“Dall’estremo all’inaudito” sono le parole del meteorologo Filippo Thiery, volto Rai di ‘Geo” riguardo il disastro successo in Emilia Romagna in un paio di settimane. L’ allerta rossa era giustificata: 23 comuni allagati, 14 fiumi esondati, comunicazioni in tilt, 9 vittime finora. Martedì pomeriggio Manuel, il mio assistente tecnico-informatico, studente di ingegneria elettronica a Cesena mi invia un breve video, giratogli da altri dove si vede di spalle un tipo condurre la bicicletta in mezzo a un lago d’acqua marrone che gli arriva alla cintola: quasi ‘comico’ se non fosse vero. Chissà dove tentava di andare, e il peggio doveva ancora arrivare. Manuel è domiciliato in una zona alta della città, risparmiata dall’alluvione, comunque non può spostarsi e non sa se potrà rientrare a casa per il fine settimana. Segue le lezioni online, anzi no perché sono state sospese. Sono desolata di constatare quanto sia precaria la situazione. Nell’emergenza c’è un grande concorso di aiuti e di forze da molte parti, tuttavia il degrado ambientale e l’innalzamento climatico denunciano la sottovalutazione delle problematiche ambientali connesse. Tutti sappiamo che l’Italia è ‘ballerina’, però avere rinviato la messa in sicurezza del territorio sta portando i nodi al pettine. Esemplare la vignetta a pag. 23 del quotidiano IL GAZZETTINO odierno, dove a chi chiede: “E il piano contro il dissesto?” l’altro risponde: “Fa acqua da tutte le parti”. È risaputo che siamo bravi nell’emergenza, ma difettosi nella prevenzione. Dovremo convivere con questo tipo di cataclismi, indietro non si torna. Si annuncia un’estate più torrida della precedente e questo aumenta il livello dell’ansia. Nello Musumeci, Ministro per la Protezione Civile e le Politiche del mare durante un’intervista dice che dobbiamo prepararci a questi eventi, per cui è sensato chiedersi non se avverranno ma quando avverranno. Rimbocchiamoci le maniche.
Categoria: Attualità
Argomento tabu
A ridosso del pranzo, mi capita di sentire su Rai3 per Quante Storie una breve intervista a Michela Murgia, di cui in questi giorni si fa un gran parlare. Era successo anche sabato sera, quando Gramellini ha informato che sarà sua ospite durante la trasmissione LE PAROLE. Qualcosa sapevo di questa scrittrice 50enne sarda, che aveva vinto il premio Campiello nel 2010 con il libro “Accabadora”. Ora per Mondadori è appena uscito “Tre Ciotole, storie da usare come rituali”, una raccolta di racconti. Una decina di giorni fa, in una lunga intervista al Corriere, lei stessa ha dato la notizia-bomba di essere affetta da carcinoma renale in fase avanzata. Scelta legittima, tanto quanto quella di tacere. Leggo diverse opinioni al riguardo e penso al brivido che provai quando sentii la notizia della morte di Fabrizio Frizzi, visto giorni prima in tivù a condurre l’amata trasmissione con il pubblico. Legittima anche la sua scelta di discrezione e silenzio. Immagino che parlare di un grave problema sanitario richieda grande coraggio, specie in un’epoca dove prevale l’immagine. La scrittrice si mostra con un bizzarro copricapo colorato che nasconde la perdita dei capelli a causa delle cure oncologiche, ha il viso gonfio e un velo di malinconia nello sguardo. È una persona provata che lotta contro la malattia e coraggiosamente ne parla, sdoganando il tabù del fine vita. Mi auguro che in questo difficile percorso sia sostenuta da persone di cuore e di scienza, come lei stessa sottolinea in riferimento al suo terapeuta. Ammiro la sua forza, ma non credo che mi esporrei come lei perché ritengo la sofferenza una faccenda privata, alla stregua dell’amore. Comunque offre una lettura innovativa della gestione della malattia. Seguirò il suo caso e le auguro di tenere duro.
