Quando mi arrivano notizie da Manuel mi ricarico, anche se in questa fase del soggiorno australiano non sprigionano buonumore. Me lo confida in un lungo audio dove riconosce di aver fatto un visto ‘sbagliato’ che impone di cambiare lavoro dopo sei mesi. Pertanto non è attrattivo per chi è intenzionato ad assumere per periodi lunghi, e non per pochi mesi. Inoltre in Australia è adesso periodo di ferie come da noi in Agosto, con assunzioni ferme. Nel settore alberghiero ci sono più possibilità, ma cinesi e indiani preferiscono assumere connazionali, mentre nella ristorazione italiana “la manovalanza è tutta straniera”. Dopo essere stato gradito ospite di vari cugini e aver visto meraviglie, adesso Manuel vive una fase di umore calante. “Sono un po’ con le mani in mano, non sono abituato, ho voglia di far qualcosa, mi struggo per questo e non me la sto godendo”. Ma la curiosità lo sostiene, consapevole che l’esperienza in corso è unica e irripetibile. Attualmente si trova a Sydney, soggiorna in un ostello per non approfittare dell’ospitalità dei parenti. Ha fatto un salto al Royal Botanic Garden di Sydney. In linea con il momento grigio – tra l’altro piove – mi manda la foto di una infiorescenza con questa didascalia: “Questo è il fiore più puzzolente al mondo. Torno a vederlo i prossimi giorni. Sono curioso di vederlo e sentirlo” con due emoticon esplicative. Per me amante dei fiori questa è una novità: il mio ex alunno Ingegnere elettronico mi istruisce e mi insegna che nel mondo variegato dei fiori ci sono anche quelli ‘diversamente profumati’. Si tratta del Titan Arum o Amorphophallus Titanium: ha la spiga di fiori più grande e puzzolente del mondo, fiorisce solo per 24 ore, una volta ogni pochi anni… e sta per sbocciare in diretta dalla serra più antica del Nuovo Galles del Sud. Troppo invitante l’evento: ci andrei anch’io, tappandomi il naso! Presente nelle foreste pluviali della parte occidentale di Sumatra, la pianta ‘del fiore cadavere’ è in via di estinzione. È nota per l’odore di carne putrida e in via di putrefazione che circonda i fiori quando sbocciano. Di dimensioni impressionanti, il fiore può raggiungere un’altezza di 3 metri e la pianta può pesare fino a 75 chili. Meglio la lavanda per rilassare le narici, ma quanto a magnificenza l’aro titano o aro gigante non ha eguali. Beato chi può assistere alla sua fioritura dal vivo! Grazie Manuel di raccontarcela.
Categoria: Attualità
Ben venga il Latino!
Che venga reintrodotto il Latino alla scuola media con l’anno scolastico 2026/27 mi pare cosa buona e utile. Tra l’altro facoltativo dalla seconda media, come era ai miei tempi, negli Anni Sessanta. La “riforma della scuola” illustrata dal Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara propone di dare più spazio alla Letteratura, anche dell’infanzia e alla grammatica, nonché alla Storia d’Italia e dell’Europa. Da insegnante di Lettere sebbene in pensione sono pienamente d’accordo con il decreto che ieri il ministro Valditara ha presentato al Consiglio dei mnistri. A parte l’importanza di conoscere la letteratura latina per svariate ragioni, molti termini scientifici, medici e giuridici derivano dal latino che è la lingua ufficiale della Chiesa e la ‘madre’ di diverse lingue neolatine tra cui quelle parlate in Portogallo, Spagna e Francia. Obbligatorio in Grecia per chi vuole studiare legge, in molte nazioni europee si studia il latino nei corsi di tipo ginnasiale. Il 58 % del nostro lessico deriva dal latino, anche se non ce ne rendiamo conto. Un esempio, le seguenti parole che usiamo tutti i giorni o quasi: gratis, idem, forum, ictus, super, deficit, focus, agenda, album, audio, bis, bonus, curriculum, data, tutor, video… e qua mi fermo, se no prendo il volo. A distanza di 2000 anni, il latino non è poi una lingua così morta come si crede. Assodato che aiuta a parlare correttamente in italiano, va da sé che amplia il vocabolario dei ragazzi, arricchendolo di termini e sfumature. Io ho frequentato il Liceo classico e sono grata anche al latino se oggi scrivo con disinvoltura, sebbene avessi più simpatia per il greco. Una bella esperienza da docente è stato un Corso di propedeutica al latino – una manciata di lezioni o poco più – tenuto ad alcuni miei studenti di terza media, di cui conservo un affettuoso ricordo. Mi auguro che la proposta sia bene accolta dagli utenti della scuola, che sia salutare e rigenerante. L
