Il lunedì pomeriggio, su Rete4, dopo Forum seguo il programma Dalla parte degli animali, durante il quale vedo il servizio I GATTI DEL VERANO. Per una gattofila come me è uno spettacolo: centinaia di mici d’ogni forma e colore che abitano il cimitero di cui sono praticamente i custodi, a ragione soprannominati “I custodi della pace”. I volontari si occupano delle bestiole per passione…trasformatasi in missione, come afferma una signora intervistata. Zampettando tra una tomba e l’altra, donano fusa e colore agli ospiti in visita. Trovo che l’idea di autorizzare una colonia felina in un camposanto sia vincente, perché vivacizza il luogo e non manca di rispetto ai defunti, che così hanno sempre compagnia, in un abbraccio tra creature. Un’amica che abita a Milano mi informa che in città, a breve prenderà il via la Rassegna “La città dei gatti” in concomitanza con la Giornata del gatto, il 17 febbraio prossimo, per la diffusione della cultura felina. Programma che proseguirà fino al 13 marzo, denso di iniziative culturali, compreso “Il concerto in miao”, del 19 febbraio, con musiche di Rossini, Mozart, Ravel e altri compositori. Vale la pena valorizzare questo splendido animale e sensibilizzare chi ancora non ne apprezzasse le caratteristiche. La letteratura è piena di gatti, soggetti presenti in pittura, scultura… spesso usati anche dalla pubblicità. Personalmente è l’animale che preferisco: lo ritengo una creatura complessa e affascinante, indipendente e libera. Non è un caso che le mie amiche abbiano dei gatti! A nominarle, l’elenco sarebbe lungo. Ma Erika sì, devo menzionarla perché del felino, destinatario di sette vite ha mantenuto la vitalità ed è ritornata alla vita, dopo un grave incidente. I gatti suoi e quelli rimasti soli che si è portati a casa sono stati premonitori e le fanno onore. Bentornata Erica e lunga vita ai gatti!
Mese: febbraio 2022
Fiori, colori, pensieri
Finalmente è sbucato il sole. Un paio d’ore fa una coltre di sottile nebbia avvolgeva ogni cosa, ma ora il panorama è cambiato. Ho bisogno di fiori e di colori, perciò vado al mercato per riempirmi gli occhi e nutrire lo spirito. Rettifico, non esco perché è in corso una turbolenza che fa sbattere gli scuri e solleva oggetti, non proprio da paura ma prudenza. Però permane il mio bisogno di colore, che cerco tra i miei Giacinti in fiore. Comperati chiusi al mercato un paio di settimane fa, ora mi stanno regalando colore e profumo. Li ho posizionati nel bagno a sud, in compagnia della Stella di Natale – ancora bella – di un fluente Pothos, di un paio di Gerani da talea effettuata da me, della Natalina che ha fiorito e della Spatifillo …. Effettivamente ho realizzato una piccola serra in bagno, dove mi reco con piacere. Piante verdi sono distribuite nelle altre stanze della casa. Cosa mi dà un fiore?Un piacere pulito, disinteressato, un istantaneo benessere che deriva dalla forma, dal profumo e dal colore. A proposito di questi “ingredienti”, non a caso diedi il titolo FIORI COLORI PENSIERI alla mia mostra fotografica allestita in paese nel maggio 2018. Ad ogni foto corrispondeva una poesia, secondo il mio sentire. Nella locandina promozionale scelsi però di dare spazio ai versi di Alessandro Baricco, che ripropongo: A volte le parole non bastano./E allora servono i colori./E le forme./E le note./E le emozioni. Sono tuttora pienamente d’accordo. E mi regolo di conseguenza. Se non posso uscire, causa perduranti raffiche di vento, cerco e comunico con la natura…a chilometro zero!
