Rispetto, parola del 2024

“La letteratura ci può salvare”: parole del professor Maggi intervistato da Ingrid Muccitelli durante la puntata odierna di “Unomattina in Famiglia’. Andrea Maggi è un docente, scrittore e personaggio televisivo. Insegna Lettere nella scuola secondaria di primo grado di Sacile. Io l’ho conosciuto durante il programma ‘Il collegio’ e di recente come ospite, esperto di Italiano durante le puntate di ‘Splendida cornice’. Essendo un collega, mi confronto con il suo pensiero che riflette anche il mio. Richiesto dalla conduttrice di indicare una parola da ‘salvare’, l’insegnante risponde: “rispetto” che risulta piuttosto latitante nei comportamenti odierni, sia nei confronti delle persone che della natura. Neanche farlo a posta, mentre sono dalla parrucchiera, sotto il casco sfoglio il settimanale ‘Oggi’. Il giornalista e scrittore per ragazzi Luigi Garlando titola il suo pezzo: “Rispetto” è la parola dell’anno. Lo ha deciso l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, scegliendolo come parola del 2024. Il rispetto è immaginato come un secondo sguardo, desunto anche dalla etimologia.Infatti deriva dal verbo latino re-spicere che significa “riguardare”, “guardare un’altra volta”. Ecco, il secondo sguardo pieno di dubbi è il rispetto verso tutti, anche quelli che non la pensano come me, compreso chi parla, prega o mangia in modo diverso dal mio. Ritornando alla letteratura, il professor Maggi dice che potrebbe essere salutare rivisitare i Classici e nomina I Miserabili di Victor Hugo. Conosco un po’ l’opera, ma mi riprometto di andarla a rivedere, perché il rispetto si nutre anche di esercizio. Rispettosi saluti ai lettori!

Cervello e informazioni

Alzata piuttosto presto, dopo aver foraggiato i gatti e fatta una prima veloce colazione, mi allungo sulla poltrona relax e seguo TG1 Mattina, condotto dalla garbata Maria Soave (di cui ho già scritto che invidio il secondo nome). La trasmissione va in onda dalle 6.35 alle 8, dal lunedì al venerdì. Oggi la conduttrice intervista il neurochirurgo Giulio Maira, che dirige il Centro di Neurochirurgia della Casa di Cura Quisisana di Roma su un argomento di attualità: Il Cervello e le Emozioni delle feste. Con la casa editrice Solferino, il professore ha pubblicato nel 2019 il bestseller ‘Il cervello è più grande del cielo’ attraente già dal titolo. In riferimento alle stimolanti ma defatiganti festività, lui afferma che l’individuo “Non deve essere travolto da mille informazioni, dato che si tratta di un organo lento, mentre la vita corre veloce”. L’intelligenza è una questione genetica, ma viene influenzata anche dall’ambiente più o meno stimolante in cui si vive, e gli stimoli eccessivi non fanno bene. Starei ad ascoltare a lungo questo luminare che ha le fattezze di un vecchio saggio. Mi piace che abbia posto l’attenzione sul contenimento degli stimoli e delle informazioni che somministriamo al cervello ogni giorno, senza preoccuparci di ‘intasarlo’. Quanto alle emozioni delle feste, ognuno si regola secondo coscienza, cercando di limitare quelle legate al consumismo, per favorire quelle che fanno bene al cuore, bene rappresentate dalla capanna: silenzio, genuinità, sobrietà. A proposito di emozioni, è noto che tra le 9 intelligenze esiste quella emotiva. Ne è derivata una Didattica delle emozioni, rappresentata graficamente come un fiore colorato a otto punte. Ma qui mi fermo e lascio approfondire al lettore, per non privarlo della sorpresa (contemplata nel fiore).

