“l want peace” (Io voglio la pace), dice un bimbo biondo di circa dieci anni, in un video dell’UNICEF trasmesso stamattina, a corredo di un elenco di guasti compiuti dalla recente guerra in Ucraina. Non riesco ad annotare le cifre del disastro, ma registro che sono state bombardate 750 scuole (meglio se mi sbaglio per eccesso). In Italia sono arrivati 30.000 bambini, i più vulnerabili tra le persone costrette a subire le conseguenze del conflitto in corso. Come il bimbo biondo intervistato, anch’io vorrei per Pasqua che questa brutta pagina di storia terminasse. Anche in paese sono ospitati dei ragazzini ucraini, inseriti a scuola media. Sono certa che gli insegnanti si fanno in quattro per fornirgli continuità didattica, per quanto possibile e farli integrare nel gruppo classe. Il che è un’ottima cosa…ma non sono a casa loro. A proposito di casa, non mi sono mai sentita così convinta di starmene a casa mia, anche in previsione delle prossime festività pasquali. Saranno gli effetti del covid, dell’età che avanza, dei postumi dell’intervento, dell’isolamento cui siamo stati costretti per due anni…sta di fatto che non mi sento mortificata a starmene a casa mia, sotto il glicine che sta fiorendo, le pratoline che vivacizzano il giardino, i canarini che cantano e i bombi che borbottano di fiore in fiore. Oggi poi ho ricevuto le sospirate copie del mio ultimo lavoro DOVE I GERMOGLI DIVENTANO FIORI, che presenterò il mese prossimo e che mi riporta a scuola, dove mi sono costruita, grazie all’attenzione e all’impegno del mio maestro di quinta elementare Enrico Cunial. A me è successo per fortuna in tempo di pace. Voglia il Cielo che i bambini ucraini possano scordare questo periodo di afflizione e godere presto della Pace.
Autore: Ada Cusin
Forze dell’Ordine
La Polizia di Stato ha celebrato ieri, martedì 12 aprile, il 170esimo Anniversario della sua fondazione. Nella Scuola Allievi Agenti di Piacenza sono stati premiati sei poliziotti. Gli “Esempi Civili” sono parecchi, uomini e donne che si sono spesi per proteggere la comunità, a rischio della loro stessa vita. Mi ha sempre affascinato la divisa, se fossi nata maschio (e avessi avuto le doti richieste) ci avrei fatto un pensierino. Da bambina consideravo i Carabinieri una sorta di angeli custodi, al servizio di grandi e piccoli problemi; da grande la considerazione non è cambiata. L’ attualità offre occasioni per valutare l’importanza del servizio di chiunque svolga un lavoro nell’ambito della protezione dei cittadini e di come operi in situazioni spesso di emergenza e su organico carente. Mi ha particolarmente colpito la vicenda della giovane vedova di un poliziotto, a sua volta entrata nell’Arma per ricalcare le orme del marito. La medaglia è stata appuntata al petto del figlioletto, di circa sei anni. Mi sono chiesta quanto condizionerà la sua vita l’onoreficenza del padre, assegnata a lui. Facile pensare che diventerà a sua volta un tutore dell’ordine, anche se non è scontato. Di sicuro, pur privato del padre, avrà il sostegno della sua eredità morale che gli farà da scudo nelle avversità. Per dire che le buone azioni e i comportamenti retti ripagano sempre, anche se la vita è stata breve. D’altronde è ciò che sostenevano i filosofi antichi, che qualcuno seduto in alto farebbe bene ad andare a rivedere. Se mai li ha conosciuti. Più il tempo scorre e più mi persuado che il benessere non deriva dall’opulenza e neanche dallo strapotere, perché siamo tutti di passaggio. Lo sosteneva anche Giovanni Verga nella famosa novella La Roba (pubblicata la prima volta nel 1880). Possibile che la buona cultura non abbia radicato dove fa freddo? Vorrei tanto essere contraddetta!
