Il tempo inclemente di domenica mi costringe a restare a casa. Nel pomeriggio era prevista l’accensione dell’albero in paese che ovviamente è slittata. Ripenso al periodo di isolamento imposto dal covid e mi adatto, sperando in un ritorno del sole. Canarini, gatti e fiori rimangono dentro, anche i ciclamini che di solito sposto da un balcone all’altro. Le raffiche di vento muovono le imposte e i felini sono sul chi va là. In ripostiglio un alberello già addobbato – gli manca solo il puntale – attende che gli venga data visibilità: lo recupero e lo posiziono in sala, sopra un mobiletto triangolare in testa ai mobili normali, sovente posto prediletto di Grey e di Fiocco. Pepita preferisce le mie gambe per riposare. Visto che uscire è proibitivo, decido che è arrivato il momento di riprendere in mano la fisarmonica, accantonata giusto un anno fa, all’emergere dell’artrosi all’anca. Temevo anzi che fosse il suo peso ad avere accelerato quella che poi è risultata essere la necrosi della testa del femore. Benedette le mani del chirurgo e della robotica che mi hanno rimesso in senso e non ci penso quasi più. Con molta cautela mi siedo sul panchetto e ‘imbraccio’ la fisarmonica che usava mio figlio in tempi non sospetti, cioè quand’era ragazzino. Qualcosa avevo appreso da me e avevo imparato a strimpellare i pezzi più facili del primo corso. Il cavallo di battaglia in questo periodo era ‘Tu scendi dalle stelle’ che vorrei ripassare, magari per esibirmi in privato a Natale. Apriti cielo: non ricordo più dove sta il sol sulla bottoniera e devo cercare sulla tastiera dove sta il re. Chissà che Fiocco non si agiti, perché l’anno scorso mi si intrufolava tra i piedi per fami smettere, oppure perché gradiva. Per fortuna non succede e ho il tempo che serve per rispolverare un po’ di teoria. Intendo ripassare quanto basta per recuperare la lunga assenza di esercizio. Lo faccio anche in ricordo di mia mamma, che aveva cugini tutti abili musicisti autodidatti e amava la musica. Se riesco a ritagliare mezz’ora al giorno per dieci giorni con qualunque tempo, dovrei farcela. Sarebbe un bel regalo da offrire ai miei ospiti, tempo permettendo!
Categoria: Tempo
Un grande vecchio
Ho simpatia e ammirazione per i grandi vecchi che riescono a testimoniare saggezza e abilità anche in tarda età. Meglio ancora se con ironia, come fa don Antonio Mazzi, 95 anni, fondatore di Exodus, comunità nata nel 1984 a Milano che si occupa di tossicodipendenza, accoglienza, educazione e formazione. In un simpatico articolo pubblicato sul settimanale OGGI che leggo sotto il casco dalla parrucchiera, il sacerdote immagina di rivolgersi direttamente al Padreterno, per inoltrargli tre richieste. “La prima: vorrei che a 18 anni tutti i giovani facessero sei mesi di attività sociali, una specie di servizio civile, alternativo al militare”. A mio parere, sarebbe salutare. La seconda richiesta riguarda la scuola e come insegnante – anche se in pensione – mi tocca da vicino: “Vorrei radunare tutti i rettori delle Università per discutere insieme come preparare in modo più adeguato i docenti delle scuole medie e superiori. Perché la scuola come la facciamo oggi non funziona e tu sai meglio di me che dove non c’è formazione ed educazione non ci può essere civiltà”. Infine menziona le carceri: “Pensare il recupero di chi ha sbagliato in modo rieducativo invece che punitivo, mi pare sia importante “. Diavolo di un prete, non pago, si tiene l’asso nella manica azzardando una rchiesta ‘da sballo’: “Rimandare giù tuo figlio un’altra volta per far fare un po’ di noviziato ai preti degli ultimi anni”. Devo dire che la lettura di questo articolo, intitolato HO FATO TRE RICHIESTE AL PADRETERNO mi ha restituito il buonumore e la fiducia che anche in tarda età si può essere d’esempio e fare del bene. (Un dettaglio personale: io e don Mazzi siamo stati operati di artoprotesi con successo dallo stesso chirurgo, il dottor Giovanni Grano)
Confetti per tutte le occasioni
