Oggi 10 dicembre Giornata Internazionale dei Diritti Umani. Promossa dalle Nazioni Unite, la data è stata scelta per ricordare la proclamazione della Dichiarazione universale dei diritti umani il 10 dicembre 1948. Così la intendeva Gandhi: “Non è la letteratura né il vasto sapere che fa l’uomo, ma la sua educazione alla vita reale. Che importanza avrebbe se noi fossimo arche di scienza, se poi non sapessimo vivere in fraternità con il nostro prossimo?”. Parole sante, pronunciate da un quasi Nobel per la Pace (nonostante 5 candidature, non lo vinse). Mi interrogo sui diritti umani, quali sono, se vengono garantiti. Ad esempio, per restare in tema di attualità, è un diritto scioperare…ma anche non farlo. La salute è un diritto garantito dall’articolo 32 della nostra Costituzione Repubblicana…ma dobbiamo vigilare per tutelarla. La libertà è tra i diritti primari, scavalcato solo da quello alla vita. Non voglio diventare noiosa o pedante, ma i diritti da soli mi sembrano monchi, come la metà di una mela. Inoltre, buttando lo sguardo appena un po’ lontano – ma anche a casa nostra in certe zone del Sud – permangono situazioni dove i diritti umani sono tuttora negati o ridotti al lumicino: stranieri sfruttati per la raccolta dei pomodori, laureati e donne sottopagati, bambini su cumuli di immondizia intenti a recuperare qualcosa da scambiare o vendere. Il lungo periodo della pandemia, ancora in corso, ha aggravato situazioni di solitudine e impoverito molte famiglie, limando molto il diritto alla felicità. Mi taccio per non appesantire la pillola. Dico che i diritti sono una conquista che va… conquistata ogni giorno, in una comunità dove “Nessun uomo è un’isola” (libro di Thomas Merton). Oggi chiudo qui, sperando di essere supportata dai miei contatti, che ringrazio.
Il talento non ha età
Mentre sorseggio il mio cappuccino, prestando un orecchio alle notizie del telegiornale, mi cattura il nome di Yusaki Fusako, una animatrice con la plastilina, su cui mi documento. Designer, artista e scultrice giapponese, classe 1937, vive in Italia dal 1964. Sì è affermata in questo campo anche in Svizzera e Giappone. Definita la regina della plastilina, sue le sigle della trasmissione L’albero azzurro e personaggi tridimensionali come Peo, Talpy, Baccio, Pom e Oto. Chi ha vissuto Carosello, ricorderà le coreografie per pubblicizzare il Fernet Branca. L’artista chiarisce la filosofia alla base del suo processo creativo, che entusiasma i più piccoli ma affascina anche i grandi, con le seguenti parole: “Con la plastilina posso creare qualsiasi cosa e poi trasformarla seguendo il flusso della mia fantasia. L’importante è farlo con gioia”. Ad averla una sorella, zia, nonna così creativa, amante del movimento e della trasformazione! Ho rivisto alcuni suoi filmatini – deliziosi – che mi hanno riportato a quando modellavo (si fa per dire) anch’io scodelle e piccoli oggetti insieme con mio figlio bambino. Ricordo che seguivo con interesse le puntate della trasmissione con l’uccello azzurro, simpatiche ed istruttive. Credo che la signora Fusako abbia ricevuto di recente un premio, da aggiungere ai molti già inanellati nella sua lunga carriera. Dare anima a un materiale umile come la plastilina, presuppone un grande cuore e una fantasia giocosa anche a ottant’anni, ivi compresa la voglia di manipolare e creare personaggi che si formano e si disfano in un attimo. Non so nulla della vita privata di questa donna, una giapponese che ha scelto il Belpaese per vivere (anche questo non è casuale); quando parla non smette di sorridere, arrotando le o e gesticolando con le mani. Me la immagino mascotte di tanti bambini e una cordiale spalla dei loro genitori. Una testimonianza che il talento non ha età, un suggerimento di come invecchiare bene.
