Conosco diverse persone di nome Marta, una delle quali è diventata mamma per la seconda volta pochi giorni fa: a lei doppi auguri. Marta è uno dei nomi femminili più antichi, portato in Italia da oltre 61.500 persone. Deriva dall’aramaico “marta” che significa “padrona” o “signora”. Marta Piva era una cara collega mancata troppo presto. È anche il secondo nome della mia amica Lucia, e il nome ‘parallelo’ di Martina che giusto ieri sera mi informava che santa Marta è la protettrice delle ‘massaie’, sollevando dei dubbi sull’uso corrente di questo sostantivo. La cosa mi ha incuriosito e mi sono documentata. Il sinonimo più comune di massaia, termine effettivamente in disuso è casalinga o donna di casa, cioè di persona che come occupazione esclusiva o principale cura l’andamento della propria casa. In questi termini non mi si addice, perché la mia occupazione principale è un’altra. Magari sono massaia in qualche circostanza, tipo quando faccio i muffin o la marmellata. Comunque santa Marta di Betania, sorella di Maria e di Lazzaro è la protettrice di casalinghe, domestiche, albergatori, osti e cuoche, padroni di casa, ospizi: praticamente tutta la ristorazione. La figura di Santa Marta è associata alla vita attiva e all’ospitalità. Per questo molte congregazioni femminili e chiese sono intitolate a lei. In alcune località, come il paese di Marta (VT), Santa Marta è anche la patrona e viene festeggiata con particolari celebrazioni. Io mi limito a fare gli auguro di Buon Onomastico alle varie Marta che conosco. 🌻
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Un regalo della Natura
Di lunedì, opto per la dolcezza. L’occasione mi viene offerta dalle prugne, raccolte ieri pomeriggio con soddisfazione da mio figlio… e un po’ di ansia da parte mia. Infatti, essendosi la pianta allungata oltre il tetto, è stato necessario utilizzare la scala allungabile e raggiungere i rami più alti. Da lassù, muovendosi con cautela Saul ha riempito mezza borsa di plastica, di quelle in uso nei supermercati per alcuni chili di frutti viola destinati probabilmente a diventare confettura. Cosa facevo io? Stavo ai piedi della scale, a fare da contrappeso per la sua discesa. La cosa curiosa è che la pianta quest’anno ha prodotto in abbondanza, cosa che non era successa gli anni precedenti. Forse ha subodorato l’intenzione di toglierla di mezzo, se improduttiva. Un prugno inizia a fruttificare generalmente dopo 2 – 5 anni dalla messa a dimora, a seconda della varietà e delle cure ricevute. Escludo che il mio sia stato oggetto di attenzioni, quindi il raccolto per me è un regalo della natura. Il pruno europeo, chiamato anche prugno o susino, è una pianta che appartiene alla famiglia delle Rosaceae. Venendo alle proprietà del frutto, esso contiene le vitamine A, B1, B2, C e alcuni sali minerali: potassio, fosforo, calcio e magnesio. La differenza tra prugne e susine è principalmente lessicale, legata allo stato di conservazione del frutto. Quando è fresco, viene comunemente chiamato susina, mentre quando è essiccato, viene chiamato prugna. Mi dissocio un po’ da questa spiegazione, perché ho una pianta di susine varietà goccia d’oro che sono abbastanza diverse dalle prugne: rotonde anziché ovali, polpa molto succosa, colore simile. Comunque, frutti estivi prelibati entrambi che mi diletto a fotografare e a gustare.
San Celestino
Ultima domenica di Luglio, in due calendari su tre oggi è riportato San Celestino. Credo si tratti di Celestino V, quello che Dante mette nell’inferno perché lasciò il soglio di Pietro. Non sono un’esperta in materia, ma se corrisponde trattasi di Celestino, nato Pietro Angelerio nel 1215 a Sant’Angelo Limosano e morto a Fumone il 19 maggio 1296. È stato il 192esimo Papa della chiesa cattolica, dal 29 agosto al 13 dicembre 1294, quindi tre mesi e mezzo. Non un gesto di ‘viltade’, ma di grande coraggio per dissentire dal potere esagerato e spesso inquinato del Papato di allora. Evidentemente Dante la pensava diversamente, comunque qualche dubbio deve averlo assalito se lo ha messo nell’Antinferno, tra gli ignavi. Eremita, si sentiva inadeguato per una carica tanto importante. Verso il 1264 fondò una congregazione di eremiti che da lui si chiamarono in seguito Celestini. A parte che il nome proprio rinvia al mio colore preferito, già da liceale avevo provato simpatia per questo personaggio, abituato alla solitudine e alla preghiera, che si sentiva inadatto al ruolo di Papa. Quindi la sua scelta, passata alla storia come ‘il gran rifiuto’ è stata del tutto coerente, sebbene inaccettabile per l’epoca. Quando il 28 febbraio 2013 Papa Benedetto XVI, ovvero Joseph Ratzinger ha dato le dimissioni, assumendo il titolo di ‘Papa emerito’, ho pensato a Celestino V. La causa addotta fu l’età avanzata e la mancanza di forze per continuare a svolgere il suo ministero. La scelta determinò grande sorpresa e clamore mediatico perché Ratzinger è stato il primo Papa in quasi 600 anni a dimettersi volontariamente. Per ulteriori approfondimenti, cedo la parola aglio storici.
