Triste vecchiaia

Fin da piccola ho avuto grande ammirazione per gli anziani, quelli invecchiati bene, s’intende, tanto che per me sono come un faro che illumina il cammino verso la vecchiaia. Credo che la perdita dei nonni, avvenuta molto presto, abbia influito in questo senso. Ma anche gI studi classici e il De senectude di Seneca, dedicato all’arte di saper invecchiare, obiettivo che mi propongo di perseguire, non senza qualche difficoltà. È per questo che resto assai male, quando in fatti di cronaca nera sono coinvolti anziani, diciamo pure vecchi, usando il termine con rispetto. Leggo stamattina che nel comune di Lana, in Alto Adige, in una Rsa, un 87enne ha accoltellato a morte la compagna 78enne che era andato a trovare: raptus, fine di una storia d’amore, cos’altro? Di sicuro, uscita di scena per lei e entrata in carcere per lui, immagino. Senza contare che ognuno avrà alle spalle dei familiari che della drammatica vicenda non sapranno farsi una ragione. Di tante tristezze di cui è costellata la vita, una morte violenta per mano di un affine, in età avanzata mi sembra assurda e contraddittoria, perché annulla tutte le conquiste precedentemente fatte. Detto in altri termini, vittima e carnefice è come se fossero vissuti invano. Soprattutto il carnefice, a rigor di logica, mentre alla vittima va tutta la mia pietà, estesa anche a chi se ne occupava e non ha potuto impedire che si compisse l’infame delitto.

Evviva le cicale!

Sono stata al mercato a Fonte, accolta dal canto delle cicale, proveniente dalla collinetta Nervo, a una decina di metri dalla piazza, a ridosso delle Scuole Medie. Ammetto di avere una simpatia per questi insetti, che mi ricordano il mare dove le ho sentite esibirsi in straordinari concerti nei pressi della pineta di Lignano Sabbiadoro, frequentata gli anni trascorsi. Per gli antichi greci, le cicale erano figlie della Terra, oppure, secondo alcuni di Titone e di Aurora. Platone, nel dialogo Fedro, suppone che siano nate per mano divina dalla metamorfosi di antichi artisti, specie in campo musicale e dell’eloquenza. Celeberrima è la favola di Esopo, La cicala e la formica, volta ad esaltare la previdente formica, a scapito dell’esuberante canterina. Ma la cicala vive una sola estate e fa bene a godersela, questo è il mio punto di vista, che contiene anche un atto d’accusa contro chi si impegna oltre il dovuto, trascurando altri piacevoli aspetti della vita. Se il canto delle cicale si trasformasse in messaggi verbali, immagino che potrebbe a ragione ricordarci che il tempo fugge e non va sprecato. In ogni caso, come la macedonia e l’insalata di riso, il gelato e l’anguria sono il corollario dell’estate, stagione di colori e sapori decisi. Se fossi un pittore, il mio quadro estivo sarebbe un pugno nello stomaco, perché conterrebbe pure gli aspetti negativi della stagione, che non elenco per non rovinarmi l’umore, ma che sono facilmente intuibili. Mi rimetto al frinire delle cicale, che assecondano l’attimo fuggente… e sarà quel che sarà!

Giovanissimi sulle due ruote

A mio padre piaceva fare la staffetta durante le gare ciclistiche. Con la Laverda 750 e la sua prestanza fisica Arcangelo Cusin ci faceva bella figura e forniva un servizio di utilità alla competizione. Lo ricordo stamattina (lui è mancato 40 anni fa) mentre è in corso a Castelcucco il 9° Trofeo Hotel Montegrappa, riservato alla categoria giovanissimi, organizzato dalla società sportiva “UC Asolana”. Il percorso, lungo km. 1,1 si snoda per varie vie del paese, compresa via dei tigli dove abito. Una ghiotta occasione per distrarmi… e per scrivere. L’avviso affisso sul palo della luce prevede “Partecipazione di massimo 250” giovani sulle due ruote, dai 7 ai 12 anni, femminucce comprese (sento nominare Angelica, Matilde, Chiara, Sara) distribuiti in varie squadre: pedalano come fulmini, a testa bassa, con una grinta che invidio, sotto un cielo per fortuna nuvoloso… Però alle 11 sbuca il sole e immagino aumenterà il carico di stanchezza e sudore! Mi piace meno il tifo di certi adulti – talvolta gli stessi genitori – che sbraitano incoraggiamenti che sembrano sferzate… Si mettessero loro a pedalare una domenica di luglio su strade assolate! Viceversa il tifo dei giovanissimi si esprime in gridolini di entusiasmo e simpatia: c’è da riflettere! La competizione si dovrebbe concludere alle 12, con esito che per me è marginale: tutti questi giovanissimi sono da lodare, sperando che spalmino l’entusiasmo anche oltre le due ruote.

