Monastero di San Giorgio nell’est dell’Ucraina distrutto da un missile russo. Aggravante, se possibile, apprendere che l’eremo appartiene al patriarcato di Mosca, guidato dal patriarca Kirill. Risalente al 1526, vi avevano trovato rifugio diversi civili fino allo scorso marzo. Per la seconda volta in due mesi è finito sotto le bombe russe. La struttura ospitava anche una scuola pubblica e una scuola parrocchiale. Un ennesimo affronto all’Ucraina, al suo patrimonio e alle sue radici culturali. Dall’inizio della guerra, un centinaio di edifici religiosi sono stati distrutti o danneggiati. Vedo in internet una foto di com’era il Monastero prima della guerra: mi colpisce il turchese delle cupole, un colore rilassante…sbriciolato con il resto del complesso monumentale. Il proverbio ‘Al peggio non c’è fine’ pare proprio appropriato. La parola monastero/eremo evoca di per sé pace e tranquillità, un luogo dove i pellegrini di un tempo trovavano asilo, e i civili di oggi riparo dagli attacchi nemici…fino a prova contraria. Ho fatto esperienza dell’ambiente ‘protetto’ del monastero un paio di volte nella vita: a Praglia con gli studenti delle medie, quando insegnavo e al Monastero dei frati cappuccini di Savona per la premiazione del Concorso letterario ‘Insieme nel mondo’ cui avevo partecipato. In quest’ultimo avevo anche pernottato, oltre che condiviso pranzo e cena con i frati, cordiali e alla mano. Fu là che ebbi ispirazione per realizzare un orto dei semplici (piante aromatiche) e mettere a dimora piante grasse in contenitori stravaganti, come faceva il frate che se ne occupava. Sono convinta che chiunque sia passato per un monastero, si sia portato dietro un carico di buonumore e di leggerezza, doti purtroppo ignorate da chi fa la guerra.
Mese: Maggio 2022
L’arte di coltivare i germogli
La scuola materna parrocchiale Mons. Muriago di Castelcucco confina con l’ufficio postale. Per fortuna, perché l’attesa dentro e fuori l’ufficio per sbrigare qualche pratica è spesso condizionata dalla rete che rallenta le operazioni. È ciò che succede stamattina, quando devo fare un bonifico, previa ricarica della carta di credito, che mi costringe ad aspettare un’ora. Mi distraggo osservando i bimbi giocare in cortile, sotto l’occhio vigile delle maestre: un’altalena sotto il tiglio fa dondolare una bambina, mentre un’amichetta di rosa vestita chiede qualcosa a una maestra (suppongo: ‘posso andare al bagno?’). Un terzetto è assestato attorno a un banco – facile immaginare il gioco – mentre un maschietto sta a cavalcioni sopra un trenino, bene ancorato sulla ghiaia. Un vociare allegro fa da contorno ai giochi che si concludono poco prima di mezzogiorno, quando scolaretti e maestre guadagnano l’entrata, immagino per l’imminente pranzo. Ho ripensato alla mia infanzia, di cui ho un vago ricordo e alla professione dell’insegnante, di ieri e di oggi. Al netto di tutti i cambiamenti e dei ribaltamenti avvenuti in ambito sociale ed economico, credo che accostare il lavoro dell’insegnante a quello del giardiniere renda ancora bene l’idea, perché gli alunni sono come dei fiori, bellissimi e bisognosi di cure. Il titolo del mio ultimo libro DOVE I GERMOGLI DIVENTANO FIORI, dedicato al mio maestro Enrico Cunial, si riferisce all’ambiente scolastico come oasi di coltivazioni speciali dove si intrecciano esperienze ed emozioni. Approfitto per invitare Castelcucchesi, abitanti di Possagno e di Cavaso alla presentazione dell’opera giovedì 19, in Centro Sociale, ore 20.30; la immagino come una rimpatriata di generazioni, durante la quale saranno lette alcune interviste di ex alunni che costituiscono la parte più vivace del libro. Con un pensiero di gratitudine verso il mio maestro e un augurio di ben operare rivolto a tutti i docenti.
