Le maglie dell’arte

L’ amica Rossella mi chiede se posso scrivere un pensiero su due pittrici che prossimamente inaugurano una mostra a Casier (TV). Ne sono lusingata, ma un poco disorientata perché il mio campo d’azione è la letteratura. Però mi soccorre la frase di Leonardo Da Vinci: La pittura è una poesia muta e io scrivo poesie (anche racconti e romanzi), così mi faccio coraggio e penso a come potrei muovermi per offrire un decoroso servizio alle due artiste di cui per ora conosco solo il nome: Alice Stradiotto e Lurdes Silva, nomi che da soli mi trasportano nel mondo della fantasia e della spiritualità. In attesa di prendere contatto con le due pittrici, che suppongo siano anche amiche mi interrogo sul sacro fuoco dell’arte. La metafora è inflazionata ma rende l’idea che chi pratica una qualunque forma espressiva ha dentro di sé una linfa vitale che non tutti possiedono, oppure ignorano di avere. Personalmente ritengo che tutti abbiano dei talenti, ma che solo chi li coltiva riesca a portarli alla luce, indipendentemente dal consenso del pubblico. So di una cara collega che teneva i suoi scritti in fondo ai cassetti, in attesa di condividerli con qualcuno…ma non ne ha avuto il tempo, perché è mancata improvvisamente. Perciò ritengo che l’arte debba essere offerta al pubblico, come peculiarità personale e come un atto di ringraziamento per averla avuta in dono. Il prodotto dell’ingegno potrà piacere poco, tanto oppure per niente. Le critiche costruttive sono benedette. Il mondo è grande e c’è spazio per tutti. Basta trovare un angolino, prendersene cura e coltivarlo con amore.

Giochi letali

Dico la verità, avevo sospettato che la morte di Rkia Hannaoui, mamma 31enne di origine marocchina non fosse naturale: pensavo fosse partito un colpo dalla calibro 22 durante un’operazione di pulizia dell’arma da parte del vicino che è anche il padrone di casa, di cognome Stella…ma non c’è nulla di stellare nel drammatico susseguirsi dei fatti accaduti ad Ariano Polesine (provincia di Rovigo) dove la donna viveva in un casolare assieme ai due figli di 8 e 11 anni e al marito. Accertato che non si tratta di morte a seguito di caduta accidentale – come era stato tentato di fare passare la cosa – ma di colpo di arma da fuoco, ritrovata maldestramente occultata nel campo, l’autore dell’atto risulta essere il figlio minore della vittima, coperto dal fratello più grande e dal vicino di casa. Domanda spontanea: come si può giocare con le armi? Meglio: come si possono lasciare incustodite armi con il colpo in canna? Può essere che i bambini abbiano trovate le armi custodite, più appropriato dire malcustodite dentro il capanno del vucino. Non vorrei essere nei suoi panni, né in quelli del marito della sfortunata giovane madre e soprattutto in quelli dei due figlioletti, non imputabili per la minore età, ma che porteranno tutta la vita le conseguenze di quanto accaduto nel pomeriggio del 28 marzo scorso. Mio padre, di lavoro commerciante era anche cacciatore. A casa ricordo bene una rastrelliera con cinque fucili. Non mi è mai passato per la mente di occuparmene e non guardavo di buon occhio il suo hobby, fors’anche perché, essendo femmina non considerava di trasmettermelo. Comunque sono dell’idea che i bimbi piccoli vadano sorvegliati a vista perché sono spugne e tendono a ripetere le azioni dei grandi. Anche quelle tremendamente pericolose. Come purtroppo è successo.

