Col caldo i fiori soffrono. In compenso avanza la frutta di stagione. Ottima quella che matura sulla pianta e che si può gustare a metro zero. È il caso del susino cresciuto spontaneamente in giardino, tra il pesco selvatico e le lagerstroemie. Me ne sono accorta tardi, quando la pianta era già troppo cresciuta, per estirparla. E meno male! Adesso è una meraviglia, con tutte quelle gustosissime palline gialle che pendono dal ramo reclinato sul mio giardino. Susine della varietà “Gocce d’oro”, mi ricordano quelle, squisite, che mangiavo quand’ero bambina dalla zia in Friuli. Può essere che il passato ci metta qualcosa di suo per addolcire il presente, ma anche al netto della nostalgia questi piccoli frutti cresciuti dentro casa sono una vera delizia. E non sono i soli: si sono accomodati, in angoli differenti, un fico, un ciliegio, un sambuco che fanno buona compagnia alle piante da fiore. Con gli anni, lo spazio verde si è molto popolato, grazie anche ai contributi esterni della Natura. Che ovviamente ringrazio!
Autore: Ada Cusin
Pranzo al sacco
Oggi mare, con puntata successiva alle terme di Bibione. Frinire accogliente delle cicale in prossimità della pineta. Spiaggia pulita e quasi deserta, mare trasparente tanto da vederci le increspature sabbiose sotto i piedi, piante pioniere ai bordi degli ingressi… ma la cosa più liberatoria trovo che sia pranzare al sacco nel parco, tra gli oleandri e qualche minuscola formica in cerca di clienti. Da un sacco di tempo non mangiavo più al sacco, che in realtà è un sacchetto bianco di carta con dentro il menu odierno: verdure cotte e crude, una mela verde, un panino, una bottiglia d’acqua, bustine per condire e posate, ovviamente usa e getta. Credo di aver fatto un’esperienza simile in colonia tanti decenni fa, quella non esaltante, tanto che i miei genitori dovettero venirmi a prendere, perché dimagrivo a vista d’occhio. Ricordo che nascondevo il formaggino della merenda sotto la sabbia… per evitare rimbrotti nel tentativo di farmelo ingoiare. Avevo un costumino nero e un cappello di paglia come copricapo. Al pomeriggio era d’obbligo un riposino su una branda pieghevole: chiudevo gli occhi, nella speranza, riaprendoli, di ritrovarmi a casa! Bei tempi? No, per niente! Molto meglio ora assaporare il mare mordi e fuggi, con la consapevolezza di averlo scelto e di introiettarlo dentro perché agisca come una medicina miracolosa. Di quelle da assumere a piccole dosi con effetto onda lunga. Buon per chi riesce a farne scorta senza pericolo di indigestione!
Filosofia (utile)
Il lunedì è il giorno che mi piace di più, perché mi consente di progettare la settimana secondo una scaletta ottimistica di eventi positivi. Il bel tempo aiuta, eccome! Stamattina mi ha colto la fioritura delle lagerstroemie (nome difficile, assegnato alla pianta in omaggio all’uomo d’affari svedese Magnus Lagerstrom, 1691 – 1759) che ho sul lato nord della casa, praticamente in parallelo con quelle del viale, le mie rosa, in contrasto con quelle, viola. Una bella esplosione di colori in piena estate, quando il solleone toglie colore e vigore agli altri fiori. In più con lo sfondo delle cime serene: una premonizione… un messaggio di ottimismo, una manciata di buonumore. Il tutto gratis, perché le cose più belle sono a portata di mano. Convinzione personale, ma che giunge da molto lontano, attraverso la saggezza dei grandi, come l’imperatore e scrittore Marco Aurelio, che sintetizzava la sua filosofia nel seguente invito: “Quando ti alzi al mattino, pensa quale prezioso privilegio è essere vivi: respirare, pensare, provare gioia e amore”. Grazie Marco Aurelio, ci provo…
Resilienza
Anche stamattina il buongiorno me lo danno le rose: allungate oltre la siepe di fotinie (photinia il nome scientifico) alla ricerca di luce e di sole. Sullo sfondo i monti che sembrano colline e il cielo azzurro come obiettivo finale. La parola obiettivo è intrigante, mi costringe a interrogarmi: cosa farò oggi, giornata festiva? Non siamo più in fase lockdown, il coronavirus si è assopito ma è ancora in circolazione. I presidi sanitari vanno mantenuti e muoversi richiede ancora molta prudenza. La mia vita sociale era piuttosto contenuta, ma partecipavo volentieri al cineforum del mio paese e alle serate musicali per i colmelli. Non mancavo gli incontri con l’autore e approfittavo della festa dell’ambiente per gustare prodotti