Tale cane, tale padrone

Di rado mi trovo in cucina di pomeriggio. Chi mi conosce sa che non è la zona della casa che preferisco, tuttavia ogni tanto succede. Mentre svuoto sacchetti di pane vecchio da portare alle galline di un’amica – lei poi ricambierà con uova – seguo un passaggio della trasmissione La Vita in Diretta e sento la storia dell’aggressione di un pitbull, sfuggito al controllo del padrone. Poteva finire molto male, ma per fortuna è andata diversamente. Successo a Palmi, il 31 dicembre. In poche parole, Antonio a passeggio col suo vecchio cane subisce l’attacco di un pitbull che lo morde e lo strattona per decine di metri, fino a farlo svenire e quasi a morire. La sua salvezza arriva da Carlo, un automobilista di passaggio che assiste all’aggressione, si ferma e interviene coraggiosamente. Trova per terra un cavo/corda che gira attorno al collo del cane inferocito, impedendogli di addentare oltre il malcapitato. Da ultimo chiama i soccorsi, dando una svolta a un episodio che poteva finire molto male. Quando Alberto Matano, il conduttore della trasmissione gli chiede se si senta un eroe, Carlo risponde: “No, ho agito per senso civico” che non è così scontato. I due protagonisti della disavventure non si conoscevano e sono diventati – manco a dirlo – amici. Non posso evitare di pensare al proprietario del cane, che pare se la sua data a gambe al momento del fatto. Il malcapitato porta sul viso, sulle mani e sul corpo i segni dell’attacco, per cui ha subito ricovero e intervento. Un dente del molosso gli è rimasto incastrato nel naso. Da bambina, ho subito anch’io l’aggressione da parte del cane di un’amichetta: un pastore tedesco legato alla catena, che era stato aizzato da due ragazzacci. Ne riportai un morso al braccio destro, suturato dal medico condotto. Mi è rimasta la cicatrice, e il timore dei cani. Ma di più l’avversione per chi li molesta e/o li abbandona.

Il bene più prezioso

Come prevedevo, niente mercato a Fonte il giorno dell’Epifania, ma il bar Milady è aperto ed è meno popolato del solito, per mio diletto. Mentre entro, avvisto il quotidiano sul bordo di un tavolino, lo prendo e mi dirigo in fondo alla sala per leggerlo in santa pace. Non serve neanche che ordini: basta uno sguardo d’intesa con chi sta al banco, – Diego, Lisa o Marta – perché la consumazione è la stessa di sempre. D’altronde mi conoscono e mi chiamano per nome, cosa che mi fa piacere. La settimana prossima non ci saranno più gli addobbi natalizi, peraltro sobri: delle palle rosse pendono dal soffitto sopra il bancone e su ogni tavolo è posizionato un segnaposto minimal che non dà fastidio. Mi concedo una mezz’oretta per sfogliare il Corriere dove due articoli mi bloccano, rispettivamente a pag. 16 e a pag.21: nel primo caso si tratta del femminicidio – suicidio di Gualdo Tadino e nel secondo di una lunga intervista concessa dal professor Silvio Garattini. Il collante? Come si può sprecare o ottimizzare la vita. Il famoso farmacologo 96enne (Bergamo, 12 novembre 1928) termina il suo dire confidando al giornalista queste parole: “Però, mi creda: ogni giorno per me è un regalo”. Vedovo due volte, padre di cinque figli, lo stile di vita oculato gli consente di camminare 5 km al giorno, lavorare, partecipare a conferenze e stare lontanissimo dagli antibiotici. Pare che abbia assunto l’ultimo 40 anni fa! Un modello esemplare di buona longevità. Viceversa, nel fatto di cronaca citato, Daniele, guardia giurata 39enne ha sparato a Eliza, la moglie 30enne, operatice socio-sanitaria e poi si è suicidato. La coppia, sposata da appena otto mesi pare fosse in crisi. Dopo soli otto mesi? Quand’anche fosse, è un motivo per togliere e togliersi la vita? Sono annichilita, turbata e molto dispiaciuta che fatti tanto gravi coinvolgano persone tanto giovani che hanno buttato alle ortiche il bene più prezioso.