Vecchiaia attiva
Mi è proprio simpatico Bruno, il 94enne che a Milano ha sventato un tentativo di stupro ai danni di una condomina. Lo leggo sul quotidiano la mattina e vedo in tivù il servizio che lo riguarda alla sera: un anziano in salute e sveglio che non si perde d’animo e tiene in scacco il malintenzionato con una pistola a salve, fino all’arrivo dei Carabinieri. È successo lunedì mattina quando un giovane extracomunitario è riuscito a entrare nel palazzo in centro, zona Washington e a infilarsi nell’appartamento della dottoressa sua vicina, alle cui grida di aiuto è subito accorso. Quando gli viene chiesto se si sente un eroe, nega e risponde: “Dovevo fare qualcosa”. Come vorrei averlo un nonno così, che si aggira per casa con disinvoltura, fa la spesa da solo e guida l’automobile. Un esempio di vecchiaia attiva e generosa. Oltretutto credo sia solo: in un periodo in cui si parla della solitudine come di una nuova pandemia, il signor Bruno è un esempio in controtendenza che fa ben sperare. Nonostante l’età avanzata, non si è girato dall’altra parte ed è intervenuto, a suo rischio e pericolo. Non mi sorprende che il palazzo dove vive lo consideri un eroe e che il suo coraggioso intervento sia balzato in cronaca. Alla faccia di chi crede che gli anziani non siano più utili. Vero che dipende dalle condizioni psico-fisiche, che per molti sono impedienti. La salute per me è bene primario quanto la libertà: vale la pena prendersene cura da giovani, allenandosi a star bene e facendo del bene, come sosteneva “La decana dei presidi trevigiani”, Adele Fava Biasi, mancata a 102 anni, protagonista del post di giovedì. Senza volerlo, faccio le mie riflessioni su un uomo e una donna anziani, senza distinzione di genere perché la generosità è neutra, spazia ovunque e non conosce limiti di età.
Una star “sui generis”
Conosco l’attrice e regista Isabella Rossellini che al Quirinale ha ricevuto il premio speciale alla carriera David di Donatello. “È un regalo questo premio… sono onorata”. Donna molto bella, è stata top model negli Anni Ottanta ed è comparsa su infinite copertine di Vogue. Ignoravo che si fosse laureata in Etologia (o biologia comportamentale, studia il comportamento animale) a sessant’anni – è nata a Roma il 18 giugno 1952 – Notevole! Una vera imper-attrice del cinema Italiano. D’altronde non sorprende, se si considera che è figlia di due leggende del cinema mondiale: il padre, Roberto Rossellini, grande regista neorealista italiano e la madre, Ingrid Bergman, attrice svedese. Isotta, sua sorella gemella è docente di Letteratura Italiana alla Columbia University. Isabella vive in una fattoria di Brookhaven, a Long Island, New York, con i figli Elettra e Roberto Jr. In America è diventata un’icona del cinema americano, ma ha conservato la sua italianità: notevole anche questo! Sintetizzo: una star del cinema che coltiva spinaci e asparagi, alleva razze rare di polli e spiega “che anche gli animali sono esseri senzienti e pensanti”. Una diva passata dalla vita metropolitana a quella di campagna, tornata sui banchi di scuola per studiare il comportamento animale. Beh, che dire: una gran bella donna, dentro e fuori! È la dimostrazione che bellezza ed intelligenza non si escludono, come si vociferava in certi ambienti. Tra l’altro ammiro la sua capacità di reinventarsi ed il desiderio di imparare. Smessi i panni della top model, si sporca le mani, lavorando la terra in prima persona. Dato il suo stile di vita ed il rispetto per la natura che la contraddistingue le auguro di vivere a lungo e di esportare il suo messaggio dovunque, di qua e di là dell’oceano, davanti e dietro la macchina da presa.
