“La vita non è uno scherzo”

Nazim Hickmed moriva a Mosca il 3 giugno 1963, lontano dalla sua Turchia dove era nato il 15 gennaio 1902. Nel 1948 aveva scritto in carcere (condannato per la sua opposizione al regime di Kemal Ataturk e per propaganda comunista) una delle sue poesie più famose, Alla vita che è un ammonimento a non sprecarla. Mi scorre sul tablet e non posso ignorarla perché mi sembra adatta da accostare a fatti di attualità gravati spesso da leggerezza e superficialità. Senza contare la precarietà del vivere che è una costante e ci mette molto di suo. Mi piange il cuore per Sofia, la bimba di 18 mesi investita nel parcheggio dell’asilo a Brescia dall’auto di una nonna che andava a prelevare il nipote e sono angosciata per Patrizia, Bianca e Cristian, i tre giovani amici abbracciati prima di essere investiti e travolti dalla furia del Natisone in Friuli. Le indagini faranno il loro corso in entrambe le drammatiche circostanze. Personalmente credo che siamo fortunati ad essere vivi e la poesia del poeta turco mi suona come una preghiera laica, di cui riporto la prima strofa a beneficio di una riflessione comune sull’irripetibile dono che dobbiamo gestire al meglio. La vita non è uno scherzo./Prendila sul serio/come fa lo scoiattolo, ad esempio,/senza aspettarti nulla/dal di fuori o nell’aldilà./Non avrai altro da fare che vivere./ Sullo stesso tema mi torna in mente la bellissima canzone interpretata da Shirley Bassey La Vita/This Is My Life, il cui ritornello si sente ogni tanto come sottofondo alla reclame di un prodotto: Ah…la vita/Più bello della vita/Non c’è niente/E forse tanta gente/Non lo sa non lo sa/Ah…la vita/Che cosa di più vero/Esiste al mondo/E non ce ne accorgiamo/Quasi mai quasi mai/Quasi mai…mai/. A nome delle vittime della fatalità e/o della sottovalutazione del pericolo, ritengo sia doveroso alzare l’asticella della responsabilità perché, come dice Nazim Hickmed “La vita non è uno scherzo’ e “Più bello della vita non c’è niente”, come canta Shirley Bassey.

‘Non è mai troppo tardi’

Che personaggio e che bella persona il Maestro Alberto Manzi (Roma, 3.11.1924 – Pitigliano, 4.12.1997). Gli dedica un servizio il programma ‘A Sua Immagine’ in questa domenica importante che ricorda il 78esimo compleanno della Repubblica Italiana. La trasmissione condotta da Manzi Non è mai troppo tardi, in onda dal 1959 al 1968 consentì a circa un milione di italiani di emanciparsi culturalmente, conseguendo la licenza elementare. Fu il primo esperimento di educazione a distanza fornito dalla televisione pubblica, con un metodo educativo accattivante che combinava parole e disegno. Il Maestro aveva insegnato precedentemente nel carcere minorile “Aristide Gabelli” di Roma a circa 90 ragazzi minorenni (a 18 anni passavano al Regina Coeli) in un’enorme stanza adibita ad ‘aula’ senza banchi, sedie, libri: esperienza che deve essere stata fondamentale per il futuro del maestro, pedagogista, conduttore televisivo e anche scrittore. Tra le diverse opere di Narrativa: La luna nelle baracche e Orzowei. Fu anche sindaco di Pitigliano, comune toscano in provincia di Grosseto. Durante il servizio, il figlio Massimo Manzi parla del padre, sottolineandone le doti morali che raccomandava in casa e a scuola: “Siate sempre padroni del vostro senso critico, e nessuno potrà farvi sottomettere. Vi auguro che nessuno mai possa plagiarvi o addomesticare come vorrebbe”. Provo emozione ed ammirazione per un tale insegnante, la cui eredità è ancora attuale. Sentirlo presentare le varie lettere dell’alfabeto mentre disegna velocemente delle figure alla lavagna da uno schermo in bianco e nero ha un valore didattico e umano notevole. Tanta acqua è passata sotto i ponti da allora, ma ritengo che la sua testimonianza possa ancora fare scuola.

