Esce oggi 15 maggio il film biografico “Francesca e Giovanni una storia d’amore e di mafia” di Ricky Tognazzi e Simona Izzo. L’ho sentito ieri per televisione e se posso lo vedo. La vicenda dell’attentato di Capaci è stata raccontata più volte, ma in questo ultimo prodotto, prevale l’aspetto amoroso tra i due magistrati: lei, Francesca Morvillo, sostituto procuratore al Tribunale per i minori di Palermo, lui Giovanni Falcone, giovane giudice istruttore trasferito da poco nella stessa città. Il 23 maggio 1992 l’attentato di stampo terroristico-mafioso messo in atto da Cosa Nostra nei pressi di Capaci tolse la vita a Giovanni Falcone, alla moglie Francesca Morvillo e ai tre uomini della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Tra otto giorni ricorre l’anniversario, quindi il film esce a proposito. Al di là del valore artistico – su cui al momento non ho elementi per esprimermi – credo che serva a mantenere la memoria di ciò che è accaduto, con l’auspicio che non abbia mai più a ripetersi. Impossibile non legare la figura del magistrato a quella dell’amico Paolo Borsellino, di cui ho parlato in un post giorni fa, dopo aver letto il libro dedicatogli dalla moglie Agnese. Qualunque iniziativa volta a sensibilizzare sul tema della giustizia è apprezzabile, al netto del successo editoriale o di pubblico. D’altronde il cinema è considerato la settima arte, capace di combinare narrazione e movimento. Il film d’impegno civile, come suppongo sia questo analizza la realtà, fornendo diversi punti di vista. Mi auguro che questa opera abbia tutti i numeri per raccogliere consensi. Se al centro è stata posta la storia d’amore tra Francesca e Giovanni, ben venga perché l’amore nella vita di chiunque, importante o meno non è un optional. Chi ha operato bene ed è morto per mano violenta, ha passato il testimone perché il messaggio si rinnovi.
Autore: Ada Cusin
16esimo post a quattro mani: Viti Levu (isole Fiji)
Bella sorpresa ricevere oggi il seguito della vacanza che Manuel sta godendo alle Fiji, 320 isole di cui un centinaio abitate. Lui si trova a Viti Levu che significa ‘La grande Fiji” perché è appunto la più grande e popolosa. Premetto che se ieri la sua narrazione era scarsa di fotografie, oggi mi invia delle foto ‘paradisiache’ compreso uno scatto fatto a lui che sembra di un altro pianeta, con collana di fiori “profumatissimi” al collo, copricapo leggero in riva all’oceano solitario di cui mi manda un ‘sonoro’ strepitoso. Questo dettaglio per me che amo i fiori, i colori e il mare basta da solo a fare il viaggio che ripercorro grazie a lui. “Acqua cristallina, a dir poco meravigliosa veramente, sarei rimasto lì ore, ore intere”. Che invidia! Un signore col taxi preleva in ostello lui e un altro ragazzo dalla Svizzera e li porta in un villaggio tipico di circa 300 anime dove “si aiutano l’uno con l’altro” e sono accolti con tutti gli onori “con tanto di ghirlanda di fiori”. Danzano e li fanno danzare. Bevono la Kava, bevanda tradizionale delle Isole del Pacifico, ottenuta polverizzando le radici della pianta Piper methysticum “un po’ pizzichina sulla lingua ma non malvagia”. Assistono alla dimostrazione “Molto bella ed emozionante” di come gli abitanti del villaggio creano articoli di terracotta, souvenir per i turisti. Segue visita ad un altro villaggio dove due ragazzini simpatici “Ci hanno fatto da guida attraverso la foresta verso la cascata dove abbiamo fatto il bagno”. Mentre Manuel racconta, immagino le emozioni provate e quanta umanità trasferirà nel suo cassetto dei ricordi. Naturale che dica “Alla fine della giornata un po’ lunga, sono abbastanza cotto”. Ma non è finita, perché “Mi resta da organizzare per domani cosa fare”. Cordialmente lo invidio e attendo aggiornamento.
