Oggi 18 marzo 2021 Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’epidemia da coronavirus. In tutti i luoghi pubblici e privati sarà osservato un minuto di silenzio. Proprio il 18 marzo dell’anno scorso si registrò il maggior numero di morti su scala nazionale; in quel giorno i camion militari prelevarono le bare dei deceduti a causa del covid dal cimitero di Bergamo verso i forni crematori delle regioni vicine. Giusto che il Parlamento abbia istituito una legge per ricordare le vittime dell’epidemia e per sensibilizzare nei confronti del valore della Salute, tutelato dall’articolo 32 della Costituzione. In mattinata due cerimonie, presente il presidente del Consiglio Mario Draghi: la prima al cimitero monumentale di Bergamo dove tutto è iniziato – tornato a essere zona rossa come tutta la Lombardia – e a seguire l’inaugurazione del Bosco della memoria. Appropriata l’idea di un bosco, anziché di un monumento perché la pianta è simbolo di vita e un bosco vive più di una persona. La piantumazione di un albero di tiglio proveniente dalla Puglia, simbolo di unione tra nord e sud, sarà seguita dalla messa a dimora di 100 tra alberi da bosco, da frutto, arbusti che in seguito raggiungeranno quota 850. Il presidente del Consiglio Mario Draghi auspica che il bosco diventi un simbolo di riscatto, in un giorno di grande tristezza ma anche di speranza. Il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori sottolinea che “manca poco ma non ci siamo ancora”, mentre la splendida tromba di Paolo Fresu parla con le note. Gli interventi sono misurati e toccanti. La cerimonia, sobria e contenuta nello spazio di un’ora, trasmette ai telespettatori lo spirito adatto per riflettere e commemorare tutte le vittime, alcune delle quali sono menzionate e ringraziate dal presidente Draghi, in rappresentanza di tutte le altre. Il volto gioioso e rasserenante di Papa Giovanni XXIII, cui è intitolato l’ospedale accanto al parco incoraggia a sperare in un futuro di rigenerazione. –
Autore: Ada Cusin
Buona torta a tutti!
17 Marzo: Giornata Mondiale della Torta Proclamata nel 2015, la “World Baking Day”, è la più dolce delle giornate mondiali. Durante questa lunga quarantena, molti si saranno scoperti pasticceri. Circa un anno fa, la farina doppio zero era quasi introvabile, adesso temo che sia venuta meno la voglia di avere “le mani in pasta”, però mi piace (dovrei dire mi gusta) che, tra tante giornate internazionali, ci sia il posto per quella che stuzzica il palato. Tra storia, mito e leggenda scopro che le 10 torte più famose al mondo sono: Pavlova, Charlotte, Saint Honoré, Red Velvet, Sachertorte, Carrot Cake, Cheesecake, Millefoglie, Cassata, Torta di mele, ultima ma dolce per eccellenza della tradizione casalinga. La mia preferita. Come per molte altre preparazioni, nasce per un errore: nel Trecento, un cuoco francese aggiunse delle mele a una torta con cipolle rosse, per renderla più dolce. Gli Americani la chiamano American Pie. Comunque sia andata, non sorprende che la cucina diventi un laboratorio di creatività e di sperimentazione, molto gradito anche ai ragazzi e ai bambini. Anni fa, quando non c’erano i problemi sopravvenuti, delle colleghe di Scienze gestivano dei laboratori per realizzare dolci e salamoia, con grande soddisfazione dei giovani utenti. Io realizzo una versione ridotta della torta di mele, nel senso che produco ogni settimana i muffin con le mele, graditi anche alle mie amiche, talvolta con la composta fatta con i frutti del mio alberello. Prima di deliziare il palato, profumo la casa di un gradevole profumo di mele e cannella che non ha paragone con i deodoranti per ambiente. Per variare ricetta, ieri mi sono dedicata al tiramisù, non in lista tra i primi dieci dolci gettonati… ma un concentrato di piacevolezza, da gustare al cucchiaio, anticipatore della bella stagione. Bene, io sono a posto. Buona torta a tutti!