Compagni di viaggio
Una bella storia quella che ha per protagonista un cervo e Giovanni, un allevatore di capre che lo ha trovato abbandonato appena nato, sul greto del torrente Mallero, in Valmalenco (Sondrio). Per quasi due anni lo ha accudito, sviluppando con l’ungulato un legame particolare. Però la scorsa estate Bambi era stato prelevato dalle autorità e trasferito in una struttura idonea ‘per animali selvatici’. Ma Giovanni Del Zoppo non si è dato per vinto e con dei volontari dell’associazione Ecofaunistica Valmalenco ha realizzato una vera e propria “Casa di Bambi” immersa nel verde, che consentirà al cervo di stare vicino alla sua famiglia adottiva. La vicenda dimostra come sia possibile la convivenza tra specie ‘selvatiche’ e l’uomo. Mi viene da aggiungere che dipende dall’uomo e dall’animale. È chiaro che tra Giovanni e il cervo si è stabilito un feeling, cosa non scontata e ammirevole. Ad esempio, il detto “Essere come cane e gatto” riferito a due persone che non vanno d’accordo, a casa mia non ha avuto riscontro, perché hanno convissuto da sempre cani, gatti e perfino uccellini. Lo documentano le foto in bianco e nero della mia infanzia e i ricordi. L’ultima testimonianza di serena convivenza tra animali presunti ostili me l’ha offerta il cane Astro, mancato lo scorso luglio a 18 anni e gli ultimi gatti Fiocco e Pepe, allora di pochi mesi: mangiavano, dormivano e giocavano insieme. Situazione che riscontro anche altrove, dove gli animali sono accolti e allevati con amore. Talvolta mi arrivano dei video con cuccioli di uomo che interagiscono con quelli umani e non mi stupisco che venga utilizzata la ‘pet therapy’ in situazioni di disagio psico-fisico. Pare anzi che la particolare sensibilità di alcuni cani prevenga l’uomo nello scoprire l’insorgere di alcune malattie. Insomma, tutto concorre a considerarli compagni di viaggio su questa terra.
Armi e minori
Sono esterefatta per quanto successo a Belgrado: otto ragazzini e la guardia di sicurezza uccisi dal tredicenne Kosta, nell’istituto primario “Vladislav Ribnikar” dove l’alta borghesia iscrive i propri figli. Il governo serbo ha proclamato tre giorni di lutto nazionale, dal 5 al 7 maggio. Era già desolante sentire di fatti simili accaduti in America, ma la strage si è paurosamente avvicinata in Serbia, definita ‘provincia d’America’ dall’inviato Fabio Tonacci del quotidiano la Repubblica di venerdì. Il giornalista intervista Andy, amico di Kosta, descritto come un tipo calmo, un po’ introverso. Bullizzato perché bravo. “Lo chiamavano nerd (= secchione sfigato) perché è uno studente modello che prende sempre il massimo dei voti”. Un killer bambino che accompagnava il padre Vladimir, noto radiologo e cacciatore appassionato di armi al poligono. La madre è una scienziata. Kosta ha fatto una lista dei compagni da eliminare. Ha sottratto due pistole al padre e messo in atto il suo progetto di morte. Da restare annichiliti, increduli che possa succedere. È risaputo che dopo il lungo periodo del lockdown sono emerse nuove fragilità, amplificate dalla guerra in corso. L’ OMS ha dichiarato la fine della pandemia, per quanto il virus circoli ancora. Siamo tutti in ansiosa attesa della Pace. Nel mentre mi inquieta pensare alle esplosioni di violenza raccapriccianti come quella successa venerdì ad opera di Kosta. La scuola è stato il mio ambiente di lavoro per oltre trent’anni e mi tocca ciò che succede, dentro e fuori il Paese. Nel finale della trasmissione Le Parole, Massimo Gramellini ieri sera ha esposto il fatto, chiedendosi come mai il padre si portasse appresso il figlio al poligono, segnalando il pericolo incombente del culto delle armi. Non vorrei essere nei panni del padre di Kosta, né in quelli dei genitori delle sue vittime. Di fronte all’enorme desolazione, non resta che pregare. E magari prevenire, per quello che si può.
