REPLAY

Siamo ripiombati indietro, era nelle previsioni e ce lo avevano detto: restrizioni per altre quattro settimane… per godere, si spera in un Natale sereno. Incrocio le dita e spero. Del resto non sono mai stata “festaiola” e non ho usufruito di abbracci allargati durante le feste comandate, sia per la lontananza o assenza di parenti, sia per una mia scelta controcorrente. La mia rete affettiva è intrecciata con quella di persone che mi corrispondono e sono in consonanza con me. Però è diverso comunicare in presenza, anche se la parola scritta aiuta. Per non perdermi d’animo, mi concentro su ciò che ho: la salute, una casa, un figlio, degli animali, dei fiori, degli amici… altro che al momento mi sfugge. Quello che mi preoccupa è che non riesco a godere pienamente di questo ben di Dio da sola, date le restrizioni imposte. Mi affascinava il messaggio monastico, pare attribuito a san Bernardo, per raggiungere la serenità interiore “Beata solitudo, sola beatitudo”, finché non è stato ritoccato da quest’altro di scottante attualità “La solitudine è bella, se la puoi condividere con qualcuno”. Quindi, problematica la solitudine imposta, come anche la convivenza forzata imposta. Ancora una volta, gli antichi latini suggeriscono la equilibrata via di mezzo, a poterla seguire. Mi consola sapere che queste mie riflessioni saranno tali e quali a quelle di milioni di persone chiamate a sopportare la seconda fase della pandemia. Ovviamente scongiurando il “Non c’è due senza tre”.

Omaggio a Rodari

A cent’anni dalla nascita di Gianni Rodari (Omegna, 23.10.1920 – Roma, 14.04.1980), desidero dare il mio contributo a questo grande intellettuale, che in vita aveva fatto molte cose: l’insegnante elementare, il giornalista, il poeta, il partigiano… uno scrittore “fantastico” che ho conosciuto da insegnante, ho apprezzato e proposto ai miei studenti per farli sorridere e pensare, obiettivo non scontato in duplex. Ricordo la recita de Il pellerossa nel Presepe, proposta con successo in varie rappresentazioni natalizie, di cui riporto i versi centrali: “Non è il tuo posto, via, Toro Seduto: torna presto da dove sei venuto. Ma l’indiano non sente. O fa l’indiano.” Pedagogista geniale, ammiro il suo coraggio di essere controcorrente, ad esempio nel preferire la cicala alla formica. “Chiedo scusa alla favola antica, se non mi piace l’avara formica. Io sto dalla parte della cicala che il più bel canto non vende, regala”. Vinse il prestigioso premio Andersen, considerato il “Nobel” della letteratura per l’infanzia, e numerosi altri premi, anche se “È come Gaber o De Andrè: adorato ma poco messo in pratica” (Manlio Lilli, 23.10.2020) Mi soffermo su questa considerazione e provo a scioglierla: non è semplice essere facili, alla portata di un pubblico empatico, tradurre concetti difficili in esempi terra terra, alla portata dei bambini. Ci riesce la poesia, quando non è esercizio stilistico ma tocca le corde del cuore. Personalmente è questa capacità espressiva che invidio a Rodari, che parla ai bambini ma ha messaggi sottotraccia anche per gli adulti, ex bambini. Chissà cosa avrebbe scritto questo fantasioso scrittore sul tempo attuale… magari avrebbe buttato giù dei versi sulla movida, o sul covid 19, giocando sul numero. Di certo era uno che pensava e sapeva esprimere concetti profondi in forme semplici. Come fosse un gioco di ombre cinesi.