Una bella storia
Verso le sedici l’orizzonte comincia a indorarsi ed è un momento di autentica bellezza, per chi può indirizzare lo sguardo al cielo in una giornata fredda e serena. A completare la meraviglia mi giunge un vocale di Flavio da Francoforte, accompagnato dalle foto scattate all’amico a quattro zampe in aeroporto. “È stata dura ma ce l’ho fatta”. Circa dodici ore di volo, più altre due per sbrigare tutte le pratiche. Rex pesa 18 chili e spostarsi in autobus col trasportino/one per cambiare terminal non dev’essere una passeggiata. Meno male che qualcuno lo aiuta. A controllare il trasportino arriva un ispettore tedesco super precisino che riserva al povero Rex – presumo stressato dal viaggio – un’ispezione certosina, palpandolo dappertutto. Flavio interviene per rassicurarlo: “Guarda che la pistola non ce l’ha!”. Non so se ridere o piangere, sono commossa. Chissà cosa mi direbbe il cane se potesse parlare. Comunque parlano i suoi occhi, come osserva il suo salvatore, come si fa accarezzare. Era un cane di strada kazako e ora appartiene a Flavio che lo ha ‘adottato’ e gli offre una seconda vita, sicuramente meno dura e triste. Certo Ben, l’altro cagnone di Flavio, amorevolmente accudito da sua sorella Mariuccia, mia amica non gli farà le feste, ma i protagonisti umani di questa storia sanno come muoversi. Io che sono amante dei gatti e non propriamente cinofila, ritengo che ci siano gli elementi per imbastirci una bella storia. Senza conoscere direttamente nessuno dei due, la loro vicenda ha già avuto effetti positivi sulla mia quotidianità. Mentre scrivo (ieri sera) Flavio, il perito minerario che da trent’anni lavora all’estero e Rex, il cane ‘nomade” che lo ha scelto come ‘padrone’ stanno per tornare insieme a Venezia, naturalmente Rex nella stiva. In serata, verso le diciannove ricevo da Mariuccia diretta a Belluno, destinazione definitiva il messaggio: “Siamo tutti e quattro in macchina. Rex non si sente. È come un angioletto”. Alle nove di oggi leggo il confortante messaggio: “Rex è tranquillissimo e bellissimo. Ha dormito in giardino senza problemi, stamattina piccola passeggiata”. Mi sento sollevata. Complimenti a tutti gli attori di questa bella storia che merita di essere divulgata.
Tempo di calendari
Gennaio, tempo di buoni propositi e di calendari. Di media ne uso tre, appesi rispettivamente in ripostiglio, in cucina e il terzo in bagno dove annoto le scadenze, gli impegni e gli appuntamenti. Quando insegnavo ne avevo un quarto riservato alle riunioni e agli impegni scolastici. Poi ho quello sul tablet dove registro i compleanni. Forse esagero, ma il calendario è un sussidio anche per cercare i nomi propri da dare ai personaggi dei miei racconti. Un po’ di storia: i primi a organizzare il tempo come lo conosciamo oggi diviso in dodici mesi, dovuti alle dodici fasi lunari pare siano stati i babilonesi. Fu Numa Pompilio, secondo re di Roma ad introdurre l’attuale calendario di dodici mesi. Con la riforma di Giulio Cesare si giunse al calendario giuliano che è un calendario solare, cioè basato sul ciclo delle stagioni. Poi venne il calendario gregoriano che è più preciso ed è usato dalla maggior parte dei Paesi oggi. Tuttavia alcune chiese ortodosse usano ancora oggi il calendario giuliano, per calcolare le date delle feste mobili. Fatta questa premessa, i calendari moderni sono vari. Si possono acquistare secondo il proprio gusto o ricevere in omaggio, come quello del supermercato Alì che ho tra le mani e mi piace, perché esalta una qualità ogni mese. Nell’ordine sono: Ascolto, Generosità, Rispetto, Ottimismo, Responsabilità, Libertà, Fiducia, Gentilezza, Empatia, Umiltà, Onestà, Famiglia, valori che migliorano la vita. In calce a ogni mese è riportata la frase: “Mettiamo l’accento sulle cose che contano: dal buono nasce il bene” che si ripete fino a dicembre. Su Rispetto – Empatia – Libertà non ci piove, a mio dire. Grande considerazione e pratica meritano anche le altre doti. Fare la spesa al supermercato Alì non è solo piacevole, ma anche istruttivo.