Un gioioso patriarca
Di recente è mancato Raoul Casadei, re del liscio, icona del folk romagnolo, vittima del covid a 83 anni, in attesa di ricevere il vaccino. Non entro nel merito del decesso. Preferisco dare attenzione all’artista, che ignoravo avesse fatto l’insegnante elementare, alla fine degli Anni 50, a Roseto Valfortore, un piccolo centro dei Monti Dauni. Particolare che me lo rende “collega”, mentre io sono diventata “ballerina” di liscio, sulle sue note. Anche provetta, visto che vinsi (passato remoto d’obbligo), 40 anni fa, un paio di coppe durante gare di ballo. Trascorsi anche una settimana di vacanze in Romagna, dove conobbi la piadina, il lambrusco e, ovviamente, il liscio nella sua terra di elezione. Poi le vicende della vita mi hanno allontanato dalle sale da ballo, di cui mi rimane un piacevole ricordo, qualche foto e una montagna di biglietti, staccati al momento dell’ingresso, custoditi dentro una scatola di latta. Per fortuna la musica è a portata di manopola, o di dito se su supporto digitale. Quella dell’orchestra Casadei è riconoscibilissima: immediata, allegra, coinvolgente. Che si tratti di mazurca, polca, tango… lo spirito empatico prevale sul tipo e l’invito a volteggiare, se non con le gambe almeno con la mente è garantito! Non a caso uno dei brani più famosi si intitola Simpatia (data di uscita 1974) che è il collante tra il pubblico e l’orchestra. Mia madre, per darsi la carica, di mattina ascoltava la sua musica ad alto volume, che prevaricava sul campanello, se andavo a trovarla senza preavviso e nello spazio del liscio. Adesso uso io la sua radio vintage, sintonizzata su Radio Veneto Uno. Tornando a Raoul Casadei, sentite le interviste al figlio Mirco e ad altre persone, apprezzo che sia riuscito a tenere insieme, grazie alla musica, diverse persone della sua famiglia, tanto da costituire un clan. Praticamente un patriarca moderno, con tanti seguaci al seguito. Una bella eredità, una testimonianza importante, un esempio di bravura proposto sempre con il sorriso.
Musica e gabbiani: un respiro di libertà!
Mi è giunto un gradito video che unisce danza sul ghiaccio con musica di Ennio Morricone: Le vent, le cri (Il grido del vento). Definirlo straordinario è poco, più appropriato sublime! Conoscevo abbastanza il Maestro di tante colonne sonore, ma non questo brano, che sottolinea alla perfezione l’armonia dei flessuosi corpi in movimento. Ad aumentare il godimento degli occhi, anche il video cercato nel web che accompagna l’esecuzione del pezzo, con ambientazione marina: delfini e gabbiani padroni di cielo e mare evocano la libertà agognata. Da cosa? Dallo stress, dagli impegni, dalle limitazioni, dalla paura, dalla sofferenza. Cerco una copertina dell’opera citata e la scarico: protagonisti il mare, un gabbiano e lo spartito del Maestro, mancato da poco ma così vivo e palpitante nelle sue note. In questo periodo di rinnovata pandemia, quando ci aspettavamo di poter muoverci con relativa disinvoltura, la buona musica può essere d’aiuto, così come le immagini di creature in libertà possono lenire la nostra frustrazione di esseri sociali confinati alla clausura. Non intendo indorare la pillola, so che molta gente soffre a causa di questo terribile virus, che la situazione degli ospedali è allo stremo… ma anche chi è in salute fisicamente non sta poi così bene da soli. Mi considero una persona piuttosto riservata e indipendente, tuttavia sento la mancanza, o la drastica riduzione dei rapporti umani. Il lunedì era il mio giorno preferito perché andavo al mercato, che da oggi fino a dopo pasqua sarà blindato, meno che per i generi alimentari e i fiori. Tra una settimana sarà il mio compleanno, che per la seconda volta non potrò trascorrere in compagnia. Speriamo che non si realizzi il proverbio “Non c’è due senza tre”! Ovvio che le lancette del tempo corrono lo stesso, senza baci abbracci, fetta di torta e bicchiere di spumante. Mi consolerò con la musica e le belle immagini, confidando in futuri compleanni festosi, a Dio piacendo. Consapevole che il tempo non si ferma, e ciò che è andato perso non ritorna.