Settimo post a 4 mani: tempio buddista e giardino botanico a Wollongong

Manuel aveva già messo in elenco la visita al tempio di Wollongong, anticipata dai cugini come struttura straordinaria “tempio dichiarato sito del patrimonio storico del Nuovo Galles del Sud”. Ieri mi sono arrivate foto e informazioni: “Il tempio di per sé è molto bello pacifico ma i monaci erano vestiti in beige invece dell’arancione che avevo visto a Bangkok. I colori che hanno questi posti credo siano la cosa più bella in assoluto. Sono vividi e ti fanno venire voglia di stare là ore”. E qua casca l’asino, cioè la sottoscritta che ha le pareti del soggiorno tinteggiate da ben cinque colori, convinta che il colore influisca assai sull’umore. Per non parlare dei fiori, silenziosi e discreti miei conviventi, Amaryllis in questo periodo festivo. Fiori di Loto in un grande stagno vicino all’ingresso del tempio buddista. Un’altra meraviglia a circa trenta chilometri è il Giardino botanico che riserva una sezione alle rose che Manuel non ha pensato di fotografare, con la fanciullesca motivazione: “Non ci ho pensato. Non erano molto diverse dalle nostre. Upss!”. In compenso ha immortalato una targa con una scritta interessante che riporto tradotta da lui: “Le persone buone sono ovunque e ovunque vanno spargono felicità e bontà”. Appunto come lui, che da tanto lontano ci consente di spaziare e di godere delle meraviglie opera dell’uomo e della natura.

Leopardi…infinito!

Il 7 e l’8 gennaio Rai 1 trasmette la miniserie Leopardi, poeta dell’infinito, diretta da Sergio Rubini al suo debutto televisivo, che afferma: “Il suo pensiero è oggi quanto mai attuale”. Concordo e mi impegno a vedere le due puntate perché ho sempre apprezzato il poeta recanatese, persuasa che non fosse affatto – o solo in minima parte – triste e pessimista come lo presentava certa didattica del passato. Un riscatto in questo senso glielo aveva già offerto il film Il Giovane Favoloso diretto da Mario Martone ed interpretato da un grande Elio Germano. Il messaggio che ci giunge dalle opere letterarie di Leopardi e dalla ricostruzione della sua vita è che la fragilità è la parte più autentica di noi. Al netto del pessimismo che gli studiosi gli hanno attribuito e distinto in cinque fasi (individuale-storico-cosmico-collettivo-eroico), trovo interessante la sua umanità, fatta di prelibatezze grastronomiche – il gelato soprattutto- orari sballati – colazione a mezzogiorno e pranzo di notte – studi esagerati. Certo scrivere L’infinito a 21 anni la dice lunga sulla sua capacità creativa, pur contando sulla nutrita biblioteca paterna del conte Monaldo che lo assecondava. La madre Adelaide invece era una specie di arpia, mentre andava d’accordo coi fratelli Carlo e Paolina. Amici ne ebbe, sopra a tutti il patriota e scrittore Antonio Ranieri presso il quale morì, a Napoli il 14 giugno 1837. poco prima di compiere 39 anni, di edema polmonare o scompenso cardiaco durante la grande epidemia di colera. Morte prematura di un genio, uno dei più grandi scrittori dell’Ottocento. La salute era stata minata da problemi alla colonna vertebrale, riferibili oggi a una malattia genetica denominata ‘Spondilite Anchilosante’. Molte le opere scritte, sia in prosa che in poesia. L’infinito è ritenuto il suo capoòavoro in poesia, mentre le Operette morali, 24 componimenti in prosa meritano di essere rivalutate per la modernità dello spirito, in quanto attraverso il riso denuncia la corruzione dei costumi italiani. Insomma, Leopardi come reporter. Luigi Garlando gli dedica un pezzo sul settimanale OGGI introdotto da un titolo esemplare: Leopardi, secchione sì ma… infinito!