8 dicembre 2021
La Madonna compiva gli anni l’8 settembre, secondo quanto introdotto in Occidente nel VII secolo da Papa Sergio I. Poi Pio IX individuò la data dell’8 dicembre quella che anticipa di nove mesi esatti la Natività di Maria. Nella devozione cattolica, l’Immacolata è collegata con le apparizioni di Lourdes (1858) dove Maria apparve a Bernadette, presentandosi come “l’Immacolata Concezione”. Ammetto di non essere ferrata in materia, ma ricordo che la festività odierna è una delle più importanti, da quando mio figlio frequentava l’asilo. Quest’anno coincide, dal punto di vista liturgico con la seconda domenica di Avvento. Leggo sul web che esiste anche l’origine pagana della festa: l’8 dicembre veniva celebrata la festa tiberinalia in onore del dio Tiberino, Dio del Tevere. A me piace il numero 8, simbolo dell’infinito e mi piace la rappresentazione della Vergine in pittura, scultura e letteratura. Mi sovviene la bellissima lauda “Donna de Paradiso o Il pianto della Madonna” di Jacopone da Todi, ma anche la “Vergine madre, figlia del tuo figlio” di Dante, senza trascurare San Francesco che la chiama “ancella” e “madre” del “santissimo Figlio diletto”; il poverello di Assisi ha anche il merito di avere inventato il Presepio. La stessa “Ave Maria” è una delle più diffuse preghiere mariane della Chiesa cattolica occidentale, che mi piace specie in latino. Sul “Salve Regina” mi addormentavo piccina in chiesa, in braccio alla mamma. Beh, siamo proprio in clima natalizio, oggi molti tireranno fuori da cantine e ripostigli i tradizionali addobbi. Comunque, conto su un allestimento poco vistoso e di sostanza, perché dalla capanna mi giunge un messaggio di intimità e di raccoglimento. Al netto di auguri e qualche dono che fanno sempre piacere.
Libri e Fiori
Parafrasando un famoso incontro di libri ed autori a Cortina d’Ampezzo, che abbino agli splendidi fiori della mia Natalina, come regali natalizi mi permetto di suggerire una montagna di libri e una cascata di fiori. Era già di Confucio il desiderio di avere una casa piena di libri e un giardino pieno di fiori; immagino di molti altri, noti e non, me compresa. In inverno, con le basse temperature, il giardino riposa, salvo qualche rosa tenace che si ostina a sbocciare e anche qualche tenace Geraneo. Al calduccio, in casa fioriscono Amaryllis, Natalina, Piante Grasse… Giacinti. A proposito di altri fiori, ricordo che antologia (dal greco antos = fiore e lego = raccolgo) significa florilegio, cioè raccolta di fiori, stavolta costituiti da parole e pensieri bellamente accostati. Io amo i fiori e scrivo, perciò ho fatto mio il desiderio di Confucio. Non sono sola, in questa esperienza e quando mi capita di condividere con chi mi legge, oppure condividere un testo con chi scrive come me, è un incontro virtuoso. Per esempio, ieri ho incontrato una giovane amica (ha giusto la metà dei miei anni) che mi ha donato la sua prima opera letteraria, intitolata NULLA VIENE A CASO, un intenso ed emozionante viaggio dentro di sé, equamente diviso tra prosa e poesia. Con lei condivido la funzione terapeutica della scrittura, che io coltivo da molto e che lei ha finalmente concretizzato, dando alle stampe la prima “creatura” letteraria, come un amico definisce i libri prodotti. Senza esagerare, confermo che coltivare un progetto letterario e portarlo a termine, assomiglia abbastanza a una gestazione. Poi segue tutto il resto, meno poetico ma importante: promozione, presentazione, distribuzione…se il prodotto segue l’iter commerciale, con tutti gli intoppi legati al periodo di emergenza sanitaria. Ma la cosa che rimane e arricchisce chi riesce a mettere le emozioni nero su bianco è…averlo fatto, per una sorta di obbedienza interiore. Simile a quella del fiore che sboccia, su qualunque stelo e a qualunque latitudine.
La leggenda della Stella di Natale
Oggi 6 dicembre, San Nicola, uno dei santi più venerati e amati al mondo. La sua leggenda ha fatto nascere il mito di Babbo Natale. Secondo la tradizione, regalò una dote a tre fanciulle povere: da qui si diffuse in Europa l’uso di ricordare l’episodio con lo scambio di doni, nel giorno dedicato al santo. Ma trovo attraente anche un’altra leggenda, che ignoravo, riguardante la stella di Natale, pianta protagonista del periodo natalizio, il cui nome scientifico è Euphorbia Pulcherrima (grazie Serapia!). “La leggenda della Stella di Natale” mi arriva tramite whatsapp, colorando di poesia l’inizio della settimana. Messico, vigilia di Natale. Una bambina molto povera vuole fare un regalo a Gesù ma non ha nulla da offrire. Interviene l’angelo che la invita a raccogliere le frasche a bordo strada: Altea obbedisce e le frasche si trasformano in una pianta meravigliosa con foglie verdi e rosse a forma di stella che la ragazzina depone sull’altare: era nata la Stella di Natale, il “Flores de Noche Buona”, diventato il fiore natalizio ufficiale. Secondo il linguaggio dei fiori e delle piante, è il simbolo del buon augurio per i mesi a venire, della rinascita e della serenità. In questo periodo Stelle di Natale multicolori riempiono i mercati e i negozi, si accompagnano ad altri doni in cesti regalo, in formato mignon fanno anche da segnaposto. Credo che me ne procurerò per abbellire la casa. Benvenute quelle che eventualmente mi verranno donate, perché una pianta porta con sé la sua storia, ma anche l’animo di chi la dona. Buoni Fiori a Tutti!
