Addio a Milva

Se n’è andata una Signora della canzone italiana, dotata di una splendida chioma e di notevole carisma. L’ho ammirata come interprete, soprattutto di Astor Piazzolla, e per l’indiscussa eleganza che diffondeva dal palco, sia che cantasse brani popolari oppure testi impegnati. Fisicamente le invidiavo i lunghi e rossi capelli ondulati, che portava con nonchalance. Ma anche il temperamento che l’ha portata a reinventarsi professionalmente, passando da un genere all’altro e ad imparare varie lingue. Forse non apprezzata abbastanza, non si è risparmiata, dimostrando di essere “una donna con una straordinaria etica del lavoro”, come ha dichiarato la figlia Martina Corgnati in un’intervista. Ammalata di Alzheimer da parecchio tempo, si è spenta a Milano dove è stata allestita la camera ardente, al teatro Strehler. Considerata rivale di Mina, ha lasciato un’impronta indelebile nella musica italiana, insieme con la suddetta collega ed altre, anagraficamente vicine. Al momento mi sovvengono le due canzoni che ricordo più volentieri: Alexanderplatz (1992) e Tango italiano (1988), quest’ultimo legato ai miei trascorsi di ballerina di tango. Pare che il fiore preferito da Maria Ilva Biolcati, cioè Milva fosse la calla. Anche questo dettaglio la dice lunga sul buongusto della raffinata s Signora cui dedico idealmente una calla del mio giardino.

Cronaca nera “familiare”

Di lunedì sono assorbita dal disbrigo di varie pratiche, per cui mi metto tardi ad elaborare il post. Mi suggerisce l’argomento la trasmissione su Rai 2, in onda dopo il telegiornale delle 13, condotta dal garbato Milo Infante. ll “Delirio violento forse favorito dalla pandemia”, titola un giornale. Si tratta del fatto di cronaca nera, successo di recente ad Avellino, a danno di un padre 53enne, Aldo Gioia (cognome che suona come una beffa), ad opera della figlia 18enne in combutta col fidanzato. Motivo: la relazione contestata. Non è la prima volta – e temo non sarà l’ultima – che succedono drammi in ambito familiare, che sembrano contro natura. Ogni volta si rinnova il delitto di biblica memoria di Caino e Abele, con il coinvolgimento di figure legate da rapporti di sangue, ma non di affetto. Il proverbio “Parenti serpenti” toglie qualsiasi alone romantico all’idea della famiglia nido d’amore, come da reclame del Mulino Bianco. Ancora una volta la realtà si offre con mille sfaccettature ed è arduo stabilizzarsi su una confortante via di mezzo. Io sono genitore e sono stata figlia: in entrambi i ruoli mi sono sentita talvolta con le ali tarpate, desiderosa di volare al di sopra degli schemi, libera di prendere e di apprendere. Come figlia ho criticato i miei genitori, e come madre sono a mia volta oggetto di critiche, non sempre costruttive. Tuttavia, da qui a immaginare la soppressione di un genitore ce ne corre! Per qualsiasi motivata ragione. Ad ogni increscioso delitto, c’è un pullulare di tavole rotonde e “luminari”, più o meno illuminati tentano di sondare le cause di tanta mostruosità. Provo molta pena per questo genitore vittima di turno dell’odio della figlia che lui, in buona fede e motivate ragioni, intendeva allontanare da un soggetto a rischio, divenuto suo assassino, reo confesso. Beffa del destino che portasse nel cognome l’arduo obiettivo cui ogni persona equilibrata aspira.

Una mattina mi son svegliato…

Questa mattina, 25 aprile 2021, mi son svegliata presto. Aperto il portoncino, ho sentito il canto degli uccellini appollaiati sui rami dei noci a bordo strada e il suono delle campane del paese vicino. Mi sono stupita, perché l’ora non era quella della messa, salvo varianti che potrei ignorare, perché non sono un’assidua praticante. Comunque ho percepito come gioioso lo scampanio e l’ho associato a quello, centuplicato e più che deve essersi diffuso per le piazze e le strade il 25 aprile 1945: una festa irripetibile, piena di speranze e di intenti. Credo che le persone in età avanzata si commuovano, giustamente al ricordo della riconquistata Libertà, mentre temo che le giovani generazioni non apprezzino a dovere il bene assoluto che la parola contiene. In un messaggio inoltrato stamattina da Serapia, leggo: “Ricordiamoci sempre di non dimenticare mai”, sembra un gioco di parole ed invece contiene un monito urgente, perché la memoria è un valore che si nutre delle esperienze di chi ci ha preceduto, sacrificando la vita per alti ideali. Per fortuna oggi non siamo in guerra… ma non mi pare fuori luogo ricordare che, secondo papa Francesco – e non solo lui – stiamo combattendo, a rate, una sorta di terza guerra mondiale, con un nemico subdolo e invisibile, che tante vittime ha già mietuto. Quindi grazie a chi si impegna per mantenere vivo il sacro fuoco della memoria, anche senza esternarlo, per motivi di discrezione o restrizioni sanitarie. Oggi è anche una bella giornata di sole, da trascorrere in Pace e in Libertà!