15esimo post a quattro mani: Nadi e Fiji
Manuel non conosce tempi morti. Domenica ha lavorato tutto il giorno e stamattina mi manda un vocale dall’aeroporto di Sydney – precisamente da Kingsford Smith – in attesa che aprano il ‘gate’. Dove cavolo starà andando? Poco dopo mi arriva la risposta: “Appena arrivato a Nadi, alle Fiji, adesso sto aspettando il controllo passaporti”. Nadi mi ricorda il nome della mamma, Nadia… ma le Fiji dove stanno? Le cerco e le trovo a Nord-Est dell’Australia, “Nel Pacifico” precisa lui che evidentemente usufruisce di un permesso lungo, dato che rientrerà a Sydney venerdì sera e riprenderà a lavorare sabato. Quindi, calcolando partenza e arrivo, una vacanza di cinque giorni in mezzo a bellezze naturali mozzafiato, tra l’altro indotta da motivi assicurativi che lui stesso spiega: “Sono in Australia da più di sei mesi, per cui o facevo domanda per un’assicurazione sanitaria privata, però mi costava e non pochi soldi… oppure dovevo uscire e rientrare dall’Australia per avere altri sei mesi di copertura”. Manuel ha deciso per la seconda opzione. Ed eccolo… in mezzo all’Oceano Pacifico.! Mi invia anche delle foto, ma con le signore dell’agenzia e io preferisco quelle d’ambiente. Primo resoconto. Si fa sei chilometri a piedi “un po’ in mezzo al niente”per arrivare al centro di Nadi dove la gente saluta con “Pula/Buongiorno” ed è molto cordiale. Variante: “Il compare del signore che ha bottega seduto sulla sedia mi chiede se fumo erba”. Risposta negativa e prosegue verso il tempio induista “Bello, coloratissimo, ma mi sono beccato il restauro”. Poi tocca a un ristorante indiano vegetariano “dove ho mangiato da gran signore per l’equivalente di sei euro”. A questo punto mi informa di salsine, polpettine, spezie… che mi fanno venire l’acquolina in bocca. Un giretto al mercato dell’artigianato locale dove sono tutti contenti a sentire parlare dell’Italia. Quindi mette piede nell’agenzia turistica per prenotare un viaggio in una spiaggia delle Fiji, con successiva visita a un villaggio nell’entroterra e a una delle cascate più famose dell’isola “Dove faremo – lui e un altro dell’ostello – anche il bagno volendo, sperando che sia caldo, ci conto molto”. Il racconto prosegue con la visita al mercato ortofrutticolo dove “Sono tutti sereni, sorridenti, cordiali”. Del tutto giustificato che Manuel sia allegro e soddisfatto del suo viaggio. Io mi godo sullo schermo le foto dei bellissimi posti e condivido l’emozione che trasmette. Però non vedo l’ora che ritorni!
Germogli e Valori
Nella luce dorata del tramonto i Geranei mi sembrano ancora più belli. Li ho rinvasati ieri pomeriggio, perché in tre settimane sono cresciuti parecchio, intendo quelli comperati di recente: uno viola, uno rosa carico e uno rosso corallo. Quelli che hanno superato l’inverno si stanno riprendendo. Mi piace osservare l’evoluzione dei fiori, partendo dai germogli. La parola germoglio mi è cara, tant’è che fa parte del titolo del mio penultimo libro Dove i Germogli diventano Fiori. Ma un altro motivo più recente me la rende speciale. Ho letto il libro ‘Ti racconterò tutte le storie che potrò’, di Agnese Borsellino, dedicato al marito Paolo, ucciso con i poliziotti della scorta il 19 luglio 1992 a Palermo. Scritto insieme con Salvo Palazzolo, è il racconto toccante della moglie che ricorda momenti trascorsi con l’uomo della sua vita, innamorato della famiglia e del suo lavoro. Spesso si rivolge a lui, come se fosse ancora vivo, mettendo in luce aspetti privati del suo compagno. “Mentre sorgeva il sole lui si accorgeva di un nuovo germoglio nelle piante sistemate con cura sul balcone della nostra casa di via Cilea. Sorrideva, rideva anche di gusto. E accarezzava i nuovi germogli”. Agnese Piraino Borsellino è morta nel 2013, a causa della leucemia. Una donna straordinaria, accanto a un uomo fuori del comune che tuttavia si comportava come una persona comune, in grado di apprezzare le piccole gioie della vita, perché Paolo diceva “In ciascuno di noi alberga il fanciullino di pascoliana memoria”. Ecco, che un uomo ami i fiori è già singolare, ma che consideri i germogli appartiene a un’altra specie. D’altronde tutta la vita del magistrato, pur breve e spezzata testimonia quali fossero i suoi valori. Naturale che Agnese aspettasse di “vederlo spuntare da un momento all’altro, con la tua bicicletta, il pane nel cestino e il braccio destro in alto mentre fai il segno di vittoria con la mano”. Voglio sperare che tanti germogli continuino a sbocciare nel nome di chi ha amato la vita e l’ha drammaticamente persa.
