Esco subito dopo pranzo, con Astro. Approfitto del sole che nelle ore centrali è gradevole, basta evitare i posti in ombra perché lì il discorso cambia. Azzardo un breve tratto in salita, a ridosso dei campi…non so chi dei due sia più affaticato: lui, l’amico a quattro zampe va per i 18 anni, io uso ancora la stampella, dopo l’intervento di artoprotesi di due mesi fa, perché ancora non mi fido e non mi sento del tutto riabilitata. Certo dieci anni fa era tutto diverso: camminavo con due cani (Astro più Luna, la mamma) che mi strattonavano a destra e a sinistra, facevo un percorso più lungo e impervio, rientravo dopo circa tre quarti d’ora, ridotti adesso a una ventina di minuti. Comunque meglio di niente, forse ho affinato lo spirito di osservazione e mi accontento di quello che vedo: un cielo terso che di più non si può, Pratoline e fiorellini di Veronica (occhi di Madonna), con qualche fiore di Tarassaco…tra un paio di mesi ci saranno le Viole! Basta avere pazienza…e tempo. Noto che le case sono disposte a est-ovest, come la mia sul lato interno della strada, mentre sul lato opposto sono disposte a sud-nord: vent’anni fa non avevo pensato che la cucina a sud sarebbe stata più luminosa e nemmeno a tante altre cose. Comunque sto bene qui a Castelcucco, paese accogliente che si è ringiovanito e la casa è diventata il mio buon rifugio, sebbene non mi consideri una casalinga. Certo la pandemia ci ha costretto a diventare più riservati e solitari, ma anche a rivedere le nostre priorità, uso del tempo compreso, che non va sprecato come dice un mio amico. Mentre sto per rientrare, penso che siamo alla metà del mese e tra poco inizieranno le consultazioni per eleggere il tredicesimo Presidente della Repubblica Italiana. A me il numero 13 piace: incrocio le dita e che Dio ce la mandi buona.
Categoria: Emozioni e pensieri
Nave da crociera
Dieci anni fa il disastro della Concordia, con la perdita di 32 persone, la più giovane delle quali aveva solo cinque anni. Oggi sarebbe una fanciulla quindicenne, con tutta la vita davanti. Da aggiungere, il sommozzatore che perse la vita durante le prime operazioni di salvataggio. Su 4000 persone viaggianti nel transatlantico, col senno di poi poteva anche andare peggio, però ogni perdita umana scuote e merita di essere ricordata. Sulla nave Costa Victoria avevo fatto una! crociera insieme con mia mamma, con meta Isole Greche, dal 17 al 24 luglio 2006. L’anno dopo lei se ne sarebbe andata per un viaggio senza ritorno. Fu una bella esperienza, di cui conservo parecchie foto e la soddisfazione di aver trascorso una settimana in compagnia di altre persone con cui condividevo pranzo e cena. La gentilezza dei camerieri era stupefacente…nel senso che ci spostavano la sedia per farci accomodare dicendo: “Prego, madame!…”, attenzione che imbarazzava mia madre ottantenne. Lei si entusiasmava agli spettacoli serali, che venivano proposti in due turni e si affrettava a concludere la cena – sempre esorbitante – per godere dell’intrattenimento in prima fila. Di me ricordo che ero spesso con la macchina fotografica in mano, su e giù per il ponte a caccia di scorci interessanti che in realtà trovavo a terra, durante le soste previste dal percorso: tra tutte, Santorini che mi è rimasta nel cuore. Mi ero proposta di tornarci, ma non è ancora successo. Comunque un paio di foto scattate rispettivamente a Rodi e a Dubrovnik decorano un’anta del mio armadio in camera, a ricordarmi il viaggio più lungo intrapreso, fortunatamente conclusosi bene. Doveva succedere altrettanto per le 32 vittime della Costa Concordia. Ma purtroppo sappiamo com’è andata.