Giornata del libro e delle rose

Giornata Mondiale del libro e del diritto d’autore, nota anche come Giornata del libro e delle rose. Celebrata dall’Unesco dal 1996, l’idea nasce in Catalogna, dove il 23 aprile viene offerta una rosa per ogni libro venduto. Oggi è anche san Giorgio, patrono del mio paese, molto onorato in Catalogna. Secondo la leggenda, un cavaliere di nome Jordi (Giorgio in catalano) con la sua spada uccise il drago che terrorizzava un villaggio e da uno spruzzo di sangue del mostro spuntò una rosa rossa che Jordi donò alla figlia del re, salvata dal sacrificio umano destinato al drago. Più realistico l’abbinamento di questa data alla morte di tre grandi della letteratura mondiale: Miguel de Cervantes (1547 – 1616), William Shakespeare (1564 – 1616) e Garcilaso Inca de la Vega (1539 – 1616). Fatta la doverosa premessa introduttiva, ora dico la mia, adottando un’espressione del mio amico Giancarlo riguardo il libro: “I libri sono gli amanti più fedeli”. In questo lungo periodo di pandemia, pare che l’oggetto libro abbia guadagnato punti di favore, e questo è un bene… ma in Italia sono ancora una minoranze le persone dedite alla lettura.Tuttavia io ne conosco che leggono molto, come Marisa, fedele visitatrice del mio blog, Serapia che legge “a morsi”, impegnata “tra pilastri e travi”, Lucia che preferisce la lettura serale alla tivu, come anche Adriana. Quanto a me, alterno periodi di scrittura alla lettura: il mondo delle parole mi attrae tutto, le considero il mio pane quotidiano, che mi nutre e che condivido nella comunità del blog. Siccome da una decina d’anni mi auto pubblico, sono grata a chi mi legge, segnalandomi le sue impressioni che mi consentono di procedere per nuove avventure letterarie. Visto che siamo in argomento, mi permetto di raccomandare la mia ultima creatura di carta, IL FARO E LA LUCE, che ha pochi giorni e che mi auguro di presentare in pubblico, in tempi non biblici, restrizioni sanitarie permettendo. Adesso che ho scritto il mio post quotidiano, mi ritiro a leggere. Buona lettura a tutti, a domani!

Giornata Mondiale della Terra

Nata nel 1970, coinvolge 193 Nazioni in tutto il mondo. Curioso – ma non troppo – sapere che nacque dopo la pubblicazione del libro “Primavera silenziosa” di una donna, la biologa statunitense Rachel Carson. Ogni anno la giornata propone un tema di riflessione; quello di questa edizione è particolarmente impegnativo: ripariamo il danno fatto. Una parola! Ormai i danni inferti all’ambiente con comportamenti sbagliati sono noti a tutti, ma non tutti si sono responsabilizzati e la vigilanza è d’obbligo. Quantomeno se ne parla e le giovani generazioni vengono sensibilizzate dall’infanzia, con la speranza che la salvaguardia ambientale diventi una costante per il resto della vita. Ai miei tempi, oltre cinquant’anni fa, ricordo la messa a dimora di piantine, in coincidenza con il primo giorno di primavera, una festa all’aperto, quando non si parlava quasi di inquinamento, con annessi e connessi. O tempora o mores (che tempi che costumi) direbbe Cicerone, per sottolineare come si sono complicate le cose. Però non bisogna perdere la speranza in un ritorno della ragione, perché la coscienza ambientale nel frattempo è cresciuta, forse anche a causa (o grazie?) alla pandemia. Una conferma viene dall’aumento delle escursioni a piedi e in bicicletta. Io ne ho una, modello ex Graziella rosa ritinteggiata viola, che staziona in garage, in attesa di essere usata, appena il tempo si assesta. Diciamo che non è il massimo pedalare, avendo l’artrosi… ma il cane, quando mi vede in sella si agita tutto, pregustando una scappatella per i viottoli, dove posso condurla a mano, mentre lui si gusta erbe e insetti del suolo e sottosuolo. Anzi, della Madre Terra!