Francesco, un Papa umano

“Nessuno è inutile, nessuno è superfluo, nella chiesa c’è spazio per tutti”: parole di Papa Bergoglio, in risposta al polverone suscitato da una sua battuta ritenuta omofona. Il pontefice si scusa per aver usato un termine romanesco, teso a criticare la presenza di omosessuali nei seminari. Il termine ‘frociaggine’, pronunciato a porte chiuse con i vescovi durante l’assemblea generale della Cei ha acceso il dibattito tra vescovi italiani e comunità LGBTQ+, un incidente comunicativo che ha innescato le polemiche e che una nota della sala stampa vaticana ha messo a tacere. Umanamente ritengo che vada riconosciuta al Santo Padre la possibilità di una defaiance. L’operato durante la lunga vita testimonia la sua buona fede. Provo simpatia per Papa Francesco dal tempo dell’elezione: il suo modo di fare e di dire sono congeniali al ruolo e al nome scelto. Di questi giorni sto leggendo il libro prestatomi da Lucia LIFE La mia storia nella Storia, l’autobiografia di Papa Francesco scritta con Fabio Marchese Ragona. Lungi da me farne una recensione prima di averne completato la lettura – ho letto metà dei XIV capitoli – ritrovo nelle pagine lo spirito indomito del pontefice. Il piccolo Jorge amava molto nonna Rosa che gli insegnò a pregare. La madre Regina sognava per lui un futuro da medico, mentre nonna Rosa fu molto felice quando comunicò la sua chiamata al sacerdozio, nel 1955. In un passo che riguarda la fine della seconda guerra mondiale, ricorda “come vivono i nostri fratelli e sorelle nella martoriata Ucraina, in Siria, Yemen, Myanmar, Medio Oriente, Sud Sudan… e in tutti gli altri Paesi dove si vive ancora la tragedia della guerra”. Un tema di attualità irrisolto, molto più pesante di quello riguardante gli omosessuali, una goccia nel mare!

Dante censurato

Povero Dante! Si rivolterà nella tomba, se gli arriva la voce di essere stato scavalcato da Boccaccio nell’ora di Letteratura alla Scuola Media Felissent di Treviso. Un putiferio nato perché due studenti di fede musulmana – per meglio dire i loro genitori – hanno rifiutato la scelta dell’insegnante orientata a proporre alla classe la conoscenza della Divina Commedia (perché Dante mette Maometto all’inferno). Povera collega, che si trova tra le mani una patata bollente e non ha certo previsto il polverone scaturito. Adesso si è mosso il M inistro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, e vai con l’ispezione. Leggo sul quotidiano che l’insegnante, cui va la mia umana comprensione è in malattia. Suppongo che i due studenti e i loro genitori contrari al padre della letteratura italiana maneggino la moneta da due euro che da un lato ha il famoso ritratto dipinto da Raffaello, in qualche modo venuto alle mani non per combattere, bensì unire culture diverse grazie al capolavoro dantesco. A titolo di cronaca, dopo un assaggio alle medie, le tre cantiche Inferno, Purgatorio e Paradiso mi accompagnarono per i primi tre anni delle superiori, facendomi fare una indigestione di versi (l’intera opera conta complessivamente 14233 versi) che spostò la mia preferenza sul Boccaccio, l’altro grande del Trecento insieme con il Petrarca. I gusti cambiano e non si discutono. Nel caso salito alla ribalta della cronaca, il punto è un altro e mi interrogo: è integrazione sottostare al veto di alcuni utenti della scuola sull’uso di opere da parte del docente, cui viene peraltro garantita la libertà d’insegnamento? Una decina di anni fa, mi capitò di essere contestata dai genitori di un allievo marocchino, perché avevo dettato una poesia sul Natale. Era mia abitudine dettare una poesia ogni settimana, così ben presto sfumò il reciproco disagio. Non so se sia un caso, ma quello studente diede in seguito molti problemi di tipo disciplinare. Adesso è adulto e mi auguro si sia integrato davvero. A questo nobile scopo dovrebbe servire la letteratura.

