La poesia come “arma dolce” in tempi devastati e pieni di rabbia è l’articolo di Daniela Andreis pubblicato il primo marzo sul quotidiano di Verona L’Arena che scorre sul tablet. La parola poesia è per me molto attrattiva. La giornalista ricorda che il 21 marzo, a primavera, si celebra la giornata mondiale della poesia. Scontato rivedere per l’occasione i grandi del Novecento – Fortini, Quasimodo, Pasolini, Ungaretti, Saba – ma raccomanda altresì di leggere poeti contemporanei che non si leggono nelle scuole, ma che potrebbero instillare la passione in qualcuno e “Le passioni, specie in questi tempi di sentimenti tristi, sono importantissime”. Scontato che la poesia non è il genere letterario più popolare, viene proposta la poesia “Sii dolce, sii gentile” di Milo De Angelis (Milano, 6 giugno 1951) che sembra l’invito di un genitore a ben fare. Sulla stessa scia pongo la poesia La madre al figlio, di Langston Hughes (Missouri, 1/02/19O1- Stuyvesant Policlinico, 22/05/1967). Mi è venuta tra le mani stamattina, mentre sistemavo materiali didattici nella libreria tirata a lucido (quasi). Troppo attuale per ignorarla, pertanto la riporto. Figliolo, ti dirò una cosa:/la vita per me non è stata un scala di cristallo./Ha avuto chiodi,/e schegge,/e tavole sconness,/e tratti senza tappeto:/ nudi./Ma sempre/continuavo a salire,/raggiungevo un pianerottolo,/svoltavo un angolo,/e certe volte entravo nel buio/dove non c’era luce./Perciò, figliolo, non tornare indietro./Non fermarti sugli scalini/perché ti è faticoso andare./Non cadere, adesso:/perché io continuo ancora, amore,/ancora mi arrampico,/ e la vita per me non è stata una scala di cristallo.//
Categoria: Tempo
Valore del silenzio
“A cosa serve il silenzio? Chiedetelo a Schopenhauer” è il titolo che cattura la mia attenzione tra quelli che scorrono freneticamente sul tablet e che vado a leggere. Premetto che il filosofo tedesco (nato a Danzica, il 22/02/1788 e morto a Francoforte il 21/9/1860) mi intrigava già dai tempi del liceo, per via del ‘pessimismo cosmico’ da combattere tramite arte, compassione e ascesi. Riteneva il silenzio una forma superiore di saggezza, il frutto della tranquillità utile per evitare conflitti inutili. Considerazione che mi trova assai d’accordo. D’altro canto era misogeno, giustificato per i tempi di allora. Tornando alla filosofia in pillole letta sul tablet, convinzione di Arthur S. è che le idee cominciano a parlare quando tutto tace. Trasferitosi a Dresda, affitta una stanza sul fiume, isolata, protetta dal rumore e dalle distrazioni. Gli riesce naturale stare da solo, non come fuga dal mondo o castigo, bensì come un luogo mentale dove domina la concentrazione. La vita oscilla come un pendolo tra il dolore e la noia, con un intervallo fugace del piacere. La ‘felicità’ si raggiunge, imparando a stare da soli, coltivando l’interiorità e riducendo le pretese. In definitiva, coltivare una forte vita interiore e una sobria autosufficienza è la strada per raggiungere la serenità. Si ispira principalmente a Platone e a Kant. Accostato a Leopardi, gli preferisco il poeta. Figlio di un ricco mercante e di una scrittrice, chissà se il suicidio del padre ha influito sulla sua filosofia che offre spunti interessanti per valorizzare il silenzio, oggi poco accreditato e praticato.
Ciao Marzo!