Altri tempi, stessa gavetta
Quando sono al bar a Fonte, tra i vari quotidiani mi capita tra le mani anche LIBERO, che non mi dispiace. Ammetto che ammiro il suo direttore, Vittorio Feltri che sta per compiere 80 anni. Lo confida lui stesso durante la trasmissione pomeridiana DIARIO DEL GIORNO su Rete 4 che seguo spesso, perché coincide col mio tempo relax. Oggi l’argomento del dibattere tra gli ospiti è il lavoro, anzi il lavoro che viene evitato e di cui c’è grande bisogno, soprattutto nel campo della ristorazione, con la stagione estiva alle porte. Mi sorprende per la franchezza il consiglio che Feltri snocciola per chi ha problemi di denaro: Consiglio ai poveri di diventare ricchi, esposto con il solito piglio. Al di là della battuta, su cui dopo torno, ammiro gli anziani che non temono di esporsi. In fondo, uno dei vantaggi dell’età avanzata è quello di esprimersi con disinvoltura, anche a scapito del fastidio che il proprio dire può suscitare. Adesso riprendo il filo. Sono un’insegnante felicemente in pensione da oltre un lustro. Mio figlio 34enne lavora in palestra come tecnico, con un contratto di collaborazione, cioè pagato a ore ma senza previdenze. In precedenza ha svolto vari lavori temporanei. Ha il diploma di Grafico pubblicitario che non gli interessa utilizzare. Gli piace il lavoro che fa, per cui ha anche il fisico adatto, coltivato sul campo. Da un anno e mezzo vive fuori casa, a due passi dalla palestra. Suppongo che sbarcare il lunario non gli consentirà di diventare mai ricco. Per lui, come per me non si sceglie il lavoro per il compenso in danaro, ma per la soddisfazione che procura. Inoltre la vita riserva sempre sorprese, strada facendo si può cambiare. Come madre, per me è prioritario il suo benessere psico-fisico. Chi non vive da solo e si trova capofamiglia di un nucleo allargato, dovrà fare altre valutazioni. Considerato ciò che offre il convento, si dovrà giocoforza adattare. Questa è saggezza. Se fossi giovane oggi, dovrei aggiungere forza e coraggio a quelle messe in campo quarant’anni fa, quando la situazione non era comunque rose e fiori. Ad esempio, per sbarcare il lunario da laureata dovetti adattarmi a fare l’applicata di segreteria in una scuola media per quattro anni, posticipando l’insegnamento. Altri tempi, stessa gavetta!
Robot cameriere
Più volte mi sono detta “Basta bar”. Sarebbe salutare che saltassi la seconda colazione, almeno il cornetto: mi disturba il vociare sopra le righe di qualche cliente, la consumazione a volte non mi soddisfa. Poi ci ricasco, magari cambio locale, alla ricerca di quello ideale che dovrebbe assomigliare a un caffè letterario, sulla falsariga di quelli conosciuti a Trieste. Un sogno inimmaginabile in un piccolo paese. Prima della pandemia, a Bassano del Grappa, in via Gamba c’era qualcosa di simile, ma mi risulta al momento chiuso. Il sogno rimane nel cassetto e rimedio come posso. Perciò mi concedo una capatina al bar Roer a Possagno, dove ho abitato prima di andare dalla parrucchiera Lara che si occupa della mia chioma da oltre trent’anni. L’ora è buona per una scorsa veloce del quotidiano disponibile, la tribuna oppure Il Gazzettino, perché ho i minuti contati. Lascio perdere la politica e mi concentro sulla pagina interna Locali senza personale. Il titolo dell’articolo è accattivante: “Il cameriere robot non può sostituirci”, parola di Giorgio Fantini che da 15 anni organizza la corsa storica dei camerieri. Luca Marton, titolare del bar pasticceria ‘Signore e Signori’ in piazza dei Signori a Treviso ha in prova un cameriere robot. Non so come la pensino i suoi clienti, suppongo divisi tra favorevoli e contrari. Credo sarei stupita, ma non emozionata se la cosa mi riguardasse. Di certo non sarei portata a fare quattro chiacchiere con il marchingegno e neppure a chiedergli consigli culinari, cosa che mi succede con Gabriella che ogni mattina decora in maniera creativa il cappuccino. A onor del vero, adesso che ci penso il penultimo novembre sono stata operata all’anca dal robot a Bassano del Grappa, però guidato dal chirurgo dottor Giovanni Grano: mi è andata bene, anche se altri pazienti erano restii ad affidarsi a una macchina. Un uso ragionevole della tecnologia che preveda la supervisione umana potrebbe aiutarci a risolvere molti problemi. Fermo restando che l’uomo è insostituibile.