Tulipani e Poesia
Premesso che tutti i fiori mi piacciono, ho una predilezione per il tulipano. Originario della Turchia, di cui è simbolo nazionale, fu importato in Europa nel 1554 dall’ambasciatore fiammingo Ogier Ghislain Busbecq che affidò alcuni bulbi al botanico Carolus Clusius che fece il resto, favorendone la coltivazione in modo estensivo nei Paesi Bassi intorno al 1593. Comunque il fiore era già molto popolare in Turchia, durante il regno di Solimano il Magnifico, già nel corso del XVI secolo. Quanto al significato del tulipano – il cui nome deriva dal turco e significa copricapo – rappresenta il vero amore, declinato in maniera diversa, a seconda del colore. Ad esempio, il tulipano rosa è simbolo di affetto, premura e buon auspicio, perfetto da donare a una persona amica o a un familiare. Quello viola simboleggia la rinascita ed è l’ideale per festeggiare l’arrivo della primavera. Adesso mi calo nel privato. La mia simpatia per questo fiore è legata alla prima poesia che scrissi, attorno ai 16 anni: carina, dedicata a un lui del passato, tenera e intensa come le emozioni che si trasmettono attraverso i fiori. L’ho trovata in fondo a un armadio, dentro una borsetta celeste, nascosta nella taschina interna chiusa dalla cerniera, ed è stato come… abbeverarmi a una fonte! Oggi riconosco nel tulipano delle qualità che apprezzo e che vorrei avere: discrezione, eleganza, riservatezza, cura del bello interiore come il caleidoscopio di colori dentro il fiore. L’assenza di profumo non è un problema perché sono allergica a quelli troppo intensi che mi stordiscono. In attesa che i miei tulipani prossimamente fioriscano, mi gusto l’occhio con quelli immortalati l’anno scorso. E ringrazio chi si firma con un tulipano rosa…
Arte e buon sonno
Il 13 marzo si celebra la giornata mondiale del sonno. L’evento, voluto dalla Word Association of Sleep Medicine, con la collaborazione della Associazione Italiana di Medicina del Sonno (Aims), intende sensibilizzare sui disturbi del sonno che interessano una buona fetta della popolazione mondiale (si stima il 45 %). L’Aims è nata nel 1990, perciò deduco che il problema dell’insonnia sia di vecchia data. Per fortuna io non ce l’ho, ma persone a me vicine sì. Per alleggerire un argomento serio, la butto sulla mitologia. Il dio greco del sonno non era Morfeo ma Ipnos, fratello gemello di Thanatos, raffigurato come un fanciullo nudo, con ali sulla schiena e dei papaveri tra le dita, simbolo del riposo. Nonostante il detto “Cadere tra le braccia di Morfeo”, per riferirsi a qualcuno che sta per addormentarsi, Morfeo era un figlio del dio del sonno, che si serviva di lui per inviare i sogni a dei e mortali. Tutto torna, dunque: Morfeo è la divinità guardiana dei sogni e del buon riposo. Meglio tenersi stretti sia l’uno che l’altro, Ipnos il padre e Morfeo il figlio, come si auspica in una sana famiglia il rapporto generazionale padri-figli, non sempre lineare. Antonio Canova ha scolpito Pasitea, nella mitologia greca una delle tre Grazie, la più giovane, sposa di Ipnos. Mi piace che sia una donna a rappresentare la personificazione del riposo e della meditazione, parola magica. Le sue sorelle sono Aglaia, Eufrosyne e Thalia. Non male fare un tuffo rigenerante nella mitologia, per saperne di più. Magari può essere una terapia facile e gratuita, per un buon sonno!
“Dolce” weekend
Non per fare concorrenza a Lucia, ma stamattina mi dedico a quella che io chiamo “Dolceria”, cioè alla realizzazione dei muffin, dolcetti monoporzione con 150 gr. di zucchero, niente burro ma un bicchiere di olio di riso, due uova, un bicchiere di latte, mezza bustina di lievito, 250 di farina, un pizzico di sale… cui aggiungere frutta a pezzetti, marmellata, gocce di cioccolato, carote grattugiate e via nei pirottini per passarli infine al forno una quindicina di minuti a 180 gradi. Come cuoca sono negata, ma come pasticcera mi sono esercitata, facendo felici le mie amiche e, probabilmente anche il mio colesterolo, dopo che ho sostituito le croissant del bar e le merendine industriali con i dolcetti fatti in casa. La cosa che mi piace di più fare, durante la preparazione è setacciare la farina, vederla cadere impalpabile e profumata dentro alla terrina. Non mi stupirei scoprire che ci fosse un rimando alla levità dell’infanzia, di cui peraltro ricordo poco. Molto gradevole è anche il profumo che si diffonde per casa. Essendo la mia a un piano e mezzo, quando salgo in camera, mi accoglie una fragranza da pasticceria che non ha confronti con i deodoranti per ambienti. Beh, il senso dell’olfatto ha il suo momento clou in questa circostanza, che si ripete settimanalmente. Il terzo momento piacevole è quando offro il mio dolcetto, confezionato alla buona alle selezionate persone che lo gradiscono. E che ringrazio di farmi sentire… dolcemente utile!
