Fa male leggere certe notizie, non solo per il fatto in sé, ma per la scia di amaro che lasciano nel lettore, praticamente una doppia delusione. Mi riferisco all’articolo letto in tarda mattinata sul Gazzettino, dal titolo: “La pandemia a Nordest”, con sottotitolo: “Un medico offre 100 euro per un certificato vaccinale”. È successo a Vacil di Breda (se ricordo giusto) e il fatto si commenta da solo, un tentativo di corruzione messo in atto da un professionista che dovrebbe avere a cuore la salute, sua e degli altri. Dubito che conosca l’articolo 32 della Costituzione, che invito ad andare a leggere. Ad aumentare la preoccupazione, leggo che in provincia di Treviso hanno rifiutato il vaccino 90 medici e 300 infermieri: un record al ribasso, battuto solo da Verona. Non intendo aprire polemiche, mi limito a dire che ho fatto la prima dose del vituperato AstraZeneca il 4 maggio scorso, senza effetti collaterali, e completerò il ciclo vaccinale a fine mese. Se fosse stato possibile, mi sarei fatta vaccinare anche prima, non perché abbia una fiducia cieca nella scienza, quanto perché ritengo sia al momento l’unica arma disponibile per contrastare la pandemia, a integrazione delle norme igieniche anti-covid. Senza la salute, tutto il resto diventa secondario, perciò mi deprime pensare che in ambito sanitario ci sia tanta resistenza, a fronte delle innumerevoli vittime registrate in corsia, anche tra gli operatori sanitari. Peggio ancora che ci sia chi fa il doppio gioco e finge di vaccinarsi, per il dio denaro. Non so come evolverà la situazione, sento che sta aumentando l’indice di diffusione del contagio, e calando la fiducia nella risoluzione a breve del problema. A novembre sarò operata all’anca, dopo sei anni di convivenza con l’artrosi: spero di tornare a casa con le mie gambe, senza portarmi dietro gli effetti collaterali della mancanza di senso civico e/o ipocrisia altrui, che a quanto pare alberga dovunque.
Autore: Ada Cusin
Gladiolo fuoriuscito e coraggioso
Alla base del ciliegio giapponese ho fatto mettere del telo di plastica, riempito di sassi, perché non cresca l’erba. Negli anni passati c’erano dei bulbi di gladiolo, trasferiti in altra zona del giardino. Evidentemente uno è sfuggito, si è infilato tra il tronco e i sassi… e sta sbocciando, di un bel colore giallo vivo. Ammetto che parteggio per lui, non mi sogno di toglierlo, lo osservo di ora in ora, gustandomi l’esplosione dei fiori lungo lo stelo. Anche quando sono in studio, sbirciando dalla finestra quasi mi commuovo, pensando alla capacità di adattarsi della natura, che trova soluzioni in contesti problematici. Il gladiolo fuoriuscito si è fatto strada, nonostante gli impedimenti, per donarmi bellezza e spronarmi a non buttare la spugna quando l’apparenza è avversa. Come insegna Leonardo da Vinci, osservare la natura è una grande scuola, tra l’altro a portata di mano e senza costi aggiuntivi. Mi convinco ogni giorno di più che sono in buona compagnia con piante e fiori, cani gatti e canarini, le tortore dei vicini e i merli che zampettano tra muretti ed aiuole. Se proprio devo segnalare una cosa che manca, è l’acqua di un torrente che scorra chiacchierina, ma la trovo a un paio di chilometri a Cavaso, nel paese confinante, presso il supermercato dove vado di preferenza a fare la spesa. A ben condiderare, al netto del mare, qui in Pedemontana del Grappa si sta bene: via dalla grande folla, in un contesto silenzioso e curato. Il tocco festoso della campanella posizionata sopra il Municipio di Castelcucco mi informa che sono le ore 14.30, ora di postare il mio pezzo quotidiano.