Una foto iconica

Era il 23 Maggio 1992, quando avvenne la strage di Capaci. Allora mio figlio aveva 3 anni e 9 mesi, abbiamo vissuto insieme quel tragico evento. In tempi rapidi feci stampare su due magline celesti che indossammo in varie occasioni la foto dei due amici magistrati sorridenti. Mi procurai il poster di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, da allora appeso in camera da letto, come un santino laico. Quando mi ritiro, prima di spegnere la luce mi viene spontaneo cercare nel loro sorriso un incitamento a rinnovare nel quotidiano la tenacia e il coraggio che per loro – e per la scorta/le scorte – era pane quotidiano. Il tema dell’amicizia vera, del dovere, del sacrificio, del pubblico servizio fornito oltre ogni aspettativa sembrano argomenti da assegnare a giovani liceali, temi che poi sfumano con i grovigli dell’età adulta. Eppure ritengo che bisogna parlarne, che va mantenuta la memoria di quanto successo, non per edulcorarne il contorno, ma per evitare che riaccada. Il pericolo è sempre dietro l’angolo, in tempi peraltro segnati da tante gravose problematiche. Il Giorno della Legalità odierno intende ricordare le vittime di tutte le mafie. Il Ministero della Cultura e del Merito invita tutte le istituzioni scolastiche del Paese a programmare momenti commemorativi e attività per contrastare qualunque forma di illegalità e sopruso. Quasi mi spiace non essere più in servizio, perché questo tema mi tocca nel profondo. Non so come potrei affrontarlo, dopo 32 anni dall’accaduto senza ripetermi. La fotografia dei due amici magistrati è diventata un’icona dei valori che hanno testimoniato e ci hanno lasciato in eredità. Perché camminino sulle nostre gambe.

Eros e Thanatos, Amore e Morte

Sofia Stefani, 33 anni, uccisa con un colpo in faccia partito dalla pistola d’ordinanza di Giampiero Gualandi, 62 anni, ex comandante con cui aveva lavorato e pare avesse una relazione. Succede ad Anzola, nel bolognese giovedì pomeriggio. Una tragedia con l’ombra del femminicidio. Lo sento per tivù e lo leggo a pag. 19 del quotidiano la Repubblica di venerdì. Stefani è il cognome della vittima, lo stesso di mia madre, dettaglio che non mi sfugge. Poi gli anni, 33 come quelli del Cristo e la parte del corpo dove è stata colpita, il volto con gli occhi ritenuti specchio dell’anima. Mi turba molto il pensiero che l’omicida abbia fatto partire il colpo di proposito, sebbene lui dica che lo sparo sia partito per sbaglio. Una ragazza giovane, vigilessa, dedita anche al volontariato, estromessa dalla vita per motivi passionali nel peggiore dei casi, con una modalità che ha devastato il volto, concentrato di bellezza e di emozioni. Nel settimanale il venerdì di Repubblica, l’articolo a pag. 50 è dedicato a Lea Melandri, 83 anni, autrice del saggio Amore e violenza, ripubblicato da Boringhieri in cui tratta il tema dei femminicidi. A mio dire è illuminante ciò che dice: “Non si può parlare della violenza maschile sulle donne senza nominare il legame profondo che unisce vittima e oppressore. Oggi invece si tende a banalizzare, descrivendo la violenza come conseguenza o della patologia del singolo o della sua provenienza culturale nel caso dei migranti”. Chissà cosa potrebbe aggiungere – o togliere – a questa analisi la povera Sofia, il cui nome in greco significa ‘sapienza’, ‘saggezza”. Eros e Thanatos, Amore e Morte sono due concetti che viaggiano su binari paralleli che si attraggono. Quando si scontrano però succede il disastro!