Il primo Marzo si celebrava una delle più importanti festività dell’antica Roma, chiamata i “Matronalia” in onore di Giunone Lucina, protettrice delle spose e del parto. Considerata la “festa della donna romana” sanciva l’inizio del nuovo anno, unendo culto religioso, celebrazione della fertilità e omaggio alle matrone con doni da parte dei mariti. Mia madre faceva l’ostetrica e le arrivava una rivista che si chiamava Lucina. Mi attraeva quel nome, che allora ignoravo essere legato al lieto evento. Nel calendario romano primitivo, attribuito a Romolo l’anno iniziava con il mese di marzo, dedicato a Marte, padre di Romolo, dio della guerra e della rinascita. La parola rinascita si sposa bene con l’aggettivo felice che può essere anche un nome proprio, tant’è che in un mio calendario oggi è riportato San Felice III papa, mentre la chiesa cattolica ricorda Sant’Albino, vescovo di Vercelli. Comunque sia, si annusa aria di Primavera, che dal punto di vista meteorologico inizia oggi. Sebbene la giornata non sia soleggiata, ho fatto una capatina in Via Lungomuson a Castelcucco, per fotografare una pianta di Mimosa appena fiorita, ma non del tutto. Dalle parti della chiesa, in un luogo appartato è addossata a una parete di sassi e affonda le radici in un corso d’acqua che nutrirà le Calle nei prossimi mesi. La sponda è punteggiata di fiori gialli, credo piccole Giunchiglie o Narcisi. È un luogo meritevole di passeggiate che stimola la creatività. Non mi stupirei che la settimana prossima, si incontrassero qui diverse donne per festeggiare l’otto marzo. Io mi propongo di accompagnare Lucia in una delle sue ‘escursioni’ pomeridiane, contando sul buon tempo, dato che la variabilità è d’obbligo. “Marzo pazzerello, guarda il sole e prendi l’ombrello” dice il noto proverbio. Vediamo…
Primule e Viole
Ultimo giovedì di Febbraio, giorno di mercato locale. Mi torna utile l’appuntamento al bar con Lucia, anche se di norma c’è più gente degli altri giorni e risulta più difficile comunicare in tranquillità. Ma noi sappiamo come rimediare, infilandoci nella stanza più appartata del locale, dove Lucia mi aspetta con il quotidiano a disposizione. Di fatto non mi serve, perché lei è sempre informata ed anche più aggiornata di me. Ieri pomeriggio il pullmino dell’asilo è stato coinvolto in un incidente, per fortuna senza gravi conseguenze, ma tanto spavento per l’autista e le due bambine, ultime rimaste del gruppo che rientrava a casa. Lo vedo spesso passare davanti al mio cancello. Mi strappa un sorriso, perché è di un bel colore giallo vivo, forse con dei decori sulla carrozzeria. A proposito di giallo, sul banco di Riccardo e del padre Giordano dominano primule e mimose. Ne compero sei bicolori, metà arancioni e metà gialle, da distribuire nei tre vasi che hanno ospitato i geranei durante l’inverno, trasferiti altrove confidando in una ripresa. Se mi dedico al giardinaggio, non ho tempo per stare ai fornelli, quindi mi compero il pranzo: gnocchi con sedano e gamberetti, buoni ma cari. Comunque ci voleva, perché trascorro tutta la tarda mattinata tra espiantare, rimuovere la terra, mettere a dimora le sei primule, idratarle… ho sospeso il riordino dei libri in studio che riprenderà a breve, dopo la salutare pennichella che mi concedo verso le quindici. Le primule acquistate al mercato e le viole adocchiate sotto la siepe annunciano che la natura sta indossando un altro abito, più leggero e colorato. Evviva! 🌼
Operazione repulisti
Mi sento psicologicamente con le ossa rotte, anche se lo sforzo fisico lo ha fatto Manuel. Da tempo dovevo liberare la libreria in studio da molti testi scolastici di Italiano, Storia, Educazione Civica, Geografia, cioè le mie materie di insegnamento, con un’appendice di atlanti, guide per il docente, quaderni operativi e schede varie. Ammetto che molti erano copie omaggio dei rappresentanti, lasciate in visione con la speranza di una nuova adozione. Portato a casa una volta un testo, la volta dopo un altro…nel corso degli anni divenuti decenni, la libreria si è riempita a dismisura. Ho provato a collocarli altrove, in biblioteca e a scuola, ma senza successo, trattandosi di testi scolastici e non di narrativa, più accattivantI. Sebbene con il magone, ieri è finalmente iniziato lo sgombero che continuerà oggi. La simpatia di Manuel mi ha consentito perfino di sorridere, durante la selezione dei volumi da cestinare. Però, data la quantità del materiale da smaltire, il cestino è stato sostituito dalla carriola, seguita dal bidone della carta, con destinazione finale eco centro. Mi piange il cuore sapere che fine fa un libro cartaceo, soppiantato dai prodotti della tecnologia. Avrei preferito consentirgli una seconda vita, ma “Panta rei/Tutto scorre” secondo il celebre aforisma attribuito a Eraclito, per ricordarci che tutto cambia costantemente. Ovviamente non ho buttato tutto, ma ho liberato diverse scansie che saranno occupate comunque da altri materiali e oggetti, perché l’ordine mi inquieta. Comunque spettava a me metterci mano, dato che sono stati strumenti del mio lavoro professionale. Essere supportata da Manuel, mio speciale ex alunno ora Ingegnere pone un sigillo di garanzia all’operazione repulisti.