Durante il tg1 mattina, tra i vari servizi proposti dalla conduttrice Maria Soave mi colpiscono i due seguenti opposti per intensità: quello sull’arresto a Bologna di un gruppo nazista, una “cellula’ che attentava alla Premier Giorgia Meloni e quello sul confezionamento dei confetti a Sulmona. La volontà mi suggerisce di coltivare il bello, ma l’attualità è preoccupante. Non invidio la Meloni che ha le sue gatte da pelare. Tra l’altro ha una bambina piccola e farà i salti mortali per non trascurarla. Anzi, mesi fa era stata criticata per portarsela in giro durante le trasferte all’estero. D’altro canto mi affascina immergermi nell’atmosfera natalizia attraverso il profumo, il colore e il sapore dei confetti. Meno protagonisti del panettone in questo periodo, i confetti erano noti già agli antichi romani che usavano per l’impasto il miele, non essendo ancora noto lo zucchero. Il primo documento sulla lavorazione dei confetti, custodito nell’archivio del Comune di Sulmona, risale al 1492. Le monache del monastero di Santa Chiara dello stesso paese, attorno al 1500 crearono fiori, cestini, rosari con i 5 confetti che simboleggiano: salute, ricchezza, felicità, lunga vita e fertilità. Immagino che tutti abbiano donato e ricevuto, almeno una volta nella vita confetti. I più importanti per me sono stati quelli rossi di laurea, seguiti da quelli per la nascita di mio figliio. Ne ho anche comperati e donati per occasioni festose, in un negozio del bassanese chiamato ‘Dolce Idea”, invitante già dal nome. Adesso che ci penso, è ora che ci faccia una visitina: acquisterò quelli verdi, da raccomandare anche alla Meloni. Superfluo spiegare perché.
ARCOLAIO, PECORE E LANA
Mentre sorseggio una tisana a metà pomeriggio, accendo il televisore su Rai 3 mentre è in onda il programma ‘Geo e Geo’ che ci informa su natura e ambiente dal lontano 1984. Condotto dalla gentile Sveva Sagramola, coadiuvata da Emanuele Biggi e con le spiegazioni del naturalista Francesco Petretti – bello vederlo disegnare in diretta i soggetti che osserva – è in onda dal lunedì al venerdì, dalle 15.45 alle 19: molto interessante, ma troppo lungo per me che devo fare altro. Comunque basta poco per entusiasmarsi, giusto il tempo di gustare la tisana. Il servizio in onda ieri verso le 17 mi porta in Alto Adige, da Anna e Maria, due anziane donne all’arcolaio. Già la parola ‘arcolaio’ fa riemergere atmosfere da fiaba. Ad esempio, quella dei fratelli Grimm intitolata ‘Il fuso, la spola e l’ago’, senza tralasciare ‘La bella addormentata nel bosco’ dove la protagonista si punge un dito con il fuso. Accantonata l’infanzia, anche vedere tosare le pecore trasmette una sensazione di benessere, di conciliazione con la natura. Purtroppo la lana oggi subisce la concorrenza dei filati industriali. Tuttavia è impagabile il caldo avvolgente di un indumento lavorato a mano con fibre naturali. Una trentina d’anni fa comprai un copriletto a una piazza, bianco e blu, fatto artigianalmente da una signora abruzzese. Era molto pesante. Ha svolto un onorato servizio, finché sono passata alla piazza e mezza. Riposa in fondo ad un armadio e non escludo di rimetterlo in attività. Tra l’altro, non c’è feeling tra me e le fibre sintetiche che mi procurano rossore e prurito. Comunque è difficile trovare capi di abbigliamento di pura lana, almeno secondo le mie ricerche. Per bene che vada, si trova un prodotto per metà di lana e altrettanta fibra sintetica. Curiosando nel web, scopro che Lana è un comune e un villaggio in Alto Adige, tra Merano e Bolzano. Immagino l’origine del toponimo. Il proverbio “Chi ha pecore ha lana” la dice lunga ed anche il modo di dire: “Chi non ha dottore segua la ricetta di tre elle: latte, letto e lana” che nella stagione fredda è sperimentato con successo da chi è affetto da qualche affezione virale. E’ tempo che indossi un abito a maglia fatto a ferri da un’anziana signora dei paraggi. Ovviamente celeste, il mio colore preferito.
