La Rosa dell’Istria (film)

In prima serata, su Rai 1 vedo il film storico La Rosa dell’Istria. In primis mi ha attratto il titolo, riferito all’ambientazione tra Slovenia ed Italia, dove molti profughi furono costretti all’esodo dalla politica di ‘pulizia etnica’ di Tito. Poi l’ho collegato alla canzone 1947 di Sergio Endrigo che parla dello sradicamento dalla propria terra di migliaia di persone, tra cui il cantante-poeta che a 14 anni dovette abbandonare con la famiglia la natìa Pola, passata alla Jugoslavia per gli esiti della sconfitta italiana nella seconda guerra mondiale. Una canzone contro la guerra e i suoi danni nefasti che induce l’artista a invidiare la stabilità dell’albero: “Come vorrei essere un albero che sa/dove nasce e dove morirà”, testo struggente che introduce un argomento drammatico per molto tempo sottaciuto. Il film La Rosa dell’Istria lo ripropone, attraverso le vicende della famiglia Braico, ed è liberamente ispirato al romanzo ‘Chi ha paura dell’uomo nero?’ di Graziella Fiorentin. Maddalena sogna di diventare pittrice, ma è contrastata dal padre medico-operaio che alla fine riconoscerà all’arte il merito di testimoniare gli eventi. La trama considera l’esodo istriano dei cittadini italiani della Venezia Giulia e della Dalmazia, a mio dire con apprezzabili risultati, sebbene certa critica lo definisca un prodotto ‘patinato’. L’ argomento è stato tenuto nascosto per tanto tempo e parlarne è comunque positivo. Se insegnassi ancora, lo proporrei agli studenti di terza media perché si facessero un’idea dei fatti realmente accaduti, ma soprattutto della sofferenza, del disagio, delle fratture inferte alle persone private della propria identità per vicende belliche. Ancora attuale il messaggio di Papa Pio XII, alla vigilia della seconda guerra mondiale: “Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra”.

Un Nobel da riscoprire

Quando leggo qualcosa che riguarda Grazia Deledda mi rianimo, perché la scrittrice sarda – unica italiana a vincere il Nobel per la letteratura nel 1927 – accompagnò la mia maturità con il romanzo La Madre, cui seguirono diversi altri. La ritengo uno dei miei pilastri, di cui ammiro la capacità descrittiva insieme con quella introspettiva. A Scandicci (FI), nell’Auditorium Rogers, durante la rassegna culturale ‘Il Libro della Vita’, lo scrittore Marcello Fois ha ricordato ieri la Deledda, parlando del romanzo Marianna Sirca. Pubblicato per la prima volta nel 1915 a puntate su La Lettura, rivista mensile del Corriere della Sera fa parte di una trilogia che comprende altri due romanzi che sono L’incendio nell’oliveto e La madre, quest’ultimo a me molto caro come detto all’inizio e riletto varie volte. Viceversa, non mi ricordo granché della trama di Marianna Sirca, giovane di umili origini diventata ricca grazie all’eredità dello zio prete, innamorata del bandito Simone Sole. Destino, morte, solitudine e aspirazione alla felicità sono le tematiche esistenziali trattate dalla scrittrice, paragonata da alcuni critici agli scrittori russi. A mio dire, è una ritrattista di prim’ordine, attenta alle sfumature psicologiche dei suoi personaggi e a fotografare con le parole la sua amata isola dove ha ambientato quasi tutti i romanzi. Tra i più famosi: Canne al vento (uscito nel 1913), Edera, Elias Portolu, Cenere, Cosima. Riguardo alle opere, la critica la inserisce tra verismo e decadentismo, ma è più adeguata la letteratura sarda. Nata a Nuoro nel 1871 da una famiglia benestante, è considerata una autodidatta. Se ricordo bene, ripeté l’ultima classe elementare – privilegio per le bambine allora – perché ritenuta dalla maestra “intelligentina”. Dato il percorso fatto, per me è stata una femminista impegnata in ambito culturale, scarsamente considerata, nonostante il Nobel. Perciò ben vengano le iniziative che ci consentono di riincontrarla.