Compleanni di riguardo

Il 21 aprile del 753 a. C. fu fondata Roma, che pertanto compie oggi 2774 anni: bel traguardo, per una città ultra millenaria! Chissà cosa direbbe, se potesse parlare! Ho una nipote che abita a Roma e si è innamorata della città eterna: non stento a crederle, sebbene siano palesi anche aspetti negativi della capitale. Lasciando il compleanno leggendario dell’urbe per uno reale, è risaputo che oggi la regina Elisabetta II compie 95 anni, il primo compleanno da vedova, appena sepolto il quasi centenario coniuge principe Filippo. Durante le esequie, ho visto la sovrana in lutto, ingobbita, isolata, lontana mille miglia dall’immagine regale: una donna anziana, che ha perso il compagno della sua vita. Mi ha procurato tristezza e tenerezza insieme. Ho ripensato a mia nonna, toccata dalla perdita di due figlie giovani… di una porto il nome. Dopo il lutto si era chiusa in un mutismo impenetrabile, scalfito solo anni dopo, quando il primogenito maschio ritornò con le sue gambe dagli orrori della guerra. Per la sovrana ci saranno il conforto dei familiari e della servitù… anche dei cani che ama molto. La capisco, perché gli animali sono più trasparenti delle persone e non ti colpiscono alle spalle come certi parenti in cerca di notorietà. Tralasciando gli alti ranghi, mi sovviene il testo ‘A LIVELLA, del principe della risata Antonio de Curtis, in arte Totò, che illustra alla perfezione il concetto di morte egualitaria: un’esperienza a prescindere da titoli, ceti, ricchezze. Come a dire che solo il lutto ci rende simili.

Lavori in prima linea

Oggi 10 aprile 2021, si celebra il 169esimo anniversario della Polizia di Stato. “Esserci sempre” sintetizza lo spirito di quanti operano con abnegazione ogni giorno, per la sicurezza delle persone, sapendo a che ora inizia il servizio che può dilatarsi a oltranza, a seconda delle emergenze. Lo dico con cognizione di causa, perché ho un amico carabiniere sempre in prima linea, subissato da molteplici impegni lavorativi, cui va tutta la mia stima. Dal 2000 possono arruolarsi nell’Arma anche le donne – 14.580, di cui 1.697 Ufficiali e 2.046 Sottufficiali – un lavoro che ritengo estremamente moderno ed interessante anche in abiti femminili. Infatti è passato il tempo in cui si destinavano le donne quasi esclusivamente alla didattica, dove peraltro scarseggiano i maschi. Ho visto il breve video postato su Internet dalla Polizia di Stato, dove giovani donne affermano di conciliare lavoro, casa e famiglia con invidiabile disinvoltura, arte del saper fare tante cose insieme, esercitata dalle donne da tempi immemorabili. Ricordo la battuta di mia zia, quando tornava dai campi stremata: “Beati i morti, loro sì che si riposano!”. Allora mi sembrava spropositata e fuori luogo – Primina era una bella friulana in carne – ma col senno di poi, oltre all’ironia la battuta mantiene una carica di veridicità. Ritengo che sia stata opportunamente archiviata la credenza che le donne rappresentino il sesso debole. Senza farne però una questione di genere, personalmente apprezzo molto chi è impegnato in ruoli sociali, soprattutto con il pandemonio dell’emergenza sanitaria che ha sparigliato abitudini e convinzioni. Pertanto, buon lavoro a tutti… ma soprattutto a chi mette a repentaglio la propria vita per il bene comune.

Addio a Filippo di Edimburgo

È morto Filippo di Edimburgo, 99 anni, il principe consorte della regina Elisabetta II, che con lui ha condiviso 73 anni di vita coniugale. Il 10 giugno prossimo ne avrebbe fatti 100, e già questo è un segno di eccellenza concesso a pochi. Immagino lo stato d’animo della regina, sostenuta dal cordoglio dei sudditi, lei donna eccezionale, (in carica dal 6.02.1952 e incoronata il 2.06.1953) sul trono da oltre sessant’anni, tuttora amata e benvoluta. Ma stavolta dedico una pagina di riguardo a lui, che ha saputo starle accanto, sempre un passo indietro. Ovviamente, quello che so l’ho appreso dai media e l’idea che me ne sono fatta è del tutto opinabile. Mi risulta che in generale gli uomini tendano a prevaricare e sono molto pochi quelli disposti a riconoscere le qualità femminili esercitate in ambiti maschili, prova ne sono certe professioni che stentano ad adottare la parola femminile corrispondente ad avvocato, architetto, eccetera. Senza farne una questione linguistica, credo che il temperamento bizzarro e spiritoso del principe Filippo lo abbia aiutato a barcamenarsi alla grande nei meandri spesso spinosi della vita di palazzo. Mi ha strappato un sorriso quando ho sentito che guidava, se pure incautamente a 90 anni, dimostrando un coraggio notevole, paragonato alle chiusure e alle ansie di molti suoi coetanei, invecchiati tristemente. Certo la genetica l’ha aiutati. Forse la realtà è stata edulcorata, dato il prestigioso ruolo di corte, ma mi piace assai l’immagine di una persona invecchiata senza rinunciare a gioire della vita, anche combinando qualche sciocchezza… giusto come i ragazzini! La pascoliana teoria del fanciullino insegna. Mi manca la figura del nonno, specie quella del nonno vulcanico, capace di emozionare e stupire nonostante la sua longevità. O meglio, grazie ad essa!