Musica e Scrittura Creativa
Domenica uggiosa. Per tirarmi su preparo i muffin con mandorle e carote, che almeno mi profumano l’ambiente. Poi ne porto un presente a Lucia, che mi illuminerà sul festival di Sanremo, argomento sul quale non sono competente. Ho seguito in parte le serate, godendo il calore della stufa più che le canzoni. Nel complesso non mi è dispiaciuto: ritengo la conduzione di Amadeus da gentiluomo, opportuna la scelta di donare il bouquet di fiori anche ai cantanti maschi, gradevoli alcune interpretazioni, discutibili altre performance. Ho votato le canzoni interpretate da Giusi Ferreri, Miele e Massimo Ranieri, Lettera di là dal mare, che ha avuto il premio della Critica. Verso le 23 mi sono addormentata, perciò mi fermo qui; cedo la parola, se crede a Lucia, che ama cantare ed in ambito musicale è più esperta di me. Per deformazione professionale, mi attrae di più la carta stampata e a pag.35 del quotidiano la tribuna, che leggo al bar, trovo ciò che fa per me: Scrivere un tema vuol dire pensare e coltivare la creatività che è in noi. Autore dell’articolo Paolo Malaguti che dice la sua riguardo la protesta degli studenti, prossimi maturandi, contro la reintroduzione della prova scritta di Italiano, più un’altra legata al corso di studi. È chiara la posizione favorevole dell’estensore del pezzo che, guarda caso è docente di Lettere e affermato scrittore. Condivido il suo punto di vista e l’affermazione che la scrittura creativa è la grande esclusa dalla scuola italiana. Come Malaguti, io sono stata insegnante di Lettere e scrivo per passione. Può essere che sia nata con l’attitudine a scrivere, ma mi sono esercitata parecchio. Riconosco di avere avuto due eccellenti guide: il maestro di quinta elementare Enrico Cunial che mi ha, per così dire scoperta e il mio professore di Liceo Armando Contro che mi ha coltivata. Al primo dedico l’opera in elaborazione, Dove i germogli diventano fiori; al secondo ho dedicato Il Faro e la Luce. Adesso cammino con le mie gambe, più opportuno sarebbe dire dita. Il mio investimento scolastico è andato a buon fine. Quando scrivo mi libero e sono quasi felice. Anzi, senza quasi.
Saluto ad un amico
L’ Amaryllis svetta verso il cielo, tanto che non è stato facile fotografarlo. L’altezza spropositata dei due fiori rossi vuole ricordarmi che il loro proprietario sta in cielo, ma il fiore chiuso che si intravede nello stelo più corto allude ai suoi cari che sono in terra. Mi permetto di inserirmi tra loro. Lui è Luigi, un amico che se n’è andato alla chetichella alla vigilia di Natale. La modalità della sua dipartita mi fa tornare in mente la canzone L’ Arcobaleno, di Mogol, composta per la morte di Lucio Battisti e interpretata da Celentano: un viaggio d’urgenza che impedisce di salutare gli amici, ma suggerisce le strade alternative per rincontrarsi: le foglie, il vento, l’arcobaleno… l’Amaryllis! Luigi conviveva con gli esiti di un ictus ed ultimamente trascorreva buona parte del tempo a letto, assistito dalla moglie e in compagnia degli amati gatti. Eppure, quando andavo a trovarlo mi chiedeva sempre di raccontargli qualcosa di bello, richiesta che mi disorientava perché succedeva che fossi a corto di buone notizie. So che leggeva le mie poesie e ne ha anche imparate a memoria! È stato lui a darmi l’idea di un calendario con foto scattate a fiori e paesaggi, realizzato l’anno scorso. Credo ammirasse il mio lato letterario, che lo portò alla presentazione di una mia opera (forse più di una). Sono stata sua ospite a pranzo in diverse occasioni…ed anche nel suo appartamento al mare a Caorle, dove una sera quando tolsero la corrente, nel terrazzino composi la poesia Voci del Mare. Apprezzavo in lui la semplicità e la tenacia dell’uomo costruitosi da solo, che richiamava spesso le origini umili e i sacrifici compiuti fin da ragazzo per meritarsi il benessere materiale, non disgiunto da un accumulo di valori. Caro Luigi, anche se non ho potuto dirti addio ti ringrazio di avermi considerato una persona vicina alla tua sensibilità. Di certo non ti dimenticherò. E cercherò di trovare qualcosa di bello anche nelle giornate grigie, secondo la tua costante richiesta.