L’unica costante della vita è il cambiamento (Buddha)
Piove, esco con l’ombrello per una puntatina al bar. Il quotidiano preferito è occupato, così prelevo il settimanale 7 che ha in copertina Adriano Celentano molto giovane, in spiaggia. Cerco nelle pagine interne qualcosa che mi faccia riflettere e trovo il materiale in due articoli ravvicinati. Il primo, di Mauro Bonazzi si intitola: “Tutto si trasforma nel tempo. Le amiciizie mutano, a volte si spengono” seguito a breve dal pezzo di Silvia Avallone intitolato: “L’ansia di giovinezza non mi convince. Ogni età si vive a pieno sapendo che finirà”. L’autrice sostiene la bellezza del cambiamento, persuasa che: “La consapevolezza che nulla rimane autentico mi permette di godermi ogni minuto: cosa che a vent’anni non sapevo fare”. Dopo la maternità, la giornalista, autrice di molti romanzi sull’adolescenza ha cambiato registro. Mi viene in mente il bellissimo film, visto a scuola con i miei studenti Pomodori verdi fritti alla fermata del treno (1991): quattro donne, quattro storie e due generazioni a confronto. Al di là delle singole storie, sono trattati temi d’attualità, tra cui la necessità della trasformazione che investe anche le amicizie. Per quanto mi riguarda, la mia rete affettiva si fa e si disfa. Non frequento più persone che mi erano molto vicine nel passato, ma ne ho conosciute altre che compensano il vuoto lasciato. Non sono nostalgica e penso che il meglio debba ancora arrivare. Aspettarlo in allegra compagnia è un privilegio, persuasa che “Il prodigio di vivere è che ci si trasforma” (Silvia Avallone).
Bombe e fame
Gaza, disastro umanitario. Antonio Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite definisce “Orrore senza precedenti” quello perpetrato a Gaza. Secondo l’Onu, in due mesi sono state uccise circa mille persone nei pressi dei centri di distribuzione del cibo. Dopo aver visitato la striscia di Gaza, il Patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa ha detto: “Sotto quelle macerie c’è Cristo”. Papa Leone ha rivolto parole forti contro “l’uso indiscriminato della forza e gli spostamenti forzati”. I video documentano una situazione da film horror: gente ammassata con pentolame vario per ricevere una razione di “brodaglia al pomodoro” di un’organizzazione umanitaria, come la definisce con acume la giornalista del Tg1Mattina. Una ventina di ostaggi sono ancora vivi e detenuti da Hamas che deve restituire anche quelli morti. Il negoziato con Israele è allo stallo. Mentre i signori della guerra cercano un accordo, la gente muore. Esaurite le bare, tra poco non ci saranno neanche i lenzuoli bianchi dove avvolgere le salme. Gli ospedali sono allo stremo, sprovvisti di farmaci e personale sanitario. Angosciante che il male si sia tanto dilatato dopo il 24 febbraio 2022. Io sto dalla parte degli oppressi, qualunque siano le ragioni del conflitto. Stamattina ho letto sul Gazzettino che è morto nel bombardamento di un campo di addestrmento Artiom Naliato, un 21enne di origine ucraina, residente in Veneto e adottato da piccolo da una famiglia di Tribano (PD). Partito volontario, in difesa del suo Paese in guerra. Una vittima, con nome e cognome che va ad allungare l’elenco di tutti i caduti, in un’area o nell’altra, compresi quelli che resteranno ignoti.