Poesia d’impeto
Lunedì impegnativo, come di consueto. Però oggi ci ho aggiunto la distribuzione di volantini e locandine per la prossima presentazione del mio ultimo lavoro. Non credo di avere la stoffa del rappresentante, ma mi sforzo di selezionare i luoghi più ricettivi per l’occorrenza: forno, cartoleria, gelateria, bar, super mercato… biblioteca da ultimo, perché il pubblico lì è in maggioranza di età scolare e poco propenso ad accollarsi letture extra. Ma non è detto, dipende dalla capacità di persuasione di chi orienta i lettori. Lunedì prossimo mi metto in gioco sul campo della scuola primaria, dove farò un intervento nelle prime tre classi elementari riguardante la poesia. Sono lusingata di essere stata invitata come ‘esperta’ dalla maestra Luisa e un po’ preoccupata, perché non ho mai avuto un pubblico di bambini piccoli, cui sono comunque lieta di offrire la mia esperienza. Non mi aspettavo tanto piacevole raccolto dal mio periodo di pensione, libera da impegni e consegne editoriali. Offrirò agli scolaretti alcune mie poesie e racconterò come nascono. Giusto ieri sera ho scritto l’ultima, uscita spontaneamente mentre osservavo il rapimento del gatto, in ascolto dei grilli. Quindi ho usato i sensi della vista e dell’udito, poi allargati all’olfatto, perché arrivavano folate di profumo dal glicine in fiore. Ecco il prodotto, intitolato MAGGIO ORE VENTI: Il gatto/rapito dai grilli/ignora/la campana/della sera./Piano si anima/il lampione/mentre i canarini/continuano/a cantare/nella voliera./La luce/del tramonto/indora/il campo:/ringraziare/vale quanto/pregare.//Nulla di eccezionale, semplicità allo stato puro.
Sulle Mamme
Mi trovo sul tablet la poesia di Giuseppe Ungaretti La Madre (composta nel 1930), veramente toccante, considerata in varie occasioni a scuola. Oggi, festa della mamma, scelgo di ricordare le mamme che non ci sono più, perché ognuno ha avuto una mamma, anche se non ogni donna ha generato. Io penso alla mia: Giovanna, battagliera, indipendente, dotata di uno spirito felino come il mio. Ungaretti pensa alla sua, che si chiamava Maria, umile e forte mentre lo attende alle soglie del paradiso, per condurlo davanti al Signore e fargli ottenere la salvezza. Nella visione del poeta, la madre morta diventa un simbolo, un’ esaltazione dell’amore materno: stupenda! Mi fa piacere che venga ricordata, perché molte sono le mamme trapassate, di cui manteniamo un ricordo struggente. Non so cosa succederà nell’aldilà, ma sarebbe sublime riabbracciarle! Anche karol Wojtyla, Papa Giovanni Paolo II ne aveva scritta una in ricordo della madre Emilia che inizia così: Sulla tua bianca tomba/sbocciano i fiori bianchi della vita. Poesia di infinita dolcezza. Anch’io ne ho scritte su mia madre. In quella intitolata Eppure sembra ieri, concludo dicendo: Scovo il bene nascosto/nelle piccole cose/un sorriso, una gentilezza,/la bellezza del Creato/che anche Tu hai amato.// A proposito di piccole cose, che fanno bene al cuore, vado al bar Mirò da Gabriella, per una rapida scorsa al quotidiano. Non serve che ordini la consumazione perché sono cliente quasi fissa. La sorpresa arriva disegnata sulla schiuma del cappuccino: AUGURI MAMMA. Ecco, una lodevole attenzione della gentile barista – che è mamma – per un ruolo decantato e talvolta banalizzato, che dura tutta la vita. Le piccole cose sono anelli di congiunzione con gli altri. Grazie Gabry e auguri a tutte le mamme! 🧡
PRO DOMO MEA (A mio favore)