In medias res stat virtus

Oggi tempo incerto, ma almeno non piove. Esco per procurarmi le cartucce d’inchiostro per la nuova stampante: modello base, economica… ma le cartucce costano un botto, dovrò farne uso con parsimonia. Mi sposto di qualche chilometro, perché nei paraggi della cartoleria c’è un bar con diversi quotidiani, compreso quello che leggo più volentieri. Il cameriere sa già che mi apparto in un angolo, perché voglio leggere in pace. Dopo aver preso cappuccino e croissant, che consumo solo di rado; infatti il mio palato si è abituato ai muffin che preparo personalmente, con soddisfazione del colesterolo. Tra le tante notizie di cronaca, mi colpisce la vicenda umana di Jole Santelli, presidente della Calabria, morta a 51 anni. Bella donna, piena di coraggio e sempre sorridente, come confermano le foto. Mi interesso q. b. di politica che ha tante ombre e poche luci. Dai tempi del liceo, studiando la civiltà greca mi ero persuasa che fosse meglio non pagare i politici… ma in tal modo si tagliavano fuori i meritevoli non abbienti. Nella locuzione latina “In medias res stat virtus” si potrebbe magari cercare la soluzione… Tuttavia, per non disperdere il filo conduttore del mio pensiero, intendo rendere omaggio all’opera di questa donna, ancora giovane, dedicatasi alla politica per oltre vent’anni, durante i quali avrà fatto degli errori ma avrà anche seminato qualcosa, rinunciando a qualcos’altro. Ecco, il nocciolo del discorso riguarda il darsi: a chi, come, quando, dove e perché. Sono ricaduta nei panni dell’insegnante… che non insegna più, ma si interroga su come ha impiegato le sue facoltà. Il percorso dell’avvocato Jole mi stimola un esame di coscienza, che faccio in punta di penna, sperando di avere tempo per rimediare agli errori.

Sulla Poesia

È stato assegnato il Nobel per la Letteratura alla poetessa americana Louise Gluck. Bene, cercherò di procurarmi una delle sue raccolte di versi: Ararat, Ottobre, L’Iris selvatico… che già il titolo rinvia all’amato mondo dei fiori. Che in questa edizione sia stato privilegiato un poeta anziché un autore di romanzi mi pare un buon segno, perché la poesia è un bene universale, considerato a torto un prodotto di nicchia. Ma i sentimenti e le emozioni che si esprimono in versi appartengono al vissuto di ognuno e connettersi con l’anima di chi scrive può essere salutare. Parlo per esperienza diretta e indiretta. Casomai si potrà obiettare sullo stile di un autore, ma se riesce a toccare le corde interiori l’obiettivo emozionale è raggiunto. Io scrivo da piccola, ma solo l’età adulta mi ha fornito lo sprone per esprimermi in versi (può darsi che neanche lo siano, non ho conseguito la patente…). Nel mio caso la complessità della vita è stata il substrato su cui innescare qualche pensiero condensato, senza pretese, per liberarmi e connettermi con qualcuno che sia nella mia lunghezza d’onda. Quando succede, è un grande dono, una complicità di anime che non ha eguali. Per me diventa anche una terapia contro il distanziamento sociale e la solitudine. Provare per credere. Senza attendere riconoscimenti ufficiali (se vengono, ok) ma per mettersi in pace con se stessi.

Festa dei nonni

I nonni, che risorsa! Io li ho goduti pochissimo e neanche tutti. Non ho conosciuto il nonno paterno, morto prima della mia nascita e quello materno è mancato quando avevo cinque anni. Le foto me lo restituiscono preciso della mamma, piccolo e tozzo, con baffetti alla Marx! Vendeva pesce porta a porta, stipato in cassette posizionate sul portapacchi della bicicletta. Di nome Giacomo, per il suo lavoro era conosciuto come “Giacomin del pese”. Adelaide, “Aide” per lui, era sua moglie e mia nonna materna: magra, elegante, ieratica con un bel profilo greco e i lunghi capelli intrecciati a chignon. Le ero molto affezionata. Quando è mancata avevo dodici anni ed è stata una grande perdita. La mamma di mio padre si chiamava Regina, nome a mio dire bellissimo, però ridimensionato a Gina. Era sempre ben pettinata e con un sereno sorriso stampato sul volto rotondo. Mi ha lasciato sottrarle un quadro con un bel Gesù dipinto, di cui mi ero innamorata. Venendo a me, non sono ancora nonna, a differenza di alcune mie coetanee e la cosa non mi dispiace, perché non mi sento ancora pronta per un ruolo tanto prestigioso. Mi guardo attorno, osservo e prendo appunti, per quando capiterà a me. Sperando di essere all’altezza dei nonni migliori: quelli che hanno mantenuto dentro il cuore un bambino.