Al supermercato
Ci sono delle cose che prima facevo volentieri e che adesso mi pesano, orientativamente dal quando c’è la pandemia, cioè da quasi un paio d’anni. Una di queste è fare la spesa, quella un po’ sostanziosa, non l’acquisto di uno/due prodotti che trovo in paese. Può essere che incida la recente convalescenza con annessa fisioterapia, ma di più un certo fastidio a passare da un reparto all’altro, alla ricerca di un alimento che la volta precedente stava da tutta un’altra parte. Spingere il carrello è abbastanza automatico e pure riempirlo di acquisti non previsti che catturano perché in sconto o altra mirabile offerta. Diciamola tutta: quando arrivo alla cassa, ho un po’ di ansia per aver fatto man bassa di troppe scatolette per il cane e di croccantini per il gatto, scoprendo che è aumentata molto anche la miscela per i canarini, importata dall’estero, non l’avrei detto! Però compero volentieri delle grosse arance tarocco, che stuzzicano le mie papille gustative e mi ricordano battute infantili su “cose tarocche”, cioè contraffatte. Mi sono imposta di essere più oculata, nel corrente anno e di limitarmi nelle spese, in considerazione che parecchi “beni” sono lievitati. Quando la cassiera mi comunica l’importo, considero che mi è andata bene, perché spendo comunque meno delle volte precedenti. La soddisfazione si accompagna all’illusione che potrei fare di meglio, razionalizzando la spesa che risponde pure all’esigenza di relazionarmi con del personale che conosco e confrontarmi con persone che fanno la stessa cosa e presumibilmente escono dal supermercato col mio stesso disagio di avere esagerato. Un rigurgito di nostalgia mi assale quando penso che da ragazza andavo nel negozio sotto casa con il libretto, dove il negoziante annotava con scrupolo gli acquisti che mio padre pagava alla fine del mese, con l’omaggio delle caramelle per me!
Ben venga la Gentilezza!
In coda a un telegiornale, ieri ho sentito menzionare il “Calendario della Gentilezza”, così stamattina mi documento e scopro che il mese appena trascorso era dedicato alla gentilezza, con tanti suggerimenti per praticarla. L’idea è del Movimento Mezzopieno che si propone la diffusione della cultura della positività, coinvolgendo associazioni, aziende, scuole, insegnanti, artisti…cittadini tutti: bella iniziativa! I tre ambiti di applicazione sono: la gentilezza verso gli altri, la gentilezza verso il mondo e la gentilezza verso se stessi. Tra le proposte da mettere in pratica mi concentro sulle seguenti: Passa la serata a guardare un’opera d’arte; Stai in silenzio ad ascoltare il rumore del mondo attorno; Chiedi ad un anziano di raccontarti la sua storia… e molte altre, consistenti in piccoli accorgimenti dettati dal cuore. Ce ne sono 31, per tutti i gusti. Scopro che il 13 novembre è la Giornata Mondiale della gentilezza, nata in Giappone nel 1988 e da lì diffusasi in tutto il mondo. Gentilezza intesa come cortesia, buona educazione (non ce n’è mai troppa), usare parole gentili come grazie, prego, per favore, scusa, ma anche altruismo e attenzione verso gli altri. Il Giappone, chiamato anche Paese del Sol Levante, è il più lontano dal nostro fisicamente, ma condividiamo con esso molti dati: superficie, popolazione, longevità, pressoché assenza di materie prime…mi piacerebbe condividere anche uno stile di vita improntato alla calma e alla disciplina che non sono congeniali ai Paesi Mediterranei. Comunque la gentilezza è un bene trasversale, applicabile ovunque. Perciò oggi vedo di rinfrescarmi la memoria e di metterla in pratica. Per favore, siete invitati a fare altrettanto, lettori del blog! Grazie 🧡
Forum
Da anni seguo il programma Forum su rete quattro condotto da Barbara Palombelli: perché coincide con il mio bisogno di staccare dalle faccende domestiche, e anche per un’attrazione verso l’ambiente forense, ricco di storie che potrebbero nutrire la mia attitudine a scrivere. Visto che oggi piove, stamattina non sono uscita, perciò ho saltato la seconda colazione e mi trasferisco dallo studio in cucina prima del solito. Accendo la tivù sul quattro e mi imbatto in una causa che ha dell’incredibile. Mio figlio sospetta che le controversie siano create a tavolino… può essere, ma è pure vero che la realtà supera spesso la fantasia. Sintetizzo il motivo del contendere odierno: una moglie matura tradita cita in tribunale il giovane marito nigeriano, sposato in seconde nozze dopo aver lei abbandonato coniuge e figlio minorenne, per averla manipolata allo scopo di sottrarle molto denaro. La giudice in sentenza valuterà in 70.000 euro la cifra che il coniuge di colore, interessato a donne agiate e anziane, dovrà restituire. Gli ingredienti della storia sarebbero piaciuti a Boccaccio, ma durante il dibattimento scorrono sentimenti pesanti. Mi chiedo come sia possibile “perdere la testa” da adulte e madri, anche se la fragilità umana è una costante. Piuttosto mi preoccupano i manipolatori, che fiutano dove andare a parare per sfruttare una situazione a loro favorevole. Certo avere un carattere ben strutturato consente di non farsi imbambolare. In ogni caso, ritengo che la dipendenza affettiva sia una malattia pericolosa, da cui è bene tenersi alla larga, qualunque ruolo si rivesta.