Addio fenicotteri rosa!

Mia madre ricamava a mezzo-punto, hobby abbastanza curioso in lei che era una donna molto dinamica. Le piaceva passare i fili sui centri che rappresentavano soprattutto fiori e paesaggi. Alla fine, il ricamo diventava un’opera d’arte artigianale che faceva incorniciare e gustava appesa alle pareti di casa. Dei molti realizzati, ne possiedo una decina, che mi parlano di lei e mi fanno compagnia. Due, piuttosto grandi, rappresentano lo stesso soggetto in due momenti diversi: fenicotteri al tramonto, sui toni del rosso, posizionato in salotto e fenicotteri in notturna, sui torni del blu, appeso in camera. La premessa, per introdurre un fatto d’attualità allarmante: la strage di fenicotteri, dovuta al surriscaldamento globale, diffusa ieri da un notiziario. Riconosco a questi uccelli un portamento regale che mi affascina. Beato Massimiliano che li può osservare nel loro habitat in Sardegna, spero in buona salute. Mi si è stretto il cuore vedere le loro carcasse, vittime di eventi catastrofici dovuti all’inquinamento. Anche l’Italia pare esposta a sovvertimenti climatici, e lo constatiamo di giorno in giorno, assistendo a perturbazioni prossime a quelle che si verificano in ambito tropicale. D’altro canto brucia l’estremo nord, con scioglimento dei ghiacci e orsi polari che boccheggiano. “Dobbiamo muoverci a livello europeo molto velocemente, adottando energie alternative”, ha esortato una scienziata. Non c’è ombra di dubbio che il pianeta sia in agonia. Speriamo di non fare la fine dei bellissimi fenicotteri rosa!

Pensieri aggrovigliati

Fa male leggere certe notizie, non solo per il fatto in sé, ma per la scia di amaro che lasciano nel lettore, praticamente una doppia delusione. Mi riferisco all’articolo letto in tarda mattinata sul Gazzettino, dal titolo: “La pandemia a Nordest”, con sottotitolo: “Un medico offre 100 euro per un certificato vaccinale”. È successo a Vacil di Breda (se ricordo giusto) e il fatto si commenta da solo, un tentativo di corruzione messo in atto da un professionista che dovrebbe avere a cuore la salute, sua e degli altri. Dubito che conosca l’articolo 32 della Costituzione, che invito ad andare a leggere. Ad aumentare la preoccupazione, leggo che in provincia di Treviso hanno rifiutato il vaccino 90 medici e 300 infermieri: un record al ribasso, battuto solo da Verona. Non intendo aprire polemiche, mi limito a dire che ho fatto la prima dose del vituperato AstraZeneca il 4 maggio scorso, senza effetti collaterali, e completerò il ciclo vaccinale a fine mese. Se fosse stato possibile, mi sarei fatta vaccinare anche prima, non perché abbia una fiducia cieca nella scienza, quanto perché ritengo sia al momento l’unica arma disponibile per contrastare la pandemia, a integrazione delle norme igieniche anti-covid. Senza la salute, tutto il resto diventa secondario, perciò mi deprime pensare che in ambito sanitario ci sia tanta resistenza, a fronte delle innumerevoli vittime registrate in corsia, anche tra gli operatori sanitari. Peggio ancora che ci sia chi fa il doppio gioco e finge di vaccinarsi, per il dio denaro. Non so come evolverà la situazione, sento che sta aumentando l’indice di diffusione del contagio, e calando la fiducia nella risoluzione a breve del problema. A novembre sarò operata all’anca, dopo sei anni di convivenza con l’artrosi: spero di tornare a casa con le mie gambe, senza portarmi dietro gli effetti collaterali della mancanza di senso civico e/o ipocrisia altrui, che a quanto pare alberga dovunque.