Giornata internazionale del popolo Rom

A carnevale, da bambina ho indossato un paio di volte il costume da fatina – con tanto di bacchetta magica – che detestavo. Evidentemente mia madre si compiaceva di tulle e brillantini, che a me facevano l’effetto contrario. Mi attraeva molto il vestito della zingara, a tinte forti e il carattere volitivo della persona che lo indossava. Ne ricordo una, truccatissima che leggeva la mano alle sagre, piena di bracciali tintinnanti. Anche la canzone “Zingara”, interpretata da Iva Zanicchi ha accentuato la simpatia per il popolo nomade. Da grande, ho associato l’abito zingaresco a quello delle ballerine di flamenco o di tango e qui mi sono tolta un sassolino dalla scarpa, perché ho indossato diversi abiti con balze e volant durante le mie danze giovanili sulle piste da ballo. Conservo gelosamente una mini foto zingaresca, scattata in Romagna una quarantina d’anni fa. La premessa, per introdurre l’argomento serio dell’odierna Giornata internazionale del popolo Rom, oggetto di tremende discriminazioni durante l’Olocausto, a tutt’oggi ancora emarginato. A scuola ne parlavo. Capitava di ospitare, di tanto in tanto, alunni nomadi i cui genitori artisti montavano il tendone in paese, a ridosso della festa del patrono. Ho sempre sentito attrazione per il diverso, curiosa di scoprire altri costumi e modi di vivere: credo che il mio spirito d’indipendenza sia molto simile a quello degli zingari, di cui ammiro anche la capacità di vivere in una grande famiglia allargata, itinerante e collaborativa. Purtroppo anche i loro spettacoli all’aperto si sono rarefatti, meglio dire azzerati. Gli viene dedicata la giornata odierna, che ricorda le traversie subite e ciò che rappresentano sia in ambito privato che pubblico.

Denise, dove sei finita?

Ci sono dei fatti di cronaca irrisolti, come quello che riguarda la piccola Denise Pipitone, sparita ben 17 anni fa a Mazara del Vallo, mentre giocava. Piera Maggio, la madre, non si è mai rassegnata e vive nella speranza di riabbracciare la figlia che oggi dovrebbe avere 21 anni. Ogni tanto spunta un avvistamento che fa presagire la risoluzione del caso. Di recente in Russia, una ragazza con tratti fisiognomici sovrapponibili a quelli della ipotetica madre siciliana, si è rivolta a un programma televisivo, dichiarando di essere stata rapita e di essere alla ricerca della madre. Sono in corso gli esami e le prove per risolvere il mistero, su cui i media intervengono molto, spesso per aumentare audience e angoscia. Non oso immaginare lo stato d’animo di mamma Piera, che da 17 anni convive con un macigno inimmaginabile. Mi è capitato a Lignano, al mare di “perdere di vista” per un paio d’ore mio figlio, allora di cinque anni. Lo avevo lasciato seduto fuori della gelateria, per comperare delle cartoline nel tabacchino di fronte. Uscita dopo pochi minuti non c’era più. Seppi più tardi… che aveva seguito una coppa di gelato e, disorientato, si era affidato a una sua ricerca personale di me nelle boutique dei paraggi dove andavamo insieme. Un incubo conclusosi abbastanza presto, con un mio pianto liberatorio e una sgridata del vigile al mio bambino, per non essere rimasto seduto in attesa del mio ritorno. Da quella brutta esperienza ho imparato che non bisogna fidarsi troppo delle raccomandazioni ai minori, che vanno osservati a vista. Anche Denise stava giocando, con tante persone attorno, familiari e conoscenti. Gira spesso il video di lei piccina che gioca… chissà che aspetto ha il mostro che l’ha rapita. Mi auguro, ovunque sia, che possa riabbracciare sua madre e dare una svolta in positivo alla sua vita. E che Piera possa porre fine alla pena straziante di non sapere che fine abbia fatto. Coraggio a entrambe, cui va tutta la mia solidarietà di donna e di madre.