Stamattina esco con l’idea di lasciare qualche locandina promozionale riguardo il mio ultimo libro, in punti strategici di Possagno, dove visse il mio maestro Enrico Cunial e dove io torno ogni sabato per farmi la piega dalla dolce Lara. L’aggettivo non è esagerato, perché trattasi di parrucchiera molto accondiscendente e capace di ascoltare. Da ultime disposizioni, lei indossa ancora la mascherina, mentre io penso se usarla oppure no, occupate le mani da borsa e borsetta. Il salone è libero e la riproduzione sulla stoffa del cielo stellato di Van Gogh può rimanere occultata nella tasca della giacca. Dopo il lavaggio della testa, mentre Lara mi mette i bigodini entra una cliente con la mascherina, di nome Marisa, che al momento non riconosco e che attende paziente il suo turno. Prima di andare sotto il casco per l’asciugatura della mia lunga chioma, srotolo la locandina sulla prossima presentazione del mio libro DOVE I GERMOGLI DIVENTANO FIORI perché Lara possa appenderla tra gli specchi…ed ecco la sorpresa: la cliente, Marisa, esclama che ha già letto il libro! Glielo ha passato Ivo, suo fratello, estimatore del maestro che l’ha avuto dalla figlia Vilma. Non riesco a spiegare la soddisfazione che mi è venuta da questo giro di informazioni e di lettori, come la realizzazione di un cerchio perfetto. Inoltre Marisa ha confermato di aver gradito la lettura, presumo in condivisione con il fratello. Scopro che il maestro era molto considerato e non è stato dimenticato. Chi non l’ha conosciuto, potrà farlo procurandosi il mio libro che il mio amico Francesco – storico e scrittore – ha mirabilmente definito “un bel mosaico con tante tessere che si richiamano reciprocamente ed illuminano un quadro ancor più ampio e significativo “. Grazie amici e grazie lettori. Soprattutto grazie al maestro Rico, cui devo la mia attitudine a scrivere.
Evviva i Colori
6 maggio, Giornata Mondiale del Colore! Chiunque abbia avuto l’idea – l’Amministrazione Comunale di Parabiago – se non erro, ritengo sia una bellissima idea, perché “I colori ci aiutano a stupirci, emozionarci, ad esprimerci” afferma l’Assessore Benedettelli. Con me è sfondare una porta aperta. Non a caso ho il soggiorno tinteggiato di cinque colori, due dei quali sono i miei preferiti: giallo e celeste, da molto prima di scoprire che sono quelli della bandiera ucraina. Ho cercato di spiegarmelo con una corrispondenza psicologica che attribuisce al celeste un bisogno di pace, mentre il giallo sottintende una propensione energetica. Ricordo che i primi giorni di scuola, durante l’accoglienza per attribuire l’assegnazione dei posti a sedere veniva proposto ai ragazzi un quesito cromatico; in base alla risposta si valutava l’incompatibilità di certi colori e si procedeva a distanziare i soggetti presumibilmente in competizione. La collega che se ne occupava, dati alla mano spiegava anche l’uso dei colori in ambito pubblicitario dove una confezione cartonata di pasta è blu non a caso, perché il blu è un colore che trasmette serenità (chissà se c’entra con le auto blu dei politici…). Certo le tinte fredde sono adottate negli ospedali e credo che nessuno se ne sia lamentato; poi è tutto opinabile. A me non piace il bianco, mi ricorda i camici dei dottori e se non erro credo che geneticamente non esista in natura. Iride, figlia di Titano e della ninfa oceanina Elettra, è la dea greca che annuncia l’arcobaleno; considerata anche la messaggera alata degli dei, ancella di Giunone, regina dell’Olimpo. I sette colori fondamentali visibili nell’arcobaleno sono: rosso, arancio, giallo, verde, azzurro, indaco, violetto. Una vita a colori è senz’altro preferibile a un’esistenza grigia. Perciò evviva i colori!