Scrivere perché
• In studio, infilato tra libri di scuola e non, c’è di sicuro Un altare per la madre, premio Strega nel 1978, uscito in queste settimane in Iran, col titolo Immortalidade. Ne è autore lo scrittore padovano Ferdinando Camon, novant’anni tra qualche mese, di cui ho letto l’intevista ieri sul Gazzettino a firma di Edoardo Pittalis. Confesso che del breve romanzo, considerato il suo capolavoro, ricordo assai poco e mi riprometto di riprenderlo in mano. Piuttosto mi ha incuriosito la frase: “Mi sento un personaggio aggirato dalla storia” che sul momento pensavo contenesse un errore riferito alla parola aggirato, che avrebbe potuto essere raggirato. Invece no, lo scrittore – che è anche poeta – intende dire che la civiltà contadina da lui descritta non esiste più. “È un bene o è un male? Certo è un evento inevitabile”. Nelle sue parole è palpabile la nostalgia per alcuni grandi valori che sono stati accantonati o dimenticati, preoccupato “che i figli dei miei figli vivano in una civiltà che non è figlia della mia”. Il tono diventa più conciliante quando gli viene chiesto Cosa vuole dire fare lo scrittore. Risponde da scrittore: “Miro a fare libri il cui pregio deve essere la scrittura, la qualità letteraria. La scrittura ha dato senso alla mia vita”. E qui gli do perfettamente ragione. Anche per me scrivere è vitale, non saprei fare altro con lo stesso entusiasmo. La condizione di “pensionata creativa” che mi attribuisco mi consente di coltivare un hobby che è anche una medicina, come precisavo al mio stimato professore di Liceo Armando Contro che scherzando me la attribuiva come una malattia. Comunicare, esprimersi in qualunque modalità è un ponte verso gli altri e un segno tangibile del nostro passaggio.
Evviva la noia!
Terza domenica di Luglio: caldo, com’è normale che sia in questa stagione. Esco presto e faccio una puntatina al bar, contando di leggere IL CORRIERE, che infatti è a mia disposizione, meno attenzionato dai clienti rispetto ai quotidiani locali. A me sta bene, perché così posso scorrere le pagine in tranquillità. Di domenica, c’è l’inserto Corriere SALUTE che un tempo era staccato ed anzi raccoglievo. L’articolo odierno, di Elena Meli e Danilo di Diodoro ha un titolo in controtendenza, accattivante: E adesso concediamoci pure un po’ di “sana noia”. In tempo di corsa alla vacanza lo trovo azzeccato. Premesso che c’è chi non se la può permettere, per motivi economici, di salute, di obblighi familiari, eccetera, trovo illuminante che sull’argomento si fossero già espressi gli antichi. Anche Greci ed Egizi andavano in vacanza, ma per motivi diversi dai nostri, generalmente a scopo religioso o per assistere a eventi sportivi, un mix tra sacro e profano che radunava folle da ogni parte della Grecia. Gli antichi Romani hanno inventato le ferie. Con l’estate, i nobili lasciavano Roma per andare in villeggiatura nelle loro splendide ville al mare. In epoca moderna, il primo stato a ideare un periodo di ferie pagate esteso a tutti i lavoratori fu la Francia, con una legge approvata nel 1925, ma promulgata il 20 giugno 1936. In Italia, durante il periodo fascista la Carta del Lavoro del 1927 sanciva un “periodo di riposo feriale retribuito(art.17) dopo un anno di ininterrotto servizio”. Una indubbia conquista che però non entra nel merito di come trascorrere questo periodo. Il concetto di “sana noia” mi sembra un utile consiglio per staccare dalla quotidianità zeppa di impegni, stress e dipendenze varie. La noia può essere fonte di creatività e cambiamento. Per Lev Tolstoj la noia è “il desiderio di desideri”. Per Paolo Crepet, una grande possibilità. Conosco persone super attive, cui farebbe bene annoiarsi un poco e riflettere sulla frase di Blaise Pascal: “Tutto i guai dell’uomo derivano dal non saper stare fermo in una stanza”. Quindi annoiarsi può essere una risorsa. Ovviamente da riempire bene.
“C’è un libro sempre aperto…”
Mi piace annaffiare il giardino di sera. Lo trovo rilassante e anche divertente osservare gli schizzi d’acqua quando giro la doccia della pompa gialla e blu (non a caso dei miei colori preferiti; altre due sono verdi). Dev’essere per il mio trascorso di bambina obbligata a crescere in fretta, per fare da babysitter alla sorellina minore. Avevo otto anni e smisi presto di giocare con le bambole, che non mi piacevano poi tanto. Tornando all’oggi, devo dire che mentre annaffio di qua e di là, è piacevole imbattermi in un nuovo fiore, oppure frutto. È il caso delle prugne che sono belle a vedersi e anche buone, se maturate a sufficienza, che per me significa morbide al tatto, senza zone dure. Ovvio che non sono state trattate. Tra la siepe di fottinie, da anni si è stabilito un susino selvatico con i rami carichi di piccole drupe gialle, che sarà una soddisfazione gustare tra qualche giorno.Sotto il ciliegio giapponese stanno per sbocciare tre gladioli che tengo d’occhio. A rigore, i fiori e i frutti del mio scoperto fanno assomigliare il mio giardino somigliante al brolo di una volta, nell’accezione di orto, frutteto, boschetto. Infatti la parte a sud dove ci sono il melo e l’albicocco la chiamo ‘boschetto”. Piace molto anche a Fiocco, il mio gatto rosso che spesso si riposa sopra il bidone del compost. A proposito, ho destinato un’area del blog a fiori e frutti, non necessariamente di casa mia. A Jean Jacques Rosseau è attribuita la frase che condivido: “C’è un libro sempre aperto per tutti gli occhi: la natura”. Non ho difficoltà a riconoscere che sono proprio loro, le creature vegetali belle e buone a rendere la mia casa la dimora giusta per me.
