Una vita fruttuosa

È morto Desmond Tutu, Arcivescovo anglicano del Sudafrica, amico di Nelson Mandela: due uomini che hanno lottato per l’emancipazione dei neri. Premio Nobel per la Pace nel 1984, aveva 90 anni ed era malato da mesi. Il suo nome è legato all’Apartheid, contro cui lottò strenuamente, così come per la pace, la salute, i diritti umani. Contestato dai suoi superiori, per aver difeso gli omosessuali, il diritto all’aborto e al suicidio assistito. Che dire, un grande uomo che si è speso per gli altri, i più esposti al dileggio e alla violenza. Per saperne di più, vado a leggere alcune frasi che danno l’idea del suo spessore morale. Ne riporto alcune che parlano da sole: “Io sono prigioniero dell’ottimismo” (invidiabile), “Risentimento e rabbia provocano problemi di pressione e di digestione”, “Mi piacerebbe sapere tacere, ma non ne sono capace e non lo farò”, “Fai la tua piccola parte di bene dove ti trovi; sono quelle piccole parti di bene messe insieme che riempiono il mondo”, “La speranza è la capacità di vedere la luce nonostante le tenebre”. Chiudo la rassegna delle frasi a mio dire più belle, con una umanissima riferita alla famiglia: “Tu non ti scegli i tuoi genitori. Essi sono regali di Dio, come tu lo sei per loro.” Nulla da aggiungere, solo ammirazione per una persona che è vissuta rendendo prezioso ogni attimo della sua vita e la cui eredità continuerà a fruttare. Certo, pochi sono tanto illuminati da spendersi così tanto, ma testimonianze esemplari tirano su il morale e distolgono l’interesse dal male (che colpisce sempre per primo) per farci sentire quanto è benefico il bene. Pensando all’invito di Papa Bergoglio di chiedere il dono dell’ottimismo, adotto la prima frase dell’arcivescovo Tutu, sperando di essere imbrigliata anch’io nell’ottimismo, da spalmare (e magari diffondere) per tutto l’anno che sta per arrivare.

La paura…che fa paura

Il covid ha messo sotto silenzio le nostre relazioni sociali: parole di Papa Bergoglio. Esattamente un anno fa arrivavano le prime vaccinazioni anticovid. La situazione è dieci volte meno pesante di un anno fa, ma non ne siamo ancora fuori. C’è ancora chi ha più paura del vaccino che del covid. Un medico intervistato ha detto: “Queste persone hanno scelto la loro causa di morte e noi non possiamo farci niente”. La paura è una brutta bestia. Sono desolata di non poter fare nulla per convincere gli irriducibili a ricredersi. Forse posso fare qualcosa per gli indecisi, ricordando un episodio della mia infanzia. Avevo 6/7 anni quando mia mamma, ostetrica mi portava in ambulatorio del medico condotto che lei aiutava durante la somministrazione dei vaccini antipolio, antidifterite, anti altro che non ricordo in un clima cordiale, quasi festoso. C’era una cesta di giocattoli per ammorbidire i bimbi intimoriti dal camice bianco del medico e di mia mamma che si adopravano ad allentare la tensione. L’operazione si svolgeva in circa un paio d’ore o più – allora c’erano molti più bambini di adesso – e alla fine tornavo a casa con la sensazione di aver partecipato ad un evento importante. Spero anche i piccoli pazienti, di età compresa tra i due e sette/otto anni (vado a memoria). Per dire che anche chi si ostina a non vaccinarsi contro il covid, a suo tempo è stato trattato contro le malattie infantili, senza riportarne danni. Ci saranno le eccezioni, per aver subìto danni collaterali oppure per omessa vaccinazione. Nel complesso sono stati salvati molti bambini da esiti letali o altamente invalidanti di malattie ora sconfitte. Parlo ovviamente da profana, ma va riconosciuto il progresso della scienza in questo ambito. Non vedo perché non dovremmo fidarci degli scienziati contemporanei, coinvolti nella spasmodica ricerca di debellare la pandemia. Conosco le obiezioni e intuisco la paura, che è comprensibile finché non diventa patologica. In tal caso fa altrettanti danni del covid e forse anche di più.

