“Un libro sotto l’albero” è un bel titolo per catturare l’attenzione di chi non sa cosa regalare. Lo leggo sul tablet tra le varie proposte che scorrono sotto le dita e mi pare una bella idea prenderlo in considerazione. Però sono in ritardo e non leggo la proposta di selezione dei romanzi da regalare a Natale. Oggi scrivo Pro domo mea, cioè propongo i miei. Oltretutto è la Giornata Internazionale dei Migranti e ho dei titoli che si prestano: Migrante Nuda, Una Foglia Incastonata nel Ghiaccio, Passato Prossimo, disponibili su Amazon oppure presso la sottoscritta (tramite mail adacusin@gmail.com oppure telefono fisso 0423 56 36 02), disponibile per la dedica e l’autografo. Persuasa che il libro è un dono che costa poco ma arricchisce molto, per elaborare le storie contenute nelle suddette opere, mi sono ovviamente documentata, oltre al fatto di avere avuto uno zio materno trasferitosi in Argentina. Distribuisco un po’ di notizie, senza togliere il gusto di scoprire le singole storie. In Migrante Nuda la protagonista è Estella, una giovane ecuadoregna che viene a cercare una vita migliore in Veneto. Sul più bello, subisce un grave incidente. Nel secondo romanzo citato, un emigrante veneto torna dalla California con famiglia al seguito, ma la figlia adolescente Lina ha seri problemi di adattamento. Il primo episodio di Passato Prossimo si intitola “Dal Venezuela a Castelcucco” e non serve che aggiunga altro, per intuire come si snodi la vicenda. Anzi sì, mi sento di raccomandarlo ai Castelcucchesi a cui l’ho dedicato, perché è un omaggio alla vita dinamica del paese negli Anni Trenta. Nella Nota dell’autrice si legge: In sintesi, è uno sguardo sul recente passato – da qui il titolo del romanzo Passato Prossimo – con qualche spruzzata di informazioni qua e là, quando mi sembrava opportuno. Senza alcuna pretesa di completezza, con la speranza di restituire qualcosa in termini di memoria e forse anche di nostalgia.
Autore: Ada Cusin
Fasciata nelle bende
Trovo di pessimo gusto infierire sulle disgrazie altrui, come fanno alcuni ‘leoni da tastiera’ a danno di Ottavia Piana, la speleologa bresciana 32enne, caduta e precipitata per 8 metri in una grotta da oltre due giorni e mezzo. Per lei è il secondo incidente nello stesso luogo, l’Abisso di Bueno Fonteno, e la parola ‘abisso’ dovrebbe già di per sé suggerire l’idea della grotta dove la giovane esplorava nuovi cunicoli per un progetto di mappatura. Rimasta ferita dopo la caduta da una parete rocciosa, le sue condizioni sono stabili, è “vigile e collaborativa” costantemente seguita da un medico e un infermiere, ma l’uscita dal tunnel è prevista alla volta di giovedì perché “Le tempistiche di movimento sono scandite da un’ora e mezza di trasporto e un’ora di pausa per fornire assistenza sanitaria all’infortunata”. Ed è qui che vorrei spostare l’attenzione, sulle 5 squadre di Soccorso Alpino e Speleologico formate da 126 tecnici impegnati nelle varie operazioni lungo tutto il percorso della grotta. Vedo le prime immagini del trasporto in barella e mi tornano alla mente quelle di altri salvataggi tentati e non risoltisi positivamente. Non mi stupirei che Ottavia cambiasse lavoro, per il trauma riportato a livello fisico e di più psicologico. Comprensibile che abbia detto: “Non ci torno più”. È evidente che non è scesa nelle viscere della terra – insieme con dei colleghi – per farsi un giretto, ma per motivi esplorativo-scientifici. Casomai è vittima della ricerca, come lo sono state molte persone nel passato, riabilitate post mortem. Lasciamola in pace e non aumentiamo il livello delle sue ferite.
