Idillio

A lato della cucina, in posizione soleggiata le piante di ortensie nel corso degli anni si sono moltiplicate e mischiate, consentendomi di allestire vari bouquet colorati. Quando il sole picchia forte, le foglie verdi si afflosciano insieme coi capolini, che tornano a rialzare il capo di sera, dopo abbondanti annaffiature. È sempre stata una mia preoccupazione proteggerle dai raggi inclementi della tarda mattinata, tanto che avevo predisposto degli ombrelloni per ripararle dall’arsura. È successo che un paio d’anni fa, è nato spontaneamente un fico, giusto al centro dell’ampia aiuola, che io definisco “isola”, per la posizione e per l’ampiezza. Il fico è cresciuto notevolmente, ha messo frutti, per ora non buoni, trattandosi di una pianta selvatica, e ombreggiando meravigliosamente le ortensie, che immagino ringrazino. Io di sicuro mi trovo con un problema in meno: non recupero i vecchi ombrelloni sbrindellati dal vento, che restano chiusi a riposare in garage, e risparmio acqua. Sembra che tra il fico e le ortensie sia nata una bella amicizia, perché li vedo bene entrambi. Forse è una deduzione accomodante, ma sta di fatto che i fiori non sono sfiancati. Se si sono scelti per un reciproco vantaggio, significa qualcosa. Meno male che non ho estirpato il fico invadente e che lui si è fatto apprezzare. Madre Natura docet!

Viluppo

Fine luglio. Con il caldo le fioriture diminuiscono, perdono vigore. Resiste la rosa canina, chiamata anche rosa di macchia o rosa selvatica, che colgo in un viluppo di rami costrittivi in un angolo del mio giardino. Immagino che mi chieda una mano per liberarsene. Entro sera provvedo. Intanto osservo, scatto e penso per analogia alla condizione umana. Senza pretese filosofiche. Alzi la mano chi è senza grovigli, impicci, impedimenti. Trovo che le persone più interessanti siano quelle che hanno combattuto e sostengono tuttora quotidiane battaglie. Un post it appiccicato con lo scotch sul bordo del mio frigorifero dice: Sono le nostre cicatrici che ci fanno diventare speciali. Beh, se fossi nata rosa canina tenterei di districarmi dalla presa dell’erba infestante. Salvo cedere all’abbraccio, se si rivelasse più protettivo che distruttivo. In sintesi, ciò che leggo dietro al gruppo vegetale è la rappresentazione della lotta quotidiana di ognuno, in poco o tanto accanimento, perché la vita non è un gioco. Distribuisce ferite ma regala anche tanta consolante bellezza.

More per dessert

Giornata perturbata: stamattina (ieri) molto caldo, al pomeriggio afoso, verso sera nuvoloso. Prima che piova vado nell’orto dei semplici – ne ho parlato in un altro post – a raccogliere le more: grosse, nere, invitanti che si staccano facilmente dalla pianta e si sciolgono in bocca. Trattasi di more di rovo coltivate, per nulla esigenti e diventate nel tempo una bordura rustica dello spazio dedicato. Mentre mi sposto con cautela tra aromatiche ed erbe varie, mi avvolge un profumo di menta che sale dal basso: un giorno o l’altro verrò a raccoglierne le foglie per prepararmi un mojito. Un pomodorino ciliegino è giunto a maturazione e mi sembra un ottimo ingrediente da aggiungere al mio pasto frugale. Per oggi, il pezzo forte sono le more, in compagnia di qualche prugna che raccolgo in fase di rientro in cucina. Osservando il mio paniere, trovo Il viola delle prugne rasserenante, il nero delle more energizzante, mentre il pomodoro rosso dà un tocco di colore che vivacizza l’insieme. Un godimento per gli occhi e per il palato. Un dono di madre natura.

Aurora dalle dita rosate

Uno dei vantaggi della pensione è gestire il proprio tempo, non dipendere più dall’orologio per andare al lavoro, sovvertire i ritmi delle attività. È quello che capita a me, che avrei pagato oro poter dormire un po’ di più alla mattina, quando ero in servizio. Adesso che potrei poltrire, mi sveglio incredibilmente presto. Stamattina ero in piedi qualche minuto prima delle sei. Ho sentito i tocchi del campanile giusto mentre aprivo gli scuri, su un cielo ancora lattiginoso. Puma, la mia gatta non ha abbandonato il bordo del letto, per la consueta razione di croccantini, il che mi ha indotto a supporre che fosse troppo presto anche per lei mettersi in movimento. In ogni modo ho anticipato le modeste attività della mattina, compreso il saluto ai fiori, non ancora irrorati dai raggi del sole, assonnato pure lui. Ma ecco che qualcosa si muove nel cielo, dei bagliori sommessi preludono… all’aurora dalle dita rosate, per dirla con un’espressione che recupero dagli studi liceali: inizia lo spettacolo di un nuovo giorno! Inevitabile per me immortalare l’alba, con le sue morbide trasparenze. D’altronde è la realtà che mi stimola a scrivere, mentre la fotografia mi dà una mano a selezionare i soggetti. È un hobby che mi fa bene e che mi piace condividere, in totale libertà.