Festa della mamma
Oggi è domenica: respira, rallenta e lascia spazio alla gratitudine. È un bel consiglio che ho trovato tra “Le frasi del buongiorno”. Oggi è la 62esima Giornata Mondiale di preghiera per le Vocazioni e La Festa della Mamma (che inizialmente cadeva il giorno 8). Quando la vocazione religiosa e quella genitoriale sono scelte di vita, credo che la gratitudine ci stia tutta. Quello che importa è lo spirito di dedizione agli altri, che siano consanguinei o meno. Sul ruolo di mamma potrei scrivere un libro, ma non ci penso proprio. Sul piano della fotocopiatrice in studio ci sono due foto: quella di mia madre Giovanna e quella che mi ritrae insieme a mio figlio bambino sulla gradinata del Tempio del Canova (allora abitavo a Possagno). Sento che devono stare insieme, perché riassumono il ruolo che entrambe abbiamo interpretato, con buona pace dei risultati. Diversi contati femminili non hanno generato, tuttavia sono dotate di spirito materno ammirevole. Vale anche il contrario, laddove ci siano dissapori o troppo amore tra madri e figli. Una persona di chiesa cattolica ha molti figli spirituali, suppongo molte più possibilità di sbagliare ma anche di essere amata. Non so se il calo delle vocazioni religiose sia da attribuire anche alla gestione della prole. In ogni caso, la gratitudine è un sentimento che merita di essere riabilitato in ogni ambiente, sia privato che pubblico. Rallentare, come da consiglio iniziale non può che favorire la consapevolezza, base per un rinnovamento. Chiudo in Poesia con una filastrocca del grande Gianni Rodari: Per la mamma Filastrocca delle parole:/si faccia avanti chi ne vuole./Di parole ho la testa piena,/con dentro “la luna” e “la balena”./Ma le più belle che ho nel cuore,/le sento battere: “mamma” , “amore”.// 💞
Critica sì e critica no
Sabato mattina sempre di corsa. Per fortuna trovo lo spunto per il post dalla parrucchiera, sfogliando sotto il casco il settimanale Oggi che la gentile Lara si premura di darmi. D’abitudine, comincio sempre dalla fine e poi la lettura procede verso l’interno, fino a leggere le pagine iniziali per ultime. Talvolta devo stringere, per motivi di tempo: così fotografo col vecchio Nokia la pagina su cui intendo concentrarmi per scrivere il pezzo che intendo postare. Mi cattura l’articolo di Luigi Garlando intitolato: L’ultimo “messaggio” di Francesco, impostato come un dialogo tra un padre e una figlia. Pretesto del discorrere è la polemica sulla tomba di Papa Francesco, nella Basilica di Santa Maria Maggiore, relativa al distanziamento di alcune lettere del nome Franciscus inciso sulla lapide. Non ne sapevo nulla e non avevo notato. In sintesi tra la R e la A e tra la A e la N c’è troppo spazio: agli occhi di qualche acuto osservatore, l’imperfezione ha suscitato clamore. La provocazione dell’articolista è accattivante: “E se invece fosse un errore voluto da Bergoglio per ricordarci che dobbiamo andare oltre l’apparenza?”. Di certo Francesco non badava all’eleganza e tantomeno alla forma. Lui era un Pastore di sostanza e la scritta formalmente imperfetta potrebbe anche averla pianificata. Certo che il capo della Chiesa è sempre sotto gli occhi di tutti, sia da vivo che da morto. Il nuovo Pontefice ne avrà di gatte da pelare. La critica può essere un utile strumento di correzione, purché sia costruttiva e non si adagi sulla superficie.