locali in un contesto di cordiale condivisione. Non mi sono ammalata e ammetto che questo è un bel vantaggio. Però… mi sono intristita, come se dovessi scontare una punizione per un peccato che mi sfugge. La denigrata (per vari aspetti) tecnologia mi dà una mano a connettermi col resto del mondo pur restando a casa, che riconosco essere un rifugio, col rischio però di diventare una palla al piede. Mi chiedo e ci chiediamo tutti: quanto ancora durerà? Potremo tornare alla disinvolta e lieta normalità di una volta? Intuisco che i due aggettivi lieta e disinvolta andranno modificati, se non proprio eliminati. L’esame di coscienza mi auguro favorirà una nuova ripartenza, su basi essenziali. Osservo le rose, imperturbabili nella loro scalata verso il cielo: hanno resistito alla pioggia, al vento, persino alla tempesta. Se questa non è resilienza da copiare…
Idillio
A lato della cucina, in posizione soleggiata le piante di ortensie nel corso degli anni si sono moltiplicate e mischiate, consentendomi di allestire vari bouquet colorati. Quando il sole picchia forte, le foglie verdi si afflosciano insieme coi capolini, che tornano a rialzare il capo di sera, dopo abbondanti annaffiature. È sempre stata una mia preoccupazione proteggerle dai raggi inclementi della tarda mattinata, tanto che avevo predisposto degli ombrelloni per ripararle dall’arsura. È successo che un paio d’anni fa, è nato spontaneamente un fico, giusto al centro dell’ampia aiuola, che io definisco “isola”, per la posizione e per l’ampiezza. Il fico è cresciuto notevolmente, ha messo frutti, per ora non buoni, trattandosi di una pianta selvatica, e ombreggiando meravigliosamente le ortensie, che immagino ringrazino. Io di sicuro mi trovo con un problema in meno: non recupero i vecchi ombrelloni sbrindellati dal vento, che restano chiusi a riposare in garage, e risparmio acqua. Sembra che tra il fico e le ortensie sia nata una bella amicizia, perché li vedo bene entrambi. Forse è una deduzione accomodante, ma sta di fatto che i fiori non sono sfiancati. Se si sono scelti per un reciproco vantaggio, significa qualcosa. Meno male che non ho estirpato il fico invadente e che lui si è fatto apprezzare. Madre Natura docet!
Viluppo
Fine luglio. Con il caldo le fioriture diminuiscono, perdono vigore. Resiste la rosa canina, chiamata anche rosa di macchia o rosa selvatica, che colgo in un viluppo di rami costrittivi in un angolo del mio giardino. Immagino che mi chieda una mano per liberarsene. Entro sera provvedo. Intanto osservo, scatto e penso per analogia alla condizione umana. Senza pretese filosofiche. Alzi la mano chi è senza grovigli, impicci, impedimenti. Trovo che le persone più interessanti siano quelle che hanno combattuto e sostengono tuttora quotidiane battaglie. Un post it appiccicato con lo scotch sul bordo del mio frigorifero dice: Sono le nostre cicatrici che ci fanno diventare speciali. Beh, se fossi nata rosa canina tenterei di districarmi dalla presa dell’erba infestante. Salvo cedere all’abbraccio, se si rivelasse più protettivo che distruttivo. In sintesi, ciò che leggo dietro al gruppo vegetale è la rappresentazione della lotta quotidiana di ognuno, in poco o tanto accanimento, perché la vita non è un gioco. Distribuisce ferite ma regala anche tanta consolante bellezza.
More per dessert
Giornata perturbata: stamattina (ieri) molto caldo, al pomeriggio afoso, verso sera nuvoloso. Prima che piova vado nell’orto dei semplici – ne ho parlato in un altro post – a raccogliere le more: grosse, nere, invitanti che si staccano facilmente dalla pianta e si sciolgono in bocca. Trattasi di more di rovo coltivate, per nulla esigenti e diventate nel tempo una bordura rustica dello spazio dedicato. Mentre mi sposto con cautela tra aromatiche ed erbe varie, mi avvolge un profumo di menta che sale dal basso: un giorno o l’altro verrò a raccoglierne le foglie per prepararmi un mojito. Un pomodorino ciliegino è giunto a maturazione e mi sembra un ottimo ingrediente da aggiungere al mio pasto frugale. Per oggi, il pezzo forte sono le more, in compagnia di qualche prugna che raccolgo in fase di rientro in cucina. Osservando il mio paniere, trovo Il viola delle prugne rasserenante, il nero delle more energizzante, mentre il pomodoro rosso dà un tocco di colore che vivacizza l’insieme. Un godimento per gli occhi e per il palato. Un dono di madre natura.