Il soldato è ritornato
“Leggevo per non morire ho riso vedendo il cielo” sono le parole di Cecilia Sala scelte per il titolo dell’articolo di Viola Giannoli pubblicato ieri sul quotidiano la Repubblica. Non intendevo tornare sopra il fatto, conclusosi ‘presto e bene’, ma mi sono ricreduta, riflettendo sulla strategia di sopravvivenza adottata dalla giovane giornalista free lance durante la sua detenzione, non certo dorata. È lei stessa a precisarlo: “Passavo il tempo a contare le ore, le dita, a leggere gli ingredienti del pane scritti in inglese”. Desiderava fortemente un libro, “la storia di un altro in cui immergermi che non fosse la mia”, richiesta che viene soddisfatta solo il 7 gennaio con Kafka sulla spiaggia di Murakami “un libro triste, non il massimo in isolamento, ma mi ha salvato”. Istintivamente ho pensato a Silvio Pellico, scrittore, poeta e patriota italiano, autore noto soprattutto per avere scritto Le mie prigioni, dove racconta l’esperienza di prigionia per la sua attività di carbonaro, prima ai Piombi di Venezia e poi nella fortezza dello Spielberg in Moravia. Non mi stupirei che Cecilia Sala scrivesse le sue memorie da reclusa in un Paese dove non tutti possono vedere il cielo. Però non so se augurarglielo. “L’ultima notte a Teheran non ho dormito per la tensione, la prima a Roma nemmeno, per la gioia e l’eccitazione. Volevo spalancare la finestra, alzare la musica, stare solo all’aperto, mi è mancata così tanto l’aria”. L’anno nuovo è appena iniziato: auguro di cuore alla giovane giornalista di accumulare esperienze positive nel corso dei prossimi mesi, così da contenere in un ambito riservato e protetto quanto arbitrariamente subìto. Al microfono, la madre l’aveva paragonata a un soldato. Il soldato è ritornato dalla guerra.
“Ciao, sono tornata!”
Edizione speciale ieri pomeriggio su rete 4 al posto della puntata di Forum, in attesa dell’arrivo di Cecilia Sala da Teheran. “l’Italia ha riguadagnato peso” sono le parole di Hoara Borselli che commenta la liberazione della giornalista, dopo venti giorni di detenzione nel carcere duro di Evin. Giorgia Meloni ha avuto un grande peso nella risoluzione del problema, un successo di tutte le forze messe in campo che la Premier ringrazia: “Grazie a chi ha contribuito al rientro”. Il Presidente Sergio Mattarella ringrazia lei. Rimane sullo sfondo la vicenda dell’ingegnere iraniano Abedini, esperto di droni e arrestato a Malpensa su richiesta degli Stati Uniti. Giorni addietro avevo scritto un post dedicato alla giornalista romana detenuta in Iran dal 19 dicembre; sono lieta di dedicare il post odierno alla sua liberazione. Assisto in diretta all’atterraggio del Falcon militare a Ciampino, verso le 16.30. Però Cecilia non si vede, ovvio. Dev’essere in una delle auto del corteo che sfila davanti alle telecamere. Prima dovrà parlare con la Procura e le Forze dell’Ordine. Però appare una sua foto con la Premier e sembra in buone condizioni. L’operazione avviene nel massimo riserbo, com’è comprensibile. Durante i notiziari della sera vengono diffuse le foto e la prima comunicazine ai colleghi: “Ciao, sono tornata”, due parole che racchiudono il felice epilogo di quello che è stato di fatto un sequestro. Commovente l’abbraccio con i genitori e il fidanzato. La madre al microfono l’aveva paragonata a un soldato, una donna forte. E c’è da crederle. Il giornalista che si occupa di politica estera durante i nostri tormentati giorni si espone al rischio, come succede in altrettanti settori si dirà. Vero! Per questo ci rallegra una storia a lieto fine.