Bentornati Pink Floyd
Hey, Hey, Rise Up (Alzati) è il titolo dell’ultima canzone dei Pink Floyd, la prima dopo quasi trent’anni. David Gilmour dice: “Spero che questo pezzo faccia del bene, che ci aiuti a fare qualcosa”. La nuora del chitarrista, ucraina, gli ha mandato un video in cui il cantante (ora soldato) Andriy Khlyvnyuk parla della reazione degli ucraini di fronte alle avversità e la reazione è stata immediata, producendo la riunione della band e il nuovo pezzo. Il brano è struggente. Ne ho sentito un cenno per televisione giorni fa e poi l’ho cercato sulla rete, dove è accompagnato da un video con immagini toccanti. Dico la verità: sentendolo, mi sono commossa come davanti a una funzione religiosa. Encomiabile la scelta degli artisti che si sono rimessi in gioco, destinando i proventi a sostegno del popolo ucraino. In copertina della cover appare il fiore nazionale dell’Ucraina, il girasole, opera dell’artista cubano Yosan Leon, per dire che nulla è stato lasciato al caso. Anche il contenuto del testo tradotto è significativo: Oh, nel prato un rosso viburno si è chinato in basso/per qualche ragione, la nostra gloriosa Ucraina è addolorata/e prenderemo quel viburno rosso e lo alzeremo/e faremo il tifo per la nostra gloriosa Ucraina, ehi, ehi/e faremo il tifo per la nostra gloriosa Ucraina, ehi, ehi/. Il viburno è una pianta da giardino molto decorativa che fiorisce in primavera: produce dei graziosi fiorellini raggruppati in mazzetti a forma di campana, e poi delle bacche rosse che durano molto a lungo. Ne parlava il Pascoli nella prima strofa della poesia IL GELSOMINO NOTTURNO dove dice: E s’aprono i fiori notturni,/nell’ora che penso ai miei cari./Sono apparse in mezzo ai viburni/le farfalle crepuscolari./ Ecco, mi piace questa commistione musica-poesia, rafforzata dalle immagini: un’esperienza sensoriale che fa bene al cuore e alla mente. Complimenti al famoso gruppo rock britannico (fondato a Londra nel 1965), ricostituitosi per un’ottima causa. E a tutti gli artisti che amplificano la voce della solidarietà.
Ricordi
Di ritorno dal mio consueto giro del lunedì, quando incastro spesa, mercato, puntatina al bar…mi trovo dinanzi una cinquecento di colore arancione che mi riporta a quasi cinquant’anni fa. All’epoca guidavo la 500 “di servizio” di mio padre, rappresentante di liquori Maschio Beniamino, con stampata sulla portiera la bottiglia dell’ambrata e pregiata grappa. Con la stessa utilitaria raggiunsi più volte la sede universitaria a Padova e in una occasione presi pure una multa, perché la viabilità era stata modificata e non me ne ero accorta! Ma il ricordo più tenero legato a quella mitica auto, è che ci saliva il mio amato gatto di nome Briciola, un soriano dolcissimo che a sua discrezione decideva di cambiare temporaneamente casa e veniva in villeggiatura da me, dove si tratteneva qualche giorno, finché decideva di rientrare nella casa originaria. Si piazzava davanti alla portiera, che aprivo intuendo il suo desiderio: saliva e si accomodava dietro, come un viaggiatore di riguardo, quale era. I giretti si sono ripetuti per diversi anni, la 500 bianca ha ceduto il posto a quella gialla. Briciola si adattava, dimostrando attaccamento per me e per la dimora originaria. L’ aneddoto consente di pensare a quanto si possa amplificare la nostalgia per il proprio ambiente, in condizioni di lontananza obbligata…non voglio sconfinare nella cruda attualità e ritorno alla 500, simbolo di un’epoca felice, economicamente parlando e non solo. Conservo delle foto di quel periodo e i ricordi, che mi fanno abbozzare un sorriso di piacere. Ma non intendo essere nostalgica: indietro non si torna e non vorrei tornare. Tuttavia se capita una pausa, per recuperare qualcosa di buono e di piacevole ci sta, gatto e utilitaria compresi.
Pace o condizionatore?