Fiori e ulivo

Anche Fiocco, il mio ex gattino – adesso ha un anno e pesa quattro chili – è attratto dalla fioritura del ciliegio giapponese. Oggi non è giornata da passare all’aperto, ma un giretto con la giacca me lo permetto. La temperatura è sui tredici gradi, ancora troppo bassa per trasferirmi sotto al glicine che è il mio posto preferito. Vado in ricognizione e vedo qua e là che sono sbocciati, o sono prossimi a sbocciare dei tulipani, un gruppetto di colore rosso e un altro giallo che io chiamo ‘la famigliola’, perché sono vicini e di diversa altezza, come i componenti di un gruppo familiare. Anche la camelia si è decisa a cacciare fuori delle belle corolle rosse, ma lo fa con parsimonia, così lo stupore cresce giorno per giorno. Sotto al portico ho allestito una sorta di ‘altarino laico”, con i fiori che mi sono stati regalati per il mio compleanno: ranuncoli, gerbere, tulipani, gerani, begonie; dentro casa ho una calla gialla e un’orchidea con piccoli fiori gialli punteggiati di marrone. Antonella, la sorridente vice sindaca ha optato per un diffusore di profumo Bouganville e la giovane amica Veronica con acutezza ha scelto dei quaderni a righe Flowers. Ieri mi è arrivato assai gradito un ramoscello di ulivo benedetto dalla sensibile collega Rossella, che ha trascritto in bella grafia una poesia in tema di Giovanni Pascoli che non conoscevo e che riporto perché beneaugurante. L’ ulivo benedetto Oh, i bei rami d’ulivo! Chi ne vuole?/Son benedetti, li ha baciati il sole./In queste foglioline tenerelle/vi sono scritte tante cose belle./Sull’uscio, alla finestra, accanto al letto/metteteci l’ulivo benedetto!/Come la luce e le stelle serene/un po’ di pace ci fa tanto bene.// La natura ci parla, basterebbe assecondarla. Dato che siamo in settimana santa, sarebbe magnifico che potessimo constatare quella che Alessandro D’Avenia ieri nella sua rubrica Ultimo Banco chiama la “resurrezione dei talenti” per amare ed essere amati. Buona resurrezione a tutti!

Addio ad Ada d’Adamo

Mi colpisce molto la morte delle scrittrice Ada d’Adamo, nata a Ortona (Abruzzo) nel 1967, candidata al Premio Strega 2023 con il libro “Come d’aria”, edito da Elliot. Intanto per il nome identico al mio, ma anche per il cognome che include l’Adamo biblico…ma questi sono dettagli marginali. La scrittrice 56enne, malata di tumore da alcuni anni, era al suo esordio editoriale. Questo suo primo (e ultimo) romanzo prende ispirazione proprio dalle sue vicende personali: la scoperta della malattia e il rapporto con la figlia Daria, disabile dalla nascita. Il libro è tra i dodici finalisti del Premio Strega 2023. Continuerà a restare in gara ed essere selezionato fra i libri finalisti che possono essere cinque o sei, e quindi concorre anche per la vittoria. Elena Stancarelli lo ha presentato con le seguenti parole: “Come d’aria è un libro che fruga dentro il cuore del lettore. Serviva la lingua esatta e implacabile di questa scrittrice per riuscire a sostenere un sentimento tanto feroce”. Comunque vada o andrà, credo che sia stato terapeutico per chi l’ha scritto: scrivere comporta guardarsi dentro e aiuta ad alleggerire situazioni pesanti. Mi spiace molto per questa giovane donna, costretta a convivere con una pesante malattia e con una maternità estremamente impegnativa. In una lettera scritta a Corrado Augias su Repubblica riguardo il tema dell’aborto si era così espressa: “Anche se mi ha stravolto la vita, io adoro la mia meravigliosa figlia imperfetta”. Per dire come dalle situazioni più complesse e pesanti possa scaturire un amore tenace, anzi indistruttibile perché alimentato e cresciuto nelle difficoltà. Una testimonianza al femminile toccante che merita un abbraccio cosmico.