L’eredità di Giulia

È stata consegnata la Laurea postuma in Ingegneria Biomedica a Giulia Cecchettin, brutalmente strappata alla vita l’11 settembre scorso, a pochi giorni dalla discussione della tesi. Un breve servizio dall’Università di Padova dà la notizia della cerimonia che avviene nell’aula magna del Bo, alla presenza dei familiari e delle autorità. Al cancello sono appese corone d’alloro e frasi affettuose per la sfortunata ragazza. Se non fosse stata uccisa, probabilmente starebbe frequentando il corso di disegno che aveva in mente. Il padre, la sorella, gli amici e molti italiani che hanno seguito la drammatica vicenda, oggi rinnovano per la dolce Giulia sentimenti di pietà e di ammirazione. Sulla scrivania ho una foto di me 23enne – capelli lunghi, completo di velluto blu – mentre vengo proclamata ‘dottoressa in Lettere moderne’, rimasta per molto tempo in uno scatolone in cantina. Recuperata dopo un riordino tante volte rinviato, è tra gli oggetti che hanno alimentato il mio diario a ritroso, dato alle stampe col titolo TEMPO CHE TORNA, con in copertina il bel dipinto SGUARDO ANTICO dell’artista Noè Zardo. Vorrei essere laureata in Psicologia, per riuscire a esprimere il coacervo di emozioni che provo, confrontando il mio vissuto con quello di Giulia. Io sono riuscita a fare il percorso che mi ero prefissa, non sempre lineare, ma sostanzialmente in linea con i miei obiettivi. Proprio adesso, da pensionata mi godo l’eredità dell’impegno professionale profuso. A Giulia sono state tarpate le ali e rimane sospeso tutto ciò che avrebbe potuto realizzare. Giusto riconoscerle che aveva portato a termine il percorso di studi. Però la Laurea postuma non può essere spesa, per quanto possa essere un conforto per i suoi cari. Tuttavia il sorriso, la generosità, il buon essere di Giulia sono stati seminati e germoglieranno.

Inossidabili Anni Sessanta

Costretta a limitare le uscite a causa dell’anca artrosica destra (sinistra operata due anni fa) passo più tempo davanti al televisore. Come succede domenica, durante il programma Domenica in, storico contenitore del pomeriggio festivo. La conduttrice Mara Venier si attribuisce l’appellativo di ‘zia’ che infatti le si addice. Ospiti sono diversi cantanti degli anni Sessanta che sono ovviamente invecchiati, però mantengono entusiasmo e voce inconfondibile. Si esibiscono al microfono Vilma De Angelis (93 anni), Nicola Di Bari (83anni), Tony Dallara (87anni), forse altri che mi sfuggono, accumulati da un talento inossidabile e ancora buona salute. Mi soffermo su Tony Dallara – pseudonimo di Antonio Lardera – perché era molto apprezzato dai miei genitori. Mi piaceva sentirlo cantare ‘Bambina bambina’ (del 1956) con la voce nasale che lo contraddistingue, immaginando che potesse rivolgersi anche a me che allora avevo tre anni (!). Crescendo, sentii e apprezzai altri suoi successi: ‘Ghiaccio bollente’ e ‘Brivido blu’. Nel salotto di Mara ripropone: ‘Romantica’, ‘Ti dirò’… A proposito di ‘Romantica’ scopro che il testo è di Renato Rascel, un altro grande. Versi pieni di poesia, come quelli dell’esordio: Tu sei romantica/Amica delle nuvole/che cercano lassù/ un po’ di sol/come fai tu/, oppure verso la fine: Tu sei la musica/che ispira l’anima/ sei tu il mio angolo/di paradiso/per me/. Non mi stupisce che Tony Dallara si sia dedicato anche alla pittura, perché ‘La musica evoca i colori’ come ha dichiarato e come si desume da un altro verso della canzone: ‘Sono l’ultimo inguaribile malato di poesia’. Insomma, un artista a tutto tondo che si concede al pubblico nel salotto di Mara dopo un grave problema di salute, donandoci altre emozioni.