Oggi domenica delle Palme, la settimana prossima sarà Pasqua. Stamattina c’è il sole, ma la temperatura è assai bassa. Ieri, sulla Marca trevigiana è imperversato un temporale da spavento, in cui sono stata in parte coinvolta: nubi nere, raffiche di vento, pioggia fitta e poi grandine. Ero in auto in prossimità di casa, incerta se fermarmi o procedere sotto il diluvio: ho scelto la seconda opzione e con il cuore in gola ce l’ho fatta. In casa mi sono tranquillizzata. Dopo la pensione, è diventata il mio rifugio e importa poco se attrezzato o meno di tutti i comfort. Se è bel tempo e la temperatura lo consente, sto fuori in giardino, oppure in casa con la stufa accesa d’inverno e gli scuri accostati d’estate. Di rado accendo il clima, versione umidificatore, installato su richiesta di mio figlio qualche anno fa. A proposito di climatizzatore, torna a proposito la domanda del premier Draghi: “Preferiamo la pace o il condizionatore acceso?” che appartiene, a mio dire al genere delle domande retoriche, cioè con la risposta scontata, perché è ovvio che sia gettonata la pace, anche se una minoranza remerà contro. Giusto sul quotidiano leggevo poco fa che serpeggia il malumore tra gli artigiani del settore termo-idraulico, addetti ad installare i sunnominati ausilii. Credo nella buonafede di Draghi e nel giustificato malumore della categoria coinvolta. Sospetto che dovremo tutti tirare la cinghia, tirando fuori vecchie abitudini e strumenti diventati obsoleti, come il cappello di paglia, il parasole, indumenti non sintetici per ripararci dalle eruzioni cutanee dovute al solleone…sempre che ci visiti! L’estate scorsa non abbiamo sudato poi tanto. Non mi dispiace pensare di praticare il risparmio, rivitalizzando vecchi indumenti e adottando accorgimenti che usava mia nonna Adelaide, friulana doc: un esempio di autentica resilienza, in tempi durissimi che non si devono ripetere.
Panta rei (tutto scorre)
“Al TG solo notizie catastrofiche, meglio goderci le nostre bellezze”, è il messaggio che mi arriva stamattina da Erica, accompagnato dalla bella foto di un ciliegio in fiore, immortalato a Monfumo. Come contraddirla? Dallo studio di casa mia a Castelcucco sto spiando il mio ciliegio giapponese, che tra poco esploderà in un cascata di fiori rosa. I fiori e le piante sono una vera consolazione ed anche la rassicurazione che la vita continua, nonostante gli insulti che subisce dagli uomini bramosi di altro, a scapito di diritti e doveri. Mi spiace fare riferimento alla tragedia umanitaria in corso, ma non posso esimermi perché è un pensiero predominante. Per non farmi soggiogare, penso all’invito di Erica e cerco conforto a costo zero tra le bellezze a portata di mano: Pratoline, fiori di Veronica, Viole, Tulipani, trovo energizzanti anche i fiori di Tarassaco che si infilano tra il porfido del marciapiede. Peccato che il tempo volga al peggio, mentre stamattina era promettente! Verso mezzogiorno è scesa pure una bella grandinata: ero in auto e ho avuto paura. I mutamenti improvvisi mi disorientano, non vedo l’ora di rifugiarmi in casa, con la compagnia fedele dei miei pets, che comunque percepiscono il pericolo insito nel maltempo. Infatti i canarini non cantano. Magari verso sera torna il sole, è successo altre volte (oggi però temo di no). Devo cercare della buona musica e aspettare pazientemente che il temporale passi, confidando nella filosofica espressione attribuita a Eraclito (Efeso, Turchia), pensatore presocratico: “Panta rei” (tutto scorre), esattamente come l’acqua di un fiume. Saluti e Salute, amici lettori! 🌷
Il popolo rom e la libertà