Guerra e Poesia
Al bar mi contendo la lettura del quotidiano Corriere della Sera con un paio di clienti. Se è occupato, prendo un settimanale, mi ritiro nella stanza adiacente la sala e lo sfoglio, in attesa che si liberi l’altro. Dopo circa un quarto d’ora, la gentile lettrice che mi ha preceduta nella lettura, mi porge l’oggetto del desiderio, cosa che apprezzo molto anche perché lei è più grande di me, pertanto un riferimento culturale incoraggiante. Mi soffermo sulla pagina che riguarda lo scrittore ucraino Myroslav Herasymovych, 56 anni, morto venerdì scorso mentre combatteva sul Donetsk a pochi giorni dal suo 57esimo compleanno. Ultimo di cento artisti caduti sul fronte, uno dei poeti più noti a livello internazionale. Molto versatile, oltre alla poesia si dedicava alla sceneggiatura e aveva fondato una scuola di arti liberali, punto di riferimento nel panorama culturale del paese. Secondo il Ministro della Cultura, sono oltre 120 le persone morte al fronte tra scrittori, musicisti, attori e cantanti. Molti di loro sono stati tra i volontari della prima ora, un fenomeno diffuso tra i letterati della Prima guerra mondiale, basti pensare a Ungaretti, Saba, Montale. Nelle sue pagine in prosa e nei versi, Myroslav racconta le angosce della guerra al fronte. Il fratello Taras ha scritto su facebook: “Mio fratello ha dato la sua vita per la battaglia contro la Russia nella città di Avdiivka”, la città in Donbas al centro di violenti scontri tra russi e ucraini dall’inizio della guerra. Sono desolata nel constatare che la guerra continui ancora, ed anzi si sia espansa in altre aree. Bombardamenti, vittime e distruzioni sembrano una costante. Gli artisti morti, come Myroslav lasciano ai posteri la testimonianza di quanto la crudeltà umana sia dura a morire.
Dicembre, mese di bilanci
Mi fa uno strano effetto considerare che è arrivato dicembre, l’ultimo mese dell’anno. Non sento ancora l’atmosfera natalizia, anche se al supermercato i panettoni sono esposti già da parecchie settimane. A proposito, chi se la sente può ‘gustare’ quello con la farina di grilli, contro cui si è scagliato Vittorio Feltri, che non ha certo peli sulla lingua. Ma come non dargli ragione? L’insetto canterino allieta le nostre serate estive e non si merita di finire caramellato. Comunque, i gusti sono gusti. Io ho una intolleranza per gli emulsionanti e starò alla larga dai panettoni industriali, concedendomi eventualmente una fetta di pandoro. Credo di essere controcorrente, perché vorrei scappare dalle rimpatriate familiari, appuntamenti goderecci all’aperto tra vin brulé, jingle bells e freddo pungente. Ho letto che salterá il Capodanno in Piazza Libertà a Bassano. Piuttosto mi ci vedo nel Concerto beneaugurante in chiesa e a sorseggiare una cioccolata calda offerta dalla Pro loco, come succede nel mio paese. Niente albero e presepe, per via dei gatti. Se ci riesco, vorrei realizzare dei piccoli doni a mano, sbirciando tra i molti video artigianali che scorrono sul tablet. Dato che dicembre è anche tempo di bilanci, non posso lamentarmi di come l’anno sta volgendo al termine: operata in robotica all’anca, ho recuperato tutta la mobilità e mi sono pure iscritta in palestra, sala pesi. Incrociando le dita, posso dire che l’anno si chiude assai meglio di come era cominciato. Però la precarietà sta sempre dietro l’angolo, perciò sto molto attenta a non farmi del male da sola e ad esercitare l’invito di Socrate ‘Conosci te stesso’. La Salute è bene primario da tutelare. Perciò buon dicembre e buona salute a Tutti! 🍀
FIAT LUX
Raccontare alla luce del sole un paio d’ore trascorse al buio ieri sera potrà far sorridere. E’ la seconda volta che capita in pochi mesi. Che succeda col calar delle tenebre aumenta la sensazione di disagio che aumenta in rapporto alla durata del problema, condiviso dai miei vicini e pare causato dalla linea distribuzione Enel che nella zona in cui abito non è al top. E’ andata così. Ho deposto sul tavolo in cucina le verdure per preparare il brodo vegetale, pelapatate in una mano e ‘plof’ sparisce la luce. Penso si tratti di una situazione momentanea, com’è successo altre volte e attendo. ‘Nada’, direbbe Manuel. Apro il portoncino chiuso da poco e noto un capannello