Stamattina cambio bar, pur restando in paese. Voglio osservare il presepe artigianale allestito vicino al bar Al Portego, dove tra i quotidiani c’è anche Il Corriere. Di strada entro in cartoleria e compero la Repubblica. Una breve sosta davanti alla natività dipinta su legno, un prodotto essenziale senza effetti speciali, per favorire il raccoglimento. Mentre sto per varcare l’ingresso del bar, noto dei singolari alberelli appesi alla sbarra cui si appoggia la tenda d’estate: sono costituiti da tappi di sughero connessi circolarmente, fino a creare un originale albero di Natale. Bella idea che ricicla il materiale disponibile nel locale, praticamente a costo zero. Il significato del decoro arriva chiaro, l’allestimento è originale. Una prova che basta poco per comunicare un concetto, se c’è lo spirito dietro. Mi accomodo in disparte, come d’abitudine in cerca di notizie da privilegiare. Mi soffermo su quella che mi sembra più in relazione con il presepe artigianale allestito a pochi passi: sette giovani afgani – solo due maggiorenni – sono stati scoperti in un camion che trasporta mangime nello stabilimento Maia di Pieve di Soligo. A dare l’allarme il conducente del camion, uno straniero accortosi dei sigilli rotti nel rimorchio. Quindi ‘carico umano’, giunto furtivamente e miracolosamente a destinazione in Italia, dopo aver superato la rotta balcanica. Identificati e rifocillati, i sette migranti sono stati poi trasferiti in adeguate strutture a Vittorio Veneto. Una storia quasi finita bene, simile ad altre purtroppo con esito drammatico. Posso solo immaginare le sofferenze dei sette afgani in cerca di salvezza, un po’ come i pastori nei pressi della grotta. Mi auguro che il futuro riservi loro sostegno, oltre all’accoglienza che è il primo passo verso un percorso tortuoso alla ricerca della stabilità e magari del benessere. Suppongo che anche i 17 milioni di italiani in movimento sulle strade in questi giorni stiano cercando qualcosa di simile.
Categoria: Tempo
Solstizio d’inverno
21 dicembre solstizio d’inverno: da oggi inizia la stagione più fredda. In realtà percepiamo temperature rigide da un paio di settimane almeno. Del resto è ‘normale’, se l’andamento ciclico avviene secondo aspettative. Dopo una torrida estate e un autunno relativamente mite, vediamo cosa ci porterà l’inverno. Non mi aspetto sconvolgimenti climatici e mi adeguo al tempo che fa. Prendo le mie contromisure contro il freddo: esco poco e trascorro più tempo in casa, che non è proprio il mio regno dove comunque ho il mio angolo preferito, lo studio (anche da Fiocco, sopra la stampante). Condivido il pensiero di Victor Hugo: L’inverno è nella mia testa, ma un’eterna primavera è nel mio cuore. Anche se preferisco le stagioni intermedie, cerco di valorizzare ciò che ‘passa il convento’: più silenzio, più intimità, più progettualità. Per me che scrivo, dovrei essere favorita nella stesura di una trama per un prossimo romanzo: un canovaccio, una sinossi come la chiamano gli addetti ai lavori, ma non è così scontato. Sono distratta non tanto dalla gestione della casa, quanto dagli imprevisti per il funzionamento dei vari elementi: il blocco della caldaia, la rottura di un tubo dell’acqua, la pulizia del camino…cui si aggiungono le visite dei micetti dal veterinario e le mie dal dentista in questo periodo. Risaputo che non ho aiuti costanti tra le mura di casa e che sono una donna indipendente, mi arrangio…ma al pomeriggio sono stanca e faccio stop. Per scrivere mi rimane la sera, anche se mi sento più espressiva di mattina. Vabbè, non scrivo su commissione, lo faccio perché mi fa stare bene, qualunque sia la collocazione temporale. Passate le feste, provo a ritagliarmi il momento più utile per iniziare la tredicesima opera. Sperando che il numero mi porti fortuna!