8 aprile: Giornata Internazionale dei Rom, scelta per ricordare il primo congresso mondiale del popolo rom, che si tenne a Londra nel 1971, per celebrare la cultura di questo popolo e fare conoscere i problemi che incontra nei vari Paesi. Ringrazio Martina che me lo ha ricordato. Il termine Rom significa uomo nella lingua romanì (che è la lingua dei Rom) e la loro bandiera è una ruota rossa in campo azzurro (che rappresenta il cielo) e verde (che rappresenta la terra). La ruota invece allude al continuo migrare dei popoli nomadi, che sono tanti: un gruppo numeroso è quello dei Sinti; poi ci sono i Camminanti, i Kalè, i Gitani e molti altri. La loro è una lunga storia. I loro antenati vivevano nel nord dell’India. Erano nomadi e si mantenevano facendo i musicisti, i giocolieri, addestrando gli animali e lavorando i metalli. Poi si spostarono verso l’Europa, dove si dispersero nei vari Paesi, diventando presto il capro espiatorio di ogni evento negativo. Durante la seconda guerra mondiale furono internati nei campi di concentramento dove 500.000 di loro furono uccisi. Fatto un po’ di ripasso storico, adesso dico la mia: provo una grande ammirazione per ciò che rappresenta questo popolo in termini di unità e indipendenza. La figura della zingara mi ha sempre affascinato, tanto che da bambina preferivo il costume di gitana a quello della stucchevole fatina con la bacchetta magica. Non a caso anni addietro ho scritto un lungo racconto, intitolato FLAMENCO THERAPY con protagonisti artisti di strada, che spero di ampliare nel prossimo futuro, magari trasformandolo in romanzo. La fisarmonica, strumento che suonano con maestria, mi è cara: l’ha suonata mio figlio da ragazzino e la strimpello anch’io, in periodi particolari. Adesso che ci penso, ho vinto un paio di gare di tango sulle onde della fisarmonica, strumento caro agli zingari (per me la parola zingaro è piena di ritmo e di movimento). Il concetto di libertà è bene rappresentato dal popolo nomade che convive serenamente con la natura e gli animali. Un paio d’anni fa, in paese aveva fatto sosta un carrozzone condotto da cavalli, casa viaggiante per una numerosa famiglia di artisti, che si esibivano la sera su un prato. Ho anche parlato con una giovane mamma coi lunghi capelli neri e l’ampio sorriso, in cui mi sono identificata. Anche se è durato solo un paio di giorni.
Pro Salute
Oggi 7 aprile è la Giornata Internazionale della Salute. Il 7 aprile è l’anniversario della fondazione dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), per cui il collegamento è chiaro. Ne ho sentito parlare per radio stamattina e non ci ho fatto caso: ai radioamatori veniva chiesto di chiarire il proprio punto di vista sull’argomento. Una risposta mi ha subito riportata alla realtà: la salute senza la libertà conta poco. Un bene primario soggiogato da un altro bene primario. Io ne parlo da casa mia, in una tiepida mattina di aprile, mentre non troppo lontano innumerevoli persone non hanno né casa né salute, e a moltissimi è stata rubata la vita. È duro essere ottimisti, ma ci provo. Oggi sto bene e vorrei condividere questo stato con molte persone, dato che è impossibile con tutte. A metà mattina ho effettuato il primo sfalcio dell’erba; più tardi metterò a dimora due piante di zucchine e altrettante di pomodorini, nella varietà ciliegino e datterino. Non consumo molta verdura però mi riservo un piccolo spazio verde adibito ad orto. Da me predominano i fiori, graditissimi ospiti, conforto dell’anima e fonte di poesia, sempre più persuasa che “la bellezza salverà il mondo”, se non tutto almeno quello che ho in custodia. Per mantenermi in salute, curo le piante, le osservo nelle loro trasformazioni, le fotografo, ci scrivo attorno, ci parlo. Sembra che funzioni, perché mi ammalo di rado. Se serve, ingoio qualche pasticca ma controvoglia. La salute è un bene che ci è stato concesso per godere della vita, cosicché il benessere psico-fisico sia completo. Un delitto inaudito toglierla agli altri e danneggiare il pianeta Terra che ci ospita.