Marketing…e Salute!

Si è chiusa la XXXVI edizione del Salone del Libro di Torino, con risultati incoraggianti e soddisfazione per gli organizzatori. 222.000 visitatori in cinque giorni, distribuiti tra gli 872 stand su una superficie di 137.000 metri quadrati sono numeri giganteschi. Per la prima volta, tra gli autori dell’area destinata al self publishing c’ero anch’io, con il romanzo Passato Prossimo, fisicamente rappresentata dalla giovane collega Elisa Simeoni, che si trova a Torino per motivi di studio, non a caso una delle “sei dita rosate” del blog verbanostra. Sottoposta io ad intervento all’anca, è stato un colpo di fortuna avere la sua disponibilità, augurandomi che abbia trovato utile partecipare alla kermesse letteraria, di cui si dichiara soddisfatta. Per me sarebbe stato uno strazio, perché sono tuttora in convalescenza. Potete ammirare la mia ‘supplente ‘ nella bella foto che mi ha inviato dal Salone e che ho postato su Instagram. Adesso rispondo a chi vuole sapere com’è andata: ancora non lo so, nei prossimi giorni avrò il conteggio delle copie acquistate o eventualmente invendute che mi spediranno a casa, secondo accordi. “Comunque sia la vetrina c’è stata”, parole di Elisa che ha fatto incursione nel padiglione veneto dove ha rimediato importanti contatti nell’ambito degli EV Editori Veneti. Ritengo che i contatti giusti siano la cosa più importante, per il prosieguo della mia attività di scrittrice. Infatti mi sono persuasa che non mi si addice il ruolo di autore – venditore, mi è più congeniale quello di semplice autore. Promozione e distribuzione dell’opera richiedono altrettante energie che scrivere. Non essendo più di primo pelo, voglio coltivare il piacere della scrittura, senza disperdere energie altrove. Non sarà marketing, come dice Manuel…ma ne guadagnerà la salute!

Recupero

Pomeriggio di maggio sospeso (ieri) tra la pioggia che forse arriva forse no, e un assopimento travolgente. Fiocco, il gatto più energetico che abbia avuto sonnecchia sul tappeto dell’ingresso, mentre i canarini si limitano a cinguettare. Manca il sole, grande stimolatore di buonumore. Sotto il portico, mi concedo qualche riflessione possibilmente positiva. Ho trovato: lunedì prossimo ho la visita di controllo con il chirurgo che mi ha inserito la protesi all’anca destra – gelosa della sinistra – come dice il collega Max, dopo trenta mesi dal precedente intervento di artoprotesi. Adesso sono una donna “bionica”, secondo la spiritosa affermazione di un’amica. Nell’immaginario scientifico, uomo bionico è un essere al confine tra uomo e macchina. Personalmente mi basta che la robotica e la perizia del chirurgo mi abbiano restituito il piacere di camminare senza dolore e di tornare alla normalità in tempi brevi, ovverosia dopo un mese. I quattro mesi di sofferta limitazione – che a me sono parsi lunghissimi – hanno impedito al mio corpo di cercare un. adattamento, così il recupero è avvenuto alle svelte. Da una settimana esco in macchina e sto per completare le sedute di fisioterapia. Tornerò a rimettermi ai fornelli, perché a tutt’oggi mi giovo del servizio fornito dai volontari ‘pasti a domicilio’. Approfitto anzi per ringraziare la schiera di brave persone che mi hanno sostenuta ed aiutata a vario titolo durante questo mese di convalescenza. È confortante constatare di abitare in una zona – la Pedemontana del Grappa – ricca di associazioni e strutture attente ai bisogni dei più fragili. Lunga vita al volontariato.