Felicità calpestata

Felicità, che parolona! Ho cercato lumi nel web, essendo ancora incerta sulla definizione che più mi rappresenti. Si avvicinano al mio sentire le seguenti: “Se vuoi una vita felice, devi dedicarla a un obiettivo non a delle persone o a delle cose”, Albert Einstein. Oppure: “La felicità non è qualcosa di già pronto, ma viene dalle tue azioni”. Dalai Lama. Madre Teresa di Calcutta si esprime così: “La felicità è felicità. Meritala!” e potrei continuare. Se noto qualcuno felice, sono contenta per lui o loro: un bambino, una coppia di anziani ancora innamorati, dei fidanzati… che mi provocano forse nostalgia e ammirazione, mai invidia. Cosa può essere successo dentro al giovane studente di Scienze Infermieristiche che ha ucciso i due fidanzati, perché invidioso della loro felicità? Tra tanti fatti di cronaca nera, questo è davvero sconcertante, anche considerata l’età dell’assassino, reo confesso, che avrebbe avuto tutto il tempo per cercarla e costruirla la sua felicità. So che il male esiste, ma che abiti in un ragazzo poco più che ventenne mi lascia esterrefatta. Un pensiero di profonda pietà va ai due innamorati, oggetto di attenzione tanto malsana, il cui sogno d’amore è stato calpestato e azzerato. La vita spesso viene paragonata a una commedia, talvolta a una tragedia ma in questo drammatico evento assume l’agro sapore di una beffa! Mi unisco al cordoglio di un intero Paese.

Incontro con l’autore Ada Cusin

Stamattina mi sono svegliata incredibilmente presto: l’ansia lavora, per la presentazione della mia ultima opera letteraria, domani sera, in Centro Sociale a Castelcucco, dove abito. Ho presentato altri libri in precedenza, ma questo è diverso, per genere e per contenuto. Inoltre, per la prima volta in copertina non c’è una mia foto, ma un espressivo dipinto dell’amico Noè Zardo, che ne costituisce un valore aggiunto. L’argomento del libro emerge da una somma di episodi, descrittivi e introspettivi, somigliante a un diario, però scritto a ritroso, dal presente al passato. Il titolo TEMPO CHE TORNA, vuole evidenziare il vero protagonista della lunga confidenza spalmata in 46 brevi episodi, che fa riemergere dal passato oggetti, persone, emozioni. L’opera non è stata progettata, è nata da sé mentre ero impegnata a sgomberare la cantina da un ammasso di scatoloni, in attesa da vent’anni di restituirmi il loro contenuto: foto, la tesi di laurea, giocattoli, compiti, quaderni, libri… un mondo accantonato ma ancora in grado di emozionare. Le cose più care ritrovate? La foto di mia nonna Adelaide, da cui ho preso l’amore per le parole e il braccialetto sanitario di quando ho dato alla luce mio figlio. Ah, lui è il responsabile inconsapevole di questo mio nono libro, perché sua è stata la richiesta di sgomberare la cantina… che adesso mi godo anch’io. Quando si dice il caso!

Una sposa… in cammino!

Sono andata a trovare Annu, mia ex alunna. Indiana, a giorni si sposa, non in Italia dove vive da quando era ragazzina e come avrebbe desiderato, ma in Germania; suo futuro sposo, un connazionale che vive in Canada. Un percorso matrimoniale tortuoso, per effetti legati al covid e alla numerosa presenza di invitati, com’è uso nella tradizione del suo Paese d’origine. Ovviamente l’amore supera qualunque ostacolo e Annu è pronta ad affrontare viaggi ed orizzonti nuovi. La trovo, radiosa come me la ricordavo, circondata da un grande numero di parenti, distribuiti i maschi in una stanza dell’appartamento, le donne in un’altra, arredata con palloncini rosa e decori festosi. Senza volerlo, confronto questo allegro assembramento con la quasi tristezza di certe unioni solitarie. Lo ammetto, essendo nubile non posso avere voce in capitolo, ma resto piacevolmente stordita dal clima di festa prenuziale prodotto da grandi e piccoli ospiti, a favore della prossima sposa. Chissà cosa succederà durante le nozze, cui peraltro la normativa anti covid ha imposto il dimezzamento degli ospiti. Ho visto qualche film di ambientazione indiana: credo che l’opulenza si accorderà con la sobrietà, considerata l’emergenza sanitaria in corso. D’altronde ad Annu interesserà la sostanza del rito, perché l’ho conosciuta come una ragazza che bada all’essenza delle cose. Con un corpo da modella e due grandi occhi neri pieni di luce. Tanti auguri, Annu!