Longevità
La regina Elisabetta, 95 anni e vedova dallo scorso aprile, subisce la perdita di due delle sue cinque dame di compagnia, al suo servizio da vari decenni. Mi fa tenerezza questa donna così importante per il suo Paese, che giustamente l’ammira, costretta a sopravvivere a persone care…e a dirimere i disaccordi dei suoi nipoti. Immagino che si sentirà confortata dai suoi adorati cani, più che dai parenti di sangue reale. Meglio se mi sbaglio. Non so se la longevità sia un valore, dipende da come ci si arriva e con quale spirito. La regina Elisabetta mi dà l’idea di essere una roccia, un forte felino ancora capace di reggere. Giusto stamattina ho visto sul Corriere la foto della donna più vecchia del mondo, giapponese, di 116 anni, un traguardo non invidiabile, a mio dire, cui peraltro mi inchino. Credo che ognuno si chieda quanto potrà abitare questa nostra terra, domanda che mi sfiora e che lascio inevasa, persuasa che conti di più il percorso che l’obiettivo. Come ha detto la grande cantautrice Joan Beaz: “Nessuno può sapere quando e dove uscirà di scena. Ma compete a noi scegliere come vivere il tempo che ci è donato”. Dunque la qualità contro la quantità. Ciò che è contenuto anche nel detto: “Meglio un giorno da leone che cento da pecora”; quindi meglio un’intensa vita da protagonista che un’esistenza lunga e monotona. Non conosco a fondo le abitudini del re della foresta, gran cacciatore che si riposa adeguatamente. Ognuno può identificarsi nell’animale più somigliante. Mi attrae l’idea di un leone che alterna momenti di energia a momenti di riposo. La regina Elisabetta mi fa pensare a un giaguaro (in diminuzione per rischio estinzione).
Chi siamo, dove andiamo
È morto il celebre paleontologo e cacciatore di fossili keniano Richard Leakey. Lo sento dal notiziario in tivù durante l’ora di pranzo. Ammetto che per me è un nome nuovo, viceversa per la mia collega di scienze, immagino. In ogni caso, mi soffermo a riflettere su un paio di domande che lo scienziato si faceva e che vengono riproposte dalla voce del servizio: chi siamo, dove andiamo, interrogativi trasversali a tutte le discipline. Anzi, a mio dire dovrebbero essere considerati fin dai banchi di scuola, per una serena accettazione di tutto ciò che la vita offre, nel bene e nel male. Il dolore non fa sconti e visita tutte le età, come si evince scorrendo il quotidiano e sentendo il telegiornale, generoso di storie così crude da poterne fare a meno. Restando nel privato, sono molto in ansia per una cara persona vittima di incidente stradale la vigilia di Natale. Un paio di giorni prima mi aveva scritto che era molto sotto pressione e l’indomani avrebbe iniziato un periodo di vacanza…che purtroppo non ha neanche percepito, dato che è in coma da allora. Nello stesso giorno se n’è andato un amico più grande, ammalato da tempo e uscito di scena quasi alla chetichella, per una scelta dei familiari, incapaci di reggere all’ondata emotiva delle esequie. Mi chiedo anch’io, come il paleontologo chi siamo e dove andiamo. Alla prima domanda è relativamente facile rispondere, è la seconda che mi mette in crisi. Se la mia sfortunata amica non ha avuto il tempo di farsela, ingannata dall’asfalto viscido, l’altra persona penso di sì e mi auguro che abbia affrontato il distacco con rassegnazione, se non proprio serenamente. In ogni caso, sono dell’idea che sia preferibile dare risalto al percorso, più che alla metà. Entrambe le persone suddette hanno riempito la loro vita di affetti e di opere buone. Lei è ancora tra noi e prego perché continui a restarci.
