vegetazione è tuttora rigogliosa. Realizzo ora che ho trasferito in casa un po’ di quel percorso. Seguire lo scorrere del tempo attraverso il risveglio della natura mi carica e mi consola di inevitabili altre perdite. Ad esempio, ho notato che sotto la siepe sono rispuntate le viole, nonostante l’assenza di pioggia. Però la camelia tiene ben stretti i boccioli che a quest’ora dovrebbero essere fioriti. Per inaffiare uso l’acqua dove porto a cottura gli ortaggi, ma è poca cosa. Secondo le previsioni, in giornata dovrebbe arrivare qualcosa…speriamo! Mi immedesimo in chi coltiva la terra e ne condivido le preoccupazioni. Sono diventata più attenta e ‘risparmiosa’ ma ciò che salvo è come una goccia nell’oceano. Tuttavia mi aggrappo alla frase di Madre Teresa di Calcutta: Quello che noi facciamo è solo una goccia nell’oceano, ma se non lo facessimo l’oceano avrebbe una goccia in meno. Grande, anzi enorme la suorina diventata santa! Mentre scrivo, sento un leggero ticchettio sul tetto e vedo i gatti salire sul davanzale dello studio, come per ripararsi da un evento dimenticato: piove!! Non so per quanto ma è un inizio, un sorso d’acqua alla terra riarsa e disseccata. Voglia il cielo essere generoso!!
Mimosa, simbolo di forza e rinascita
Finalmente piove…in realtà sono lacrime di pioggia per la terra riarsa. Le cime circostanti sono innevate. Stamattina fa freddo, come previsto: è la coda dell’inverno. Ieri pomeriggio ho fatto una breve escursione tra viottoli e non, con l’obiettivo di verificare se era fiorita la mimosa (acacia dealbata) vista tutta verde un paio di settimane fa, in una zona periferica del paese. Addossata a un muro e in posizione soleggiata, con ai piedi un ruscello ha trovato il posto ideale per crescere e fiorire. È esplosa in una cascata di piccoli soli beneauguranti. Simbolo di forza e rinascita, l’ho fotografata e le ho dedicato una poesia, perché se lo merita. Tempo fa, a casa mia avevo messo a dimora due se non tre mimose che non hanno retto, nonostante sia considerata una pianta resistente. È originaria della Tasmania (Australia) ed è stata introdotta in Europa agli inizi del 1800. Il nome italiano pare che derivi dalla radice spagnola ‘mimar’ che significa accarezzare che si riferisce alla morbidezza della fioritura, che si collega alla sensibilità femminile. Ovviamente anche per questa pianta c’è una romantica leggenda che lascio però risolvere al lettore. Da parte mia dico che mi piacciono sia il colore – che richiama il sole – sia il profumo delicato e stuzzicante insieme. Anche i fiori sferici, insoliti per forma ed evocativi di addobbi Natalizi. Risaputo che è il fiore simbolo dell’8 marzo, legato alla Giornata della Donna, ne ho visto diversi esemplari lo scorso giovedì al mercato locale, dove mi sono provveduta di primule. Ecco, i fiori sono messaggeri della prossima stagione che temiamo siccitosa. In giardino ho scoperto la prima tenera viola. Se il clima non si dà una regolata – che in realtà riguarda i nostri comportamenti – dovrò orientarmi sulle piante grasse. Ma sarebbe un peccato e un ripiego.
“…il primo bacio della primavera”
Non conoscevo il proverbio “Una primavera senza bucaneve vuol dire un’estate senza frutti” e ignoravo che il fiore sia chiamato anche “Stella del mattino” , perché tra i primi dell’anno a sbocciare. Il nome botanico è Galantus nivalis (= fiore bianco come il latte) e appartiene alla famiglia delle Amaryllidaceae. Per la sua purezza e il suo candore viene associato alla festa della Purificazione della Beata Vergine Maria, il 2 febbraio, appunto la Candelora. Di conseguenza si usava ornare l’altare con mazzetti di bucaneve. Per le sue caratteristiche, nel linguaggio dei fiori il bucaneve simboleggia speranza, nuova vita. Diversi miti sono legati alla nascita di questo fiore gentile, ma li lascio scovare al lettore. Invece riporto la bellissima espressione dello scrittore Giovanni Domenico Stuparich (Trieste, 4.04.1891 – Roma, 7.04.1961):”I bucaneve nascono tra l’ultimo brivido dell’inverno e il primo bacio della primavera”. Adesso entro in campo io: sono stata in passeggiata, tra viottoli e campi con mio figlio e ho visto distese di bucaneve che ho fotografato, In compagnia di felci, anemoni e primule. Sole tenue all’inizio del percorso di oltre tre chilometri, poi ha preso sopravvento l’aria fredda e mi sono coperta la testa col cappuccio del giaccone. Siamo in inverno ma si percepisce qualche segnale di cambio stagionale: il bucaneve è un ottimo messaggero, la luce diurna dura di più…tra un mese fioriranno le viole! Camminare senza fredda nei meandri trascurati della natura è un toccasana che fa bene al corpo e soprattutto allo spirito. Non posso raccogliere i deliziosi fiorellini, ma li fotografo e a casa me li guardo. Potrebbe anche scapparci una poesia!
Uva e benessere
Oggi, prima domenica di avvento metto da parte la penosa attualità che riguarda la tragedia di Ischia, rinviata ai prossimi giorni. Ho bisogno di nutrirmi di leggerezza, che cerco tra le righe della rubrica Salute e benessere, a pag.15 del quotidiano il gazzettino. Il titolo è accattivante: “Autunno, bagni nell’uva per rimettersi in forma”. Caspita, ho ancora qualche grappolo di uva fragola appeso alla vite che si sta spogliando delle foglie. Effettuata una piccola vendemmia circa un mese fa, ho trasformato i profumati grappoli in composta d’uva fragola e cannella, conservando il prodotto originario in un paio di cassettine. Al momento di gustarla, scarto le bucce degli acini che poi inserisco nel compost dove i laboriosi lombrichi lavorano, per restituirmi fertilizzante a costo zero. Ma dopo la lettura dell’articolo, potrei pensare a farne anche un uso alternativo, a beneficio soprattutto della pelle. Dunque, specie nelle spa del Trentino pare sia diffuso e usato il bagno di mosto, peraltro praticato da Arabi, Egiziani, Greci e Romani (dato che la nostra cultura è…greco-romana, non avremmo inventato nulla). Tra i letterati latini Ovidio, poeta elegiaco autore dell’Ars Amatoria simpatizzava per Bacco, il dio del vino, del cui mito parla nelle Metamorfosi. Arcinoto il proverbio “Bacco Tabacco e Venere riducono l’uomo in cenere” che però mi allontana dai benefici dell’uva cui intendo tornare. I vinaccioli – una delle prime lunghe parole proposte da ricopiare a mio figlio in prima elementare – sono ottimi per effettuare la pulizia della pelle, se non vengono trasformati in olio di vinacciolo. Incredibile in quante forme benefiche possa riproporsi la natura. Chissà quante altre lezioni ha ancora in serbo per noi distratti. Prosit 🥂