Natale si avvicina
Terza domenica d’avvento (ieri), giornata molto fredda, parzialmente soleggiata. Di mattina non mi muovo e di pomeriggio viene a trovarmi mio figlio. Di sera è prevista l’accensione dell’albero in piazza, in programma domenica scorsa ma rinviata a causa del maltempo. Decido di uscire, attratta dalla bellissima luna in cielo. Il percorso da fare è breve e mi vesto bene. Alle 18 gli alunni delle elementari sono sul palco allestito dinanzi all’ufficio postale, dove splende la scritta ‘Auguri’. Hanno il copricapo rosso con il pompon che fa allegria. Sicuramente ci sono le maestre, ma non le vedo mentre noto in fondo al palco il sindaco Paolo Mares con la striscia tricolore e il berretto natalizio. La piazza è gremita e gli scolaretti iniziano a cantare vigorosi. Due bracieri diffondono lingue di calore e dopo sarà offerta la cioccolata calda, imbattibile con la temperatura rigida. Scambio due parole con Antonella, la vice sindaca e poi giro i tacchi, perché l’età mi ha resa più prudente riguardo la salute. Partecipo idealmente all’accensione dell’albero. Poi scrivo la poesia che condivido con i miei lettori e donerò a breve ai miei amici Un Altro Natale Col prossimo Natale/voglio augurare/l’essenza della festa: meno decori, più calore./ La neve sui monti,/un fiore rosso sul balcone/avranno pure ragione/di indicare cosa fare./ Il Fico ha perso le foglie/però l’Osmanto è in fiore,/gioia e dolore tramano/nel nostro quotidiano./ Non ci abbattiamo/se il maltempo prevarrà./ Sarà l’occasione per fare/una buona riflessione.//
Sant’Adelaide, 16 dicembre
Quando mi trovo alle strette e non ho l’argomento giusto da considerare nel post quotidiano, mi rivolgo ai santi, nel senso che consulto il calendario che qualche idea me la dà. In passato ci ho cercato i nomi da dare ai personaggi dei miei racconti. Oggi sul calendario è indicata la terza domenica d’avvento, anche se Google mi dice che sarebbe san Valeriano, vescovo e martire in Africa. Vedo che domani è santa Adelaide (nata nel 931 e morta il 16 dicembre 999 nel convento di Selz in Alsazia), nome di origine germanica che significa “figlia nobile”. Da Adelaide derivano anche i nomi Adele e Adelina. L’onomastico si festeggia il 16 dicembre, in ricordo di sant’Adelaide, regina d’Italia moglie di Lotario II, poi imperatrice come moglie di Ottone I di Sassonia e infine reggente del Sacro Romano Impero. Si chiamava Adelaide anche la mia nonna materna, di cognome Valle in Stefani. Avrei ereditato il suo nome, che mi piace più del mio, se non fosse morta per tifo prima di lei la figlia Ada, in concomitanza con l’altra figlia Lina che ha trasmesso il nome a mia sorella. Una volta facevano così, per omaggiare le persone care defunte. Adesso è tutto un altro paio di maniche. Mia nonna era ieratica nell’aspetto: riservata, chiusa nel dolore indicibile di aver perso due figlie giovanissime e belle. Sempre vestita di nero con i capelli lunghi raccolti in chignon dietro la nuca. Le piaceva leggere e credo di avere ereditato da lei la mia attitudine a scrivere. Le ho dedicato il racconto Sosta verdazzurra ambientato a Lignano. Abitava a Pravisdomini, a circa una quarantina di chilometri dal mare. Mancata quando ero adolescente, me la ricordo abbastanza bene. Tornando al significato del nome, per me la sua era un’ammirevole nobiltà d’animo. 🙏
Una causa di ‘Forum’
