Un allievo modello

Oggi lunedì, il mio giorno settimanale preferito, è un giorno speciale per Manuel, il mio “factotum” che compie la bellezza di anni 21; ai miei tempi coincideva con la maggiore età. Come lui sa, nel suo caso andrebbe almeno triplicata, non per aggiungere anni, ma per le svariate esperienze fatte nel frattempo, messe anche a mia disposizione per risolvere numerosi problemi in casa: ho avuto il piacere di averlo come elettricista, idraulico, falegname, tecnico audio-video, esperto di pc, autista, grafico… soprattutto come presenza umana cordiale e disponibile, oltre che ex allievo speciale. Diciamo che nel tempo è diventato lui il mio maestro, supportandomi nel disbrigo di una quantità di impicci domestici. Oggi inizia la frequenza di un corso universitario a Cesena e potrà finalmente dedicarsi ai suoi studi di Ingegneria Elettronica, senza essere subissato di chiamate mie e altrui, cui certo non si sarebbe negato. Merito del suo DNA e dell’educazione ricevuta dai suoi genitori. Adesso che ci penso, averlo conosciuto sui banchi delle medie e poterlo frequentare da studente universitario intraprendente è un bel dono che mi viene dall’insegnamento e dalla pensione. Anche il blog che ho in internet è opera sua, uno spazio quotidiano dove comunico ed esprimo opinioni su accadimenti ed emozioni. Gli dedico il post di oggi, perché Manuel rappresenta il giovane propositivo di cui c’è un grande bisogno, per nutrirci di ottimismo e di speranza, specie dopo gli ultimi 19 pesanti mesi trascorsi. So già che lui si commuoverà a leggerlo, ma questo è il mio regalo per il suo compleanno! Grazie Manuel, ad maiora!

Domenica piovosa

Vado al bar, poco distante da casa con l’ombrello. Durante il breve tragitto, sento l’acqua piovana scorrere nei tombini ed è un accompagnamento piacevole. Durante la sosta per leggere il quotidiano smette di piovere e sembra che potrà rischiarare. Gli affezionati avventori chiacchierano rumorosamente e mi deconcentrano. Potrei comperare il giornale e leggermelo comodamente a casa, ma non sarebbe la stessa cosa: dal mio alto sgabello osservo Gabriella, la titolare del bar Mirò che con il bastoncino fa i decori al cappuccino prima di servirlo, chi entra per pagare, chi si accomoda per consumare…una distrazione piacevole che sa di condivisione umana. Poi mi butto sulla lettura, selezionando le notizie che possono suggerirmi il post da scrivere. Confesso che abbondano quelle di cronaca nera, piuttosto che viceversa. Per fortuna leggo di una mostra di pittura sulle opere di Noè Bordignon (3.09.1841 – 7.12. 1920), “Il pittore Veneto della povera gente”, che prende il via oggi fino al gennaio prossimo a Villa Rubelli di San Zenone, che mi propongo di visitare. Persuasa che l’arte migliora la vita, in qualsiasi declinazione. Purtroppo di odio e non di arte deve essere stato ripieno Stelvio, il padre 88enne che a Sarmeola di Rubano (PD) venerdì ha sparato alla figlia Doriana – che non vedeva da un sacco di tempo – e che poi si è suicidato. Pare per questioni economiche e attriti mai risolti lungo quarant’anni. Particolare che aumenta la tragedia: succede durante il sessantesimo compleanno della figlia, che è scesa in strada e non gli ha aperto, preservando da una brutta fine i suoi familiari. Ho una grande considerazione dei vecchi, quelli invecchiati bene, che hanno superato batoste della vita e disavventure, che non fanno clamore e disseminano tracce incoraggianti per chi li segue. Trovo inverecondo che un padre si sia incaponito nell’odio fino a uccidere una figlia.