Il mondo in tasca

Michele Serra è un giornalista che scrive su “Repubblica” e sul settimanale “il venerdì” dove risponde alle lettere dei lettori. Una di queste, scritta da Raffaele, un signore 84enne mi ha particolarmente colpito, perché invita a sognare “quel Nuovo Anno capace di rinnovare tutte le coscienze”. Il giornalista la dedica ai suoi lettori – quindi anche a me – immaginando che faccia l’effetto di un salutare ceffone perché “Siamo troppo spesso di cattivo umore, come se il momdo non riservasse più buone sorprese – insieme alle cattive notizie”. L’atteggiamento ottimista di Michele Serra emerge anche dalla risposta che dà alla domanda di cosa c’è da salvare del primo quarto del ventunesimo secolo, introdotta dall’inchiesta “2000 – 2025”. La risposta, circostanziata traspare dal titolo: “Abbiamo il mondo in tasca fortunatissimi noi”, ovverosia la possibilità di rimanere in contatto, a bassissimo costo con il resto del mondo, qualunque sia la distanza frapposta e gli oceani di mezzo, impensabile fino a qualche decennio fa. “Inviare immagini e parole, istantaneamente, in qualunque posto del mondo, e portarle sempre con sé in una tasca” è una sorta di miracolo che cambia il quotidiano in meglio. Io l’ho sperimentato con Manuel che si trova in Australia da quasi tre mesi, ma lo sento vicino grazie ai suoi messaggi, ai video e alle videochiamate. Anzi, è stata una bella scoperta poter scrivere a 4 mani: lui fornendomi foto e informazioni da Adelaide, Sydney e Wollongong che io poi elaboro da casa. Giancarlo scrive: “Belli, questi report sono belli. Uniscono il mondo”. Finora abbiamo creato il sesto reportage e non pongo limiti al seguito. Intanto ringrazio la fibra ottica, attiva da luglio che mi consente di connettermi in capo al mondo e di pubblicare la duplice esperienza. D’accordo pertanto con Michele Serra che possiamo godere di un privilegio straordinario che avvicina il mondo, sebbene “poi se ne possa fare un pessimo uso, di questa incredibile promiscuità mondiale, è anche vero”. Per completezza, la domanda su cosa salvare del primo quarto del 21esimo secolo è stata rivolta a ventuno firme del giornale che hanno sorprendentemente risposto con 21 buone ragioni che lascio ai lettori scoprire.

Cecilia, reporter detenuta

Avevo all’incirca l’età di Cecilia Sala, la giornalista detenuta nel carcere di Evin quando pensavo che avrei potuto fare la giornalista. Ricordo che andai a Treviso con un’amica e pranzammo con l’allora direttore de Il Gazzettino Gianni Crovato. Dopo un colloquio cordiale, mi fu rilasciato un tesserino – Tessera 1417 – come “Corrispondente da Possagno e Cavaso” con la foto migliore che mi sia stata fatta. Era l’anno 1980 e per diversi mesi galoppai a caccia di notizie, fin quasi a perdermi tra le fornaci di Possagno dove allora abitavo. Il lavoro mi appassionava, anche se gli articoli che giravo ‘in rovesciata’ erano di cronaca locale. Mi trovai a scrivere anche quello sulla morte del globetrotter Arcangelo Cusin, mio padre e su incidenti vari. Forse la predominanza della cronaca nera mi fece ricredere e scelsi di dedicarmi all’insegnamento, mantenendo l’attitudine a scrivere che esprimo anche attraverso il blog. Il caso di Cecilia Sala mi tocca, perché lo paragono a quello di una giovane collega, anche se difficilmente io sarei diventata inviata del giornale, data la mia riluttanza a spostarmi. Leggo sul Corriere odierno che la detenzione della reporter Cecilia Sala nella famigerata prigione di Evin aTeheran la costringe a dormire sul pavimento, con due sole coperte per ripararsi dal freddo. Privata degli occhiali, ha sempre la luce accesa, zero libri e confort. Per cibo soprattutto datteri (che suppongo poi odierà). Mi sono tornati alla mente i servizi dell’inviata di guerra Oriana Fallaci, eccellente scrittrice. I tempi amari che viviamo hanno reso tutto più difficile, compreso il lavoro destinato all’informazione. Mi auguro che Cecilia resista alla dura detenzione iniziata il 19 dicembre e che il suo caso venga presto risolto.