Momento Poetico

Cari lettori del blog, data la giornata speciale mi sono concessa un momento poetico, che ho intitolato IL NATALE CHE VORREI. Lo posto quale augurio di poter finalmente uscire dalla crisi che tanto ci ha provato e ancora ci attanaglia. Le previsioni meteo davano pioggia, elemento purificatore. Qui non ha ancora piovuto, come da previsione e di primo pomeriggio si intravede un certo chiarore. Attendo il crepuscolo, per verificare se il mio desiderio potrà avere un riscontro, conforme la parte finale della poesia. La giornata è carica di ansie e di aspettative…ognuno ci metta qualcosa di suo per accogliere al meglio il futuro che mi auguro benevolo. Ecco il testo: VORREI UN NATALE/BAGNATO, CON LA PIOGGIA/LEGGERA SUI CUORI RIGONFI/DI ANSIE E DI TREMORI/ANCORA RADICATI/DOPO TANTI MESI/PRIVATI/DI SALUTE E LIBERTÀ./MAGARI AL MEZZODÌ/UN RAGGIO DI SOLE/IRROMPESSE/TRA LE NUBI SPESSE/A CAMBIARE/ATMOSFERA/E REGALARCI/ALLA SERA/UN TRAMONTO/SUGGESTIVO/INDICATIVO/D’UN FUTURO/CLEMENTE/PER LA GENTE/FIDUCIOSA CHE DOPO/SARÀ MIGLIORE DI ADESSO.//

Doni

Vigilia di Natale: fisioterapia e parrucchiera alla mattina, così mezza giornata è già occupata. Niente cenone e riunioni endofamiliari, telefonate e visite brevi per consegnare pensierini e fare gli auguri. Percepisco una certa fretta nelle persone, che anticipano i messaggi augurali forse temendo di trovare le linee intasate il dì di festa, la più importante per i cristiani. Io mi adeguo e non me ne faccio un cruccio, perché è il pensiero che conta: se è fatto col cuore, va bene anche in anticipo. In questo senso ho provveduto anch’io stamattina, rinviando a domani l’augurio ad altri contatti. Mi piace pensare che ci siano persone “intimiste” che apprezzano il lato privato della festa, quello meno appariscente, in consonanza con la semplicità della capanna e l’umiltà dei personaggi di contorno alla Sacra Famiglia. Però mi sovviene il dubbio che dipenda dal fatto che non ho mai goduto a fondo della spettacolarità della festa, fatta anche di lustrini e cotillons (regali). Comunque ho ricevuto dei doni da persone care, che sono il dono più apprezzato (le persone care): un libro, una tovaglietta con un cuore, biscotti fatti in casa, un’orchidea gialla e una focosa Stella di Natale, un Babbo Paracadutista, salviette per il viso, un calendario con i gatti, un’altra stella di Natale…e presumo che l’elenco si allunghi. Graditi anche i pensieri da parte della farmacia di fiducia, dell’estetista e della parrucchiera personali. Da ultimo mi fanno molto piacere le telefonate impreviste e i messaggi non scontati, della serie: “ci sono e ti ricordo”. Nelle prossime ore farò una rassegna dei piccoli regali fatti con il cuore e li deporrò ai piedi dell’albero o nei pressi del presepe, offrendo magari una poesia (se mi viene). Intanto, buona vigilia a tutti!

Una bella storia

Le belle storie stanno bene col clima natalizio. Anzi, stanno bene sempre, ma in questo periodo di aspettative e di riconciliazioni familiari (si spera) conferiscono un valore aggiunto ai buoni propositi. Stamattina, in coda al telegiornale risento la storia di un ragazzo straniero, sentita qualche giorno fa, che merita di essere raccontata. Il ragazzo ha vent’anni, nero. Giunto dall’Africa in cerca di fortuna, tramite un drammatico soggiorno forzato in Libia, approda in Italia, regione Veneto, in un’azienda che alleva animali (mucche, maiali) di cui si occupa dalle cinque di mattina, sotto la guida dei padroni che in breve diventano Mami e Papi. Immagino che dietro questa affettuosa scelta verbale ci sia un lungo percorso di osservazione reciproca, andata a buon fine per la dedizione al lavoro del giovane immigrato e per la generosa accoglienza dei titolari dell’azienda. Mohamed a breve sarà assunto stabilmente in un allevamento di polli e potrà contare su un futuro di riscatto. Non tutte le storie dolorose hanno un lieto fine come questa, frutto non del caso: operosità e generosità si sono date la mano, costruendo insieme un modello di convivenza. Ammiro i due coniugi che hanno contribuito a dare una seconda vita al ragazzo, che si è sentito finalmente accolto, dopo un passato di traversie. Hanno compiuto molto più di una buona azione: hanno visto nel bisognoso e nel diverso un fratello. Complimenti a tutti e tre, che si meritano di trascorrere un felice Natale.