Giornata storica
Fumata bianca in Piazza San Pietro alle 18.08 di giovedì 8 Maggio, giorno della Supplica alla Madonna del Rosario di Pompei. Una persona intervistata dice che l’8 è un numero religioso. Può essere, io so che rappresenta l’infinito. Sto al computer, col televisore acceso, quando la musica cambia. Sento una certa concitazione e mi piazzo davanti video dove leggo: HABEMUS PAPAM. Un brivido mi prende e mi emoziono. Scambio concitato di vocali con Lucia (di rado uso il vocale), mentre sento le campane suonare a festa e noto che spunta il sole al tramonto. Un miliardo e 400.00 cattolici hanno il nuovo pastore. Più di centomila persone in Piazza San Pietro. Segno di unità del Collegio di 133 cardinali che la nomina sia avvenuta il secondo giorno del Conclave, alla quarta votazione. Papa Francesco è morto il 21 Aprile, oggi è stato nominato il successore di Pietro, pastore della Chiesa universale. La piazza San Pietro esulta, con grande sventolio di bandiere di tutti i colori e le forme. Gli occhi del mondo sono puntati sulla Loggia delle benedizioni, compresi i miei. Alle 19.12 l’annuncio: Habemus Papam: cardinale americano Robert Francis Prevost, missionario, col nome Leone XIV. Una scelta sorprendente. Apprendo che è nato a Chicago da genitori americani nel settembre 1955, quindi tra quattro mesi compirà 70 anni. I suoi nonni erano immigrati spagnoli e francesi. Laureato in matematica e filosofia, ha la passione per il tennis. “Vediamo come se la cava con l’italiano” dice un giovane al microfono della giornalista. Alle 19.23 il nuovo Papa si affaccia alla Loggia: ha un volto sereno ed è visibilmente commosso. “La pace sia con tutti voi” sono le sue prime parole in buon Italiano. Augura una pace “disarmata e disarmante…aiutateci a costruire ponti”. Usa la parola pace per nove volte. Si rivolge in spagnolo alla diocesi di Chiclayo in Perù dove è stato missionario. Ricorda la Madonna di Pompei e invita a pregare l’Ave Maria, cosa che mi intenerisce. Infine la benedizione in latino. La telecamera lo coglie visibilmente commosso. Alcuni quotidiani oggi titolano: Il Papa americano – Il Papa dei due mondi – Un Papa per la Pace. Auguri e buon lavoro, Papa Leone XIV!
Incontro con Rex
Valeva la pena fare un viaggio nell’Agordino, di per sé meta paesaggistica attraente. Ma l’obiettivo ha un nome: Rex, il cane kazako arrivato lo scorso febbraio a Taibon grazie a Flavio che ha trovato in Tania la giusta destinataria. Le premesse che si trattasse di un “angelo peloso” non erano esagerate. Io non sono una cinofila, però mi sono emozionata mentre lo accarezzavo e mi leccava le dita. Una creatura scesa dal cielo sulla terra, per emanare bontà e benessere. Non abbaia quasi mai: ascolta, osserva, gioca, ama. Il suo sguardo – il muso è di un pastore australiano – concentra il passato di sofferenza e condensa la fiducia nel futuro. Ecco il resoconto del viaggio. Pantenza tranquilla, fermata a metà strada per sentire scrosciare il torrente Cordevole. Ma è nuvoloso e il tempo non induce a trattenersi. Procediamo fin quasi alla meta, dove sorge il primo e unico problema: un sacco di vie e insegne riportano il nome/cognome Soccol, che è anche quello di Tania. Gianni, l’autista/pilota delega la consorte Lucia a interpellare il navigatore che non collabora. Per un po’ giriamo a vuoto, finché imbocchiamo la strada giusta, che assomiglia a un tornante. Vediamo la casa rosa, incastonata nel verde come una dimora delle fate. Finalmente siamo a destinazione. Tania ci viene incontro gioiosa e ci fa strada (in montagna è tutto stretto e alto). Dentro ha realizzato un museo domestico con svariate opere, perché trattasi di un’artista eclettica, tra l’altro grande ammiratrice di Vincent Van Gogh. Ma il capolavoro è lui, Rex! Lo tra le mani e gli parlo. Praticamente non mi lascia più. Dimena la coda a pennacchio e si divide tra me e Tania, mentre la solerte Lucia scatta qualche foto. L’emozione del suo abbraccio mi accompagna per il resto della giornata che prevede una puntatina a Canale d’Agordo per salutare Mariuccia, ‘in servizio’ da Ben perché il fratello Flavio è ripartito per il Kazakistan giusto stamattina. Ci troviamo al bar dove ci raggiunge anche Adriana, la ‘zia’ di Ben, lei sì cinefila e appassionata di gatti: quattro donne che dialogano cordialmente. Sisto, marito di Mariuccia è assente giustificato, in quanto fa compagnia a Ben. Gianni si defila e lo recuperiamo in macchina dopo una mezz’oretta, pronto per rimettersi al volante, da bravo pilota. Piove con decisione. Ma il cuore canta.