San Camillo e Camillo
Oggi 14 luglio è san Camillo de Lellis (Chieti, 25.05.1550 – Roma, 14.07.1614), patrono universale dei malati, degli infermieri e degli ospedali. Mi spiace non poter fare gli auguri di buon onomastico a mio cugino, Camillo Cusin, mancato prematuramente lo scorso marzo. Così gli dedico il post di oggi, in segno di affettuoso ricordo. Non ho mai scritto di santi, ma mi attrae la storia di Camillo de Lellis, giovane abruzzese poco promettente, che fonda la Compagnia dei Ministri degli Infermi ed assiste i malati fino alla morte, avvenuta nel convento della Maddalena il 14 luglio 1614. Naturalmente non dall’oggi al domani, ma dopo essere passato attraverso varie tribolazioni. Il padre lo avvia alla carriera militare, cui deve temporaneamente rinunciare nel 1570 per un’ulcera al piede. Diventa soldato di ventura a Venezia e poi in Spagna. Decide di abbracciare la vita religiosa e si fa frate cappuccino. La ferita al piede lo avvicina al mondo della sofferenza e dei malati, di cui è protettore. Interessante parabola della vita: discendente da famiglia nobile, Camillo si dedica come infermiere al servizio dei malati, sotto la direzione di san Filippo Neri. Non so se mio cugino Camillo fosse devoto a san Camillo de Lellis, descritto come un gigante. Anche Camillo aveva una statura notevole, era generoso e di animo mite. Sapeva cucinare un ottimo risotto con salsiccia e radicchio, condiviso coi cugini durante una rimpatriata qualche anno fa. Mi spiace non ci sia più, eravamo quasi coetanei. Però mi rimane il ricordo di una persona buona e silenziosa, con un nome che gli calzava a pennello.
Tecnologia ed Esperienza
Salve! Uso questa espressione augurale latina, che significa “Stai bene”, sia perché ce n’è bisogno, in generale, sia perché me la attribuisco, avendone necessità. Ieri non ho scritto il post perché avevo appuntamento con il chirurgo ortopedico per la mia anca, ormai bisognosa di protesi. Il dottor Giovanni Grano è uno specialista acclarato in questo ambito e mi affido a lui per rimediare alla mia deambulazione oramai compromessa. Ho convissuto con il problema per oltre cinque anni, affidando alle infiltrazioni di acido ialuronico la terapia conservativa della cartilagine rimanente, che nel mentre è sparita. Mi ero quasi affezionata alla ortopedia di Feltre, dove il cordiale dottor Guido Mazzocato si è preso cura della mia anca per parecchio tempo. Sapevo che sarebbe arrivato il momento… dell’intervento, perché anche mio padre dovette affrontarlo, tanti anni fa (prova che i figli ereditano anche le “magagne”). Però stavolta c’è una novità: potrei essere operata dal robot! Intervento mini invasivo, con degenza abbreviata. In generale non ho simpatia dei robot e il dottor Grano è pure un uomo piacente, ma vince l’idea di stare in ospedale il meno possibile e di fidarmi, una volta tanto dell’alta tecnologia, approdata all’ospedale san Bassiano di Bassano del Grappa (VI), nel reparto di ortopedia, di cui il dottor Grano è primario. Spero che il mio atto di fiducia venga premiato e che la mia gamba sinistra faccia concorrenza alla destra (in tempi passati muovevo i passi a tempo di valzer e di tango). Scriverò il seguito di questo post tra un paio di mesi o giù di lì. Apprezzerei molto che uno dei lettori del blog mi dicesse la sua. Salute a tutti!
Ombre sulla nascita
Mia madre faceva l’ostetrica, anzi la levatrice come preferivano chiamarla le donne che partorivano a casa, prima dell’ospedalizzazione del parto. Le ho dedicato un libro intitolato C’era una volta l’ostetrica condotta, piccole storie di donne grandi, presentato nel 2008, l’anno dopo la sua dipartita. In copertina una bella foto di lei sulla lambretta, il suo cavallo di battaglia, con me sul sellino posteriore: foto simbolica del viaggio della vita. Per un certo periodo, mia madre lavorò anche in ospedale, reparto Ginecologia dove le mamme sostavano con i neonati fino alle dimissioni. Una volta la seguii, per assistere a un parto in diretta: super emozionante, provare per credere. La nascita è un evento straordinario, che ti riempie di energia, se tutto va bene. A casa il parto era più naturale, ma rischioso in caso di problemi. Oggi molti considerano la nascita in ospedale alla stregua di una malattia. Comunque sia, quando una creatura viene alla luce, chi assiste al prodigio dovrebbe sentirsi in festa. Clima festoso non doveva esserci nel reparto di Ginecologia dell’ospedale santa Chiara di Trento, se in cinque anni ci sono state 62 dimissioni. La Procura ha aperto un fascicolo sulla scomparsa della ginecologa Sara Pedri, scomparsa dal 4 marzo scorso. Leggo di liti in sala parto e addirittura di lancio di strumenti… spero siano esagerazioni. Sta di fatto che la 31enne di Forlì non era più la stessa e non si sa che fine abbia fatto, anche se il ritrovamento della sua auto nei pressi di un ponte non fa ben sperare. Intanto il direttore generale è stato trasferito e pure il primario del reparto. In attesa di conoscere il seguito della tristissima vicenda, mi chiedo come un evento così luminoso come la nascita può essere oscurato dalla fragilità umana, magari lasciata allo sbaraglio.
