Che piacere rivedere Topo Gigio! E chi non lo conosce? Il pupazzo animato, dalle grandi orecchie e il dente sporgente, è famoso per la sua vocina e alcune esclamazioni, tipo “Ma cosa mi dici mai”. Dolce e sognatore, è diventato un’icona della televisione internazionale. Mentre mi accingo a fare colazione, dal video mi arriva la notizia: Peppino Mazzullo, la storica voce di Topo Gigio compie 100 anni. Succederà dopodomani, sabato 6 Giugno quando l’attore e doppiatore italiano, nato a Messina, sarà festeggiato a Santo Stefano di Briga (Messina), il paese siciliano dove è nato e dove è tornato a vivere. Nel 2004 ha fondato il “Piccolissimo Teatro di Messina”, all’interno del quale ha diretto la “Scuola di teatro comico e drammatico”. Egli stesso attore drammatico, ha raggiunto una grande notorietà, dando la propria voce al personaggio creato da Maria Perego, ininterrottamente dal 1961 fino al 2006. Oggi il ruolo è interpretato da Leo Valli. Quando il personaggio debuttò in tivù nel 1959, la voce era quella di Domenico Modugno. Fatta la distinzione tra la prima voce, la voce storica e quella attuale, doverosi complimenti e auguri a Peppino Mazzullo che in un’intervista racconta la storia e le origini della sua voce. Al giornalista che gli chiede cosa gli piaccia di Topo Gigio risponde: “Il suo spirito. È un’anima. In ognuno di noi c’è il divino dentro, se tu lo svegli, fai cose divine”.E confida il segreto per mantenere vivo lo spirito del fanciullino interiore: “Riuscire sempre ad ascoltare il divino che è in noi”. Per dirla con le parole di questo grande Maestro: “Insomma, io mi sento un filantropo spirituale” per l’invito a tirar fuori il nostro “divino”. Grande Topo Gigio, grazie Peppino Mazzullo!
Categoria: Tempo
La Repubblica siamo noi
“Meraviglioso spettacolo celebrativo”. Sono le parole di Bruno Vespa a Porta a Porta, riguardo il programma “I Volti della Repubblica 80 anni dal Referendum” andato in onda sul primo canale ieri sera. Un lungo viaggio nella storia che si è avvalso di video, parole, testimoni, musica, danza finale di Roberto Bolle: uno spettacolo davvero notevole che mi ha emozionato. La forma di governo repubblicana scelta dagli italiniani, donne comprese, ne ha fatta di strada dal suo esordio, il 2 Giugno 1946! I filmati in bianco e nero testimoniano le difficoltà della ricostruzione, ma anche tante novità, tipo i programmi Rai del 1954, i primi Festival di Sanremo… anche le tragedie degli Anni di Piombo. A stemperare le emozioni forti, le voci narranti che si alternano con discrezione. In chiusura, compare una piccola bimba vestita di rosa, nei panni della futura Repubblica. Quella in corso è considerata adulta, ma nel complesso ancora ‘giovane’. Viene ribadito che la Repubblica siamo noi, ad ogni età, con diritti e doveri cuciti addosso. A tal proposito, mi soccorre una frase della grande Oriana Fallaci: ‘La democrazia non si può regalare come una stecca di cioccolata. La democrazia bisogna conquistarsela. Per conquistarsela bisogna volerla. Per volerla bisogna sapere cos’è”. Lo speciale di ieri sera è stato istruttivo e coinvolgente senza annoiare, fornendo anzi esempi di laboriosità e creatività nazionali. Secondo i dati Auditel, è stato il programma più seguito (con il 16.2 %). Quando è terminato, poco dopo mezzanotte mi sono sentita ‘caricata’ di energie positive, fiduciosa che il buono prevarrà sul negativo. A patto che non venga sempre delegato agli altri.
Auguri, Repubblica!