Armonia

Casualmente sento la canzone L’odore Del Mare, di Tiromancino e Carmen Consoli, di cui mi cattura la parola Armonia verso la fine del brano, quando la cantante dice: Cerca l’armonia/Continua a respirare/l’odore del mare… Ovviamente cerco di saperne di più: cerco il testo, intenso e malinconico, con il video clip, a mio dire un’autentica chicca. Venendo a me, confesso che la parola “Armonia” mi è molto cara, la più importante del mio personale alfabeto, un obiettivo da raggiungere. Convengo con chi afferma che l’armonia è la chiave della felicità. Fulcro del pensiero filosofico di Pitagora (Samo, 580 a.C – Metaponto, 495 a.C circa), corrisponde alla “capacità di mantenere equilibrio e serenità anche in situazioni difficili”. Per la cultura cristiana indica la pace interiore. Non mi dilungo sul significato che la parola ha in musica. Mi riprometto di rivedere il pensiero dell’illustre matematico e filosofo, aggiungendo qualcosa di mio. Per me l’armonia corrisponde al benessere continuo, a debita distanza dalla felicità e dall’emozione temporanea, uno stato di soddisfazione interiore, forse noto solo agli asceti o ai santi. Ciò nonostante mi attrae l’idea di poterlo raggiungere, anche solo in alcune situazioni di emergenza oppure per fortunate coincidenze. Se dovessi abbinare l’armonia ad un colore, sarebbe un tono dell’azzurro oppure ad un giacinto in ambiente floreale. Se si potesse comperare, mi piacerebbe metterla sotto l’albero di Natale tra i doni da fare ma anche da scartare per me, che mi ritrovo a volte disarmonica. Beh, diciamo che la canzone L’odore Del Mare, sentita stamattina mi ha fatto fare un tuffo dentro di me, pregustando l’elemento naturale che più amo, il mare.

Potere della lettura

All’ultima pagina del quotidiano, riservata alle Lettere dei lettori riservo un’attenzione particolare. Nel Gazzettino è intitolata Lettere e Opinioni, titolo che mi pare appropriato perché almeno ad una missiva risponde il direttore. Mi dà l’idea di essere in un gruppo che interagisce, quasi come in una piccola classe. Stamattina mi attrae un titolo, che da solo è tutto un programma: Il potere taumaturgico dei libri da leggere, firmato da Fabio Morandin, Venezia. Intuisco il significato dell’aggettivo taumaturgico, che comunque vado a controllare: chi è ritenuto in grado di operare miracoli, potere tradizionalmente riservato ai santi, come Sant’Antonio. Nel contesto della lettera è l’amore per i libri da parte dell’autore, che raccomanda di leggerli e di regalarli, perché fanno bene. Convinzione condivisa da diversi scrittori e da molti lettori, pare aumentati durante la pandemia, il che è una bella cosa. Il libro è un dono ancora accessibile, perché non costa molto (se non contiene foto a colori), è maneggevole, di vario contenuto, non ha scadenza, fa compagnia senza disturbare. Certo bisogna incontrare il gusto del destinatario, scegliendo accuratamente tra i generi letterari e le proposte commerciali. Io leggo e produco narrativa realistica, non sono in grado di cimentarmi in opere storiche, dove eccelle un mio amico. C’è spazio per tutti, anche per chi non ha scopi editoriali, ma si accontenta di liberarsi, come la sottoscritta. Disposta a soddisfare la curiosità di chi volesse saperne di più, tramite il mio sito verbameaada.com. Ringrazio il signor Fabio Morandin per la bella lettera e auguro buone letture a tutti.

Il paracadute

Stamattina i campi davanti casa erano imbiancati dalla brina o forse si trattava di galaverna, fenomeno atmosferico che si forma in presenza di nebbia con temperatura al di sotto dello zero. Infatti ieri sera c’era la nebbia, era umido e freddo. Non mi sono mossa da casa. Del resto siamo in inverno e non stupisce più di tanto, anzi ci sta con il periodo prenatalizio. Con cautela verso le dieci ho preso la macchina e sono andata a fare la spesa nel supermercato a Fonte, senza passare per il bar perché volevo sbrigarmi in fretta. Strada facendo, sulla strada maestra dal centro verso Bassano mi ha colpito un gigantesco babbo natale di plastica, che suppongo abbia lo scopo di ricordarci il periodo attuale (e magari fare una capatina nei negozi vicini) ma che su di me ha un effetto disturbante: perché rosso, gonfio/obeso, ridicolo…non meno di quelli a penzoloni dai balconi, come ladri improvvisati. Mi spiace se sono in controtendenza, ma apprezzo altri simboli delle imminenti festività, magari più contenuti e di sostanza, tipo i biscottini fatti in casa, le tovagliette realizzate a mano, un pensiero piccolo fatto col cuore. Ho ricevuto da un amico carabiniere un piccolo oggetto artigianale in ceramica, da appendere eventualmente all’albero che rappresenta il Babbo Paracadutista…realizzato in esclusiva per l’Arma dei Carabinieri che mi fa sorridere, ma anche pensare: sorridere perché ha il paracadute, quindi si è cautelato contro le cadute, anziché penzolare dai balconi e pensare che e’ opportuno attrezzarsi di un mezzo per superare gli ostacoli della vita, tanto abbondanti in questo secondo Natale di pandemia non ancora domata. Paracadute come metafora di sopravvivenza. Il mio è intessuto di poche ma buone relazioni, di fiori, di piccoli animali, di lettura e di scrittura. Sono grata per quello che mi viene donato. Per gli eventi avversi tengo a portata di mano un paracadute provvidenziale.