Ciao mamme! 💖

I piccoli garofani bianchi di mia madre sono in piena fioritura e diffondono un intenso profumo anche a distanza. Lei è mancata molti anni fa, ma i garofani continuano a farmi compagnia, accarezzandomi l’anima. Mi piace associare un fiore alla figura materna, soprattutto oggi che è la festa della mamma che si celebra dal 1959. Si tratta di una ricorrenza mobile, dato che la data non è sempre la stessa. Fu il presidente americano Wilson nel 1914 a rendere la manifestazione pubblica, in onore delle madri di tutti i soldati, decidendo che il giorno dei festeggiamenti sarebbe stato la seconda domenica di maggio. In realtà l’idea di celebrare la maternità era venuta ad una femminista e pacifista americana nel maggio 1870, Jiulia Ward Home, spalleggiata pochi anni dopo da un’altra donna, Anna M. Jarvis che scelse, come simbolo della festa il fiore preferito della madre: il garofano bianco! Non lo sapevo, il collegamento con i garofanini di mia mamma Giovanna mi commuove.Tralascio le citazioni pro mamma che trovo troppo mielose, mentre mi toccano alcune intense poesie come quella di Ungaretti, intitolata appunto La madre dove il poeta immagina di incontrarla nel momento della sua morte, mediatrice tra terreno e divino: “In ginocchio, decisa,/sarai una statua davanti all’Eterno,/… Ricorderai d’avermi atteso tanto,/e avrai negli occhi un rapido sospiro.” Sulla stessa linea, a mio dire il la poesia di Papa Karol Wojtyla dedicata alla madre che si apre coi seguenti versi: “Sulla tua tomba bianca/sbocciano i fiori bianchi della vita” dove i fiori sono l’anello di congiunzione con l’infinito. Ritornando coi piedi per terra, rinnovo gli auguri alle mamme che conosco e anche a quelle che non ci sono più fisicamente, ma continuano a vivere nel nostro ricordo e a infonderci luce.

Scrivere, esercizio di libertà

Mi attraggono le parole. Non a caso il blog su cui scrivo quotidianamente da quasi tre anni (nato a fine giugno 2021) si chiama Verbamea (= parole mie) e Verbanostra (= parole nostre) il blog parallelo, in condivisione con le ‘sei dita’ di Francesca, Sara, Valentina, Veronica, Elisa. Leggo sul quotidiano la Repubblica di ieri un paio di articoli che mi consentono di dire qualcosa a riguardo. Dall’intervista ad Alessandro Michele, autore del libro “Noi siamo le cose che ci circondano” riporto la risposta alla domanda Com’è stato esprimersi con la scrittura? “Penso che le parole siano l’unica religione che ci tiene ancora liberi, per questo spero che ciò che ho scritto risulti vero e autentico”. È anche il mio pensiero. Il libro sarà presentato oggi al Salone del Libro di Torino, dove c’è anche il mio romanzo Passato Prossimo. Io non sono importante da essere intervistata, ma credo di allinearmi al pensiero espresso da Michele, una delle voci più influenti della moda. Al Salone del Libro arriva per la prima volta dopo l’attentato anche lo scrittore Salman Rushdie, autore di Knife. A parte la sua tirata d’orecchi alla Meloni che ha denunciato Saviano, mi interessa il suo punto di vista sulla scrittura che può essere catarsi, ma anche vendetta. Lascio al lettore la soddisfazione di leggersi l’intero servizio di Sara Strippoli a pag. 33. Adesso è tempo che dica la mia. A parte il pensiero di Platone a riguardo, in ambito psicanalitico e psicoterapeutico, la catarsi è la liberazione da un trauma o un conflitto interiore, la ‘purificazione’ di corpo e anima, ma non voglio sconfinare in un terreno che non mi appartiene. Mi limito a dire che per me scrivere è la terapia alla ‘malattia’ di esprimermi, quindi una sorta di ossigenazione che mi fa stare bene. E che i lettori nutrono con il loro contributo.