Una ragazzina coraggiosa

“Storia di ordinaria follia nella Russia di Putin”, parole di Giovanna Botteri riguardo il caso del disegno pacifista di Masha Moskaliova e conseguente arresto del padre, russo, considerato pericoloso. Ne sento parlare per i notiziari tivù e viene riproposto sabato sera durante la trasmissione Le Parole condotta da Massimo Gramellini su Rai 3. Aleksej Moskaliov, cittadino russo era fuggito dalla madrepatria perché condannato a due anni di carcere, con l’accusa di aver screditato la Russia: aveva pubblicato sui social il disegno della figlia adolescente contro la guerra in Ucraina. È stato arrestato a Minsk, in Bielorussia mentre la figlia 12enne, denunciata nella sua scuola è stata portata in un centro di ‘riabilitazione’. In una lettera che scrive al padre in carcere, lo incoraggia dicendo: “Siamo una squadra. Tu sei il migliore. Sei il mio eroe”. Come ha sottolineato la giornalista, è commovente il legame padre-figlia, uniti dall’amore di patria. Se corrisponde al vero ciò che leggo sul web, la ragazzina è stata allevata dal padre, dopo che la madre l’aveva abbandonata all’età di tre anni. Una somma di privazioni che non hanno tolto a Masha la forza di sostenere il padre incarcerato per aver criticato l’offensiva contro l’Ucraina. Trovo molto appropriate le parole di Giovanna Botteri riportate in testa al post. Tra tanti disastrosi effetti collaterali della guerra russo-ucraina in corso, è una consolazione prendere atto che emergano sentimenti radicati e che le giovani generazioni sostengano quelle adulte. Non so che futuro attenda la coraggiosa ragazzina. Il clamore mediatico attorno al suo caso potrà toglierle qualche spina dal fianco. Glielo auguro di cuore.

Una bella storia

Finalmente una bella storia. La leggo sulla pagina Attualità del quotidiano IL GAZZETTINO di ieri. Protagonista il medico bengalese Rasel Miah, 31anni, laureatosi in Veneto che esercita a Mestre. Giunto in Italia, dove il padre lavorava alla Fincantieri, a undici anni ha affrontato tutte le difficoltà di un immigrato senza farsi abbattere, anzi abbattendo lui i muri della diffidenza e del pregiudizio. Dopo sei mesi di ‘nebbia totale’ dovuta alla lingua, ha cominciato a orientarsi, aiutato dalla professoressa di Italiano che gli assegnava per casa compiti mirati. Da lì la sua scalata è stata ininterrotta, fino al successo attuale (anche un fratello minore è iscritto all’Università). Mi piacerebbe che anche gli studenti stranieri che ho avuto alle medie si fossero realizzati, non per forza con diploma superiore. Non erano molti, circa una ventina o poco più. Ricordo una dolce ragazza nera che pensava di fare la ginecologa, obiettivo in seguito ridimensionato per sua stessa confidenza. Princesse del Ghana aveva una splendida voce; per un po’ fece parte di un gruppo musicale e poi ne ho perse le tracce. Le ultime notizie la davano in Germania, dove Annu, indiana si è sposata mesi fa prima di trasferirsi in Canada. Diversi maschi del Marocco sono rimasti qua e ne incontro a volte qualcuno in pizzeria. Sul brasiliano Gabriel potrei scrivere un romanzo, ma lui ha già guadagnato visibilità in ambito sportivo. Temo che non tutte le storie, sovente problematiche dietro questi ex studenti si siano risolte positivamente. Immagino che la timida macedone di cui ho scordato il nome abbia messo su famiglia, mentre chissà dove vive ora una marocchina di forte temperamento. Comunque una sua connazionale ha completato il liceo scientifico con ottimi risultati. Visto che alla storia locale ho dedicato qualche romanzo, mi viene adesso l’idea che potrei dedicare un’opera futura al riscatto di qualche immigrato che abbia trovato in Italia la sua patria di adozione. Sono persuasa che la diversità si trasformi in ricchezza, se le motivazioni del cambiamento sono sostenute da buoni propositi e l’accoglienza non si esaurisce al momento dello sbarco. La testimonianza del medico bengalese Rasel è incoraggiante.