Tale cane, tale padrone
Di rado mi trovo in cucina di pomeriggio. Chi mi conosce sa che non è la zona della casa che preferisco, tuttavia ogni tanto succede. Mentre svuoto sacchetti di pane vecchio da portare alle galline di un’amica – lei poi ricambierà con uova – seguo un passaggio della trasmissione La Vita in Diretta e sento la storia dell’aggressione di un pitbull, sfuggito al controllo del padrone. Poteva finire molto male, ma per fortuna è andata diversamente. Successo a Palmi, il 31 dicembre. In poche parole, Antonio a passeggio col suo vecchio cane subisce l’attacco di un pitbull che lo morde e lo strattona per decine di metri, fino a farlo svenire e quasi a morire. La sua salvezza arriva da Carlo, un automobilista di passaggio che assiste all’aggressione, si ferma e interviene coraggiosamente. Trova per terra un cavo/corda che gira attorno al collo del cane inferocito, impedendogli di addentare oltre il malcapitato. Da ultimo chiama i soccorsi, dando una svolta a un episodio che poteva finire molto male. Quando Alberto Matano, il conduttore della trasmissione gli chiede se si senta un eroe, Carlo risponde: “No, ho agito per senso civico” che non è così scontato. I due protagonisti della disavventure non si conoscevano e sono diventati – manco a dirlo – amici. Non posso evitare di pensare al proprietario del cane, che pare se la sua data a gambe al momento del fatto. Il malcapitato porta sul viso, sulle mani e sul corpo i segni dell’attacco, per cui ha subito ricovero e intervento. Un dente del molosso gli è rimasto incastrato nel naso. Da bambina, ho subito anch’io l’aggressione da parte del cane di un’amichetta: un pastore tedesco legato alla catena, che era stato aizzato da due ragazzacci. Ne riportai un morso al braccio destro, suturato dal medico condotto. Mi è rimasta la cicatrice, e il timore dei cani. Ma di più l’avversione per chi li molesta e/o li abbandona.
Il bene più prezioso
Come prevedevo, niente mercato a Fonte il giorno dell’Epifania, ma il bar Milady è aperto ed è meno popolato del solito, per mio diletto. Mentre entro, avvisto il quotidiano sul bordo di un tavolino, lo prendo e mi dirigo in fondo alla sala per leggerlo in santa pace. Non serve neanche che ordini: basta uno sguardo d’intesa con chi sta al banco, – Diego, Lisa o Marta – perché la consumazione è la stessa di sempre. D’altronde mi conoscono e mi chiamano per nome, cosa che mi fa piacere. La settimana prossima non ci saranno più gli addobbi natalizi, peraltro sobri: delle palle rosse pendono dal soffitto sopra il bancone e su ogni tavolo è posizionato un segnaposto minimal che non dà fastidio. Mi concedo una mezz’oretta per sfogliare il Corriere dove due articoli mi bloccano, rispettivamente a pag. 16 e a pag.21: nel primo caso si tratta del femminicidio – suicidio di Gualdo Tadino e nel secondo di una lunga intervista concessa dal professor Silvio Garattini. Il collante? Come si può sprecare o ottimizzare la vita. Il famoso farmacologo 96enne (Bergamo, 12 novembre 1928) termina il suo dire confidando al giornalista queste parole: “Però, mi creda: ogni giorno per me è un regalo”. Vedovo due volte, padre di cinque figli, lo stile di vita oculato gli consente di camminare 5 km al giorno, lavorare, partecipare a conferenze e stare lontanissimo dagli antibiotici. Pare che abbia assunto l’ultimo 40 anni fa! Un modello esemplare di buona longevità. Viceversa, nel fatto di cronaca citato, Daniele, guardia giurata 39enne ha sparato a Eliza, la moglie 30enne, operatice socio-sanitaria e poi si è suicidato. La coppia, sposata da appena otto mesi pare fosse in crisi. Dopo soli otto mesi? Quand’anche fosse, è un motivo per togliere e togliersi la vita? Sono annichilita, turbata e molto dispiaciuta che fatti tanto gravi coinvolgano persone tanto giovani che hanno buttato alle ortiche il bene più prezioso.
Leopardi…infinito!