Il giorno di Mattarella
Seguo in diretta la cerimonia per l’insediamento del Presidente della Repubblica, che si appresta a rivolgersi al Parlamento in seduta congiunta e ai Rappresentanti delle Regioni per il secondo mandato. Emozionante seguire il percorso in macchina, affiancata dalla scorta dei carabinieri motociclisti, come sarà altrettanto al ritorno per le belle piazze romane, blindate per l’evento. Lo accolgono la presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, sempre elegante, con la mascherina rosso geraneo in tinta con gli orecchini, e il Presidente della Camera, Roberto Fico. Mattarella parla ininterrottamente per quasi quaranta minuti, in piedi come da protocollo, senza mai accusare stanchezza, né bere, fermandosi qualche minuto in concomitanza degli applausi, che si susseguono frequenti. Si saprà alla fine che sono stati 55. Tempra invidiabile di un ottantenne lucido, a tratti timido, ma molto determinato. Sono orgogliosa che sia lui a rappresentare l’Italia nel mondo, che già ha avuto modo di apprezzarlo durante il precedente settennato. Scommetto che si è scritto da solo il testo del lungo discorso, senza dimenticare nessuno: donne, giovani, disabili, immigrati, operatori sanitari, forze dell’ordine, scuola… la scomparsa di Monica Vitti, ma anche di Lorenzo Parelli, lo studente friulano morto in fabbrica l’ultimo giorno di stage, puntando sulle parole “dignità” e “coscienza”, con un’apertura al futuro. Verso la fine del discorso che Monica Maggioni, presidente della Rai e direttrice del Tg1 definisce “potente”, cita le parole sulla speranza di David Sassoli, ex Presidente del Parlamento Europeo recentemente scomparso: speranza che compete a tutti, quale chiave per “costruire un’Italia più moderna, aperta…con la forza della cultura, dell’educazione e dell’esempio”. A proposito della cultura, all’inizio il tenace Presidente aveva affermato che la cultura non è un elemento superfluo ma costitutivo della persona, enunciato che mi trova pienamente d’accordo. Alle 16.10 Mattarella conclude con “Viva la Repubblica, Viva l’Italia” e noto che infila la mano sinistra in tasca. Ingenuamente suppongo che prenda una caramella per umettarsi la gola…invece estrae la mascherina, che indossa per il seguito delle operazioni, tra cui la rassegna dei reparti e infine la deposizione di una corona d’alloro all’Altare della Patria. Viene suonato il Silenzio e nel cielo sfrecciano le Frecce Tricolori. Dall’alto viene ripresa la bandiera che si muove lieve, come una carezza sul futuro appena iniziato del secondo mandato di Sergio Mattarella e dell’Italia che verrà. Doppi auguri!!
Addio a Monica Vitti
Anche Monica Vitti se n’è andata. A novant’anni, di cui oltre quaranta dedicati al cinema dove ha dato il meglio delle interpretazioni, da quelle comiche a quelle drammatiche. L’ho apprezzata in diversi film, ma di lei ho bene impressa la voce roca, a mio dire sensuale e accattivante, “sgranata”. Musa di vari produttori cinematografici e partner di attori famosi, si era ritirata dalle scene molti anni fa, a causa di una malattia degenerativa. Ed è qui che si concentra il mio dire: un’attrice si cala nei panni di diverse persone e alla fine della vita non sa più chi è, costretta a cedere il testimone della sua identità a un male insidioso che non guarda in faccia a nessuno. Mi viene in mente il romanzo Uno nessuno centomila di Pirandello (1926), che ne sapeva qualcosa della malattia mentale, per via della moglie che ne era affetta, tanto che l’ha considerata nei suoi scritti. D’altronde l’argomento della malattia neurovegetativa è stato considerato anche da film piuttosto recenti come Still Alice, The Father, Ella e John che ho visto al Cineforum in paese prima della pandemia. Approfitto per dire che mi manca molto quell’appuntamento, che era un’occasione per riflettere, ma anche per piacevolmente incontrarsi e scambiare quattro chiacchiere. A Novella che egregiamente se ne occupava va il mio grato pensiero, permeato di nostalgia. Tornando alla regina della commedia italiana, che aveva accumulato numerosi e prestigiosi premi, singolare che la sua attitudine alla comunicazione – caratteristica di ogni attore – sia stata messa a tacere dall’ Alzaimer. Il che mi persuade che siamo tutti attori, più o meno consapevoli, nel palco della vita.