Il santo del giorno

Mi piace leggere il santo del giorno sul calendario, alla ricerca di un nome da usare nei miei racconti, oppure da cerchiare se è portato da una persona che conosco a cui augurare buon onomastico. Il calendario che ho in cucina riporta oggi san Beniamino martire, ma una ricerca sul web dà anche sant’Amos che mi incuriosisce. Intanto perché ha la radice della parola amore, poi mi pare che si chiami così il figlio primogenito di Andrea Bocelli. Verifico e corrisponde. Nome breve, di origine ebraica che significa “forte” o “portato da Dio”, il cui onomastico si celebra il 31 marzo. Amos è anche un’antica città greca, della regione della Caria, attualmente sulla costa turca. Amos (VIII sec. a. C.), semplice contadino e mandriano, è stato uno dei profeti minori di Israele, dopo Osea e Gioele. Profeta e scrittore ebbe il merito teologico di ammonire e denunciare un culto corrotto e ridotto a pura esteriorità. Quindi un grande che ha saputo indignarsi quando era il caso. Tra l’altro a me piacciono i nomi brevi che non si possono storpiare. Al momento non posso dare altre notizie, ma cercherò di approfondire. Vedo il santo rappresentato in una bella icona russa del XVII secolo, che regge con la mano sinistra la tavola delle profezie. Le sue profezie di sventura per una mancata conversione troveranno compimento nell’abbattimento del regno del nord da parte degli Assiri e nella conseguente deportazione del popolo di Israele e dei suoi notabili nel 722 a. C. Mi piacerebbe sapere quanti Amos* ci sono in Italia e perché Bocelli ha scelto questo nome per suo figlio. Di certo non a caso, come ho fatto io scegliendo per mio figlio quello di Saul, che significa desiderato. Mi sovviene adesso che da qualche parte ho letto che il nome è il dono più importante dato a un figlio, dopo la vita. Bene, auguri a chi porta il nome Amos… e a tutti gli altri. (* Amos, nome raro, portato comunque in Italia da 3661 persone)

Uscita didattica

Una volta si chiamavano gite scolastiche. Adesso si parla di uscite didattiche, ma l’obiettivo rimane lo stesso: sensibilizzare gli alunni su un dato argomento, portandoli sul posto dove viene impartita una lezione diversa, più accattivante rispetto a quella fornita in classe. La diversità del luogo, il suo valore intrinseco e la collaborazione fornita da personale specifico esterno sono ingredienti che contribuiscono al successo dell’iniziativa. È ciò che è successo per l’uscita della classe quinta elementare di Castelcucco al Bosco delle Penne Mozze di Cison di Valmarino ieri, mercoledì 29 marzo, concretizzando il progetto “Studenti in prima linea” rivolto anche alle classi terze medie, che sono state di recente sul posto. Accompagnati da un gruppo di Alpini di Castelcucco, dalle maestre Lisa e Maria Chiara, 22 alunni hanno vissuto un’esperienza di intenso impatto emotivo, che non scorderanno. D’altronde il luogo è un museo a cielo aperto: 15 sentieri distribuiti su un’ampia superficie sono dedicati alle 15 medaglie d’oro al valore militare conferite agli Alpini trevigiani caduti nella Grande Guerra e successivi conflitti. Si contano oltre 2400 nomi di Alpini morti, ricordati da cippi e targhe disseminati tra gli alberi, in un luogo che è un monumento al ricordo locale e nazionale, inaugurato nel 1972. Accolti con una salutare merenda, gli alunni hanno assistito rispettosi all’Alzabandiera, ascoltando l’Inno di Mameli. Completa attenzione è stata riservata alle informazioni della guida (riversate puntualmente nei testi scritti l’indomani in classe). Dopo la sosta presso alcuni cippi e alle statue raffiguranti la “Madonna delle Penne Mozze” e il “Cristo delle Penne Mozze” hanno gustato una sostanziosa merenda a base di prodotti locali, estesi ovviamente anche alle insegnanti. Una gradita sorpresa è stato l’intervento della maestra in pensione Cecilia Barbato che ha letto la poesia dedicata Al Bosco delle Penne Mozze. Al momento del congedo, un omaggio degli Alpini con annessa poesia di Bertold Brecht ha concluso l’incontro, durante il quale Storia, Poesia e Cittadinanza si sono armonizzate. Durante il ritorno in pullman, i canti degli studenti in tema con la visita hanno suggellato un’uscita didattica pienamente riuscita.