A passi felpati avanza l’autunno

Penultimo sabato di settembre, primo pomeriggio. Il paese sembra in letargo, del resto è il momento della siesta, anche per me che riservo mezza mattina per la cura dei capelli. Stamattina qualcuno segava legna nel campo vicino casa, ieri un camioncino ha scaricato legna dal vicino…io sono a posto perché ho bella impilata quella avanzata lo scorso inverno, che tra un paio di mesi nutrirà la mia stufa di maiolica, mentre mi gusterò i programmi della sera. Infatti preferisco il riscaldamento col termosifone, integrato dalla stufa a legna solo la sera. Caspita, mentre scrivo mi sono già proiettata in avanti, ma c’è tempo per la stagione fredda, sono ancora vestita estiva e nelle ore centrali mi godo i benefici della stagione avanzante, di cui ho scritto ieri. Anzi, per non ripetermi, trascrivo la poesia A PASSI FELPATI che ho buttato giù un paio di giorni fa, che sottopongo al vaglio dei lettori, senza obbligo di valutazione. Se però viene, grazie anticipate: la considero una specie di vendemmia verbale, per restare in tema con le attività stagionali. A passi felpati/avanza/l’autunno/disseminando/abbondanza/di tracce colorate./L’uva fragola/inonda/la pergola nera/di profumo invitante./Il melograno/si arrossa/come le guance/di un bimbo felice./Sulla tamerice/si adagia/la rugiada trasparente/mentre l’astro nascente/annuncia/che ci viene consegnato/un altro giorno/da colorare.//

Tra un tramonto e l’altro

Finalmente è piovuto, non troppo ma almeno la terra riarsa ha avuto il battesimo della pioggia d’autunno. Il paesaggio si è addolcito e la temperatura è ragionevole. Dalla parte delle Ortensie, in zona più umida sono uscite le chiocciole, sopravvissute al tempo e al tentativo di… spostarle altrove. Ne osservo una che si fa strada lungo il perimetro del portico, presumo con meta Gerani, gradita pietanza ahimè! Il cambiamento climatico era atteso e ci dobbiamo adattare, sperando in un autunno clemente, generoso di frutti ed emozioni intermedie, cioè quelle non estreme, di facile sopportabilità. I miei canarini cominciano a pigolare e tra un po’ i maschi canteranno a squarciagola (spero), non più importunati dalle zanzare che ultimamente hanno dato il tormento. Grey, la mia gatta giramondo si degna di trascorrere la notte dentro…anzi me la trovo nottetempo sul bordo del letto a ronfare quando sposto una gamba. Del cane non posso lamentarmi, perché mi fa compagnia incondizionata, temo per non molto ancora considerato che ha 17 anni e mezzo…ma finché c’è, voglio trattarlo coi fiocchi perché se lo merita. C’è chi si lamenta perché la sera giunge prima, ma a me la cosa non dispiace affatto, anzi la considero un motivo di raccoglimento e di intimità. Ripenso al Foscolo e al sonetto Alla sera, dove il poeta esprime soddisfazione per la parte finale della giornata “Forse perché della fatal quiete tu sei l’imago a me sì cara, vieni, o Sera!” che gli consente di accantonare le preoccupazioni e di chiudere la poesia confessando: “E mentre io guardo la tua pace, dorme quello spirto guerrier ch’entro mi rugge”. Ecco, trovo un nesso tra la stagione dell’autunno e la stagione finale della vita, entrambe promettenti al cuor leggero.

L’arte migliora la vita

In compagnia di Lucia, faccio visita a Pio Zardo, gentilissimo pittore ultraottantenne con occhi azzurri, barba bianca e un cuore evergreen. Mi emoziona il suo discorrere cordiale, infarcito di ricordi personali e di accurate descrizioni dei suoi dipinti, alcuni di grandi dimensioni custoditi in un soppalco, altri più piccoli appesi alle pareti della sua casa interessante, in mezzo ai campi di San Zenone. Valore aggiunto, difronte ad alcune opere Pio declama versi di accompagnamento con invidiabile disinvoltura. Le figure femminili di diversi quadri sono sprovviste di occhi e labbra, a mio modesto avviso di struggente attualità, pensando alle donne afgane dei nostri giorni, anche se l’obiettivo dell’artista dubito fosse questo, quanto piuttosto spronare l’osservatore a cercare l’anima della persona tratteggiata. Predominano i colori soft e una diffusa armonia nell’insieme. La tecnica usata è il pastello, steso con grande maestria, tanto da sembrare altro. Alcune cornici sono anch’esse delle opere d’arte, specie una che inquadra una miriade di fiori. Percepisco di essere a casa di un artista che mi ha invitata perché io scrivo poesie, e lo scambio artistico è una meraviglia che accolgo come un dono. Del resto Leonardo da Vinci diceva “La pittura è una poesia muta” e Simonide di Ceo, prima di lui sosteneva “La poesia è una pittura parlante”. Prima di congedarmi Pio, affabile intrattenitore, stacca dalla parete un quadro con un fiore bianco in campo verdino e me lo dona. Da signore qual è non trascura la mia amica, cui ne dona uno su fondo arancione. Poi ci accompagna all’auto, augurandoci buone cose e facendoci una confidenza preziosa: è sereno e contento della sua lunga vita. Grazie alla ricchezza interiore e all’arte. Una testimonianza da premio.