Culle vuote, cucce piene

Oggi niente giornali, ma faccio comunque una puntatina al bar dove trovo la tribuna di martedì 24 che sfoglio con attenzione, per trovare l’argomento su cui fare le mie riflessioni. E’ abbastanza tardi, quasi le undici perché mi sono attardata in faccende a casa. Pertanto la consumazione cambia: crodino al posto del cappuccino. Mi piace assai il colore di questo analcolico che mi fa pensare al sole e alla luce che oggi per fortuna ci sono. Diversi ciclisti si sono accomodati fuori, mentre dentro si alterna gente che va e viene. Io sono mi fermo circa mezz’ora. Se il quotidiano è occupato da altri lettori, prendo un settimanale dallo scanso dei giornali, impilati in un’ansa del banco. Il quotidiano di Treviso mi pare piuttosto corposo: mi concentro sui titoli e mi fermo quando uno mi cattura, cosa che succede con l’articolo di Margherita Bertolo: Culle vuote, cucce piene la denatalità è nel presepe “Coppie, fate più figli”. Questo è il tema affrontato per l’edizione 2024 del presepe artistico di Segusino. Carlo Stramare, presidente dell’associazione dichiara: “Non è nostra intenzione affermare che sia giusto o sbagliato che ciò accada, ma il paradigma dell’egoismo umano citato da papa Francesco qualche tempo fa ci ha fatto riflettere; e ci ha trovati subito d’accordo sul fatto che questo era un tema da affrontare per l’edizione attuale”. Così, accanto a scene ambientate nella prima metà del secolo scorso, c’è una casa di oggi: marito e moglie, diversi cani e gatti in soggiorno tra cucce e poltrone, tivu e albero di Natale. Dubito che andrò a visitare il presepe che stimola delle opportune riflessioni. Però, per completezza di pensiero suggerirei agli organizzatori di riservare un angolo anche alle persone sole che possono contare sulla compagnia di un animale a quattro zampe, sia cane o gatto. Magari ci sono i nipoti adolescento oppure grandi che fanno una visitina e poi si dileguano, presi dalle luci della festa. Io vivo da sola, ma non sono sola perché mi fanno compagnia tre gatti che sono un conforto. Mio figlio, 36 anni fa la sua vita poco distante e viene a trovarmi d’abitudine. Ma le creature con cui condivido gli spazi e la giornata sono Grey, Pepita e Fiocco.

Natale tra Giubileo e Arte

Papa Francesco ieri sera ha aperto la Pota Santa a San Pietro, dando inizio al Giubileo, un momento molto importante per la chiesa cattolica che ha il suo precedente 25 anni fa con Giovanni Paolo II. La storia e il significato del rito sono di per sé interessanti, ma io mi concentro sulle parole del Pontefice: “La speranza non è morta, la speranza è viva, e avvolge la nostra vita per sempre. Portiamo speranza nei luoghi profanati da violenze”. Quindi l’invito del Santo Padre è di diventare ‘”pellegrini di speranza” da ogni angolo del mondo e con qualsiasi mezzo. Anche con l’arte che diventa stimolo e messaggio di Pace. Mi viene spontaneo nutrire il mio pensiero, osservando l’opera dell’amico Pittore Noè Zardo che rappresenta una stimolante Natività: due volti “Che non sono ritratti perché ognuno li completa a suo modo” immersi in uno spazio pieno di luce, di stelle e di fiori con il frutto della divina nascita che pare un fiore d’oro e un angelo alato in alto a destra. L’opera si trova esposta nel Museo Etnografico di Treviso. Riflettendo sulle parole dell’autore del dipinto, trovo molto efficace il vuoto dei volti che a un colpo d’occhio può disorientare: è il vuoto interiore che ognuno deve riempire, con virtù e opere. Non a caso si dice che gli occhi sono lo specchio dell’anima. Nell’opera che rappresenta la Sacra Famiglia dovremmo vedere riflessi i nostri volti. Impresa ardua, ma non impossibile, se ci mettiamo in gioco. Del resto, la data odierna del Natale, l’avvio del Giubileo e l’opera di Noè ci indicano la strada. Buon Natale!