Il 7 e l’8 gennaio Rai 1 trasmette la miniserie Leopardi, poeta dell’infinito, diretta da Sergio Rubini al suo debutto televisivo, che afferma: “Il suo pensiero è oggi quanto mai attuale”. Concordo e mi impegno a vedere le due puntate perché ho sempre apprezzato il poeta recanatese, persuasa che non fosse affatto – o solo in minima parte – triste e pessimista come lo presentava certa didattica del passato. Un riscatto in questo senso glielo aveva già offerto il film Il Giovane Favoloso diretto da Mario Martone ed interpretato da un grande Elio Germano. Il messaggio che ci giunge dalle opere letterarie di Leopardi e dalla ricostruzione della sua vita è che la fragilità è la parte più autentica di noi. Al netto del pessimismo che gli studiosi gli hanno attribuito e distinto in cinque fasi (individuale-storico-cosmico-collettivo-eroico), trovo interessante la sua umanità, fatta di prelibatezze grastronomiche – il gelato soprattutto- orari sballati – colazione a mezzogiorno e pranzo di notte – studi esagerati. Certo scrivere L’infinito a 21 anni la dice lunga sulla sua capacità creativa, pur contando sulla nutrita biblioteca paterna del conte Monaldo che lo assecondava. La madre Adelaide invece era una specie di arpia, mentre andava d’accordo coi fratelli Carlo e Paolina. Amici ne ebbe, sopra a tutti il patriota e scrittore Antonio Ranieri presso il quale morì, a Napoli il 14 giugno 1837. poco prima di compiere 39 anni, di edema polmonare o scompenso cardiaco durante la grande epidemia di colera. Morte prematura di un genio, uno dei più grandi scrittori dell’Ottocento. La salute era stata minata da problemi alla colonna vertebrale, riferibili oggi a una malattia genetica denominata ‘Spondilite Anchilosante’. Molte le opere scritte, sia in prosa che in poesia. L’infinito è ritenuto il suo capoòavoro in poesia, mentre le Operette morali, 24 componimenti in prosa meritano di essere rivalutate per la modernità dello spirito, in quanto attraverso il riso denuncia la corruzione dei costumi italiani. Insomma, Leopardi come reporter. Luigi Garlando gli dedica un pezzo sul settimanale OGGI introdotto da un titolo esemplare: Leopardi, secchione sì ma… infinito!
Il mondo in tasca
Michele Serra è un giornalista che scrive su “Repubblica” e sul settimanale “il venerdì” dove risponde alle lettere dei lettori. Una di queste, scritta da Raffaele, un signore 84enne mi ha particolarmente colpito, perché invita a sognare “quel Nuovo Anno capace di rinnovare tutte le coscienze”. Il giornalista la dedica ai suoi lettori – quindi anche a me – immaginando che faccia l’effetto di un salutare ceffone perché “Siamo troppo spesso di cattivo umore, come se il momdo non riservasse più buone sorprese – insieme alle cattive notizie”. L’atteggiamento ottimista di Michele Serra emerge anche dalla risposta che dà alla domanda di cosa c’è da salvare del primo quarto del ventunesimo secolo, introdotta dall’inchiesta “2000 – 2025”. La risposta, circostanziata traspare dal titolo: “Abbiamo il mondo in tasca fortunatissimi noi”, ovverosia la possibilità di rimanere in contatto, a bassissimo costo con il resto del mondo, qualunque sia la distanza frapposta e gli oceani di mezzo, impensabile fino a qualche decennio fa. “Inviare immagini e parole, istantaneamente, in qualunque posto del mondo, e portarle sempre con sé in una tasca” è una sorta di miracolo che cambia il quotidiano in meglio. Io l’ho sperimentato con Manuel che si trova in Australia da quasi tre mesi, ma lo sento vicino grazie ai suoi messaggi, ai video e alle videochiamate. Anzi, è stata una bella scoperta poter scrivere a 4 mani: lui fornendomi foto e informazioni da Adelaide, Sydney e Wollongong che io poi elaboro da casa. Giancarlo scrive: “Belli, questi report sono belli. Uniscono il mondo”. Finora abbiamo creato il sesto reportage e non pongo limiti al seguito. Intanto ringrazio la fibra ottica, attiva da luglio che mi consente di connettermi in capo al mondo e di pubblicare la duplice esperienza. D’accordo pertanto con Michele Serra che possiamo godere di un privilegio straordinario che avvicina il mondo, sebbene “poi se ne possa fare un pessimo uso, di questa incredibile promiscuità mondiale, è anche vero”. Per completezza, la domanda su cosa salvare del primo quarto del 21esimo secolo è stata rivolta a ventuno firme del giornale che hanno sorprendentemente risposto con 21 buone ragioni che lascio ai lettori scoprire.