Aurora dalle dita rosate
Uno dei vantaggi della pensione è gestire il proprio tempo, non dipendere più dall’orologio per andare al lavoro, sovvertire i ritmi delle attività. È quello che capita a me, che avrei pagato oro poter dormire un po’ di più alla mattina, quando ero in servizio. Adesso che potrei poltrire, mi sveglio incredibilmente presto. Stamattina ero in piedi qualche minuto prima delle sei. Ho sentito i tocchi del campanile giusto mentre aprivo gli scuri, su un cielo ancora lattiginoso. Puma, la mia gatta non ha abbandonato il bordo del letto, per la consueta razione di croccantini, il che mi ha indotto a supporre che fosse troppo presto anche per lei mettersi in movimento. In ogni modo ho anticipato le modeste attività della mattina, compreso il saluto ai fiori, non ancora irrorati dai raggi del sole, assonnato pure lui. Ma ecco che qualcosa si muove nel cielo, dei bagliori sommessi preludono… all’aurora dalle dita rosate, per dirla con un’espressione che recupero dagli studi liceali: inizia lo spettacolo di un nuovo giorno! Inevitabile per me immortalare l’alba, con le sue morbide trasparenze. D’altronde è la realtà che mi stimola a scrivere, mentre la fotografia mi dà una mano a selezionare i soggetti. È un hobby che mi fa bene e che mi piace condividere, in totale libertà.
Skyline domestico
Circa tre mesi fa avevo interrato dei semi di girasole, pianta che già mi aveva dato soddisfazioni. Per evitare l’interesse delle lumache, imperterrite scalatrici, avevo sistemato il vaso a rispettabile altezza da terra, sopra un bidone blu capovolto. La cautela non è bastata perché le piantine nate sono state divorate comunque dalle chiocciole. Salvo una, quella nata al centro del vaso che è cresciuta in maniera incredibile, infilandosi tra i fili di ferro che sostengono i tralci della vite americana e sembra voler scalare il cielo. Per fotografare il girasole che spazia dall’alto sul tetto dei vicini sono salita sulla sedia, provando ammirazione per la sua crescita. Una sorta di skyline domestico che immette energia e buonumore. La competizione esiste anche in natura, dove la sopravvivenza può essere dovuta al caso, oppure alla messa in opera di strategie impegnative tanto quanto quelle umane. Il gigante giallo che occhieggia tra i camini del vicino, voglio sperare che guardi con benevolenza anche dentro casa mia. Se poi ci mettiamo che nel linguaggio dei fiori è segno di felicità e dedizione e in Cina simboleggia longevità e fortuna…
In memoria di Paolo Borsellino
Il famigerato 19 luglio 1992 mio figlio aveva quattro anni e io lo accudivo con la dedizione naturale di tutte le mamme. La notizia del tragico attentato al giudice Borsellino, di poco succeduto a quello dell’amico Falcone non mi distolse dalle cure materne ma mi provocò grande turbamento. Pensai a qualcosa di tangibile da proporre al mio bambino, che intanto rendesse familiare l’immagine dei due amici giudici, vittime della mafia. Optai per un poster da affiggere in camera, dove salutare ogni sera i due grandi uomini che si sorridono a vicenda, prima di andare a letto, per una sorta di preghiera laica che voleva essere anche un segno di gratitudine. Il poster è rimasto al suo posto, mio figlio è diventato un uomo. Con discrezione, ritengo che la coscienza civile abbia operato e continui a dare i suoi frutti. Dopo quasi trent’anni dalla strage, la memoria non si è spenta, anche se non tutto è stato chiarito. Quest’anno la pandemia vieta assembramenti e riduce al lumicino le cerimonie. Tuttavia anche il silenzio ha una sua voce. Io la percepisco nel rispetto, nella riflessione, nella preghiera. E conto di essere in buona compagnia.