Aspettando Natale
Mi piacciono i regali semplici, gli addobbi discreti, il silenzio piuttosto del chiasso. Avere in casa tre gatti, di cui due ancora cuccioli mi impedisce di usare festoni e lustrini che attirerebbero senz’altro la loro attenzione, con esito immaginabile. Ieri ho tolto dal ripostiglio un pinetto sintetico cui ho appeso dei cartoncini dove ho attaccato degli adesivi a soggetto natalizio. Su alcuni rami ho attorcigliato delle mini sfere chiudipacco, posizionando sulla punta un fiore giallo. Se Fiocco e Pepe ci giocheranno, almeno non faranno danni. Quanto al presepe, ripropongo quello artigianale dell’Ecuador: su una piccola pedana rotonda c’è la Sacra Famiglia e qualche altro personaggio. Argomento regali: mi sono esercitata a preparare diversi pacchettini con prodotti fatti in casa (specificatamente in cucina e in studio), ovverosia marmellata vari gusti e poesia a tema natalizio, prodotti per il corpo e per la mente. Ho già spedito la poesia a vari contatti e sono lieta che il pensiero venga apprezzato. Anch’io ho già ricevuto dei piccoli doni che non mi sarei aspettata: crema per le mani dalla parrucchiera, sapone per le mani dalla farmacia che frequento, un calice pieno di cioccolatini, una scatola di Ferrero Collection, un libro intitolato IO SONO UN GATTO del giapponese Natsume Soseki (1867 – 1916), considerato il più grande scrittore del Giappone moderno. In questa lista di doni avviata, ci aggiungo il cappuccino decorato da Gabriella, del bar Mirò. Stamattina ho avuto una lunga seduta dal dentista – appuntamento alle ore 9 – per la ricostruzione di un dente premolare che si era spezzato. Un’ora con la bocca spalancata, senza poter emettere verbo, per me è un’esperienza abbastanza penosa, anche se il dentista sa il fatto suo. Per recuperare lo spirito, ho pensato di fermarmi al bar Mirò, dove Grabriella omaggia i suoi clienti con cappuccini ripieni di Babbo Natale (il decoro è gratis). Le ho chiesto di farmi una foto, per valutare la mia espressione: non vi compare la seduta dal dentista!
Paesaggio invernale
È ancora buio quando stamattina apro i balconi prima delle sette: noto la Luna che volge al tramonto nel cielo nero. Ho il tempo di servire i gatti e di fare il caffè prima che inizi VIVA RAI2! con Fiorello che metterà un po’ di pepe alla giornata. Era previsto un repentino calo delle temperature, perciò ho provveduto da giorni ad avvolgere i gerani sotto il portico con tessuto non tessuto, compresa la limonera che riparerò dentro il garage nei giorni più freddi: alle otto la temperatura fa meno due e le montagne sono uno splendore. La luce del giorno nascente stende sui fianchi un lenzuolo di seta bianco che fa molto Natale. Penso ai giovanissimi caduti della Grande Guerra che riposano lassù nell’Ossario, protetti dal Silenzio e dalla Neve. Quaggiù l’umore è misto, tra chi vuole festeggiare e chi non vede l’ora di andare oltre. Più volte ho pensato che mi piacerebbe stare in un luogo con temperatura costante medio-alta, magari un’isola non troppo alla moda: una via di mezzo tra il silenzio e la confusione (credo sia una proiezione del mio essere… alla ricerca dell’equilibrio). Forse mi annoierei di un paesaggio identico e statico, perciò mi adeguo al luogo dove mi è capitato di vivere. Con l’età adulta e la pensione, giocoforza mi sono adattata all’ambiente dove vivo, la Pedemontana del Grappa che offre angoli di straordinaria bellezza. Mi manca un poco il mare, sopperito comunque dal fiume Piave a pochi chilometri. Da ragazza ci andavo a prendere il sole. In qualche occasione ho usato lo pseudonimo Fiume, giocando sul mio nome Ada che se raddoppia diventa quello del fiume Adda: bizzarrie giovanili! Comunque, se è vero che nel nome è contenuto un po’ il destino – i Latini dicevano Nomen omen (il nome è un presagio) – mi ritrovo nel paesaggio dell’isola, che in turco si dice ada. Beh, mi rendo conto che ho del tutto trascurato l’attualità per una digressione personale. Diversificherò nei prossimi post.