Skyline domestico

Circa tre mesi fa avevo interrato dei semi di girasole, pianta che già mi aveva dato soddisfazioni. Per evitare l’interesse delle lumache, imperterrite scalatrici, avevo sistemato il vaso a rispettabile altezza da terra, sopra un bidone blu capovolto. La cautela non è bastata perché le piantine nate sono state divorate comunque dalle chiocciole. Salvo una, quella nata al centro del vaso che è cresciuta in maniera incredibile, infilandosi tra i fili di ferro che sostengono i tralci della vite americana e sembra voler scalare il cielo. Per fotografare il girasole che spazia dall’alto sul tetto dei vicini sono salita sulla sedia, provando ammirazione per la sua crescita. Una sorta di skyline domestico che immette energia e buonumore. La competizione esiste anche in natura, dove la sopravvivenza può essere dovuta al caso, oppure alla messa in opera di strategie impegnative tanto quanto quelle umane. Il gigante giallo che occhieggia tra i camini del vicino, voglio sperare che guardi con benevolenza anche dentro casa mia. Se poi ci mettiamo che nel linguaggio dei fiori è segno di felicità e dedizione e in Cina simboleggia longevità e fortuna…

In memoria di Paolo Borsellino

Il famigerato 19 luglio 1992 mio figlio aveva quattro anni e io lo accudivo con la dedizione naturale di tutte le mamme. La notizia del tragico attentato al giudice Borsellino, di poco succeduto a quello dell’amico Falcone non mi distolse dalle cure materne ma mi provocò grande turbamento. Pensai a qualcosa di tangibile da proporre al mio bambino, che intanto rendesse familiare l’immagine dei due amici giudici, vittime della mafia. Optai per un poster da affiggere in camera, dove salutare ogni sera i due grandi uomini che si sorridono a vicenda, prima di andare a letto, per una sorta di preghiera laica che voleva essere anche un segno di gratitudine. Il poster è rimasto al suo posto, mio figlio è diventato un uomo. Con discrezione, ritengo che la coscienza civile abbia operato e continui a dare i suoi frutti. Dopo quasi trent’anni dalla strage, la memoria non si è spenta, anche se non tutto è stato chiarito. Quest’anno la pandemia vieta assembramenti e riduce al lumicino le cerimonie. Tuttavia anche il silenzio ha una sua voce. Io la percepisco nel rispetto, nella riflessione, nella preghiera. E conto di essere in buona compagnia.

Rose baccara

La rosa non è il mio fiore preferito, anche se riconosco si tratti di un fiore bellissimo, elegante e pure profumato. Nella mia valutazione al ribasso pesa il fatto che sia considerata la regina dei fiori, e io non ho mai apprezzato ruoli e graduatorie, per spirito d’indipendenza. Però quelle della mia vicina hanno una qualità in più: oltre che profumatissime e resistenti in vaso, me le ha indirettamente donate lei. Adesso mi spiego: da circa un anno Luisa è ospite di una struttura per anziani dove tiene a bada diversi problemi legati alla solitudine e a qualche acciacco dell’età avanzata. Ci siamo salutate dalle rispettive finestre molte sera, prima del calar del buio. Il suo giardinetto confina con il mio e le rose, della varietà Baccara, petali vellutati di colore rosso cupo, sono poste sul confine, tanto che qualche stelo si è inserito nelle maglie della rete ed è venuto a trovarmi. Adesso la sua casa è chiusa, ma il cespuglio di rose asseconda imperterrito la sua fioritura, sotto la carezza del sole. Quando annaffio le mie fioriere di edera, allungo la canna e disseto anche le sue rose che si sono riprese, dopo un periodo di “stanca”. Stamattina non ho resistito al richiamo di un ramo pieno di boccioli invitanti, l’ho tagliato e me lo sono portato in casa. È come se Luisa fosse venuta a trovarmi. Credo che lei approverà.

Casa, dolce casa!