Lettori come fiori
Stamattina la piantina che Manuel mi ha regalato a Natale mi ha fatto una sorpresa. Premetto che ne ho chiesto il nome a Serapia, esperta di piante e fiori, così ho scoperto che si chiama Tillandsia (il nome deriva dal cognome del botanico svedese Elias Tillands) e viene dal Perù. Ha sottili foglie ricadenti con al centro una spatola seghettata che ha emesso un piccolo fiore doppio di colore viola: una meraviglia. Osservandola bene, vedo dei puntini viola lungo i fianchi della spatola, per cui suppongo che da lì sbocceranno altri fiori come il primo. Secondo la simbologia, il viola rappresenta la spiritualità ed il desiderio di serenità, di cui in questo periodo c’è un grande bisogno. Pertanto mi accordo con la mia piantina, per ricaricarmi e poter emettere, come lei, quantomeno dei pensieri positivi, se non mi riesce di compiere delle buone azioni, peraltro difficili in clima di confinamento sociale. La mia zattera rimane la scrittura, che mi dà delle soddisfazioni quando un lettore si connette per commentare un mio post…peccato che gli affezionati siano pochi e che diverse persone preferiscano non esibirsi pubblicamente, mandandomi i commenti in privato. Approfitto per ribadire che il mio blog è come una piazzetta riservata e controllata da me, che autorizzo i nuovi commenti oppure li scarto, se non adeguati. Perciò spero che la piccola platea si allarghi e che i contatti comunichino tra loro, come in una squadra affiatata che si rispetti. Amici lettori, fatevi avanti che ho bisogno di sostegno. Sarete come i fiori della Tillandsia.
Attesa
Puntualmente mi torna in mente il “Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere” che Leopardi scrisse nel 1832. Entrambi i protagonisti si interrogano sul futuro, dubbioso per il viandante e migliore dell’anno trascorso per il venditore: due posizioni che ben rappresentano due opposte aspettative riguardo il futuro, con un retrogusto amaro che emerge dalla parte finale dell’operetta morale. Questo è il periodo dei calendari, alias almanacchi che vengono regalati o che si acquistano quale strumento indispensabile per avviare l’anno nuovo. Io ne uso uno dove annotare scadenze e un altro per registrare compleanni e appuntamenti culturali. Quando lavoravo, ne usavo un terzo per le riunioni scolastiche che era tutto un ritocco. Vero che adesso il promemoria si può registrare sullo smartphone oppure sul tablet, ma io preferisco il cartaceo, più sott’occhio e con informazioni anche utili. Non cerco la speranza che devo darmi da sola e non credo nemmeno ai riti scaramantici per imbonirsi l’anno a venire. Sono anzi contraria ai botti e alle luminarie che inquinano l’ambiente e terrorizzano i nostri animali. Leggo sul Venerdì l’articolo a pag. 69 di Marino Niola: “L altro capodanno: sparire, non sparare”. Succede a Bali e in altre località dell’Asia, dove si celebra il nuovo anno col giorno del silenzio “che serve a purificarsi e non a divertirsi”. Niente botti, né luci, né fuochi accesi. La chiamano anche la festa dei quattro divieti. Fantastico, un’immersione nel profondo, senza distrazioni, per fare pulizia dentro e fuori di sé. A ben pensare, assomiglia al resoconto di fine anno, un consuntivo di miglioramento. Se ci saranno meno riunioni e meno affollamento, il covid si sentirà spiazzato e finalmente se ne andrà via.
Messaggi del cuore
Sono stata a fare il vaccino, mezza dose di Moderna dopo aver fatto prima e seconda con AstraZeneca, in un Centro allestito in una ex Scuola Elementare plesso di Asolo. Premetto che non ci sono andata a cuor leggero, ma speranzosa di proteggermi dal famigerato e radicato covid. Devo dire che l’operazione si è svolta abbastanza presto ed in maniera organizzata, grazie anche all’aiuto dei volontari, tra cui una gentile ragazza che indirizzava le persone verso la zona giusta con un invidiabile sorriso. Il medico che mi ha fatto l’anamnesi aveva i capelli bianchi ma una buona propensione al dialogo, tanto che si è premurato di spiegarmi la caratteristica degli ultimi vaccini e come funzionano: una lezione gradita e rassicurante. Dopo la sosta di un quarto d’ora in sala d’attesa per verificare eventuali effetti collaterali immediati, mi sono diretta all’uscita, dove troneggiava un semplice albero di Natale, addobbato con i pensierini scritti presumo dagli alunni di prima elementare, su cui mi sono concentrata: una somma di tenerezza e di bontà che vale oro. Plauso alle maestre che avranno orientato i bambini ad aprire il loro cuore e a vergare i messaggi, alcuni corredati di cuoricini e correzioni. Su un cartoncino l’augurio era destinato ai medici e agli infermieri che si sono sacrificati per la salute degli altri, replicato in altri messaggi. L’ho trovato particolarmente pertinente, sia per sottolineare una categoria in prima linea durante la pandemia, sia per la destinazione d’uso della Scuola diventata centro vaccinale. All’ingresso ho apprezzato la targa che il Comitato Genitori di Sant’Apollinare ha dedicato alla Scuola Primaria, con inciso il pensiero di Malala Yousafzai, sempre attuale: “Un bambino, un insegnante, un libro e una penna possono cambiare il mondo”. Testimonianze da valorizzare.