A Bassano per infortunio tablet
Viaggetto imprevisto a Bassano, in giorno di mercato. Ieri sera il tablet è sgusciato fuori dalla custodia, è caduto sul pavimento alla veneziana e… si è acciaccato! Nello specifico la videata si è come rivestita di una tendina celeste che mi complica lettura e scrittura. Ho telefonato immediatamente al Phone World Riparazione di Zhou Jie in via Jacopo Vittorelli, dove il problema è stato identificato: rottura del monitor. Una bella rottura aggiungo io, che da vari mesi non metto più piede nella città dei miei studi superiori. Detto, fatto. Parto prestino da casa, per trovare parcheggio, non scontato di giovedì, sebbene i negozi aprano abbondantemente dopo le ore nove. Mi colpiscono le calzature dei pedoni sull’acciottolato tipo sanpietrino: scarpe da ginnastica, sandali con la zeppa, tacchi a spillo e perfino stivali sulle cosce. Siamo in città. Al guinzaglio passano anche un paio di barboncini. Nella piazza sottostante ci sarà più movimento, dato che là si concentrano le bancarelle. Faccio un salto, in attesa che il negozio apra. Vorrei andare in biblioteca, come ai vecchi tempi, ma temo di perdere il turno per la ‘visita’ al mio tablet. Conosco piuttosto bene l’area, percorsa con meno trasporto da studente liceale. In un quarto d’ora compero due paia di pantaloni di lino e un prendisole di cotone da commercianti cinesi, per una modica cifra, il che mi mette di buonumore. Cerco il furgone del cibo cotto da asporto, ma deve essere in ferie. Chiedo informazioni per acquistare un Ibiscus al signore che vende piante: vorrebbe vendermi l’ultimo a prezzo stracciato, ma rifiuto perché lo vorrei grandino, per sostituire l’Olivagno che mi è morto. Torno sui miei passi e una graziosa signorina apre il negozio e accoglie la mia richiesta di riparare il tablet infortunato. Lei si consulta con il tecnico planato nel retrobottega, per sapere se si può fare. Ovviamente non capisco una parola di cinese, ma lei ha compreso il mio dilemma: per scrivere il post e postarlo ho bisogno del tablet. Il salvataggio sarà effettuato domani, quando arriverà il monitor appena ordinato. Poteva andarmi peggio, non mi resta che aspettare. Ritorno alla macchina con la mia spesa veloce. Mangerei un gelato da passeggio, se la gelateria fosse aperta, ma non lo è ancora. Lungo il viale alberato dove ho parcheggiato, è tutto un frinire di cicale.
“Era il tempo delle more…”
Mentre raccolgo le more di rovo cadute dal cespuglio in zona orto, mi torna in mente la canzone Era il tempo delle more (1971) interpretata da Mino Reitano che tanto piaceva a mia madre. Riconosco che la voce è melodiosa ed il testo è piacevole, ma in questo caso mi interessa il titolo per l’evidenza ai frutti di bosco che mi ritrovo in casa. La pianta è selvatica e non abbisogna di cure particolari, salvo contenerne i rami che si allungano in diverse direzioni. Il frutto maturo, la mora – da non confondere con quella di gelso – è squisito. Peccato che duri poco, perciò va consumato subito, oppure trasformato in confettura, come il suo ‘cugino” lampone. Finora non ho mai fatto la marmellata di more, per via dei semini che andrebbero tolti. Piuttosto farei il succo di more, se la produzione domestica dovesse essere esagerata. Il tempo della raccolta è tra luglio e agosto, quando “fiordalisi e papaveri con gli occhi in su guardano il cielo blu”, come canta Reitano in un passaggio. Come tutti i frutti viola, le more di rovo spiccano per la presenza di antiossidanti, nello specifico antociani che rendono questo piccolo frutto detox, con benefici per la circolazione e tutto il sistema cardiocircolatorio. Il decotto di foglie di rovo è un efficace astringente: si può usare come lozione per il viso o per gargarismi contro le affezioni della bocca. La medicina popolare usa l’infuso di rovo per la cura del diabete, ma io mi limiterei a usarlo per la pulizia del viso. Dal momento che non sono attratta dai prodotti cosmetici, credo che proverò con il decotto. Ho già sperimentato i benefici per i capelli di quello con la salvia, pianta aromatica prediletta. Dal momento che ho la materia prima in casa, mi applicherò a fare qualche esperimento salutare.