Lingua italiana

Stamattina verso le nove mi capita di seguire il programma ‘Pronto Soccorso Linguistico’, nel contesto della trasmissione Uno Mattina in Famiglia. Dato che scrivo, è normale che abbia un occhio di riguardo per ciò che c’entra con le parole. Però stamattina c’è qualcosa in più che mi fa piacere: un collegamento con il professor Francesco Sabatini che da casa parla della nascita della grammatica e di Pietro Bembo. A proposito, ad Asolo c’è una via che ricorda questo linguista, autore del trattato in tre libri Gli Asolani, un dialogo sull’amore ambientato ad Asolo nel XV sec. nella corte di Caterina Cornaro. Tornando al collegamento con l’illustre professore e linguista (nato a Pescocostanzo, 19 dicembre 1931), Presidente onorario dell’Accademia della Crusca, seguito quando era ospite fisso della trasmissione, l’ho visto fisicamente provato, ma sempre lucido nelle sue argomentazioni. Poi la parola è passata al suo successore, Paolo D’Achille, professore di Storia della Lingua Italiana: ha parlato della nascita dei cognomi legata a motivi commerciali e ha spiegato alcuni modi di dire, quali ‘Andare a genio’ e ‘Obtorto collo’ , previo breve sondaggio presso il pubblico. Infine è stata spiegata l’origine francese della parola ‘supplì’ di ambito culinario: si tratta di una crocchetta con riso e vari altri ingredienti. Beh, a mio dire il programma linguistico è molto interessante, niente affatto noioso e meriterebbe tempi più lunghi. Persuasa che la nostra lingua debba essere sostenuta e amata, mi auguro che nelle alte sfere si incentivino iniziative e programmi volti a conservarne la linfa, recuperando il meglio degli scrittori del passato, senza negare la contaminazione con parole straniere. La lingua infatti è un organismo vivo, che si rigenera e si rinnova.

Alba cercasi

“L’indifferenza è la più perniciosa delle colpe”: è un passaggio del discorso del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, durante la diretta dal Quirinale, per la Giornata della Memoria. Durante la cerimonia, il capo dello stato sottolinea l’importanza della cultura e dell’istruzione, “in un’epoca travagliata come la nostra” che sembra abbia scordato le tragedie del passato. Iniziativa lodevole ricordare ciò che è stato, non solo nell’inferno della Shoah, ma anche i molti che si sono adoperati per proteggere i propri simili, rischiando la vita. Sentire menzionare i ‘Giusti’ allarga il cuore; d’altra parte si arranca a cercarne tra le persone in carne e ossa, dopo l’attacco del 7 ottobre, come se la categoria si fosse estinta. La guerra in corso in Israele, Ucraina e altrove replica le brutture che speravamo archiviate. È risaputo che il bene non fa clamore. In un momento frastornato come l’attuale è difficile orientarsi, ed anche orientare. La cultura potrebbe fare di più, gli intellettuali dovrebbero prevalere sui politicanti, la solidarietà potrebbe scalzare l’indifferenza. Voglio sperare che ci siano ancora le persone per bene, quelle che non blaterano e operano in silenzio, sebbene screditate. Sul piatto della bilancia i media pesano, l’intelligenza artificiale avanza, allettante e provocatoria. Il futuro è fosco, il presente non è roseo. Sarebbe gradita un’alba/aurora (l’aurora è appena prima dell’alba) rasserenante, anche in versione boreale. Ma preferirei quella ‘dalle dita rosate’ di greca memoria. Volesse il Cielo che fosse l’ultima fase del crepuscolo esistenziale!