Sesto post a 4 mani: Capodanno a Wollongong

Sydney lancia nel cielo tra le sette e le nove tonnellate di fuochi d’artificio dalla famosa Opera House e dall”Harbour Bridge a mezzanotte, mentre da noi sono circa le quattordici. Data la ‘corposità’ dell’evento, visto da quasi un milione di persone Sydney è identificata come “capitale mondiale del Capodanno”. Lo sento per televisione martedì sera e soprattutto mi aggiorna Manuel da Wollongong con un paio di foto, un video e un vocale. Premesso che laggiù il Capodanno è meno sentito del Natale, sono previsti due tipi di fuochi: alle ventuno quelli per i bambini – che poi si ritirano per la nanna – e quelli per i grandi a mezzanotte che sono stati: “Una cosa waw, dodici minuti di fuoco, i più belli che abbia visto dal vivo”. Nelle foto, lo vedo a tavola con gli ospitali cugini: indossa una camicia a stampa floreale, con le maniche corte. Ovvio: là fa caldo, sui 30 gradi, anche se gli sembra strano questo Natale e feste connesse senza neve, tanto che confida: “Una piccola parte di me continuava a dire dovrebbe essere freddo, no no, sei in maniche di camicia”. Nel video girato “aspettando i fuochi”, si premura di spiegare l’origine del frastuono: “Di sottofondo sono le cicale”, le creature canterine che mi piacciono tanto e che mi accoglievano in pineta a Lignano Sabbiadoro estati fa. Certo che trascorrere il Capodanno…in capo al mondo (chiedo venia per il gioco di parole) è un’esperienza unica che Manuel spiega così: “Erano anni che non ero tanto eccitato per la fine dell’anno, mi sembra di essere tornato come un bambino piccolo, emozionatissimo!”. Immagino i fuochi sulla baia dal tetto del condominio: stratosferico!

L’anno che verrà

Mentre porto a cottura lenticchie e cotechino – giusto per assecondare un po’ la tradizione – scrivo una poesia da destinare ai miei contatti con gli auguri per l’anno nuovo. L’attesa sarà circoscritta e intima, in linea col testo del seguente messaggio: “La fine dell’anno è il momento per fermarsi, guardarsi indietro e dire grazie a ogni dono, grande o piccolo, ricevuto lungo il cammino”. Per quanto mi riguarda, l’anno era iniziato con l’acuirsi dell’artrosi e termina col recupero funzionale dell’arto operato in robotica ad Aprile. Mi sembra un miracolo camminare pressoché spedita, per cui ringrazio il chirurgo Giovanni Grano, l’ortopedico Guido Mazzocato e il fisioterapista Federico Zalunardo. Un po’ anche la sottoscritta, perché ho concentrato le energie nel recupero. Considerato che la Salute è il bene primario, non posso lamentarmi. Mi mancano diverse ‘cose’, ma ne possiedo molte altre: gatti, fiori, amici, libri da leggere e da scrivere. Archiviato il numero 13, sto progettando il numero successivo che avrà per fulcro la storia vera di Ben e Rex, due cani ‘salvati’ dal canile e dalla strada. Mi prendo del tempo, perché non scrivo di getto, mi occupo della casa, dei gatti, dei fiori e scrivo ogni giorno sul mio blog verbamea, talvolta su quello parallelo verbanostra, in condivisione con Francesca, Sara e Veronica. Porte sempre aperte per Elisa e Valentina. Il blog è anch’esso un dono che mi consente di esprimermi e di mettermi in contatto con chi vuole: un piccolo ma solido ponte relazionale. Approfitto per stimolare nuovi ingressi e per ringraziare gli utenti ‘storici’: Giancarlo, Ivano, Manuel, Lucia, Francesca, Martina, Adriana, Sara, Rosi… e le persone che corrispondono in privato, altrettanto importanti per mantenere alto il mio umore. Buona Vigilia! 🥂