Non si finisce mai di imparare
Pensavo di scrivere qualcosa riguardo Il cinque maggio di Manzoni, ode scritta nel 1821, in occasione della morte di Napoleone Bonaparte, esule a Sant’Elena. Ma oggi 5 maggio 2022 è giovedì, giorno di mercato in paese e la poesia è arcinota. Inoltre anche il mercato può offrire spunti di riflessione e di condivisione spirituale. Infatti, tornando mi imbatto nella signora Bianca, al braccio di Simona; rimasta vedova di recente, Bianca si premura di ringraziarmi per le parole che ho scritto nel necrologio di suo marito Mario Fabbris, persona bonaria e socievole. È una grande soddisfazione per me poter comunicare tramite le parole, una specie di corsia preferenziale, per arrivare al cuore della gente. Non ne ho io il merito, uso il mezzo verbale a me congeniale per connettermi con gli altri. Mi piace anche parlare, senza fare sermoni. Conosco al mercato diversi commercianti che chiamo per nome: Giordano e Riccardo (fiori), Michela (prodotti casearj), Pier (pesce cotto e crudo), Matteo (semi e piantine da orto). Presso il banco di quest’ultimo, parecchio frequentato, mentre aspetto paziente il mio turno noto un cartoncino con la scritta ‘Speciale per la limonera’, accanto a dei semini bianchi che rispondono al nome di lupini. Ne avevo sentito parlare come di un ottimo fertilizzante, che non ha nulla da spartire con il romanzo di Giovanni Verga I Malavoglia (una povera famiglia di pescatori siciliani); per la cronaca, i lupini sono dei legumi, ma anche dei molluschi. Il buon Matteo mi insegna come trattarli: bollitura di 4/5 minuti in 3/4 litri d’acqua da dare successivamente alla pianta, interrando i lupini. Una ragazza sente le istruzioni e conferma che il trattamento funziona. Non mi serve altro. Torno a casa e procedo. Avanti sera completo l’operazione, sperando in futuri limoni profumati e sodi. Non si finisce mai di imparare.
In ricordo di Alice
Il nome Alice mi evoca contenuti leggeri, credo dipenda dal romanzo di Lewis Carroll “Alice ne Paese delle Meraviglie”. Ho anche avuto qualche alunna con questo nome grazioso, e poi in ambito musicale c’è la cantante, cantautrice, compositrice italiana ALICE (pseudonimo di Carla Bissi (nata a Forlì il 26 settembre 1954), quasi mia coetanea. Chiamarsi Alice ed essere colpita a morte dal fratello, con 17 coltellate, in strada mi sembra ancora più pesante di quanto non lo sia, senza il carico del nome diventato un’aggravante. Lo sento per la trasmissione La Vita in Diretta, condotta da Alberto Matano. Vedo le foto della giovane vittima, una dove indossa scarpe da danza, per cui suppongo praticasse quest’arte. Madre di un bimbo piccolo, era scesa a portare fuori il cane, dove il fratello l’ha aggredita e colpita a morte. Il marito dalla finestra assiste impotente all’omicidio e si barrica in casa per paura che la furia del cognato colpisca anche lui e il figlioletto. Ma si può, dico io, sopprimere una vita così? Lascio alle notizie dare altre informazioni sull’esecutore – immagino squilibrato – del nefando episodio. Pensare che ho sempre sentito la mancanza di un fratello, invidio chi ce l’ha e mi trovo spesso a chiedermi come potrebbe aiutarmi e confortarmi nelle situazioni di emergenza. Sono desolata di dover prendere atto che il male è diffuso ovunque, anche dove per affinità parentale non dovrebbe. Certo è un’eccezione in ambito familiare dove spesso le donne sono vittime dei mariti o dei compagni. Sempre di femminicidio si tratta e la lista delle vittime si allunga vergognosamente. Meglio non averlo, un fratello assassino. Un pensiero pietoso alla vittima di turno e di conforto a chi la dovrà piangere.