Oggi sono un po’ “privata” e destino un pensiero alla mia casa, che sento mia da quando ho saldato il mutuo. Chissà da quante persone è condivisa l’esperienza… tutti abitano in una casa (si spera…): di proprietà, in affitto, in comodato d’uso e pare che per noi italiani “il mattone” sia in cima ai desideri. Altrove non è così, forse siamo poco votati al nomadismo, oppure siamo molto attaccati alle radici. Sia come sia, nella lingua inglese si fa un distinguo tra house, edificio e home, luogo degli affetti. Mastico meglio il latino dell’inglese, ma se ho inteso correttamente, la casa di cui intendo parlare è quella che mi rappresenta nella sua interezza: lineare fuori, complessa dentro. Un po’ come me! Tra i vani, lo spazio che preferisco è lo studio, dove trascorro il mio tempo migliore: a scrivere, ma anche a farmi le unghie attingendo alle bottigliette colorate, infilate in uno scanso tra la stampante e un porta riviste. Dispongo di due scrivanie, avendo ereditato quella di mio figlio, attualmente impegnato in attività motorie e di due computer, un portatile e uno d’epoca, per le emergenze. Descrivo dettagliatamente questa stanza a pag. 91 del mio recente libro TEMPO CHE TORNA (acquistabile online presso Albatros Il Filo, oppure direttamente da me), nell’episodio intitolato “Lo studio” che si conclude così: In breve, i libri, i fiori, le foto, i ricordi sono il mio pane quotidiano. Poi c’è il companatico. Per me è impensabile non mettere piede nello studio, dove riesco a tirare fuori la mia essenza. Però ammetto che sto bene anche sotto al glicine in giardino e quando saluto i miei fiori alla mattina. In conclusione, grazie casetta mia!

Cinema, settima arte

Che bella cosa il cinema d’estate, all’aperto e in buona compagnia! Se il tempo fa le bizze, la proiezione viene annullata e addio evasione serale. Con una gentile amica, amante dei fiori, dei gatti e naturalmente cinefila, frequento il Cinefestival di Bassano del Grappa al Giardino Parolini, antico giardino botanico di Alberto Parolini (Bassano del Grappa, 24 giugno 1788 – Bassano del Grappa, 15 gennaio 1867) che è un luogo molto accogliente di suo: vicino alla strada a forte scorrimento, ma appartato quanto basta per entrare in un’altra dimensione, caratterizzata da lucciole vaganti e canore raganelle. Le proiezioni, iniziate il 2 luglio continueranno fino al 30 agosto, ogni sera, maltempo permettendo. L’estate scorsa ho visto quasi una decina di film e quest’anno, se possibile vorrei replicare. Ovvio che prima mi documenti sul prodotto, ma mi piace molto anche il prima e il dopo film. Durante il viaggio di andata, che dura circa una ventina di minuti, parliamo del più e del meno, scaricando le tensioni della giornata. Al ritorno commentiamo il film, scambiandoci osservazioni. Al parco stiamo in doveroso silenzio, concentrate sull’opera. Se l’ora non fosse tarda, in fase di rientro potremmo fermarci a gustare un gelato, come successo le scorse estati. Quest’anno l’atmosfera risente del covid, c’è meno gente in giro e anche al cinema, si percepisce un non so che di fuggevole, vuoi per la fretta di rifugiarsi a casa, vuoi per il timore di buscarsi qualcosa, sebbene i presenti indossino diligentemente la mascherina. Ipotizzo che più di qualche regista stia già lavorando per trasferire sullo schermo questo tempo di svago vigilato. Se un futuro nipote mi chiederà come ho vissuto il tempo lungo della pandemia, potrò rispondergli che il buon cinema mi ha aiutato, insieme alla buona compagnia.

Fiore di loto

Il fiore protagonista oggi non appartiene al mio giardino, ma al laghetto artificiale che delimita diversi servizi all’interno della Confartigianato di Asolo, distante una manciata di chilometri da casa mia. In fioritura già dalla primavera, in un contesto accogliente, il fiore di loto è ora nella sua massima espressione di giorno, mentre di notte si chiude. Questo suo dualismo pare simboleggi da chiuso le infinite possibilità dell’uomo, da aperto la creazione dell’universo. Insomma, una metafora del percorso individuale umano nella ricerca dell’equilibrio interiore e dell’armonia, parola a me molto cara. Comparso sulla terra 80 milioni di anni fa, dicono sia il “fiore più antico del mondo”, sacro per l’induismo e il buddismo. Sia come sia, è di grande effetto decorativo e pare che sia addirittura commestibile. Anche profumato, ma questa qualità non ho osato rilevarla, per non finire in acqua sporgendomi troppo. Una cosa che mi colpisce è che affondi le radici nell’acqua ferma, torbida e talvolta fangosa, riuscendo a generare fiori splendidi per forma circolare e colore, dal bianco al rosa carico: uno spettacolo! Ovviamente gratuito e alla portata di tutti, con o senza macchina fotografica. Al netto del simbolismo, ammetto di sentirmi contenta quando salgo in macchina con la mia galleria di fiori di loto fotografati in tutte le salse. Anche da casa continueranno ad incrementare il mio benessere.