In favore del Silenzio e della Poesia
Sabato pomeriggio, non so cosa scrivere. Da sotto il glicine mi godo la pausa pomeridiana, con il ronzio di qualche bombo tra i profumati fiori viola. Tra poco l’ambiente sarà invaso dal ronzio delle due ruote che partecipano ad un motoraduno a ridosso dei campi, vicino al cimitero dove abito. Allora abbandono il mio posto dell’anima e mi rifugio in casa. Non sono contraria alle moto ma al rumore che fanno (specie quelle truccate), vale anche per le auto e per chi racconta i fatti suoi al telefonino, noncurante degli altri. Ammetto di essere diventata fastidiosa e di apprezzare il silenzio molto più adesso, di quando ero giovane. Sarà effetto collaterale dell’età… immagino di essere in buona compagnia. Comunque sia, ritengo il silenzio indispensabile per una efficace introspezione. Per questo mi piace la poesia Il Faro e La Luce del mio amico Noè, che ha lo stesso titolo del dipinto in copertina dell’omonimo romanzo: una triangolazione che ha la sua ragion d’essere. Il poeta crea la poesia che genera il dipinto che sintetizza il contenuto del romanzo. L’ autore si identifica nel faro quando dice: “mi sento/come il solitario faro/”, riferendosi allo stato di isolamento dell’artista, che soffre della condizione di isolamento, tanto da desiderare di essere altro “come l’onda marina/che sospinta/dal docile soffio/s’infrange/sulle lisce scogliere/ Ma prevale il senso di responsabilità e la poesia si chiude con un ritorno al ruolo di guida, specifico del manufatto e dell’artista: “Ma rimango nel faro/per ammirare/il roseo tramonto/nell’attesa/di quell’abbraccio giocondo//. Ecco, ho detto quello che mi è sfuggito giovedì sera, durante la presentazione. A ristoro della suggestiva poesia e del silenzio.
Letteratura “alta” e “bassa”
Per una strana coincidenza, ieri sera ho presentato il mio ultimo libro Il Faro e la Luce, e in tarda serata ho assistito in tivù alle ultime votazioni per la cinquina di scrittori in corsa per il Premio Strega 2021: la letteratura protagonista, anche se in contesti diametralmente opposti. Per esperienza diretta, parlo della mia serata letteraria, compiaciuta che la gente apprezzi ancora i libri e un pochino chi li scrive. Nonostante il tempo avverso, il pubblico c’era, attento e partecipe. Tra i presenti, i miei ex alunni Federico, Manuel e Gloria, un terzetto speciale (erano bravissimi già alle medie), l’amico d’infanzia Roberto, le amiche da una vita Marcella, Alda, Maria, Norina… gli amici recenti Floriano, Gilberto, Noè anche in veste di poeta e pittore, Giancarlo, mio mentore e relatore, Lucia nel ruolo di protagonista, amica e cantante, Lisa che ha letto dei passi con espressività e maestria. Valentina ed Elisa, amiche di mio figlio sono state per me una visione gradevolissima, perché mi hanno considerato indipendentemente dal ruolo genitoriale. Susi era in fondo alla sala ma vicino al mio cuore. Margherita e Chiara, le più giovani, emanavano il profumo stuzzicante del futuro. Il tempo inclemente ha ridotto le presenze ma l’atmosfera creatasi era di empatia e di interesse. Col senno di poi potevo fare meglio, tuttavia ringrazio chi c’era e chi avrebbe potuto esserci, ma ha desistito per il maltempo. Rispetto al Premio Strega, divido la soddisfazione dell’esito della serata con i miei collaboratori e con il pubblico, ringraziando sindaco e vicesindaco Adriano e Giampietro per l’appoggio e la presenza, ormai ricorrenti. Di Antonella, impiegata multitasking onnipresente sentiremo la mancanza quando andrà in pensione. Data l’ora tarda e la mente annebbiata, mi scuso se ho trascurato qualcuno. Verso mezzanotte è stato proclamato il vincitore della LXXV edizione del Premio Strega: Emanuele Trevi, con l’opera Due Vite, Einaudi Editore. Credo che entrambi ci siamo coricati contenti.