Società globalizzata e individualista
Mentre mi lavo il viso di mattina, accendo una vecchia radio che mi connette col mondo: riconosco le voci che salutano chi è all’ascolto, proponendo dei quesiti e/o inviando canzoni. Un momento piacevole per iniziare col sorriso la giornata. Però ciò che sento stamattina mi lascia esterefatta. Uno studente universitario ha dichiarato che preferisce ‘colloquiare’ con ChatGpt piuttosto che con un amico in carne e ossa, non ci posso credere! Tra l’altro, mio figlio dice che non devo credere a tutto ciò che leggo, pertanto spero che si tratti di una bufala. Comunque approfitto della notizia per interrogarmi e imparare qualcosa. Intanto cos’è un chatbot, noto anche come robot di conversazione: un software progettato per simulare una conversazione con un essere umano. L’obiettivo è fornire risposte automatiche che possano sembrare umane. Sul verbo sembrare mi fermo, convinta che c’è una bella differenza tra sembrare ed essere. Suppongo che chi ha dato la risposta succitata soffra di isolamento, oppure abbia avuto delusioni sentimentali. Ma come si fa a preferire una macchina, per quanto utile in svariati ambiti all’ascolto di un amico? Da un’inchiesta del settimanale la Repubblica, per metà degli studenti l’IA è ‘un’amica’ e quasi un adolescente su due le chiede aiuto. Ipotizzo le cause: fragilità emotiva, mancanza di ascolto, auto isolamento. Penso al fenomeno sociale ‘hikikomori’, nato in Giappone negli Anni ’80, ma anche al film ‘Io e Caterina’ sempre del 1980 con Alberto Sordi e il robot tuttofare Caterina, l’intelligenza arficiale applicata alla vita domestica. Allora pareva fantascienza. Adesso inquieta la società attuale, globalizzata e individualista.
La Nostra Lingua Italiana, di Riccardo Cocciante
Riccardo Cocciante ha compiuto ieri 80 anni. L’ho sentito per televisione e gli faccio gli auguri, perché apprezzo i suoi testi e la sua musica, oltre al fatto di essere un artista ‘nomade’. Nato a Saigon, in Vietnam, il 20 febbraio 1946 da padre italiano e madre francese, esordisce come cantante in Italia; poi si trasferisce negli stati Uniti e successivamente in Francia. Adesso vive a Dublino. Le origini cosmopolite, il lavoro all’estero, il suo percorso artistico fanno capire perché abiti fuori dall’Italia, dove peraltro torna spesso per eventi e spettacoli, mantenendo stretti rapporti artistici. Tra i suoi brani più famosi: Margherita, Questione di feeling, Celeste nostalgia… ma io sono grata al cantante e cantautore per un brano in particolare, utilizzato varie volte in cattedra durante l’ora di Poesia. Il testo, del 1993, è piuttosto lungo (sei strofe), perciò mi limito a riportare solo la prima. La Nostra Lingua Italiana Lingua di marmo antico di una cattedrale/lingua di spada e pianto di dolore/lingua che chiama da una torre al mare/lingua di mare che porta nuovi volti/lingua di monti esposta a tutti i venti/che parla di neve bianca agli aranceti/lingua serena, dolce, ospitale/la nostra lingua italiana. Gli aggettivi che Cocciante riserva alla nostra lingua nelle altre strofe sono: nuova, divina, universale, ideale, generosa, sensuale che non necessitano di spiegazione ma inorgogliscono assai. La musica che accompagna il testo è raffinata e avvolgente. Un ausilio didattico di cui mi sono servita con molto piacere. Del restoi testi delle canzoni dell’artista – nati dalla collaborazione con grandi parolieri – sono considerati fondamentali nella storia della musica italiana per la loro intensità emotiva. Cocciante si esibirà in P.zza San Marco a Venezia, insieme con Andrea Bocelli e Claudio Baglioni tra il 25 e il 30 giugno prossimi. Una cornice spettacolare per una musica senza tempo.