Quinto post a 4 mani: Wollongong

Sul far della buonanotte sua – qua è primo pomeriggio – mi arriva un audio di Manuel che ora si trova a Wollongong, città costiera del sud est Australia, situata nello Stato del Nuovo Galles del Sud. Ospite dei cugini Luis e Karol che lo hanno accolto “a braccia aperte”, Manuel si sente come in famiglia, tanto quanto gli era capitato presso gli altri cugini ad Adelaide. Mi invia delle belle foto e la sua prima impressione. “Wollongong ha un che di Caorle, molto europea come stile, pulitissima, gente cordiale… città vivibile, pulsante ma non caotica”. Il paragone con Caorle mi trasmette l’idea giusta perché ho frequentato la cittadina veneziana dove esiste perfino una “Contrada Cusin” in una laterale del Duomo, segno evidente che lì vivevano dei miei omonimi, probabilmente parenti, dato che porto lo stesso cognome. La presenza del mare è sempre un forte collante. Dopo le feste Manuel andrà in esplorazione di Wollongong che dopo Sydney e Newcastle è la città più popolosa dello Stato (ab. 307.477). Filtro altre informazioni. “Nella parte alta della città c’è l’Università e in quella montana un famoso tempio buddista che dicono sia meraviglioso”. Beh, credo che il mio ex alunno ora Ingegnere e collega di scrittura ne ha di che riempire l’archivio fotografico e soprattutto umano. Grazie a lui, viaggio anch’io che sono piuttosto restìa a muovermi. Tra l’altro, scrivere a 4 mani grazie alle sue foto – notizie è una bellissima e gradita esperienza che vale quanto un premio da mettere idealmente sotto l’albero. Buon Natale di là e di qua dell’oceano! 🎄🌻😃

C’è solo una razza, quella umana

Certo che leggere certi articoli fa cadere le braccia. Mi riferisco al caso della signora Queen, nigeriana 47enne che da 20 anni vive in Veneto. Sposata con un italiano, ha comprato casa a San Vendemiano ed è stata “accolta” con un cartello razzista. Altre volte oggetto di insulti, stavolta non ci passa sopra, né condivide il pensiero del marito di cambiare paese. “Sbigottita, ma io non me ne vado”. Leggo il fatto di cronaca sul quotidiano e poi lo riporta un notiziario con l’intervista alla signora che usa parole perfino troppo indulgenti nei confronti del/degli autore/i dell’increscioso episodio: “Mi ha fatto veramente pena chi ha scritto questo cartello, perché non ha capito niente di cosa vuol dire la vita… c’è un odio vivo che vuole fare male agli altri”. Tutto questo alle soglie del 2025, da non credere. Immagino che la signora abbia sgobbato parecchio per rimanere in Veneto e soprassedere alle provocazioni xenofobe, tra l’altro estese al marito. Sarebbe da scriverci una storia, ma mi guasterei il sangue. Enrico Fermi diceva: “L’ignoranza non è mai meglio della conoscenza”. Suppongo che il livello culturale di chi ha avuto tale pensata non sia eccelso, non mi stupirei che sotto sotto covasse dell’invidia, dato che la casa vista in televisione è grande e bella. Tra l’altro Vendemiano era un giovane africano vissuto intorno alla metà del secolo V. Chissà se gli autori del cartello, presumo sanvendemianesi lo sanno. Ma è meglio di no, perché potrebbero prendersela anche con lui, il santo nero! 🙏

Tango, che passione!