Stasera incontro con l’autore
Giovedì, giorno di mercato in paese, oggi quasi trascurato perché stasera c’è l’incontro con l’autore – che sarei io – e devo fare le prove audio in Centro Sociale. Per fortuna c’è quel mago che risponde al nome di Manuel che sopperisce a tutti i difetti strumentali dell’attrezzatura obsoleta: lui porta da casa proiettore e microfoni, pc portatile, cuffie, chiavette… e soprattutto il suo entusiasmo giovanile che unito alla competenza sono una doppia risorsa. Io ci metto una pianta di curcuma, la più simile ai fiori viola di Iris che compaiono magicamente sulla parete, per accogliere il pubblico in entrata. In uscita ci penserà Lucia, che interpreterà il dolce brano di Biagio Antonacci intitolato Iris. Quello che succederà tra l’inizio e la fine dell’incontro rimane per ora top secret e dovrete venire a vederlo coi vostri occhi. Spero che il tempo sia clemente e non comprometta ciò che abbiamo preparato con cura, perché trattasi di lavoro sinergico, dove confluiscono diverse arti: poesia, pittura, scrittura, lettura espressiva, musica, pedagogia… e umanità generosa, illuminata dalla conoscenza. Ringrazio pubblicamente i miei collaboratori e chi mi ha sostenuto nell’impresa di offrire un momento di leggerezza, dopo tanti mesi di distanziamento sociale. La mia gratitudine si estende all’amministrazione comunale, sempre sensibile alle proposte culturali. La presenza del pubblico costituisce il prezioso corollario dell’evento. Non è obbligatorio acquistare il libro, ma sarebbe un conforto se potessi avere un riscontro della lettura. Perché temo che continuerò a scrivere.
Felice incontro
A mezza mattina, mentre sbircio il quotidiano seduta con Lucia su una panca bordo marciapiede, nella zona concessa dal comune al bar Mirò vedo sfrecciare due cordate di giovanissimi con i rispettivi conduttori: zaini in spalla, berrettini, magliette colorate, volti sorridenti. Il giovane che fa da guida mi saluta… è un mio ex alunno delle medie, ora impegnato nel sociale. Colto il mio stupore, si trattiene a darmi informazioni riguardo al tempo passato, chiarendo che ha pure un fratello gemello. Per Lucia, fisionomista e più giovane di me le cose vanno meglio, tant’è che riconosce tutti. Tuttavia qualcosa si mette in moto nella mia mente e riemergono dal dimenticatoio volti di ragazzini, cresciuti e diventati ora uomini. È una soddisfazione constatare che non si siano scordati della loro insegnante. Il tempo di scambiare due chiacchiere e un’altra comitiva giunge dal lato opposto; la conduce una sgambettante ragazza riccioluta che vedo da dietro, anche lei un’ex brava alunna di una decina di anni fa. Lucia si informa sulle ragioni del movimento e scopro che è in corso… una caccia al tesoro paesana! Che meraviglia – penso tra me e me – magari mi fosse capitato di partecipare a un’escursione del genere, per conoscere il paese, anche nei suoi anfratti! Forse oggi possiamo chiamarlo “Turismo di prossimità” e quello che attrae è che sia finalizzato a conoscere ed apprezzare ciò che abbiamo a portata di mano. A costo zero e grazie all’impegno di tanti giovani cresciuti bene, come Anna e Samuele, incrociati stamattina per le vie del paese.
Ciao, Raffaella!
Non so se posso definirmi una fan di Raffaella Carrà, nel senso che non ero abbonata ai suoi programmi televisivi. Però ne ammiravo l’esuberanza e la disinvoltura nell’intrattenere il pubblico, sia grazie alle sue performance fisiche, sia alla gentilezza della conversazione soprattutto telefonica. Che fosse bionda (ossigenata) poteva essere un deterrente, perché preferisco i capelli al naturale, ma nel suo caso ho sorvolato. Da ragazza le ammiravo il ventre piatto, mentre mi lasciava del tutto indifferente l’ombelico esibito, che pare abbia dato uno scossone all’Italia bacchettona. Mi sarebbe piaciuto averla come zia, o sorella maggiore, perché la percepivo affidabile e rassicurante. Dietro la smagliante figura di soubrette, credo fosse una persona di spessore, amata dal pubblico che l’aveva a cuore. Anche impegnata con discrezione nel sociale, il che le fa onore. Leggo che ha vissuto con riservatezza la malattia, per non turbare i moltissimi fan, come fece il grande Fabrizio Frizzi. Concordo con chi ritiene sia stato un atto di delicatezza nei confronti del suo pubblico, preservarlo da interesse talora morboso verso un personaggio che aveva rifiutato la parte di diva. Insomma, una lezione di eleganza nel mare magnum dello star system. Brava Raffaella, vera Signora della tivù.