Pizza Lucia
Sono stata invitata dalla mia amica Lucia a fare la pizza. Precisiamo: io come assistente, per usare un eufemismo, perché in realtà non ho fatto nulla, salvo osservare i vari passaggi: da quando ha tolto la pasta dal contenitore dove aveva lievitato per un paio d’ore, al lavorarla sulla spianatoia, sistemarla nelle teglie (una per me), aggiungerci gli ingredienti, infine infilarla nel forno per circa venti minuti. Tra una cosa e l’altra sono trascorse due orette, condite di confidenze e scambio di informazioni. Mi sono portata a casa il tesoro fumante, da consumare con mio figlio, avvolto in una borsa di tela del supermercato che sprigionava un profumo indescrivibile. Ho coperto i trenta metri di distanza da casa sua alla mia, sperando di non incrociare nessuno, per non fare raffreddare la prelibata pietanza, nata sotto ai miei occhi. Per dirla con un’espressione ricorrente in ambito scolastico, per me cuoca riluttante è stato un laboratorio esperenziale che mi ha donato, oltre alla pizza, il piacere della condivisione, evocativo di tempi lontani, in compagnia della mamma e della nonna, intente a realizzare piatti tipici. Prima di gustare la pizza, la fotografo, perché merita. Quando mi metto a tavola, ringrazio il Cielo di avermi concesso la grazia di un’amica genuina, che ama leggere, cantare e fa una pizza strepitosa!
Spettacolo insolito
Sto correggendo la bozza del mio ultimo lavoro letterario, un romanzo biografico intitolato IL PROFESSORE, che dedico alla memoria del mio amato professore di Italiano del Liceo, mancato un anno fa. Aggiornerò sull’uscita dell’opera, al momento in tipografia. Da ragazza, pensavo che avrei potuto fare, tra le altre cose, la correttrice di bozze, per la mia dimestichezza con le parole, cosa che per fortuna non si è verificata perché è un’operazione veramente stressante, almeno fatta in privato. Per concedermi una pausa, verso le 10.30 esco in giardino a fare uno spuntino e mi attrae uno spettacolo insolito: i bambini della Scuola dell’infanzia in passeggiata! Una ventina di gioiose creature, con in testa alla cordata una maestra e un’altra che chiude la fila. Hanno scelto un percorso tranquillo dalle parti del cimitero, dove abito. In prossimità delle quattro piante di Noce, spesso fotografate dalla sottoscritta, mi colpisce l’invito che una maestra rivolge ai bimbi di osservare le gemme sui rami: io le ho sotto il naso, eppure non avevo pensato di prestare attenzione alle modifiche in atto, aldilà della strada! Amo la natura… ma non mi appartengono più l’ingenuità infantile, la meraviglia della scoperta, la curiosità disinteressata. Però ho anche guadagnato altre capacità, non intendo buttarmi giù: ogni età ha le sue “specialità” e non sono nostalgica a oltranza. Mi piace fare qualche tuffo nel passato, restando con i piedi ben fermi per terra, osservando e descrivendo la vita “con felice realismo”, secondo l’osservazione del mio compianto professore.
Omaggio ai fiori
Ho ripreso a fotografare i fiori di casa mia, quelli esterni, come le bellissime stelline rosa di una pianta grassa messa a dimora in una fioriera di fronte al garage. Non so come si chiami, ma mi sorprende la resistenza al freddo e alle intemperie, tanto da donare una stupefacente fioritura alla fine dell’inverno. Contatto Serapia, architetto col pollice verde che, in men che non si dica mi informa che trattasi di Bergenia cordifolia, molto usata come bordura negli antichi giardini. Lei è una fonte affidabile di nozioni green, un’appassionata di cinema e grande lettrice, anche mia fan: le sono grata.Tra l’erba occhieggiano veronica (occhi della Madonna) e pratoline. I pansè, alias mammole o viole del pensiero, hanno rialzato il capo e si godono il tepore delle ore centrali, perché la temperatura è ancora rigida. Il tempo che dedico a salutare e a fotografare i fiori è il miglior ricostituente della giornata, dev’essere una cosa genetica perché anche mia mamma se ne circondava, senza avere tuttavia il tempo di occuparsene. Infatti ogni anno ne comperava di nuovi, perché quasi sempre i suoi non superavano l’inverno. Era un avvicendarsi di gerani, violaciocche, margherite… che devono aver lasciato un imprinting su di me bambina. Dei fiori mi piace tutto: il colore, la forma, con o senza profumo, coltivati o selvatici sono la più bella, discreta ed elegante espressione della natura. Qual è il mio fiore preferito: difficile concentrarsi su uno solo, però dovendo sceglierei direi il tulipano, perché custodisce nascosto il suo meglio. Come le persone che preferisco.