Quando capita, parlo volentieri di arte che comprende anche la danza. Ieri sera ho visto la finale di Ballando con le Stelle, programma condotto da Milly Carlucci, giunto alla 200esima puntata. Il prossimo anno sarà il ventesimo di una trasmissione che non conosce stanchezza. Quella viene a me verso la mezzanotte quando crollo in poltrona, mentre lo spettacolo è ancora in corso. Inizia alle 20.30, perciò io lo accorcerei. Per fortuna si esibisce per prima la coppia data per vincente – scopro stamattina che è andata così – formata da Bianca Guaccero – Giovanni Pernice che hanno fornito un’interpretazione strepitosa, davvero superlativa dove tutto è stato curato al massimo: i colori nero e rosso che si alternavano nei costumi e nelle luci, l’espressività e bravura dei ballerini, il violinista a lato che accompagnava i passi…un vero spettacolo, accresciuto dal percorso umano di Bianca che si prende la rivincita sentimentale su un precedente fallimento. Durante il tango, con un gesto probabilmente studiato – meglio se no – lei gli prende il mento e lo bacia. Con tante brutture che ci sono al mondo, fa bene vedere una coppia che si è innamorata grazie al ballo. Perché questo è lo scopo dell’arte tutta, accademica e di strada: unire, riappacificare, rasserenare. Lo dico da ex ballerina di ballo liscio che conserva gelosamente un paio di coppe di tango vinte in gioventù. L’emozione dell’abbraccio, la leggerezza e vorticosità dei passi, la complicità con il ballerino che mi accompagnava costituiscono la perla dei ricordi. Accessoria ma non marginale la cura che mettevo nei dettagli destinati all’abbigliamento e al trucco. Il tempo è una lima. L’esterno è cambiato, ma l’interno direi che è rimasto lo stesso: appassionato e intrigante, come il tango.

Artisti di strada

Mentre faccio colazione, sul primo canale Susanna Petruni conduce Settegiorni, settimanale di approfondimento politico – parlamentare. Il tema che mi cattura riguarda l’arte di strada, chiamata anche arte urbana che merita più considerazione a livello politico. Cifre alla mano, il Belpaese stanzia solo l’uno per cento contro il tre/quattro di altri Paesi europei. Eppure è un settore da incentivare, anche grazie a scuole specifiche per avvicinare il pubblico all’arte. Il dibattito sulla Manovra 2025 dovrebbe tenerne conto. Rebecca Bottoni, presidente e direttrice artistica del Ferrara Buskers Festival, manager nel settore dell’intrattenimento e degli eventi, al microfono sottolinea l’importanza dell’arte di strada, per contrastare le derive che avviluppano i giovani. Il teatro urbano consente di coniugare magia, meraviglia e sogno. C’è bisogno di scuole per la formazione di artisti che creano bellezza. Anche la televisione può dare una mano, inserendo nei palinsesti programmi ad hoc come “Dalla strada al palco” condotto da Nek che ho visto molto volentieri, dedicato a cantanti, musicisti e artisti di strada. Tempo fa, a Bassano del Grappa ho apprezzato un gruppo di giovani musicisti che si esibivano in Piazza Libertà, durante il mercato del giovedì. In un vicolo laterale un violinista ‘accarezzava’ il suo strumento con magistrale disinvoltura. Adesso che ci penso, erano questi interventi artistici di strada che muovevano le mie gambe. Ho anche scritto un racconto con personaggi che ruotano in questo ambito. Di una cosa sono convinta: chi regala bellezza, a qualsiasi livello e dovunque eserciti è un benefattore dell’animo umano.

“Insostituibili libri di carta”

È proprio vero che “La lingua batte dove il dente duole”. Nel mio caso spiega la propensione a soffermarmi su articoli concernenti l’ambito scolastico. D’altronde sono stata insegnante di Lettere per oltre trent’anni e sono in contatto con colleghe in servizio. L’articolo di Severino Colombo a pag. 43 del Corriere fa proprio al caso mio, condivisibile già dal titolo: “Insostituibili i libri di carta”. In base all’intervista condotta da Epson, leader nel settore delle stampanti in 20 Paesi europei tra insegnanti e genitori con figli tra 8 – 16 anni risulta che il 45 % dei genitori italiani è convinto che l’uso di materiali stampati possa migliorare la capacità di lettura. Il dato mi sembra incoraggiante, anche se inferiore a quello espresso dai genitori europei. Presumo che gli insegnanti siano pienamente d’accordo, favorevoli ad affiancare alla lettura dei testi stampati l’uso di mezzi tecnologici. Pare comunque assodato dagli specialisti del settore che la lettura su carta sia meno stancante di quella su supporto digitale. Io sono in pensione da vari anni, ma raccolgo le lamentele che provengono dagli utenti della scuola, nel verso di un impoverimento delle competenze di base, lettura compresa. Per quanto riguarda il mio ruolo di docente, delle sei ore settimanali di italiano ne dedicavo una alla lettura che in classe terza prevedeva l’adozione di un testo di Narrativa – ora scomparso – che gli studenti portavano al colloquio dell’esame di Licenza. Nella mia libreria in studio, ho almeno una decina di romanzi editi da Salani Narrativa, su fondo blu dedicati a “I grandi protagonisti” oppure a “Vivere oggi”. Ricordo le ore di lettura collettiva – ogni studente leggeva una paginetta prima di passare la parola a un compagno – come piacevoli, rilassanti ed istruttive. Mi auguro anche per loro.