Gladiolo fuoriuscito e coraggioso

Alla base del ciliegio giapponese ho fatto mettere del telo di plastica, riempito di sassi, perché non cresca l’erba. Negli anni passati c’erano dei bulbi di gladiolo, trasferiti in altra zona del giardino. Evidentemente uno è sfuggito, si è infilato tra il tronco e i sassi… e sta sbocciando, di un bel colore giallo vivo. Ammetto che parteggio per lui, non mi sogno di toglierlo, lo osservo di ora in ora, gustandomi l’esplosione dei fiori lungo lo stelo. Anche quando sono in studio, sbirciando dalla finestra quasi mi commuovo, pensando alla capacità di adattarsi della natura, che trova soluzioni in contesti problematici. Il gladiolo fuoriuscito si è fatto strada, nonostante gli impedimenti, per donarmi bellezza e spronarmi a non buttare la spugna quando l’apparenza è avversa. Come insegna Leonardo da Vinci, osservare la natura è una grande scuola, tra l’altro a portata di mano e senza costi aggiuntivi. Mi convinco ogni giorno di più che sono in buona compagnia con piante e fiori, cani gatti e canarini, le tortore dei vicini e i merli che zampettano tra muretti ed aiuole. Se proprio devo segnalare una cosa che manca, è l’acqua di un torrente che scorra chiacchierina, ma la trovo a un paio di chilometri a Cavaso, nel paese confinante, presso il supermercato dove vado di preferenza a fare la spesa. A ben condiderare, al netto del mare, qui in Pedemontana del Grappa si sta bene: via dalla grande folla, in un contesto silenzioso e curato. Il tocco festoso della campanella posizionata sopra il Municipio di Castelcucco mi informa che sono le ore 14.30, ora di postare il mio pezzo quotidiano.

San Camillo e Camillo

Oggi 14 luglio è san Camillo de Lellis (Chieti, 25.05.1550 – Roma, 14.07.1614), patrono universale dei malati, degli infermieri e degli ospedali. Mi spiace non poter fare gli auguri di buon onomastico a mio cugino, Camillo Cusin, mancato prematuramente lo scorso marzo. Così gli dedico il post di oggi, in segno di affettuoso ricordo. Non ho mai scritto di santi, ma mi attrae la storia di Camillo de Lellis, giovane abruzzese poco promettente, che fonda la Compagnia dei Ministri degli Infermi ed assiste i malati fino alla morte, avvenuta nel convento della Maddalena il 14 luglio 1614. Naturalmente non dall’oggi al domani, ma dopo essere passato attraverso varie tribolazioni. Il padre lo avvia alla carriera militare, cui deve temporaneamente rinunciare nel 1570 per un’ulcera al piede. Diventa soldato di ventura a Venezia e poi in Spagna. Decide di abbracciare la vita religiosa e si fa frate cappuccino. La ferita al piede lo avvicina al mondo della sofferenza e dei malati, di cui è protettore. Interessante parabola della vita: discendente da famiglia nobile, Camillo si dedica come infermiere al servizio dei malati, sotto la direzione di san Filippo Neri. Non so se mio cugino Camillo fosse devoto a san Camillo de Lellis, descritto come un gigante. Anche Camillo aveva una statura notevole, era generoso e di animo mite. Sapeva cucinare un ottimo risotto con salsiccia e radicchio, condiviso coi cugini durante una rimpatriata qualche anno fa. Mi spiace non ci sia più, eravamo quasi coetanei. Però mi rimane il ricordo di una persona buona e silenziosa, con un nome che gli calzava a pennello.

Tecnologia ed Esperienza

Salve! Uso questa espressione augurale latina, che significa “Stai bene”, sia perché ce n’è bisogno, in generale, sia perché me la attribuisco, avendone necessità. Ieri non ho scritto il post perché avevo appuntamento con il chirurgo ortopedico per la mia anca, ormai bisognosa di protesi. Il dottor Giovanni Grano è uno specialista acclarato in questo ambito e mi affido a lui per rimediare alla mia deambulazione oramai compromessa. Ho convissuto con il problema per oltre cinque anni, affidando alle infiltrazioni di acido ialuronico la terapia conservativa della cartilagine rimanente, che nel mentre è sparita. Mi ero quasi affezionata alla ortopedia di Feltre, dove il cordiale dottor Guido Mazzocato si è preso cura della mia anca per parecchio tempo. Sapevo che sarebbe arrivato il momento… dell’intervento, perché anche mio padre dovette affrontarlo, tanti anni fa (prova che i figli ereditano anche le “magagne”). Però stavolta c’è una novità: potrei essere operata dal robot! Intervento mini invasivo, con degenza abbreviata. In generale non ho simpatia dei robot e il dottor Grano è pure un uomo piacente, ma vince l’idea di stare in ospedale il meno possibile e di fidarmi, una volta tanto dell’alta tecnologia, approdata all’ospedale san Bassiano di Bassano del Grappa (VI), nel reparto di ortopedia, di cui il dottor Grano è primario. Spero che il mio atto di fiducia venga premiato e che la mia gamba sinistra faccia concorrenza alla destra (in tempi passati muovevo i passi a tempo di valzer e di tango). Scriverò il seguito di questo post tra un paio di mesi o giù di lì. Apprezzerei molto che uno dei lettori del blog mi dicesse la sua. Salute a tutti!