In ricordo di Gianna De Paoli
Era il 3 maggio, come oggi, del 2014: una telefonata di prima mattina, in un orario inconsueto da parte di una collega mi informa che Gianna, mia coetanea e collega insegnante di Lettere come me, in classi parallele dello stesso istituto comprensivo di Asolo – plesso di Castelcucco non c’è più. Un infarto l’ha stramazzata sul divano di casa, alla soglia dell’agognata pensione. Avremmo dovuto accompagnare le classi terze in Grappa, in una visita di studio che lei stessa aveva pianificato, uscita che si fece comunque con la morte nel cuore, per portare a compimento una sua iniziativa. Una delle tante, perché Gianna era un vulcano di idee, disponibile a scuola e in paese dove si dava senza riserve per buone cause. Adesso ho un suo ritratto in studio, da dove mi sorride incoraggiante. Anche nelle situazioni problematiche durante i collegi dei docenti o nelle dispute scolastiche sapeva sdrammatizzare, inserendo una battuta o una risata risolutoria. Chissà come avrebbe affrontato la Dad e gli effetti della pandemia…anzi no, perché sarebbe stata in pensione come me. Ma un tipo come lei, tutto dedito alla scuola, avrebbe sicuramente supportato i colleghi in servizio. Aprendo qualche testo di storia, trovo talvolta degli appunti scritti con grafia minuta, o dei biglietti di complimenti che non mancava di fare in occasioni speciali. Sarebbe stata un conforto e una stimolatrice di iniziative durante il periodo del riposo professionale, perché lei non si sarebbe riposata di certo, piuttosto reinventata! Cara Gianna, hai lasciato un segno indelebile, delle impronte inequivocabili che illuminano il tortuoso percorso odierno. Sono certa che i colleghi non ti hanno dimenticato, eri troppo forte! Adesso potranno attingere al tuo insegnamento e al tuo stile di vita, corta ma investita alla grande. Grazie Gianna, ciao!
La bellezza del coraggio
Domenica sera primo maggio rivedo volentieri il film drammatico FELICIA IMPASTATO, del 2016, riproposto da Rai 1, sulla morte di Peppino Impastato, avvenuta il 9 maggio 1978 per mano mafiosa. Fallito il tentativo di farla passare per un incidente terroristico e/o un suicidio, grazie alla tenacia della madre, la verità verrà a galla oltre vent’anni dopo, un paio d’anni prima che Felicia venga a mancare per cause naturali. Intanto complimenti al regista Gianfranco Albano che ha riproposto con sobrietà il tragico fatto; poi un encomio superlativo all’attrice Lunetta Savino, che si è calata alla perfezione in un ruolo altamente drammatico, lei avezza a parti leggere. Quando la tivù offre l’opportunità di riflettere e di documentarsi su eventi della storia contemporanea, mettendo l’odience a margine, mi sento coinvolta e ne approfitto per aggiornarmi. Felicia Impastato è stata una donna di grande coraggio, che ha osato opporsi al potere criminale che le ha strappato il figlio giornalista – che attraverso il suo programma radiofonico RADIO OUT denunciava gli abusi del mafioso Gaetano Badalamenti – e ne ha tenacemente difeso la memoria. Ha incarnato la parte buona del meridione, oppresso da omertà e soprusi, in rappresentanza di tante vittime silenziose. Un plauso anche ai palinsesti che nutrono il senso civile. A proposito, trovo opportuna l’idea di Rai 1 di mandare in onda, il mercoledì sera, film destinati a raccontare donne straordinarie; il prossimo sarà THE WIFE -VIVERE NELL’OMBRA, USA 2017, Drammatico, che ho avuto il piacere di vedere sul grande schermo, per condividere l’affermazione: ‘Dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna’. Senza nulla togliere agli uomini straordinari, che per fortuna non mancano.