Disavventura… a lieto fine

Mi sono alzata presto, per scrivere. Verso le nove ho fatto una pausa, incerta se prendere l’auto oppure no. Ho deciso di restare in paese e uscire a piedi, dato che oggi è il giorno del mercato locale che la settimana scorsa ha festeggiato il decimo anno: un evento che i commercianti hanno sottolineato, offrendo tramezzini e da bere. Stento a credere che sia già passato un decennio, ma c’è un buon motivo se non frequento più il mercato di Bassano del Grappa che cade pure di giovedì, risparmando tempo e denaro. Ahimè, la parola ‘denaro’ oggi mi ha tenuta in scacco e mi ha fatto passare una brutta mezz’ora. Ecco cosa è successo. Punto al bar per la lettura del quotidiano. E’ più frequentato del solito, come succede il giorno di mercato. Serapia e Ellene mi vengono a salutare prima di congedarsi, gentilezza che apprezzo molto. Poi anche Laura, la signora grande con cui condivido il Corriere (mi ha regalato un vasetto di marmellata di fichi e io le do dato una copia del mio Passato Prossimo). Caricata dallo scambio di emozioni e conclusa la lettura del quotidiano, esco e mi approssimo allo sportello dell’ufficio postale per fare un prelievo: fuori uso, come ieri. Quindi decido di chiedere l’operazione all’interno e poi pagare in anticipo la robusta bolletta del gas, in scadenza tra una decina di giorni, per non dimenticarmela. Concetta, la gentile titolare oggi è supportata da una giovane collega, quindi farò presto. Detto, fatto. Ho ancora tempo per prendere il pane e il pranzo di pesce, rigorosamente cotto perché non ho tempo di stare ai fornelli e devo scrivere il post entro le tredici. La giornata è umida e fredda. Rientro con le dita arrossate e depongo la borsa sul tavolo della cucina, con l’intenzione di sistemare i soldi del prelievo… che non trovo. Apro le tasche interne della borsa, sollevo il fondo, guardo dentro il libretto con la ricevuta delle operazioni fatte: zero! Comincio a sudare, pensando di aver lasciato sbadatamente le banconote sul banco, mentre sistemavo la carta per il prelievo eccetera. Telefono all’ufficio postale, confidando in un miracolo, senza risposta. Trafelata esco e percorro di nuovo la strada fatta circa quaranta minuti prima e sono nuovamente in Posta. Le due impiegate negano di aver trovato dei soldi dimenticati sul banco (a ripensarci questa eventualità fa quasi ridere, di questi tempi buoni per i ladri). Con la coda tra le gambe, non mi resta che tornare a casa, rivalutando le manovre fatte al rientro. Ed ecco l’illuminazione: ho estratto dalla borsa per prima la busta con la bolletta – salata – del gas dove potrei aver custodito i soldi del prelievo richiesto. La prendo e sbircio: ci sono, belli composti come me li aveva consegnati la giovane impiegata. Non sono stata derubata, per fortuna. Non mi era mai capitato di restare vittima della mia distrazione. L’attenzione non è mai troppa, stavolta mi è andata bene.