Un sano ottimismo

Poco dopo mezzogiorno mi ritiro in cucina, luogo a me poco congeniale. Comunque bisogna pur mangiare e decido di fare il purè, da accompagnare alle quaglie allo spiedo che non facevo da una vita. Oggi sono quattordici anni dalla morte di mia mamma; lei era una buongustaia e apprezzava quel poco che sapevo fare, quaglie comprese che oggi ripropongo in sua memoria. Mentre sbuccio le patate, dal televisore mi giunge la voce di Papa Francesco che sta parlando ai fedeli, come di consueto a quest’ora. Poi reciterà delle preghiere in latino e impartirà la benedizione: bene, mi sento in buona compagnia, anche se la mia postazione è molto…casalinga. D’un tratto poso il coltello e presto attenzione a ciò che il Santo Padre dice e che provo a sintetizzare: la cosa più bella che possiamo fare al nostro prossimo è offrirgli un volto felice, perciò chiediamo un sano ottimismo in dono al Padreterno! Sagace di un papa, è ciò che mi serve oggi, con l’umore un po’ al ribasso. Vediamo su cosa posso contare: sto bene, c’è il sole, ieri è venuta a trovarmi un’amica con una splendida orchidea gialla (il mio colore preferito) e più tardi vedrò un caro amico. Avanti sera farò due passi col cane e un giro di telefonate prima del crepuscolo. Del resto non sono mai stata festaiola ed ora non è tempo di tirare i remi in barca, dato che noi veneti siamo tornati in zona gialla addirittura in anticipo. Mi spiace assai dover rinunciare a baci ed abbracci, limitare le frequentazioni e vivere ancora col fiato sospeso. Come ho detto a un’amica, muffin – di cui sono diventata un’esperta – e scrittura sono la mia copertura, il mio salvagente quotidiano. Chissà che tra un po’ possa dedicarmi anche ad altro, condizione sanitaria permettendo. Intanto cerco di sorridere. Saluti e Salute a tutti!

Pianeta Terra, culla o tomba

18 dicembre, Giornata Internazionale dei Migranti, istituita dall’ONU nel 2000, “per la tutela dei diritti di tutti i lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie”. Da una rapida ricerca sul web, leggo che “Si contano oggi 120 milioni di immigrati in tutto il mondo”. La parola migrante mi tocca anche per un breve romanzo che scrissi qualche anno fa, intitolato Migrante Nuda, dedicato a Zulay, amica ecuadoregna approdata in Veneto come terra promessa e vittima della strada. Conosciuta al corso serale per conseguire la licenza media (perché i titoli conseguiti nella sua terra non erano riconosciuti da noi), era brillante, comunicativa, creativa. Per mantenersi faceva la babysitter e l’ambizione l’avrebbe portata lontano. Purtroppo la sua corsa fu interrotta da un’auto che la centrò, scaraventandola su un platano a considerevole distanza. Era nata lo stesso giorno di mio figlio, aveva enormi occhi neri, una voce melodiosa. La nostra amicizia era appena salpata, come una nave che si perde in alto mare. Mi sento defraudata, privata di un bene appena assaggiato. Ieri in tarda serata, ho visto alcuni servizi del programma tivù 7, tra cui uno dedicato a una giovane coppia pakistana, con figlioletta al collo del padre, in marcia verso i Balcani. La donna, dai tratti orientali ha detto di aver camminato per giorni interi sotto la pioggia e che sdesso deve prendere antinfiammatori per i danni fisici riportati. Quelli morali sono omessi, ma facilmente intuibili. Mi auguro che ora questi sfortunati e coraggiosi genitori siano stati accolti da qualche parte, senza respingimenti. Posso solo intuire la situazione che spinge le persone a lasciare la loro terra e a intraprendere un viaggio pericoloso e spesso mortale, via mare e/o via terra. Siamo tutti abitanti dello stesso pianeta, che può essere una culla o una tomba. Ma non dipende solo dalla sorte.