Natale di Davide Maria Turoldo
Leggo sul Gazzettino una pagina dedicata a Davide Maria Turoldo (Coderno di Sedegliano – Udine, 22/11/1916 – Milano, 6.02. 1992), religioso, poeta, saggista e mi torna in mente una sua poesia sul Natale che dettai ai miei alunni, alcuni anni fa. Il titolo è Natale in Friuli, dove era nato, nono di dieci fratelli. A chi gli dava del polentone rispondeva: La polenta mi piaceva: era profumata e calda. Nel latte, poi – quando c’era! – o col formaggio – sempre quando c’era! – aveva un sapore di miele. Personaggio scomodo e talentuoso, a guerra finita si laurea alla Cattolica in Filosofia con una tesi “Sulla fatica della ragione” e già la scelta dell’argomento la dice lunga. A 13 anni va in seminario e gli danno il nome di Davide Maria (all’anagrafe era Giuseppe) e alla fine del 1938 pronuncia i voti solenni a Vicenzia; poi va a Venezia a studiare Teologia. Scrive e vince premi ma è sgradito a politici e autorità che gli rendono la vita difficile. Ma lui non arretra. Il critico Carlo Bo dirà che ha avuto in dono da Dio la fede e la poesia. Sarà che anche mia madre era friulana, sarà che mi piacciono i personaggi scomodi e lui “coscienza inquieta della Chiesa” lo è senza dubbio, ma trovo interessante e stimolante il suo contributo poetico. Riporto l’inizio della poesia citata sopra: Ma quando facevo il pastore/ allora ero certo del tuo Natale./ I versi centrali, a mio dire i più intensi, sono i seguenti: I tronchi degli alberi parevano/creature piene di ferite;/mia madre era parente/della Vergine,/tutta in faccende,/finalmente serena./ Ecco, pochi versi sanno ricreare la vera atmosfera del Natale, all’insegna della semplicità rappresentata dall’ambiente e della operosità, incarnata dalla madre. Il tutto mi riporta alla capanna, simbolo del presepe col suo messaggio di pace e di amore.
L’università di Padova compie 800 anni
Ascolto la radio sempre appena alzata, durante il giorno se devo fare qualcosa di manuale, tipo sartoria per cui sono piuttosto negata. Allora sentire una buona musica o anche sentire parlare mi aiuta a concentrarmi. Stamattina devo aggiustare un paio di jeans, neanche tanto usati che si sono lacerati sulle ginocchia. Mi servo delle toppe termoadesive, che devo comunque adattare e poi fissare con dei punti di ago e filo. Non ci sono più i materiali di una volta, pressoché indistruttibili. A proposito di tempo passato, mi giunge la notizia che sono in corso le celebrazioni, iniziate il primo ottobre per gli 800 anni dell’università di Padova (fino a marzo 2023) dove mi laureai il 30 novembre 1976. Stento a credere che siano trascorsi 46 anni e cinquanta dalla frequentazione del corso di Lettere e Filosofia, affrontato con disinvoltura. Ricordo ogni anno l’anniversario di laurea come una delle date fondamentale della mia vita. Perciò mi viene facile omaggiare il luogo dove ho completato il mio corso di studi. L’università patavina è famosa per almeno tre motivi, oltre che per la sua longevità, risalendo al 1222 l’anno di fondazione: l’Orto Botanico, del 1545, patrimonio mondiale dell’UNESCO; il primo teatro anatomico stabile, inaugurato nel 1594; la prima donna laureata al mondo (in Filosofia), Elena Lucrezia Cornato, nel 1678. Scopro oggi che è anche l’unico ateneo italiano insignito della Medaglia d’oro al valor militare per gli studenti sacrificatisi nei moti del 1848 e durante la Resistenza. Sapere poi che tra gli studenti divenuti famosi figurano Niccolò Copernico, Leon Battista Alberti e Torquato Tasso (solo per citarne tre) è un ulteriore motivo di orgoglio. Per non parlare di Galileo Galilei che vi insegnò e trascorse a Padova i diciott’anni migliori della sua vita. Chiudo con una nota rosa: Daniela Mapelli (nata a Lecco il 2 aprile 1965, laureata in Psicologia sperimentale a Padova) è l’attuale rettrice, prima donna – ed era ora – alla guida dell’Università di Padova per il sessennio 2021-2027. Lunga vita all’Università!