Calla o Giglio del Nilo
La Calla è uno dei fiori più eleganti che esistano. Il suo nome significa ‘bello’ ed è un simbolo di prosperità e di bellezza materna. Si racconta che i suoi fiori siano nati dal latte materno di Era, dea della creazione e della terra. Nella mitologia, quello stesso latte materno ha dato origine alla Via Lattea che vediamo in un cielo stellato. Nella mitologia romana, la Calla è simbolo di virilità e di amore passionale, per la forma dello spadice al centro del fiore. La sua forma a imbuto e l’odore gradevole le conferiscono un inestimabile pregio nel mondo floreale. Originaria del Sudafrica, fiorisce da metà primavera a inizio estate, ai bordi di laghetti, stagni e ruscelli. I fiori sono utilizzati anche recisi e si mantengono freschi per molti giorni. Le foglie sono grandi e verdi, a forma di freccia. I giardinieri dei primi del ‘900 chiamavano la Calla “Il fiore della linearità modernista” perché, con le sue linee composte e semplici, interpretava perfettamente l’idea di sobrietà. La Calla divenne così il simbolo del periodo Liberty. Io amo tutti i fiori. Anni fa, a Caorle ho fotografato una bellissima Calla, cercando di coglierla da sotto. Ne è scaturita una poesia che ho inserito nella mia raccolta Natura d’Oro che riporto. Calla La tua forma/rammenta/un calice d’eleganza/un cocktail di prelibatezza/un battistero naturale/dove immergere/pensieri grigi/e prelevare/una collana di perle.//Su Instagram ho postato il quadro di Noè Zardo che ha dipinto un gruppo di Calle Soavi, utilizzando “i pastelli acrilici abbracciati dai preziosi oli”, perché un pittore è anche un poeta.
Analfabeti di ritorno
Sono autodidatta nella ricerca di notizie. Con un po’ di esperienza alle spalle, mi sono attrezzata per velocizzarne il trasferimento: in pratica, fotografo l’articolo che mi interessa, poi a casa lo rileggo e lo lavoro secondo le mie intenzioni. Ma il vecchio tablet che uso come block notes e videocamera deve essere caricato, cosa che mi scordo così succede che lo trovi scarico. Perciò ritorno alla carta e penna. L’argomento è ‘ghiotto’ per una che scrive. Lo trovo a pagina 29 del Corriere odierno, a firma di Paolo Di Stefano, col titolo: “La lingua perduta dei professionisti” che il giornalista identifica in avvocati, ingegneri, architetti, medici… gente colta che non dovrebbe essere oggetto dell’analfabetismo di ritorno, di cui parlava nei suoi testi il linguista e già ministro della pubblica istruzione Tullio De Mauro (Torre Annunziata, 31/3/1932 – Roma, 5/01/2017) dal 2000 al 2001 nel governo Amato. Ho usato e apprezzato da universitaria un testo del De Mauro che custodisco in libreria. (Il fratello Mauro, giornalista scomparve la sera del 16/9/1970, rapito da Cosa nostra, alla vigilia di uno scoop che avrebbe fatto tremare l’Italia). In sostanza, il professor Tullio sosteneva che uno sviluppo adeguato dell’istruzione fosse un problema per la democrazia. Aiuto, vorrei non fosse vero. Comunque si moltiplicano libri che svolgono una funzione di resistenza e di sostegno delle basi linguistiche. Proprio oggi è in uscita ‘La lingua verde’ di Valeria Della Valle e Giuseppe Patota per Rizzoli. Senza temere neologismi e anglismi i due linguisti mettono alla prova il lettore con quiz, consigli, esercizi su accenti, apostrofi, concordanze eccetera, perché “non è mai troppo tardi” per gli analfabeti di ritorno e per chi vuole migliorare la lingua Credo che lo comprerò. ✍️