Lucertola docet

Stamattina niente auto, mi sposto a piedi. Vado a salutare Francesca che come me coltiva la scrittura. Scopro che è anche molto brava a disegnare. Mi mostra dei quadernoni dove ha trasferito i suoi pensieri con una minuta grafia. Nella custodia di un album da disegno custodisce una storia per le nipotine con protagonista il sole, adeguatamente illustrata. Io ho attrazione per i colori e per le forme, ma non sono dotata per il tratto fine. Compenso con la fotografia che ispira sovente le mie poesie. Al ritorno, puntatina al forno e al bar per dare una scorsa al quotidiano, ordinaria amministrazione. È tarda mattinata e non so ancora su cosa scriverò il post odierno. Mentre salgo sul marciapiede, una minuscola lucertola si intrufola furtiva tra le pietre: mi sorprende che sia tanto piccola e tanto veloce a mettersi al riparo dal mio eventuale calpestio. In tempo rapidissimo ha imparato a proteggere la sua vita. Purtroppo non succede altrettanto in fatti tragici, favoriti da imprudenza e sottovalutazione del pericolo. È quanto successo a Roberto Miron, il 16enne vicentino, morto a seguito della rovinosa caduta dal settimo piano del palazzo dove abita la nonna e da dove si era calato per recuperare il cellulare caduto dalla finestra del bagno. Dettaglio che rende il fatto ancora più penoso: era andato a festeggiare il compleanno della nonna. Si era poi appartato per comunicare con lo smartphone che gli era scivolato sul terrazzo del piano inferiore. Ma si può morire per recuperare un oggetto? Ovvio che non è colpa del telefonino, ma di un suo uso esagerato, per non dire sconsiderato. Il ragazzo frequentava il secondo anno del liceo scientifico e chissà quante volte avrà sentito educatori e genitori invitare a prendere le distanze dal digitale. È successo prima di lui e temo succederà ancora. Se la minuscola lucertola potesse parlare, racconterebbe di quanto costa salire e scendere muri. Mettendosi al riparo quando serve.

Maltempo e tulipani

Mi piacciono molto i tulipani, sono tra i miei fiori preferiti. Me li hanno regalati per il mio recente compleanno e ne ho in giardino, ancora chiusi. La premessa per parlare di due fatti che riguardano questo fiore elegante e riservato. Su il venerdì di Repubblica leggo a pag. 54 l’articolo Ditelo con i fiori meglio se slow che invita ad acquistare fiori locali e stagionali. La giornalista Stefania Di Pietro afferma che “La maggioranza dei fiori venduti in Italia, soprattutto rose e orchidee, nascondono infatti lo sfruttamento di oltre 150 mila operai delle serre africane e asiatiche, specialmente donne, che non conoscono congedi di maternità e sono obbligate a nascondere la gravidanza, pena il licenziamento”. Giusto ieri, durante il telegiornale ho sentito quanto accaduto al floricoltore Giuseppe Savino, disperato per la perdita dei fiori, causa il maltempo abbattutosi sulla Puglia. Nel video pubblicato sui social dallo stesso imprenditore si sente: “Sta grandinando, i tulipani non ci sono più, è finita, è finita, non ci sono più”. 50.000 tulipani piantati in un letto di terra nel Tavoliere, a Foggia. Portare cultura in agricoltura è l’obiettivo di Giuseppe Savino, pesantemente segnato dall’evento meteo disastroso. Ad Aprile era in programma un evento per visitare il campo di tulipani. Molti lasciano un messaggio di speranza. Sulla pagina Facebook Cascina Savino si legge: La prima azione che vorremmo intraprendere, se il campo ci restituisce dei fiori, si chiama dono. Se tutto questo dolore può servire a donare colore dove c’è altra e alta sofferenza noi ci siamo”. Ecco, non so se riesco a dirlo a parole, ma dove ci sono i fiori, anche il dolore diventa l’occasione per trasmettere emozioni buone. Non è casuale che tutti gli eventi della vita, dalla nascita al congedo siano accompagnati da omaggi floreale. Lo stesso Dante, padre della letteratura italiana, li considerava una delle tre cose rimasteci del paradiso. I tulipani del floricoltore Savino abbattuti dalla grandine hanno già prodotto una fioritura di solidarietà.