Evviva la lumaca 🐌
Oggi è la Giornata Mondiale della Lentezza, conosciuta anche come “San Va-Lentino” contro i ritmi frenetici della vita quotidiana, rivalutando il piacere della calma e della riflessione. Nata nel 2007, ideata dall’Associazione “L’Arte del Vivere con Lentezza”, come ribellione verso lo stress. Le iniziative raccomandate sono passeggiate lente, letture e degustazioni che sottoscrivo (con riserva per l’ultima). Riscoprire il valore del tempo e la qualità delle relazioni è salutare e rigenerante. Da parte mia cerco di impegnarmi, senza strafare. Ho impostato la mia settimana, uscendo in auto per incombenze a giorni alterni, dedicandomi al disbrigo di faccende domestiche quando la macchina resta in garage. Cammino con parsimonia e frequento la palestra -:sala pesi – con regolarità a metà settimana. Non mi ritengo sedentaria, sebbene trascorra in studio per scrivere diverso tempo. Posto nel mio blog ogni giorno un pezzo che inserisco tra una poesia e la progettazione di un nuovo romanzo. Il tempo scorre secondo un’andatura ‘turistica’ di media velocità. Non invidio chi va di fretta e non biasimo chi è costretto a farlo per esigenze familiari, con l’augurio di rallentare. In passato ho dovuto andare spesso di corsa, sognando un tempo di relax, finalmente arrivato con la pensione. Nel mentre ho perso in energie, ma ho guadagnato in serenità. Mi basta e avanza quello che ho e non ho rimpianti. Milan Kundera, nel romanzo breve e riflessivo “la lentezza” (1995) celebra il piacere dell’ozio. Del resto già gli antichi consideravano l’otium, dedicato alla riflessione, allo studio e alla crescita interiore in contrapposizione al negotium, ovverosia al lavoro frenetico e agli affari. Inevitabile pensare al celebre proverbio “Chi va piano va sano e va lontano” e al significato simbolico della lumaca.
“La natura dà e la natura toglie”
Una ventina d’anni fa vinsi un concorso letterario. Il premio consisteva nel soggiorno di una settimana in una località turistica. Conobbi Liliana proveniente dalla Puglia durante il Corso serale tenuto ad Asolo per adulti interessati a conseguire la licenza media. Lei allora abitava a Crespano dove vive tuttora un figlio. Sì instaurò una bella amicizia tra insegnante e allieva che dura tuttora. Fu un’esperienza positiva che però non ebbe seguito: mi inquietava sapere a casa da solo mio figlio 12enne, mentre io ero al lavoro dalle 20 alle 23 circa. Quando seppi della vincita per un testo che mandai, pensai subito alla Puglia che scelsi per il soggiorno premio. Finite le scuole a Giugno, presi il treno e approdai a Torre dell’Orso dove venne a trovarmi Liliana che mi fece conoscere le meraviglie del Salento. A Torre Sant’Andrea nel territorio di Melendugno (Lecce) presi il sole e scattai diverse foto, anche alla spettacolare creazione naturale chiamata Arco degli Innamorati, purtroppo crollata nella notte di san Valentino, briciolata dal mare. Mi sembrano appropriate le parole del sindaco Cisternino: “Un colpo al cuore durissimo, la natura dà e la natura toglie”. A causa del ciclone Oriana, il boato e poi il crollo. Se l’evento fosse capitato d’estate, sarebbe stata una tragedia per turisti e bagnanti, a detta del geologo Giovanni Caputo che ribadisce l’importanza del monitoraggio della costa, per evitare o almeno rallentarne l’erosione. Ripenso alla frase: “La natura dà e la natura toglie”: mi chiedo se il crollo dell’iconico arco non sia un atto d’accusa contro gli eventuali inadempienti, oppure un’inevitabile calamità legata al cambiamento climatico. Per fortuna rimangono le immagini e i video a documentare un simbolo del Salento che ora dovrà cercarne altri.
“Quando la tecnologia è tabù”
Ho una simpatia particolare per i vecchi, forse perché non ho conosciuto i nonni da bambina. Perciò mi colpiscono le vicende che li riguardano, specie se a lieto fine, come quella che ha per protagonista Alfredo Lutzu, 86 anni, di Prato. Ha ricevuto una busta verde dal Comune con dentro una multa e le istruzioni per scaricare il verbale, eccetera. Solo che Alfredo ha un vecchio telefonino ed è impossibilitato a procedere. In sovrimpressione al servizio trasmesso in tivù sul primo canale stamattina scorre il titolo: Quando la tecnologia è un tabù. La multa digitale alla fine viene annullata, ma per il pensionato non è stato facile venirne a capo e ce lo spiega: “Multa con il Qr Code. Non ho smartphone, pagarla è un incubo”. Avrebbe potuto andare in un Caf per fasi stampare il verbale cartaceo, comunque qualcuno lo ha aiutato, dato che la vicenda si è risolta positivamente. Piuttosto sposterei l’attenzione… sulla disattenzione (scusate il bisticcio di parole) verso le persone in là con gli anni che decidono di fare a meno della tecnologia. A una certa età uno rinuncia a molte cose, anche al superfluo. Assodato che la tecnologia è utilissima in svariati campi, va da sé che non è obbligatorio essere aggiornati su tutto. Il mio tablet ha compiuto cinque anni e non ricevo più gli aggiornamenti: un impiccio in meno. Finché mi consente di scrivere sulla tastiera e di connettermi con i lettori, basta così. Pesa abbastanza, perciò quando vado a fare la spesa mi porto dietro un foglietto di carta con l’elenco delle cose da acquistare scritte con la matita (che non si scarica). E non sono la sola.