Revoca dell’amministratore di sostegno per Mario, arzillo signore anziano che vuole godersi il tempo che gli resta, senza la limitazione imposta dai figli. Il programma “Forum” va in onda, sia su Canale 5 che su Rete 4 da quasi quarant’anni – ha debuttato il 29 settembre 1985 – ed è uno dei pilastri delle reti Mediaset. Io lo seguo da molto tempo, so che spesso i protagonisti sono impersonati da attori e che certe cause sono studiate a tavolino. Ciò non sminuisce la mia curiosità e l’interesse per situazioni conflittuali cui potrei attingere anche per scrivere. Infine trovo garbata la conduttrice, Barbara Palombelli, al timone del programma dal 2013 e simpatici i giudici che si alternano nelle sentenze. Nel caso ieri in discussione, Mario ultraottantenne benestante chiede alla giudice la revoca dell’ amministratore di sostegno nella figura del figlio, perché lui se ne era andato alla chetichella mesi prima in India, senza dare dettagli. Il figlio non aveva gradito e si era successivamente preoccupato, perché il padre aveva comprato una ‘crosta’ per un’opera d’arte. Palese il timore che il capitale rimanente venisse sperperato. Durante il dibattito, l’arzillo signore informa: di avere aperto libretti di risparmio a favore dei quattro nipoti, di voler intestare la casa ai due figli maschi e infine di voler godere dei suoi soldi senza controllo. Il pubblico è dalla sua parte. Appurate le sue buone condizioni psico-fisiche, la sentenza gli ha dato pienamente ragione. Ho una grande ammirazione per chi combatte anche in tarda età per l’autonomia e l’indipendenza persino affettiva, quando i bastoni tra le ruote vengono dai familiari affamati di danaro. Non a caso, i ‘ritorni affettivi’ si verificano in procinto dell’eredità del ‘de cuius’. Lunga vita a chi si sottra all’inganno.
Quarto post… a 4 mani (Copacabana)
Ieri mattina Manuel mi ha fatto una videochiamata, graditissima! Qua erano le dieci e mezza; a Copacabana, sobborgo di Sydney dove si trova attualmente circa le venti e trenta. Qua è quasi inverno e là quasi estate. Lo vedo con camicia azzurra e capelli sciolti, dove tenta di intrufolarsi una zanzara che allontana con un colpo di gomito. Sorride sempre, mentre racconta un po’ delle sue giornate australiane e mi dà ragguagli sulla ‘passeggiata’ fatta il giorno prima col cugino, parola che ho virgolettato perchè non ha nulla da spartire con le nostre passeggiate. Dalle foto che mi ha inviato, credo che abbia fatto quattro passi in paradiso. Inoltratosi in una sorta di bosco con piante altissime, il canto delle cicale “Non come le nostre, ma molto più grandi era tanto assordante da stordire”. Tutto laggiù è extra large, anche i ragni che è meglio evitare, specie quello che chiamano “funnel web spider, fa le ragnatele a imbuto e non è esattamente troppo simpatico”. Poi ha raggiunto l’oceano, che là chiamano “Mar di Tasmania” e mi ha inviato un video con il rumore delle onde che si disfano sulla riva piuttosto rocciosa che sabbiosa. Zero turisti, ignoro se arriveranno. Nell’insieme mi sembra un paesaggio marino incontaminato. Il suo peregrinare in Australia è benedetto da un cospicuo numero di cugini paterni e materni che se lo contendono. Non mi stupisce, date le doti umane e le abilità che possiede. Approfitto per dire che ieri l’altro – faccio confusione a far corrispondere il nostro orologio con quello australiano, più avanti di dieci ore – si è collegato da remoto e mi ha aggiustato un problemino sul portatile da cui sto scrivendo: un genio informatico! Non farà fatica a farsi apprezzare, gli auguro di trovare il lavoro giusto nell’ambito della sua Laurea in Ingegneria elettronica. Però il mio cuore spera che gli basti un anno di esperienza in fondo al mondo, per tornare sui nostri passi. Comunque si farà vedere per la Laurea di Gaia, la sorella, presumibilmente il prossimo settembre. Allora la festa sarà doppia, anzi multipla!