Frutti di stagione

Stamattina fotografo delle rose “bacara” profumatissime, con un grappolo d’uva fragola, anch’essa profumata e due mele rosse trovate ai piedi dell’albero, sul lato sud del giardino. L’insieme mi rasserena e mi dà la carica per la ripartenza. Ieri Susy mi ha fatto trovare un sacchetto con rucola selvatica, prezzemolo e pomodorini belli maturi che ho gustato a pranzo. L’autunno si presenta bene, con colori e sapori invitanti. Anche la temperatura è scesa di qualche grado: se pioverà nelle prossime ore, sarà acqua benedetta, perché la terra ha sete. Me ne accorgo dalle piante in giardino afflosciate e dai fiori di Geranio ridotti e provati, sia dal caldo che dagli insetti. È stata una torrida estate, lunga e opprimente, finalmente uscita di scena. A metà settembre, si può contare su un cambio stagionale salutare, che consenta di godere dei frutti di stagione, che è diventata la mia preferita, forse perché l’autunno si armonizza meglio con la mia età predisposta al tramonto. È ripresa la scuola e sono ripartite varie attività, tra cui quelle in palestra dove lavora mio figlio, che mi sembra più tranquillo. Le premesse per ben sperare ci sono: molti nodi restano da sciogliere ma accontentiamoci di raccogliere i frutti che ci vengono offerti e rimbocchiamoci le maniche per raccogliere i prossimi che stanno maturando. Ss

Anche a me piace scrivere

Nella rubrica “Cultura e Società”, a pag. 31 del Gazzettino leggo l’interessante articolo di Paolo Malaguti intitolato: “Incontro, lettori e un velo di cipria La mia estate con il Campiello”. L’autore del testo si è classificato secondo, con il romanzo Se l’acqua ride (Einaudi), mentre il primo premio è stato assegnato alla scrittrice Giulia Caminito, con il romanzo L’acqua non è mai dolce (Bompiani).
La sera del 4 settembre scorso ho seguito le votazioni alla cinquina finalista del Premio, nato nel 1963 per iniziativa degli industriali veneti. Ne sentii parlare per l’omonima commedia di Carlo Goldoni, intitolata appunto il campiello al Liceo classico e poi da adulta, quando il mio stimato professore di Italiano, per telefono mi chiedeva: “A quando il Campiello?”. Conoscendo la mia attitudine a scrivere, forse il suo voleva essere un incoraggiamento che male non mi ha fatto, perché in effetti scrivo da almeno un decennio. Però non ho finora partecipato a concorsi letterari prestigiosi, che richiedono un certo iter, compreso l’affidarsi ad un serio editore. Non mi dispiacerebbe che la cosa accadesse, ma anche senza condivido le considerazioni di Malaguti che dichiara: “A me piace scrivere, che è un piacere che nel tempo si è affinato”, mentre in un altro passaggio dice: “E’ la scrittura stessa l’unico aspetto per me necessario”. Insomma, mi sento in sintonia con il pensiero di uno scrittore che mette nero su bianco il suo mondo interiore e lo offre agli altri, per una sorta di impulso interiore, una caratteristica che contraddistingue chiunque coltivi una forma d’arte, una specie di cifra e di coloritura.
Può piacere o non piacere, c’è posto per tutti. Se la linfa non è occasionale, qualcosa di definitivo uscirà. Nel mio caso sto costruendo l’eredità che più mi rappresenta. Con o senza patente.

Chi ben comincia…

Ho notato un fermento nuovo stamattina: il parcheggio vicino alla scuola occupato, finestre dell’edificio spalancate… immagino classi pressoché al completo, sorrisi dietro le mascherine, insegnanti propositivi e pazienti. La ricreazione deve essere stata bellissima, con una mattinata luminosa come quella odierna. Non ho potuto fermarmi, perché avevo un controllo oculistico e poi l’incontro con Luisa, nello stabile annesso all’ospedale. D’altronde non ho provato nessuna nostalgia perché a suo tempo ho dato. Dopo circa un anno ho potuto stringere la mano alla mia vicina di casa, ovviamente dopo la sanificazione, il controllo della temperatura, eccetera eccetera. Non siamo state al bar, come succedeva prima della pandemia, ma raccontarci le nostre cose senza l’ossessione del controllo, guardandoci negli occhi è già qualcosa. Voglio sperare che nel prossimo futuro, ci saranno altre aperture. Quello che ho percepito stamattina, primo giorno di lezioni in presenza e visita a quattr’occhi in pensionato mi fa ben sperare. Com’è andata l’estate scorsa non si deve più ripetere. A passi felpati ci avviamo verso l’ultimo miglio – come qualcuno ha detto – e verrà il giorno che ci metteremo alle spalle questo lungo tempo di forzata clausura. Intanto buon anno scolastico a docenti e alunni, e buona salute a tutti gli ospiti dei pensionati.