Ombre sulla nascita

Mia madre faceva l’ostetrica, anzi la levatrice come preferivano chiamarla le donne che partorivano a casa, prima dell’ospedalizzazione del parto. Le ho dedicato un libro intitolato C’era una volta l’ostetrica condotta, piccole storie di donne grandi, presentato nel 2008, l’anno dopo la sua dipartita. In copertina una bella foto di lei sulla lambretta, il suo cavallo di battaglia, con me sul sellino posteriore: foto simbolica del viaggio della vita. Per un certo periodo, mia madre lavorò anche in ospedale, reparto Ginecologia dove le mamme sostavano con i neonati fino alle dimissioni. Una volta la seguii, per assistere a un parto in diretta: super emozionante, provare per credere. La nascita è un evento straordinario, che ti riempie di energia, se tutto va bene. A casa il parto era più naturale, ma rischioso in caso di problemi. Oggi molti considerano la nascita in ospedale alla stregua di una malattia. Comunque sia, quando una creatura viene alla luce, chi assiste al prodigio dovrebbe sentirsi in festa. Clima festoso non doveva esserci nel reparto di Ginecologia dell’ospedale santa Chiara di Trento, se in cinque anni ci sono state 62 dimissioni. La Procura ha aperto un fascicolo sulla scomparsa della ginecologa Sara Pedri, scomparsa dal 4 marzo scorso. Leggo di liti in sala parto e addirittura di lancio di strumenti… spero siano esagerazioni. Sta di fatto che la 31enne di Forlì non era più la stessa e non si sa che fine abbia fatto, anche se il ritrovamento della sua auto nei pressi di un ponte non fa ben sperare. Intanto il direttore generale è stato trasferito e pure il primario del reparto. In attesa di conoscere il seguito della tristissima vicenda, mi chiedo come un evento così luminoso come la nascita può essere oscurato dalla fragilità umana, magari lasciata allo sbaraglio.

In favore del Silenzio e della Poesia

Sabato pomeriggio, non so cosa scrivere. Da sotto il glicine mi godo la pausa pomeridiana, con il ronzio di qualche bombo tra i profumati fiori viola. Tra poco l’ambiente sarà invaso dal ronzio delle due ruote che partecipano ad un motoraduno a ridosso dei campi, vicino al cimitero dove abito. Allora abbandono il mio posto dell’anima e mi rifugio in casa. Non sono contraria alle moto ma al rumore che fanno (specie quelle truccate), vale anche per le auto e per chi racconta i fatti suoi al telefonino, noncurante degli altri. Ammetto di essere diventata fastidiosa e di apprezzare il silenzio molto più adesso, di quando ero giovane. Sarà effetto collaterale dell’età… immagino di essere in buona compagnia. Comunque sia, ritengo il silenzio indispensabile per una efficace introspezione. Per questo mi piace la poesia Il Faro e La Luce del mio amico Noè, che ha lo stesso titolo del dipinto in copertina dell’omonimo romanzo: una triangolazione che ha la sua ragion d’essere. Il poeta crea la poesia che genera il dipinto che sintetizza il contenuto del romanzo. L’ autore si identifica nel faro quando dice: “mi sento/come il solitario faro/”, riferendosi allo stato di isolamento dell’artista, che soffre della condizione di isolamento, tanto da desiderare di essere altro “come l’onda marina/che sospinta/dal docile soffio/s’infrange/sulle lisce scogliere/ Ma prevale il senso di responsabilità e la poesia si chiude con un ritorno al ruolo di guida, specifico del manufatto e dell’artista: “Ma rimango nel faro/per ammirare/il roseo tramonto/nell’attesa/di quell’abbraccio giocondo//. Ecco, ho detto quello che mi è sfuggito giovedì sera, durante la presentazione. A ristoro della suggestiva poesia e del silenzio.