Limoni e Poesia

Non sono esperta di agrumi, ma ieri ho provato una grande soddisfazione a raccogliere i primi frutti della mia pianta di limoni, che dopo vari anni di ‘sterilità’ mi ha regalato un abbondante raccolto. I frutti sono piuttosto piccoli ma per me un concentrato del colore preferito…e di vitamina C. Premetto che la pianta, regalata a mio figlio, era stata trascurata e sembrava destinata al riposo. Ma in fioritura attirava gli insetti, distribuendo il delizioso profumo delle zagare. Ceduta alle mie cure, mi sono informata da Matteo – che tiene un banco di semi al mercato locale – sul tipo di intervento da attuare, per restituirle vigore: ‘lupini’ è stata la sua risposta che mi ha riportato a una famosa novella del Verga. I lupini sono un legume antichissimo con proprietà nutrizionali eccezionali. Compero i semi di lupini e seguo le indicazioni di Matteo. Scopro così che macinati sono un eccellente fertilizzante per gli agrumi e la mia pianta si trasforma quasi in un albero, tanto che acquisto un carrello per spostarla dal garage – dove sta d’inverno sotto una finestra – e fuori. Ieri la raccolta di metà frutti che ho immortalato e inviato ai miei contatti. Si meriterebbe una poesia. Mi sovviene che nella raccolta ‘Ossi di seppia’ di Eugenio Montale, scrittore considerato da universitaria, c’è la poesia ‘I limoni’, una delle prime scritte dall’autore, che andrò a rivedere perché non mi ricordo granché, ma mi piace pensare che la pianta profumata abbia toccato le corde del poeta genovese, Nobel per la letteratura nel 1975, che definisce i limoni: ‘le trombe d’oro della solarità’. Non mi stupisce che sia stato inebriato dai profumi e dai colori della Liguria, conosciuta durante viaggi effettuati in passato. Limoni e Poesia è una bella accoppiata.

Saul e Lara

Oggi 25 gennaio, il calendario ricorda la conversione di San Paolo Apostolo, ex Saulo di Tarso divenuto Paulo ed infine Paolo. Ho dato il nome Saul a mio figlio, dopo aver valutato bene il significato, la musicalità, chi lo aveva portato…e quant’altro perché ritengo, come ha scritto qualcuno che il nome sia il dono più bello che la madre può dare, dopo la vita. Non mi dilungo sugli agganci culturali, che ci sono e mi sta bene che fosse anche il nome di San Paolo prima della conversione sulla via di Damasco, tanto che per me oggi è quasi l’onomastico di mio figlio Saul…che da ragazzino voleva chiamarsi Jonathan (credo uno dei Power Rangers). Da una ricorrenza a un’altra, oggi è il compleanno di una cara persona, cui faccio auguri di cuore: Lara, la mia parrucchiera che da quarant’anni si occupa della mia chioma e non solo. Veniva a mettermi i bigodini a domicilio quando mio figlio era di pochi mesi e non me la sentivo di lasciarlo alla babysitter per andare a farmi la piega. Da grandicello la cosa è cambiata e ho ripreso l’appuntamento settimanale in salone, dove la sosta è tempo di cura del capo, ma anche di confidenze e di relax. Lei sa che mi piacciono i capelli ondulati e che sono conservatrice in fatto di capigliatura: mi asseconda e non mi forza a cambiare. Alla mia età, cerco un’immagine che mi rispecchi e mi dia sicurezza. Così quando torno a casa, sono soddisfatta e con il cuore leggero. La nostra è un’amicizia su base professionale, diversificatasi per una condivisione di emozioni e di idee. Del resto Lara a ragione può contare su una clientela affezionata che le riserva stima e continuità di lavoro. In conclusione, questa data stende sul mio privato una ventata di bellezza e di stabilità. Augurissimi 💐