di persone al di là della strada, dove anche l’illuminazione pubblica ha dato buca. Intuisco che siano senza luce anche loro che infatti confermano. Per fortuna ho comperato di recente un portacandele e so dove sono le candele – alla cannella – acquistate per creare l’atmosfera natalizia. In cucina sono salva, ma in sala no. A tentoni cerco una pila posizionata comoda per le emergenze. . mi balena l’idea di telefonare, ma la scarto perché manca la corrente e il telefono è muto. Però ho il vecchio Nokia che mi può dare una mano e il tablet che non mi tradisce. D’impeto segnalo il problema a una rosa di contatti fidati, compreso ‘Fili’ l’elettricista. La fidata Lucia si offre di venire addirittura a farmi compagnia. Siccome è un’emergenza, chiamo anche mio figlio che non si arrabbia – devo chiamare solo per urgenze e ritengo che questa lo sia – e mi invita ad aspettare che il problema venga risolto a monte. Chiamo anche Antonella, la vice sindaca di Castelcucco – che a sua volta informa il sindaco – e Giampietro, consigliere ed amico che suggerisce di telefonare all’ufficio guasti, cosa che faccio, ma mi risponde un disco. Visto che siamo in zona weekend, sospettosa qual sono mi chiedo se non sia una strategia attuata da malavitosi per agevolare l’operazione furti, pensiero condiviso da un amico. Nel dubbio chiamo il 112 che non risponde subito, ma dopo alcuni lunghi minuti un operatore prende nota della segnalazione e mi ringrazia. Conti alla mano, ho telefonato a 5/6 persone. Non mi sento sola, ma il buio persiste, attenuato appena dal chiarore di una candela. I gatti percepiscono la mia tensione e cominciano a miagolare in modo patologico. Io alzo la voce e li faccio uscire, dato che loro ci vedono benone al buio. A tastoni accendo la stufa che un po’ rischiara la sala. Dopo circa un’ora la corrente ritorna, ma poi sparisce di nuovo. Persiste invece a suonare la centralina dell’allarme contagiata dal problema: un suono assordante che non riesco ad attutire, insopportabile. Finalmente, a ridosso delle 20 ricompare la luce e spero che non giochi a nascondino. Tra l’altro, ieri era giornata di sciopero, chissà se c’entra qualcosa. Sul tardi, la gentile e solerte vicesindaca mi tranquillizza con la terza telefonata, dicendo che il problema è stato tamponato, ma senza risalire alla causa, perciò potrà ripresentarsi fino a risoluzione definitiva. Posso ritirarmi relativamente tranquilla, perché nel momento del bisogno non sono stata lasciata sola.
Secondo post a 4 mani
Mi arriva una carrellata di foto scattate da Manuel a Cooper Pedy, cittadina situata in un’area desertica a circa 850 chilometri nord di Adelaide: “9 ore di auto. È stato lunghissimo! Ma devo dire che ne è valsa la pena”. Il passaggio del deserto incute paura e meraviglia, provocando “qualcosa che ti scuote un po’ dentro”, un’esperienza fuori dall’ordinario da vivere in prima persona che le parole e le fotografie rendono solo in parte. Manuel ha visitato una vecchia miniera, vari negozi di opali, un paio di chiese sotterranee… e ha dormito sottoterra! Un’esperienza decisamente memorabile. Nei vocali a corredo delle foto, definisce il suo resoconto ‘magro’ a causa della inadeguatezza delle parole nel descrivere un ambiente dove ha sperimentato il caldo, ma anche la pioggia nel deserto, “esperienza da Wow!”. Se penso che un anno fa il mio ex studente ora Ingegnere stava preparando la festa di laurea – originale anche quella – considero il viaggio in Australia un’ottima base per il suo curriculum e progetti futuri. Tra l’altro mi consente di viaggiare con la fantasia e di immergermi in ambienti insoliti, suggestivi per chi scrive. Nella chiesa sotterranea mi salirebbe spontanea alle labbra una preghiera, mentre il resto di una pianta sopravvissuta a una calamità si presta a una poesia. Il panorama parla da solo, inquadrato tra il blu del cielo e il ruggine della terra. Ah, in sei cartelli metallici che accolgono il visitatore in prossimità del lago salato in entro terra Kokhata noto incise le seguenti parole: One People, One Country, One Dreaming… motto delle popolazioni aborigene. Un messaggio beneaugurante in tempi alla ricerca di pace. Grazie a Manuel di diffonderlo con la sua testimonianza.