Aggressione brutale
Sono esterrefatta per quanto accaduto alla psichiatra Barbara Capovani, presa a sprangate fuori dal reparto alla fine del suo turno, venerdì pomeriggio. Operata alla testa, le sue condizioni sono critiche. Il bollettino diramato ieri dall’Azienda Ospedaliera precisa che “Versa in condizioni estremamente critiche ma è ancora viva”. La psichiatra 55enne è responsabile dell’unità funzionale di Salute Mentale dell’ospedale Santa Chiara di Pisa. La squadra mobile è alla ricerca dell’aggressore, con la mascherina e vestito di nero, di cui al momento non si conosce l’identità. Scontato pensare a uno fuori di testa, magari un suo paziente. “Nell’ultimo anno in Toscana oltre 1200 medici e infermieri aggrediti” è il titolo di un articolo pubblicato dal quotidiano LA NAZIONE. Vorrei che fosse una bufala, o quantomeno un’esagerazione. “Atto gravissimo” lo definisce Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei Medici. Una professoressa intervistata consiglia alle sue specializzande di seguire corsi di autodifesa. L’aggressività e la violenza sono cresciute in maniera esponenziale: io lo constato quando guido, operazione che faccio peraltro malvolentieri. Il personale sanitario è in prima linea, quanto a rischio, come pure chi lavora per garantire l’ordine e la sicurezza. Godendo di buona salute, frequento l’ambulatorio della mia dottoressa Roberta Bolzonella di rado. Tuttavia quando succede, mi viene spontaneo pensare alla concentrazione di ansia, di aspettative e talvolta di pretese che si mischiano nella sala d’attesa. Pazienti di varie età e pelle, dotati di mascherina chini sul cellulare intenti ad ammazzare il tempo, prima di poter conferire con il proprio medico di base, suppongo dotato di una pazienza infinita. Immagino che alla sera la dottoressa, cui mi lega un rapporto d’amicizia, sia pressoché distrutta. Meglio se sbaglio. Spero non le sia mai capitato un episodio increscioso…certo ne avrebbe storie da raccontare! Mi sono permessa questa digressione personale, per esprimere la mia solidarietà al personale sanitario tutto, in questo periodo in grave affanno. Alla psichiatra vittima della brutale aggressione, la mia pietà e la speranza che ce la faccia.
Un dolce prodotto, una storia
Grande affollamento di donne stamattina al bar Milady in piazza a Fonte. Ne conto quindici dal posto a sedere in angolo dove mi rifugio per leggere in santa pace il quotidiano. Chiacchierano forte, ma dubito siano tutte sorde e/o con problemi di udito. Due hanno la chioma bianca, età media sulla settantina… per farla breve più o meno mie coetanee, la cui verbosità mi dà un po’ fastidio. Ammetto che sono un tipo più da biblioteca che da bar, però nei paesi l’orario di questo luogo del silenzio è contenuto e non combacia con le mie uscite. Mentre le signore si raccontano con entusiasmo, il mio malessere cresce e penso di andarmene in fretta, quando mi trattiene l’articolo di Aldo Cazzulo dedicato al fondatore della Ferrero. Chi non conosce la famosa industria dolciaria? Mio padre ne fu rappresentante e negli Anni Sessanta vinse anche una targa come ‘venditore primatista’. Si chiamava Arcangelo, amante dei cani e delle moto, non disdegnava i gelati. Tuttavia non lo ricordo grande consumatore di cioccolata, come non lo sono neppure io. Però i prodotti Ferrero sono tutt’ora una garanzia di qualità; comperarli ogni tanto è rendere omaggio alla nota industria dolciaria e ricordare mio padre. Il titolo del libro parla da sé: Michele Ferrero, condividere valori per creare valore, di Salvatore Giannella, Salani editore, in libreria da domani. L’articolo concentra nel titolo il contenuto: Ferrero, il timido che partì con 30 chili di Pasta Gianduja e ingolosì il mondo. Si narrano gli esordi di Michele Ferrero quando andava di porta in porta a proporre la pasta di nocciole, senza avere la disinvoltura del venditore. Ma molte altre qualità covavano sotto la cenere e sappiamo cosa ne è nato: una leccornia in tanti prodotti da leccarsi i baffi!