Omaggio a Francesco Sartor

Domenica sera, 13 settembre 2020: partecipo al concerto dell’Asolo Chamber Orchestra nel centenario della morte dello scultore Francesco Sartor (14.07.1865 – 13.09.1920), nella piazzetta a lui dedicata, vicino alla chiesa della Madonna della Salute, dove l’artista visse, a Cavaso del Tomba (TV). Parcheggio nelle adiacenze di piazza Caniezza e raggiungo il posto a piedi, lasciando sulla sinistra la piazzetta dedicata al maestro di Musica Michele Benedettini (07.01.1883 – 26.08.1970), un altro artista delle note che mi diresse bambina durante uno spettacolo dal palco delle Opere Parrocchiali. Ricordo ancora il suo sguardo incoraggiante da dietro il sipario. In poca distanza, sono già due i personaggi di spicco ricordati che hanno dato risalto al paese. Tornando alle iniziative messe in campo per l’artista scultore, un plauso va alla Commissione per le Celebrazioni Francesco Sartor che ha operato con zelo e accortezza, elaborando un programma di eventi che si prolungherà fino alla prossima primavera, con il concorso del Gruppo Ricerca Storica, della Pro Loco e della Parrocchia di Cavaso e Possagno, cui vanno aggiunti molti solerti volontari che si danno da fare per la riuscita della serata. Personalmente apprezzo molto le informazioni che vengono date sull’uomo e l’artista, sotto un cielo stellato in una calda serata settembrina e mi propongo di approfondirne la figura per mio conto. Quando la rinomata orchestra inizia a suonare, il campanile batte le ore ventuno che si sovrappongono alle note, ma per me non è un disturbo, bensì una compartecipazione musicale bene augurante. Anche lo scultore in vita avrà apprezzato il tocco familiare dal campanile dirimpettaio di casa sua. Tutto fila liscio fino alla conclusione, con rapido recupero delle sedie per gli ospiti, da parte dei volontari. Prima di andarmene, vado ad omaggiare la scultura di Francesco Sartor posta in un’ansa della strada, giusto di fronte a casa sua: raffigura uno scolaro con un quaderno tra le mani. Ottima occasione per incoraggiare tutto il personale scolastico, da oggi in piena attività e formulare buoni auspici.

Meno tre…

La stampante ha segnalato che l’inchiostro a colori sta finendo. Era in previsione, dato che la cartuccia in uso è quella inclusa al momento dell’acquisto, risalente a qualche mese fa, giusto prima del lockdown. Perciò stamattina decido di procurarmi ciò che mi serve. Non ho altre spese da fare e voglio sbrigarmi in fretta, perché ho altre commissioni da fare. Per andare sul sicuro, ieri mi sono accertata che il prodotto ci sia, come in effetti è: tempo di chiedere in negozio e l’addetto al reparto mi consegna… l’oggetto del desiderio, in quattro e quattr’otto. Mi avvicino alla cassa e in pochi minuti potrei essere fuori… ma mi trattengo dinanzi a degli espositori colmi di materiale didattico: pacchi di quaderni colorati, sopra copertine fosforescenti, matite che sembrano giocattoli, temperini stravaganti… realizzo: la scuola sta per iniziare! Lunedì si riparte, con tante novità, speriamo anche belle. Innanzitutto, buon anno scolastico a tutti, docenti, studenti, personale ATA (se si chiama ancora così), presidi e pure i genitori di figli in età scolare, che non invidio, ma di cui immagino ansie e timori. Non ho nessun motivo per strapparmi i capelli, né per prendere alla leggera la situazione liquida in cui verte la scuola, il mio ambiente di lavoro per quarant’anni. Dalla mia esperienza posso affermare che i giovani sono pieni di risorse e a volte stupiscono per l’adattabilità, ostica alle persone grandi. Certo, la situazione non alletta a darsi pacche sulle spalle, ma credo che non sia l’atteggiamento giusto quello di gravare i giovani alunni e studenti anche delle nostre ansie. Ognuno combatte la sua piccola o grande battaglia quotidiana, per rendere interessante la vita che, come diceva Madre Teresa di Calcutta “La tua vita non è un gioco… ma è in gioco la tua vita!”.