Stress telefonico
Non so se sia capitato anche ai lettori di perdere la pazienza per sgradite telefonare commerciali. Per contenere il problema tengo spesso spento il cellulare, ma la persecuzione continua sul fisso. A tutte le ore, tanto che sono costretta a staccare il ricevitore anche quando attendo una telefonata importante. Se sollevo la cornetta, sento il meccanico “Ciao” di una voce registrata e metto giù. Preciso che già molto tempo fa mi ero iscritta al Registro Pubblico delle Opposizioni che doveva tenermi al riparo da chiamate sgradite. Per un po’ ha funzionato e poi stop. Il telefono mi sta guastando l’umore, specie se viene usato in maniera invasiva, quando non oppositiva come succede con Vodafone, il mio gestore telefonico. Adesso chiarisco. Da luglio usufruisco della fibra che velocizza la connessione. Sull’intervento effettuato avevo scritto un post favorevole (omettendo che per una settimana non avevo potuto usare il telefono fisso, per una dimenticanza nel segnalare al ‘cervellone’ il passaggio alla nuova linea). Da quattro mesi chiedo un alleggerimento della fattura di € 39.97 mensili. E qua casca l’asino, perché non sono bastate telefonate estenuanti al 190 per parlare con un operatore che risponde – quando risponde – spesso dall’estero. Non esiste una mail cui segnalare disguidi o richieste, ma c’è la possibilità di ‘parlare’ conToby che non è un cane, bensì un assistente digitale. Nel giro di mezz’ora si alterna una rosa di operatori dall’accento estero o affrettato. Salto le puntate precedenti e mi limito all’ultima. Dopo la voce ripetuta all’infinito: “Stiamo gestendo la tua richiesta, non riagganciare” mi risponde Siria (ma temo che sia uno pseudonimo) alla quale ripeto per l’ennesima volta che confidavo in una diminuzione della bolletta di € 39.97 da pagare entro il 5 dicembre, accordata a voce prima a € 24.40 e poi a € 29.90, con successiva telefonata inquisitora a domicilio su dati e quant’altro. Sul tablet ieri mattina mi vedo addebitata la cifra alta, come se nulla fosse successo. Il buon Manuel, consultato oltre oceano mi invita a pazientare perché “Quando ha telefonato novembre era già entrato in tariffario. Credo almeno”. Se fosse così, perché non dirmelo? Qualcosa non mi torna, la catena è troppo lunga e qualche anello salta. Tanta gente ci lavora e l’utente non è adeguatamente ascoltato. Non ho più voce. Quasi quasi stacco il telefono definitivamente…
Novembre e freddo artico
È arrivato il freddo artico, con allerta neve e maltempo. D’altronde è stagione, perciò dobbiamo farcene una ragione. Non ho nessuna nostalgia del lungo e torrido caldo estivo che ha compromesso le fioriture e la maturazione di frutta e verdura che infatti costano un botto. Anche la mia vite di uva fragola ne ha risentito, mi è morto l’ultra ventennale Olivagno e i fiori hanno, per così dire ‘battuto la fiacca”. Non sono andata al mare neanche in giornata, perché prevedevo il viaggio a Bibione troppo impegnativo per l’anca rifatta da poco. Però sono stata a Canale d’Agordo a trovare Mariuccia, con Manuel autista d’eccezione. C’è chi ama il caldo e il mare, chi preferisce il fresco e la montagna. Semmai dovremmo sentire la mancanza delle stagioni intermedie che sembrano estinte. Si passa dalla lana al lino, e viceversa. Io ho fatto di recente il cambio degli armadi. Novembre non è il mio mese preferito, però con un po’ di ottimismo ci trovo elementi positivi: i gatti di sera stanno dentro, mi piace vedere e sentire la stufa accesa, la radio in sottofondo prima di cena mi fa compagnia mentre scrivo i post o qualche verso. Ad esempio, ho assistito ad un evento naturale che mi ha fatto pensare. Un gran volteggio di foglie secche sollevate da raffiche di vento mi ha indotto ad abbozzare la poesia ULTIMA CORSA Le foglie secche/si rincorrono sull’asfalto/con vitalità incredibile./Ma come, non sono morte?/Quale benigna sorte le anima?/Vorrei correre anch’io,/come voi, per dove non so/però sarebbe bello/stupire ancora/dopo l’ora del congedo./Giunge il rombo/d’un motore dalla strada/che fulmineo passa:/le stritola e le spiazza./Fine corsa gioiosa.// Se viene, un commento sarebbe gradito. Viceversa, grazie per la lettura. 🍁