Una data che ha cambiato la storia

L’ undici settembre 2001, in tarda mattinata stavo portando Luna, il mio cane allora di un anno, dal veterinario, per i consueti controlli. Sentii della disgrazia per autoradio. Al momento pensai a un incidente di volo, ma durante la giornata emerse che si trattava di un attentato, in tutte le sue drammatiche varianti, con migliaia di vittime: bruciate, volate giù dalle Torri Gemelle, disperse tra le rovine. L’11 settembre è una data che ha cambiato la storia dell’America, e non solo. In un reportage trasmesso alla tivù vengono trasmesse immagini e testimonianze, con lo scopo di non dimenticare. Un fotografo realizza lo scoop di un uomo che cade, divenuto l’emblema della tragedia. Un giornalista viene incaricato di scoprirne l’identità e di raccontarne la storia. Da quello che ho capito, l’uomo fotografato mentre precipita, potrebbe essere un cuoco sudamericano o, più probabilmente un tecnico del suono. A me è piaciuta l’interpretazione ribaltata che l’uomo in caduta rappresenta tutti noi, nei nostri fallimenti quotidiani, lasciando in ombra la sua vera identità. Documenti inenarrabili sono i messaggi di affetto, raccomandazioni e saluti lasciati in segreteria ai propri cari come ultimo congedo. Che altro dire? Al male non c’è mai fine, il sacrificio della vita di quasi 3000 persone non deve essere oscurato. Da quella immane tragedia, la vita non è più la stessa, non solo per i familiari delle vittime e per i superstiti, ma anche per chi, pur non avendo perso cari o beni materiali, ha perso la serenità, forse anche la fiducia in un futuro migliore, messa a repentaglio da altre calamità. Di proposito posto questa mia riflessione il giorno dopo la ricorrenza, non certo per diluire il ricordo ma per distribuirlo a piccole dosi, come cura per una malattia cronica.

Una boccata di ossigeno

Ieri sono stata a Vittorio Veneto, per consegnare alcune mie opere alla Mostra del libro, nell’ambito della rassegna 1000 libri, dell’associazione Zheneda, in Rotonda di Villa Papadopoli. Già i nomi la dicono lunga, per chi non è del posto… se poi aggiungo che il navigatore ci ha portato fuori strada e le indicazioni stradali per Vittorio Veneto sono emerse superata Conegliano, lascio immaginare lo sconforto di arrivare in ritardo, quantomeno condiviso con Lucia e Manuel, miei accompagnatori. Ad attendermi un’altra Lucia, la mia gentile cugina e il Presidente dell’associazione Aldo Bianchi, che si è premurato di farmi vedere dove sarà allestita la mostra che avrà luogo da domani 19 settembre fino al 25, con interventi culturali pomeridiani, come da programma. Così scopro che tra gli artisti espositori ci sono: 3 scrittori (una sono io), 1 poeta, 1 scultore, 1 vignaiola e il gruppo archeologico del Cenedese che insieme fanno un bel grappolo invitante per chi vuole ristorarsi con la cultura. Era prevista anche la premiazione del concorso letterario collegato, slittata per problematiche inerenti ai controlli sanitari: peccato! Comunque, lo spirito della rinascita culturale è ciò che conta e che spero inonderà i visitatori della mostra. Dopo tanti mesi di isolamento, c’è bisogno di condivisione e di scambio anche emozionale: di luce interiore, suggerita dal titolo del mio ultimo scritto, Il Faro e La Luce, che propongo insieme ad altri romanzi, unitamente ad una decina di fotografie con annessa poesia. Per chiudere, al ritorno abbiamo evitato la “strada maestra” per seguire quella tortuosa ma rilassante dei colli, godendo di uno spettacolo pittoresco. Volendo, anche questa deviazione… una lezione!