La Sacra Famiglia (film)

Ultima domenica dell’anno, sul calendario dedicata alla Sacra Famiglia (ieri). Di primo pomeriggio accendo il televisore su Rete 4 mentre scorrono i titoli di testa del film “La Sacra Famiglia” di Raffaele Mertes, uscito nel 2006 (durata 3h e 20′), con Alessandro Gassman. Sto quasi per cambiare canale, ma poi mi ricredo perché mi piacciono le ricostruzioni storiche e voglio vedere come è stata realizzata questa, ispirata dai Vangeli apocrifi. Alessandro Gassman impersona un Giuseppe nervoso e piuttosto moderno; vedovo, con tre figli non ha nessuna voglia di prendere moglie che però pgli viene ‘imposta’ dai sacerdoti. Ana Caterina Morariu veste i panni di una dolcissima Maria, mentre chi combina qualche guaio è il giovane Gesù (Brando Pacitto) che costringe i genitori a mettersi spesso in marcia, per il clamore suscitato dalle sue ‘stravaganze’. Il film, di genere drammatico/religioso ricostruisce in chiave moderna le vicende della famiglia biblica, attualizzando personaggi e vicende. Giuseppe, in difficoltà col figlio maggiore si sente inadeguato con Gesù, ed è preso da dubbi come un qualunque genitore: in una occasione gli affibia pure un ceffone, di cui dopo si pente, il che lo rende molto umano. D’altra parte Gesù ragazzino è oggetto di ‘bullismo’ come ebreo e per le dicerie che girano su di lui. L’ambientazione mi pare molto attendibile, sia per i costumi che per i luoghi. L’asino, mezzo di trasporto di allora, è quasi un coprotagonista che desta simpatia. Unico appunto: il film è troppo lungo. Ma nel complesso si perdona, per i sentimenti universali che emana.

Amaryllis, bellezza e poesia

Un paio di settimane fa, al mercato ho acquistato un piccolo Amaryllis di una decina di centimetri, per godermene la crescita durante le festività. L’ho sistemato in studio, sul bordo della scrivania vicino alla finestra, perché godesse della luce e del calore del radiatore. Come prevedevo, non mi ha deluso. Di giorno in giorno lo stelo è cresciuto, esibendo la punta che mano a mano si ingrossava. Stamattina è sbocciato il primo fiore, ancora un po’ chiuso che tra qualche ora sarà una meraviglia. Il primo di almeno altri cinque, come è successo per un precedente bulbo che mi ha regalato ben sette corolle. Apprezzo di questo fiore la bellezza, ma soprattutto la capacità di trasformarsi da semplice ‘patata’ in un ventaglio di corolle colorate. Insomma, un fiore resiliente che non ha bisogno quasi di nulla. Il mese scorso in consorzio, nel reparto fiori da interrare ho notato un bulbo che aveva emesso un piccolo apice da cui era sgusciato un fiore: mi ha procurato tristezza e meraviglia, un esempio di forza della natura, nonostante l’assenza d’intervento umano. Il termine ‘amaryllis’ si trova nelle Bucoliche di Virgilio. L’autore chiama così una pastorella, per omaggiare la sua bellezza, dato che il nome significa ‘brillare’. Secondo una leggenda di Natale, per annunciare la nascita di Cristo gli angeli usarono le trombe e poi crearono l’Amaryllis a forma di tromba, per lasciare un ricordo glorioso di questo giorno. Da allora, in molti Paesi per tradizione a Natale si fa fiorire un Amaryllis. Originario dell’America centrale e meridionale, i primi a commercializzarlo furono gli Olandesi, importando i bulbi dal Messico e dal Sud America. Attualmente ha un grande successo quello a fiore doppio, prodotto in Giappone. Ignoro da dove provenga il mio, che decora in maniera incantevole il mio studio, trasmettendomi bellezza e poesia.