Un triste record
Rapporto Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico): un italiano su tre è analfabeta. Lo sento prima delle nove – ieri mattina – mentre mi sto pettinando e resto basìta: possibile? Spero che sia un dato difettoso per eccesso. Massimiliano Ossini, il conduttore televisivo del programma raccoglie il pensiero – per nulla rassicurante – di una studiosa intervistata. Stamattina durante il tg1, la conduttrice Maria Soave intervista sullo stesso argomento Claudio Giovanardi, accademico della Crusca che parla di analfabetismo funzionale, diverso dall’analfabetismo strumentale di chi non sa leggere e scrivere. In Italia, ultima tra i Paesi industrializzati c’è poca attenzione per la cultura permanente, a differenza dei Paesi nordici. Significa che un italiano su tre, nella fascia 16 – 65 anni comprende solo testi brevi, calano competenze alfabetiche e matematiche. Il nostro Belpaese ha il patrimonio culturale più grande del mondo e il livello culturale degli italiani tra i più bassi. Qualcosa deve essere andato storto. Ripenso alle lamentele delle mie colleghe della scuola media riguardo gli apprendimenti superficiali degli alunni e al ruolo delle famiglie magari generose di soldi, ma scarse di ascolto e dialogo. Forse per questo la Mostra del Libro non è più in auge. Eppure lettura e comprensione del testo sono alla base di ogni apprendimento. Preciso: ascoltare, parlare, leggere e scrivere sono gli obiettivi della scuola media. Lo dico da ex insegnante – in pensione dal 2015 – e da autrice di 13 opere finora prodotte, molte custodite invendute a casa. Mi conforta il pensiero illuminante di Gianni che lavora in una rinomata Libreria di Castelfranco Veneto: “Vendere un libro è un’opera d’arte”. Figuriamoci leggerlo.
Pirandello, un Nobel tra letteratura e vita
Il 10 dicembre del 1934, Luigi Pirandello (1867 – 1936) riceveva il Nobel per la Letteratura a Stoccolma dal re Gustavo V, con la motivazione: “Per il suo ardito e ingegnoso rinnovamento dell’arte drammatica e teatrale”. Molte le sue opere: “Il fu Mattia Pascal” del 1904 fu un successo internazionale, tradotto in francese e tedesco, “I vecchi e i giovani”, “L’umorismo “, “Novelle per un anno”‘, “Uno, nessuno e centomila”‘, il libro più conosciuto che ha segnato la letteratura italiana. I drammi composti per il teatro rappresentano la crisi dell’uomo contemporaneo: “Sei personaggi in cerca d’autore”, “Questa sera si recita a soggetto”, “Così è (se vi pare)”. Tra Verismo e Decadentismo, la sua scrittura è legata alla crisi della società moderna. Egli stesso si definisce “figlio del caos”, forse giocando sul nome della villa dov’era nato a Girgenti – oggi Agrigento – denominata “Il Caos”. Appassionato di cinema, scrive anche poesie. Celebre quella intitolata “L’ultimo caffè”. Più che di pessimismo, nel suo caso si parla di relativismo, nel senso che non esiste una verità assoluta, ma ogni realtà è legata a come viene percepita. A proposito della maschera egli afferma: “C’è una maschera per la famiglia, una per la società, una per il lavoro. E quando stai solo, non sei nessuno”. Di contro al pensiero complesso, usa un linguaggio colloquiale, con diversi ingressi del parlato. Insomma, un grande autore attento ad analizzare gli aspetti psicologici dell’animo umano. La moglie, Antonietta Portulano era affetta da “delirio paranoide” che la rendeva “pericolosa per sé e per gli altri”, secondo il certificato medico del dottor Ferruccio Montesano. Internata in una casa di cura per malattie mentali nel gennaio 1919, vi rimase fino alla morte, avvenuta nel dicembre 1959. Non mi stupisco che la sua malattia mentale abbia influenzato in modo significativo la produzione letteraria del marito, a sottolineare la corrispondenza tra letteratura e vita.