Scrittura manuale

Scrivere a mano ci dice chi siamo: sembra uno slogan pensato ad hoc per la odierna Giornata nazionale della scrittura a mano o HandWriting Day, istituita nel 1977 in America e dedicata all’arte della calligrafia. Sarà contenta la mia amica Rossella che ha seguito un corso di quest’arte e pure la sua amica Lurdes. Anch’io sono lieta che tra tante giornate, ci sia spazio per la comunicazione scritta, oggi sempre più digitale e meno affidata a carta e penna. Io stessa uso la tastiera per postare nel mio blog e scrivo al pc romanzi e racconti, per ovvie ragioni di tempo e chiarezza. Tra parentesi, nei concorsi letterari rifiutano il manoscritto, e immagino perché. Però le mie poesie nascono dalla matita su carta anche di emergenza – per fermare l’attimo creativo – e uso il retro degli scontrini per appuntare ciò che devo comperare. Quindi non ho rinunciato alla scrittura a mano, a favore della quale ho scritto che: “Le parole hanno sempre un senso, anche se a volte bisogna cercarlo oltre le righe. Dietro la scrittura delle singole lettere ci sono le emozioni, espresse dal tratto lieve o intenso. La comunicazione è un gioco di squadra tra chi scrive/parla e chi legge/ascolta”. La mia non è una calligrafia nel senso di bella scrittura, ma una grafia che denota temperamento, fatta di lettere appuntite e impresse con tensione. Quando scrivo qualche dedica o un biglietto speciale, cerco di controllare la mano per lasciare uno scritto che parli di me e che sia intelligibile. Nel tempo la firma su è un po’ modificata: la A di Ada una volta era ad arco, mentre ora assomiglia alla Torre Eiffel: chissà cosa vorrà dire! La sigla che apponevo sui compiti a scuola è invece rimasta identica: una C ondulata che si allunga in una A a triangolo. Interessante questo guardarsi dentro attraverso i segni della scrittura, la più grande tra le invenzioni.

Giornata degli Abbracci

Domenica 21 Gennaio, giornata limpida ma fredda. Il termometro alle 10 di mattina segna meno due, non proprio invitante per uscire, anche al netto dell’artrosi. Il mio umore è provato dalla limitazione motoria e cerco di farmi coraggio con qualche spunto che mi giunge da fuori. Ieri mio figlio mi ha detto che di primo pomeriggio chiudevano le strade tra Paderno e Crespano per la sfilata dei carri mascherati. Oddio, siamo già a Carnevale? Non me ne ero accorta! Anziché di pomeriggio, come d’abitudine è venuto a trovarmi alla sera, mostrandomi sul cellulare una carrellata di immagini in tema. Simpatiche le tre caravelle – a pedale – di colombiana memoria. Un po’ di colore e l’allegria nei presenti mi ha risollevato il morale. Stamattina un contatto su WhatsApp mi ricorda che oggi è la Giornata Mondiale degli Abbracci – pare anche la Giornata Mondiale della neve – confermato da una rapida ricerca. L’idea nacque al reverendo statunitense Kevin Zaborny e nel 1986 venne istituito il National Huggins Day per trovare un momento di conforto nel gelido e lungo periodo invernale. Posto che l’abbraccio fa bene sia a chi lo fa che a chi lo riceve – purché non sia ridotto a pura formalità – dopo la pandemia questa pratica si è allentata, ma ritengo sopravviva nell’immaginario collettivo. D’altronde sono molti gli effetti positivi di un abbraccio, tra cui: “Aumenta l’autostima” e “Rafforza il sistema immunitario”. Condivido il pensiero sul tema attribuito a Pablo Neruda: “Il più delle volte un abbraccio è staccare un pezzettino di sé per donarlo all’altro perché possa continuare il proprio cammino meno solo”. L’abbraccio è un tema ricorrente nell’arte e nel cinema. Penso al bacio di Klimt in un abbraccio simbolo di universalità, ma anche al titolo dell’opera di un amico pittore. L’emozione che procura l’arte corre parallela a quella di un abbraccio reale.