Novembrata
Da Ottobrata a Novembrata, neologismo (nuova parola) creato in riferimento alla anomalia metereologica che determina temperature 10 gradi sopra la media. In pratica, Halloween come giugno. Al di là del piacere di fare ancora una puntatina in spiaggia e alla soddisfazione dei ristoratori degli stabilimenti balneari, le temperature fuori stagione mettono a rischio l’ecosistema e i raccolti. Da metà della settimana prossima, pare che si verificherà un temporaneo – e atteso – abbassamento delle temperature al Nord e su parte del Centro. Se “Il bel tempo non viene mai a noia”, come recita uno dei tanti proverbi sul tempo, bisogna considerare anche gli effetti collaterali di una stagione fuori del normale, compresa la difficoltà di adattarsi a due stagioni in una. Di mattina serve la giacca, che a mezzogiorno e’ superflua. Mentre scrivo, un bombo laborioso volteggia tra i fiori delle Ipomee, illudendomi che sia maggio. I canarini hanno ripreso a cantare, ma non danno segno di cambiare piumaggio, come succedeva di questo periodo gli anni scorsi. Ho visto una rigogliosa fioritura di gladioli rossi, solitamente agostana. Non so che dire. Prendo nota e cerco di farmene una ragione. Mia madre diceva che il tempo non si è sposato, per fare ciò che vuole, adattamento birichino di una credenza popolare inneggiante alla singletudine. A parte gli aforismi e i proverbi, credo che madre natura ci stia mandando un messaggio inequivocabile: abbiamo sprecato troppe risorse e vissuto un carnevale senza fondo. Se non invertiamo la rotta, la vita sulla terra ci farà rimpiangere l’eden perduto.
Ricordo di scuola
Oggi, tuffo nel passato, grazie a una foto in bianco e nero che trovo sul tablet con mia sorpresa e meraviglia: sorpresa perché non me l’aspettavo – ringrazio Mariuccia che me l’ha inviata – e meraviglia perché mi rivedo com’ero a 14 anni, in quarta ginnasio, insieme con i compagni della sezione A. Sette ragazze davanti – io sono la prima a sinistra, accanto a Mariuccia – e sei maschi dietro, con il preside Tranquillo Bertamini, mancato pochi anni orsono. Stiamo parlando di circa 55 anni fa, incredibile! La sottoscritta indossa i calzettoni, come Costanza, mentre altre ragazze hanno le calze, tutte con il grembiule rigorosamente nero. Dei maschi dietro, solo Terenzio ha la cravatta: un pensiero particolare a lui che non c’è più e che era simpaticissimo. Di me, noto che non ho gli occhiali, diventati successivamente indispensabili. Occupavo spesso i banchi davanti, per la mia bassa statura, cosicché la miopia è stata diagnosticata tardi. I capelli sono medio-lunghi ed ho la scriminatura, che mantengo tuttora. Alcuni compagni hanno conservato la stessa fisionomia, viceversa di altri. Preciso che l’anno successivo alla foto, per la fusione di due sezioni, altri allievi vennero a rimpolpare la mia sezione A. L’insegnante al centro, che riconosco, forse in quel periodo sostituiva uno dei/delle titolari. Riferendomi alla meraviglia accennata sopra, mi pare inverosimile che sia trascorso tanto tempo da allora, di cui peraltro mi è rimasto impresso il sacrificio, protrattosi cinque anni, i più duri scolasticamente parlando. Di sicuro formativi, di cui però non provo nostalgia né rimpianto. In seconda liceo ho avuto una crisi dovuta allo stress da impegno (di notte sognavo di tradurre versioni di greco e di !atino), ma ammetto che frequentare l’università è stata una passeggiata. Non so se i miei compagni di classe, originari o acquisiti dopo, proveranno simili emozioni nel rivedersi e ripensare al tempo andato. Io lancio il sasso, chi crede mi risponda, anche in privato. Per noi ora è tempo di raccolta, la palla passa ai nipoti!