Lesbo: Saffo e i Migranti
Chissà cosa direbbe Saffo sulla visita del Papa a Lesbo, in Grecia, dove lei nacque pare nel 630/40 a.C. (morte attestata attorno al 570 a.C.). Doveroso un richiamo di questa poetessa, di provenienza nobile, che aveva tre fratelli e si occupava delle giovani aristocratiche nella sua scuola, dedicata al culto di Afrodite (dea della bellezza) dove insegnava il canto, la danza e a condurre la vita matrimoniale. Molte lezioni erano dedicate alla pratica poetico-musicale. Autrice di otto o nove libri, di cui rimangono circa duecento frammenti è considerata tra i più celebri autori di poesie d’amore. Giacomo Leopardi le dedica una poesia intitolata “Ultimo canto di Saffo” scritta nel 1822. Durante una guerra civile sull’isola, Saffo fu costretta all’esilio in Sicilia, a Siracusa o Akragas, perciò conobbe la triste condizione di migrante, simile a quella degli oltre 4000 profughi bloccati nel campo a Lesbo, definita da Papa Bergoglio “l’isola della vergogna dell’Unione Europea”. Non mi addentro sui motivi che hanno bloccato l’accordo Europa-Turchia, di cui non so quasi nulla e torno da Saffo, che mi aveva suggestionata in periodo liceale. Non mi stupisce che la poetessa, elevata al ruolo di sacerdotessa abbia ispirato successivamente Catullo. Una delle più note liriche di Saffo, in greco antico, è intitolata “Tramontata è la luna”, metafora del declino della giovinezza, che riporto: Tramontata è la luna e le Pleiadi:/a mezzo è la notte:/il tempo trascorre;/e io dormo sola.// A mio parere, riflessione notturna senza tempo…sullo scorrere del tempo…che non va sprecato.
Addio alla cancelliera
“La situazione è grave, vorrei fosse come in Italia”: parole della Merkel durante la cerimonia di congedo, dopo ben sedici anni di cancellierato. Dette da lei, è quasi rassicurante. Ho parlato ancora di questa donna eccezionale, dall’aspetto sobrio, di cui ammiro la determinazione e il coraggio di andare oltre, anche alle critiche. In una occasione mi sono pure indispettita, perché era oggetto di critiche riguardo la sua fisicità, trascurando le doti di fine politica e quelle umane, emerse durante il discorso di fine mandato: “Provo gratitudine e umiltà di fronte all’incarico che così a lungo ho tenuto”. Sottolineo le parole gratitudine e umiltà, decisamente rare a certi livelli. Non sono esperta, ma temo che sarà rimpianta, in Germania e resto d’Europa. Nell’articolo di Massimo Gramellini postato ieri sul Corriere, l’autore si stupisce della battuta incoraggiante regalarci dalla Merkel, al netto di tante cose che da noi non funzionano. Beh, che un vicino – e che vicino – anziché mettere il dito nella piaga esalti qualche nostra qualità, quantomeno risolleva il morale. Tornando alla quasi ex cancelliera, simpatizzante nostrana, temo che che il passaggio di consegne non sarà indolore. Personalmente le auguro di assaporare il piacere della normalità, per quanto le sarà possibile, dato che 16 anni in prima linea alla guida del governo tedesco sono quasi impensabili. Ritengo sacrosanto che possa dedicarsi serenamente a ciò che le piace, senza sentirsi sempre sotto i riflettori. Immagino che, oltre agli estimatori, goda di amici fidati su cui fare conto. Se fossimo “vicine di casa”, sarebbe un onore prendere un caffè insieme. Ma anche da remoto intendo esprimerle la mia ammirazione per essere stata così a lungo impegnata per la sua nazione, i suoi connazionali e…i suoi vicini di casa. Buona pensione, Angela!
Una storia triste ed esemplare
Giovedì 2 dicembre (ieri) l’università di Cassino riconosce la laurea alla memoria alla studentessa iraniana Altynay Rakhimova, morta lo scorso luglio insieme al padre e alla madre che avevano contratto il covid. È sopravvissuto solo il fratellino di dieci anni. Lei di anni ne aveva venti ed era iscritta al corso di laurea triennale in Economia and business. Bene integrata nella comunità universitaria degli studenti internazionali, aveva anche trovato l’amore, un ragazzo nigeriano che ora la piange. Sento la triste notizia al telegiornale serale, e apprendo che Altynay non ha fatto in tempo a vaccinarsi contro il covid, come tutti gli studenti universitari, perché è corsa di fretta a casa per assistere i genitori colpiti dal virus, restandone vittima senza scampo. È come se fosse morta sul campo degli affetti e questo la dice lunga sul tipo di persona che era. Chissà cosa avrebbe potuto fare in futuro, peccato davvero che la malasorte non l’abbia risparmiata. Certo la sua testimonianza non passa inosservata e fa riflettere sui rapporti generazionali, spesso tormentati anche per le scelte sentimentali o riguardanti il futuro professionale. Immagino l’impegno profuso nello studio, dato che aveva sostenuto gli esami duri del primo anno con una buona media. Più che meritato il conferimento della laurea in Economia e Commercio alla memoria, da parte del Senato accademico. Vedo in internet qualche foto della giovane studentessa che poteva essere una ragazza della porta accanto: impegnata, senza grilli per la testa, determinata. Con un cuore strabordante di affetto per i genitori, certo delle brave persone. Un legame familiare forte, invidiabile. Di cui il covid non ha avuto pietà.