Costruire la Pace
5000 casi di presunti crimini di guerra. Lo sento alle sette, dalla voce della giornalista del Tg1 mentre la collega comunica con il linguaggio dei sordi in un angolo dello schermo. La UE vara nuove sanzioni contro la Russia, il quinto pacchetto. Al Consiglio di sicurezza dell’ONU ieri Zelensky ha chiesto di espellere la Russia per i crimini che vengono negati. Il sindaco di Mariupol dice: “Siamo oltre la catastrofe umanitaria”. Crimini di guerra oppure contro l’umanità? È un quesito che risolverà – forse – la Commissione costituita per indagare cosa effettivamente è avvenuto in Ucraina. A me, ignorante in materia, non sembra la domanda più importante da fare. Anzi, più che domande e conferenze servirebbero risposte e proposte operative. Sono desolata di navigare a vista, cerco di filtrare ciò che vedo e sento. Un esempio: in paese un signore molto anziano che si sposta con un monociclo a motore ha accolto in casa tre persone fuggite dall’Ucraina, compiendo un grande atto di generosità. La titolare del bar che frequento mi ha detto che le ha confidato la tristezza/sofferenza che gli procurano le tre ospiti in preda al pianto e alla nostalgia per la loro terra martoriata, anche se hanno salvato la pelle. Più volte mi sono chiesta come mi sarei comportata io, in caso di aggressione, ma tuttora non saprei rispondere con risolutezza. Ecco, ammiro molto l’amore che gli Ucraini dimostrano per gli animali, il grande coraggio, anche delle donne che abbracciano le armi, la capacità di reinventarsi del presidente Zelensky…non so quanto durerà il loro calvario, cosa troveranno al rientro, se torneranno a casa. Al momento provo una grande pietà e mi auguro che la guerra finisca al più presto. Temo però che la speranza, ultima dea non basti. Esemplare il monito dei nostri saggi vecchi, ricordato ieri da Antonietta: “Chi vive di speranza, muore disperato!”.
Spes ultima dea (speranza ultima divinità)
Non uso più le stampelle da varie settimane (sono stata operata all’anca lo scorso novembre) e vado quasi di corsa. Se fisicamente ho recuperato, magari ci fossero delle stampelle per riequilibrare l’umore compromesso da tante brutte notizie, cui c’è addirittura il rischio di abituarsi. Leggo la più brutta stamattina nel quotidiano, anticipata dalla tivù: è stata ritrovata uccisa Olga Sukhenko, la sindaca del villaggio di Motyzhyn, insieme al figlio 25enne Alexander e al marito Igor, ritrovati con le mani legate in una fossa comune. I tre erano stati rapiti dai russi il 23 marzo scorso. Magari fosse una fake news, come la propaganda di una certa parte tenta di passare. Dopo quaranta giorni e più di conflitto Russia-Ucraina, le immagini e i servizi che arrivano hanno tolto il dubbio che si tratti di “operazione speciale”, alla faccia di chi proibisce l’uso della parola guerra (comunque si chiami, chi resta sul campo è spessissimo un civile inerme, passato per le armi). Più appropriata la definizione di “guerra sacrilega”, usata dal Papa. Sono disgustata dall’evento e dalla piega che sta prendendo. Chissà quante volte la violenza perpetrata ai danni della sindaca Olga è stata ripetuta…leggo che, al momento del sequestro, il marito ha voluto seguirla, condannandosi alla stessa tragica fine, toccata poi al figlio. Pensare che quando insegnavo Storia, era sempre una gran fatica introdurre l’argomento della Grande Guerra: bisognava prima girarci attorno, per non urtare la suscettibilità degli adolescenti. Non invidio i miei colleghi in cattedra…e nemmeno gli studenti, ai quali non so cosa potrei dire, per fornire un briciolo di speranza. Già, gli antichi si appellavano a lei, dicendo: Spes ultima dea (Speranza ultima divinità) e altrettanto conviene che ripetiamo noi. Augurandoci che la divinità – l’ultima rimasta a consolare gli uomini, dopo l’abbandono della terra per l’Olimpo da parte degli altri dei – non sia sparita dalla circolazione.