Quasi autunno
Pare assodato che l’equinozio d’autunno non è oggi – nonostante così ricordino vari messaggi decorativi giunti su WhatsApp – bensì il 23, ovverosia venerdì, alle ore 3:04 per la precisione. Beh, a me non cambia granché…mi basta che il caldo luciferino se ne sia andato e possa godermi all’aperto le ore centrali della giornata, facendo leggero giardinaggio se capita, come oggi. Il lavoro pesante lo farà domattina Reginaldo, la mia spalla destra in giardino. Di ritorno da varie commissioni nei paesi limitrofi, mi sono fermata in vivaio con l’intenzione di comperare una Sansevieria (o lingua di suocera) da sostituire con una omonima che ho in soggiorno presa maluccio. Scopro che l’ho bagnata troppo e non nel modo corretto, cioè al bordo del vaso per non fare marcire le radici. Ma quelle in vendita sono troppo piccole, oppure troppo grandi (e costose). Così cambio tipo e acquisto un esemplare di Zamioculca che si accontenta di bere ogni due mesi: l’ideale per me che mi sto facendo le ossa con le piante d’appartamento. Siccome ho bisogno di colore, aggiungo due piantine di Kalanchoe, una gialla e l’altra rosa. Le metterò nel bagnetto a sud perché è l’unica pianta che può ricevere la luce diretta del sole. Nel linguaggio dei fiori, questa pianta dalle piccole infiorescenze colorate simboleggia l’allegria, il buonumore, l’ottimismo. Proprio ciò che ci vuole, per accogliere bene l’imminente stagione. Sperando che l’autunno sarà clemente e non ci farà dannare, perché abbiamo già dato. Bene, adesso vado a rinvasare la Zamioculca, per godermi il sole mite del primo pomeriggio, in un’atmosfera di silenzio pomeridiano rotta solo dal rombo lontano di un aereo. Se potessi scegliere il periodo migliore dell’anno, sarebbe questo che sa di lentezza, recupero, riposo… ma anche rinnovo. Lo confermano le rose, tornate a fiorire.
Settembre è come un adolescente
Tra le attività piacevoli della mattina c’è la lettura dei messaggi su WhatsApp, non molti ma di persone a me affettivamente vicine. il primo mi arriva verso le sei (io lo leggo di solito un po’ dopo). È della mia cugina Luisa, prontamente seguita da Giuliana, Morena, Lucia che a suo tempo ebbe la bella idea di creare il gruppo ‘cugine Cusin’; anche se non ci vediamo spesso, è un bel modo per tenerci in contatto e iniziare la giornata col piede giusto. Poi si aggiungono le amiche/conoscenti più strette che scelgono di accompagnare il buongiorno con una foto (bellissime le fioriture delle piante grasse di Luisa) o una frase del giorno, talvolta con un proverbio, come succede stamattina grazie al messaggio inviato da Erica: “Dovrebbe sempre essere settembre” che per la verità non conoscevo. Vado a spulciare tra gli aforismi riferiti al mese in corso e trovo quello che spiega il perché della specialità settembrina: “Di giorno fa caldo, la sera fa freddo, la nostalgia del mare, la paura dell’incertezza del nuovo inizio. Settembre è un adolescente perfetto” (silviagar). È una sintesi che mi trova pienamente d’accordo, come la descrizione che ne fa Fabrizio Caramagna: “A settembre, c’è nell’aria una strana sensazione che accompagna l’attesa. E ci rende felici e malinconici. Un’idea di fine, un’idea d’inizio”. È proprio così, si vivono insieme due stagioni, senza gli aspetti più fastidiosi e debilitanti dell’una o dell’altra. Anche se questo non significa stare tranquilli, perché gli eventi climatici dirompenti purtroppo sono ricorrenti: è di stamattina l’alluvione nelle Marche, con 11 vittime al momento. Paragonare settembre a un adolescente mi sembra appropriato, perché la fase della crescita è turbolenta e impegnativa, sperimentato da genitore e da insegnante. Però attraverso di essa si struttura la personalità del ragazzo che è bello ritrovare anni dopo, adulto e realizzato. Come una stagione che si rinnova.