Migranti
Papa Francesco ha intrapreso oggi il 35esimo viaggio apostolico internazionale a Cipro e in Grecia che durerà fino al 6 dicembre, e si snoderà lungo 4.643 km. Sarà che sono influenzata dai miei studi classici, ma mi attrae tutto ciò che riguarda l’Oriente. Il Papa ha definito questo viaggio come “un’opportunità di abbeverarsi alle sorgenti antiche dell’Europa: Cipro, propaggine della Terra Santa nel continente; la Grecia, patria della cultura classica”. Tra le tematiche più importanti che il Santo Padre tratterà emergono quelle dell’unità dei cristiani e dell’accoglienza dei migranti. Su quest’ultima mi azzardo a esprimere un pensiero da laica. Il fenomeno delle migrazioni non è recente, ma in tempi recenti ha interessato molti italiani, partiti con la valigia di cartone in cerca di fortuna. Lo zio materno Sergio lasciò il Friuli per Buenos Aires in Argentina negli Anni Quaranta, dove ha fatto fortuna: si occupava di bestiame e fu anche vittima di un sequestro, non degenerato in tragedia. Credo sia tornato in Italia una sola volta, per salutare la vecchia madre, mia nonna Adelaide, causa il timore di prendere l’aereo. Però credo che la vera paura fosse scoprire che il suo paese non era più lo stesso. Non ho avuto modo di fargli delle domande a quattr’occhi, anche se per diversi anni sono stata l’intermediaria tra lui e mia madre, che mi dettava il contenuto delle lettere da inviargli. A sessant’anni lei è stata a trovarlo ed è stata sua ospite per un mese in Argentina, compiendo il viaggio più lungo della sua vita. Questo aneddoto privato, per calarmi nei panni di chi lascia la propria terra per svariati motivi, oggi moltiplicati dalla luce accecante dei media e/o da notizie fuorvianti sulla nostra capacità di accoglienza. Perché è evidente che il problema è enorme e non si risolve solo con l’arrivo dei migranti, ma riguarda la loro permanenza, il loro e nostro futuro. In un appello, il Pontefice si esprime così: “Si trovino soluzioni che rispettino la loro umanità”. D’accordissimo, ma neanche il Santo Padre ha la ricetta magica, temo.
Joséphine Baker, non solo spettacolo
Mi sono occupata di Joséphine Baker (Saint Louis, 3.06.1906 – Parigi, 12.04.1975) anche in passato. Avevo trovato intrigante il mix di arte, sensualità e umanità che incarnava, oltre al fatto di essere di origine creola afroamericana e amerinda degli Appalachi. Se non ricordo male, ha adottato dodici bambini, il che è tutto dire. Considerata una delle più grandi artiste del XX secolo e tra le più acclamate vedette di Parigi, dal 30 novembre (ieri) è tra gli “Immortali” di Francia, insieme a 75 uomini e 5 donne. Ieri la cerimonia al Panthéon con il Presidente Emmanuel Macron, massimo riconoscimento assegnato alle persone che hanno segnato la storia del Paese. Ricordata soprattutto per gli spettacoli dove danzava quasi nuda e con il gonnellino di banane (per deridere il colonialismo), si è unita alla Resistenza contro il nazismo durante la Seconda Guerra Mondiale ed assieme a Martin Luther King è stata una storica militante anti-razzista. Nata poverissima nel Missouri, l’artista lasciò la scuola a 13 anni. Ottenne un posto in un musical a Broadway a 15 e si trasferì in Francia per sfuggire alla segregazione razziale. Due matrimoni falliti e 12 figli adottati da tutto il mondo: Akio, Jean-Claude, Brian, Marianne, Mara, Noël, Koffi, Luis, Jari, Moïse, Luis e Stellina che in un’intervista dice: “Una madre che ha apprezzato il rispetto e la tolleranza”. Altro che gambe (peraltro bellissime), ma testa e cuore. Se non è grandezza questa! Grande Joséphine!