2 febbraio 2022
Se un detto popolare su febbraio non mente, oggi, festa della Candelora, dovremmo essere fuori dall’inverno. Infatti è una bella giornata, c’è il sole e fuori si sta bene. Immagino che ieri in Sardegna fosse altrettanto e fosse temperatura anche più invitante per uscire. È quello che deve avere pensato la giovane mamma che a Cagliari spingeva il passeggino col figlio Daniele di 15 mesi ed è stata investita da uno scooter in prossimità delle strisce pedonali, con esito devastante: bimbo morto sul colpo. L’investitore, sulle prime fuggito, si è consegnato ai carabinieri, dicendo che non aveva visto la donna: accusato di omicidio stradale e omissione di soccorso. Ogni giorno si registrano disgrazie sulle strade, ma che la vittima sia un bambino che appena sapeva camminare mi pare insopportabile. Non oso immaginare il trauma della madre che se lo è visto strappare dalla violenza della moto pirata e scaraventato a distanza col passeggino. Tra l’altro, il padre dello sfortunato piccolo è un vigile del fuoco nato in Russia, stabilitosi nell’isola con la famiglia: chissà quanti interventi di salvataggio avrà effettuato…e deve subire una perdita così assurda, non imputabile al brutto tempo che non c’era, né a un mancamento dell’autista del mezzo, o all’incuria della madre, ma alla velocità e all’imprudenza assoluta di chi sulla strada si comporta come un bisonte. Chissà che belle cose avrebbe fatto in vita il piccolo Daniele, quante soddisfazioni avrebbe dato ai genitori, che adesso lo piangeranno per sempre. Lo zio del bimbo dice: “Nessuno ci ridarà Daniele ma voglio giustizia”. Come dargli torto? Anche se abbiamo una legge che considera certi comportamenti al pari di omicidi, non mi sembra che la coscienza (ma sarebbe più appropriato parlare di incoscienza) di chi guida sia adeguata allo stare in strada, rispettando gli altri e le regole della circolazione. Forse le sanzioni sono troppo leggere, e di converso è troppo elevato l’indice di inciviltà. Pochi anche i controlli. Bisognerebbe partire da lontano. Contenta di sbagliarmi.
Velo sì, velo no
Curioso: scopro che oggi è La Giornata Mondiale del Velo, creata per combattere ogni forma di discriminazione. Aderisce all’iniziativa anche l’associazione palermitana donne islamiche FATIMA. In questa occasione, le donne rivendicano il diritto di indossare il velo islamico, senza essere perseguitate né discriminate. Di fatto si celebra da 7 anni in 140 Paesi del mondo per dare coraggio alle donne di tutte le religioni che lo indossano. Ne prendo atto e recupero la parola iniziale “curioso”, dal momento che varie leggi nei Paesi occidentali vietano di coprirsi il capo per motivi di sicurezza. Non mi addentro nell’argomento del velo sì o no e dico che la dedica della giornata mi ha attratto, pensando a mia nonna Adelaide, tenace friulana che portava sempre un copricapo annodato sulla nuca, non credo per motivi religiosi. Poi ricordo anche mia madre, che negli Anni Cinquanta entrava in chiesa col velo annodato sotto il capo. Anche le donne più giovani o più grandi di lei facevano altrettanto. Finché il velo ha ceduto il posto al foulard, che non è proprio la stessa cosa. Inevitabile pensare alle spose del passato e/o di alto rango con lo strascico, che mi fa venire in mente una mia poesia, composta anni fa e premiata, dove paragono le radici sviluppatesi in acqua del giacinto al velo da sposa. La poesia è intitolata Giacinto Blu ed è contenuta nella raccolta Natura d’Oro. Riporto la prima strofa: Nella boccia di vetro/ho spiato/le radici avvolgenti/distendersi/come velo da sposa. La commissione del Premio Letterario così motivò: “Lo svilupparsi delle radici nella trasparenza del vetro rivela il magnifico divenire della natura e della vita, nel gioco dell’intravedere che richiama il ruolo del velo da sposa”. Le parole trasparenza e divenire, simboleggiate dal velo mi inducono a ben sperare che si stia lavorando per una società migliore, dove non conti l’apparenza ma la sostanza delle persone, mediata o meno dal velo.