Cucina povera e gustosa
Giacomo, mio nonno materno vendeva pesce porta a porta, in cassette stipate sulla bicicletta. È mancato alla fine degli anni Cinquanta e ne ho un vago ricordo. Lui e mia madre erano due gocce d’acqua, credo fossero simili anche per il temperamento. Il pesce – pesce povero e fritto – era di casa, con la polenta. Mia madre deve esserne stata contagiata, perché la frittura era piuttosto ricorrente in famiglia, quando ero ragazza. Il pesce è entrato anche nella mia dieta da adulta e continua tuttora per almeno tre giorni alla settimana, però cucinato in altro modo: lesso, al cartoccio, in umido. Ad esempio ieri ho grigliato degli spiedini con seppie e gamberetti ed oggi è la volta della trota che sto portando a cottura in forno, con patate e zucchine. La mia predilezione per il menù di mare, mi porta ad attenzionare l’articolo di Dimitri Canello sul Corriere di oggi: “Trota marmorata: la Provincia investe 1,2 milioni di euro’. La trota marmorata è una specie autoctona simbolo dei corsi d’acqua bellunesi. Entro il 2025 saranno riqualificati i centri ittiogenici (dove si cura fecondazione e nascita dei pesci) della Provincia. “La tutela della trota marmorata ceppo Piave, specie di alto valore naturalistico è fondamentale”: sono parole dell’assessore regionale Cristiano Corazzari. Il ripopolamento dei corsi d’acqua va di pari passo. È prevista anche la realizzazione di un laghetto a scopo didattico a Tomo (Feltre). Mi sembra un ottimo progetto per valorizzare il territorio. Allevare una specie ittica buona ed economica mi sembra un ottimo progetto per valorizzare il territorio e dare una mano alla salute.
Domenica invernale
Il tempo inclemente di domenica mi costringe a restare a casa. Nel pomeriggio era prevista l’accensione dell’albero in paese che ovviamente è slittata. Ripenso al periodo di isolamento imposto dal covid e mi adatto, sperando in un ritorno del sole. Canarini, gatti e fiori rimangono dentro, anche i ciclamini che di solito sposto da un balcone all’altro. Le raffiche di vento muovono le imposte e i felini sono sul chi va là. In ripostiglio un alberello già addobbato – gli manca solo il puntale – attende che gli venga data visibilità: lo recupero e lo posiziono in sala, sopra un mobiletto triangolare in testa ai mobili normali, sovente posto prediletto di Grey e di Fiocco. Pepita preferisce le mie gambe per riposare. Visto che uscire è proibitivo, decido che è arrivato il momento di riprendere in mano la fisarmonica, accantonata giusto un anno fa, all’emergere dell’artrosi all’anca. Temevo anzi che fosse il suo peso ad avere accelerato quella che poi è risultata essere la necrosi della testa del femore. Benedette le mani del chirurgo e della robotica che mi hanno rimesso in senso e non ci penso quasi più. Con molta cautela mi siedo sul panchetto e ‘imbraccio’ la fisarmonica che usava mio figlio in tempi non sospetti, cioè quand’era ragazzino. Qualcosa avevo appreso da me e avevo imparato a strimpellare i pezzi più facili del primo corso. Il cavallo di battaglia in questo periodo era ‘Tu scendi dalle stelle’ che vorrei ripassare, magari per esibirmi in privato a Natale. Apriti cielo: non ricordo più dove sta il sol sulla bottoniera e devo cercare sulla tastiera dove sta il re. Chissà che Fiocco non si agiti, perché l’anno scorso mi si intrufolava tra i piedi per fami smettere, oppure perché gradiva. Per fortuna non succede e ho il tempo che serve per rispolverare un po’ di teoria. Intendo ripassare quanto basta per recuperare la lunga assenza di esercizio. Lo faccio anche in ricordo di mia mamma, che aveva cugini tutti abili musicisti autodidatti e amava la musica. Se riesco a ritagliare mezz’ora al giorno per dieci giorni con qualunque tempo, dovrei farcela. Sarebbe un bel regalo da offrire ai miei ospiti, tempo permettendo!