80 anni sono un traguardo importante: auguri, Repubblica! Il 2 Giugno del 1946 cambiò la storia del nostro Paese, grazie alla volontà degli Italiani, uomini e donne comprese, per la prima volta votanti. Con un occhio seguo la Parata in tivù e con l’altro scorro i saluti dei miei contatti, ovviamente contrassegnati dai colori della nostra bandiera: verde, bianco e rosso. Oltre ai fiori, ai cuori… alle Frecce tricolori, condivido il testo che accompagna l’immagine di una donna stilizzata con la gonna a fiori: “Il presente è fiorito su radici nutrite di coraggio”. Il momento celebrativo è seguito da 100 Comuni collegati. Assisto al dispiegamento di una gigantesca bandiera sul Colosseo, ad opera dei Vigili del fuoco, simbolo della Repubblica, tanto quanto lo è l’inno nazionale. Della Parata ai Fori imperiali, suggestiva e molto lunga, mi commuove Andrea Bocelli che canta Fratelli d’Italia e mi intenerisce l’ultima apparizione di Briciola, la mascotte del IV Reggimento dei Carabinieri a cavallo che andrà in pensione. La sfilata dei vari reparti è impeccabile, provo ammirazione ed orgoglio. Rifletto sul significato della parola ‘pace’, sul privilegio di goderne e sulla necessità di preservarla. L’articolo 52 della Costituzione Italiana stabilisce che la difesa della Patria è un dovere sacro del cittadino. Il presente è radicato nel passato e si proietta nel futuro come una pianta secolare, tipo un castagno o una quercia. Non è casuale che un ramo di ulivo e un ramo di quercia siano rappresentati nello stemma ufficiale della Repubblica. La longevità di un albero inizia a cent’anni. l’Italia custodisce oltre 4900 alberi secolari e monumentali tutelati dalla legge. Auguro alla Repubblica di arrivare serenamente a questo ambíto traguardo, con il concorso di tutti.
Infiorata
Ultimo sabato di Maggio: sembra Luglio inoltrato, anche se siamo ancora in Primavera. Mi alzo presto e faccio un giretto per il giardino, con l’intenzione di raccogliere delle rose che però sono tutte sfiorite! Il caldo anomalo le ha segnate ed ora non mi resta che raccogliere una moltitudine di petali, anzi no: ho in casa un’infiorata gratuita e me la voglio godere. L’infiorata, manifestazione artistica nata nel XVII secolo, diffusa soprattutto in centro Italia, consiste nel realizzare opere floreali per le strade e le piazze, utilizzando petali di fiori, foglie, semi e materiali vegetali. La prima infiorata documentata risale al 1625 in Vaticano, per opera di Benedetto Drei e del figlio Pietro. In origine, avveniva per omaggiare il passaggio della processione del Santissimo Sacramento. Tradizionalmente allestita in Primavera, per la festività cattolica del Corpus Domini. La più vicina di cui sappia è a Noale(VE) che trasforma il borgo medievale in un grande giardino a cielo aperto. L’ultima, tenutasi ad aprile è stata dedicata agli 800 anni dalla morte di San Francesco. Ma famose sono anche quelle di Gerano, alle porte di Roma, Noto in Sicilia e Spello in provincia di Perugia, rinomata a livello internazionale per la spettacolarità dei suoi tappeti floreali che riproducono soggetti d’arte sacra. Immagino il lavorìo dei volontari impegnati nella raccolta, essicazione e capatura (separazione dei petali) che vengono posati a mano, senza l’uso di colle, per creare spettacolari tappeti d’arte ‘effimera’ (dal greco ephémeros) che significa ‘della durata di un solo giorno’. Fugace e transitoria come la bellezza, contribuisce al nostro benessere psico – fisico.
Gioco e Fantasia
Il 28 maggio si celebra la Giornata Mondiale del Gioco, argomento che un po’ mi spiazza, non avendo nipoti piccoli da accudire. Però c’è vicino il Micronido il Guscio da dove giungono le voci argentine dei piccoli allievi quando giocano in cortile. Sono stata costretta a diventare grande da piccola, perché a otto anni ho dovuto fare la babysitter di mia sorella minore. Quindi ho giocato assai poco, per lo più da sola con mini stoviglie allineate su un tavolinetto di legno (forse parte da allora la mia avversione per la cucina). In qualche modo, da adulta mi sono presa la rivincita, trattando l’argomento del gioco con i miei alunni che mi hanno insegnato parecchio, specie riguardo il gioco di squadra, intellettualmente parlando. Il lavoro di gruppo veniva codificato nei cartelloni, appesi successivamente alle pareti dell’aula, con legittima soddisfazione. Una illustre Maestra, Alda Merini (Mi, 21 marzo 1931 – Mi, 1 novembre 2009) ci aveva ‘illuminato’ con la poesia Bambino, dettata e da qualcuno imparata a memoria. La scrittrice milanese in realtà si rivolge agli adulti che hanno perso la facoltà di sognare. Pubblicata ufficialmente nel 1984, è contenuta nella raccolta intitolata “La Terra Santa” e segna il ritorno della scrittrice sulla scena letteraria, dopo i duri anni di internamento in manicomio. Bambino, se trovi l’aquilone della tua fantasia/legalo con l’intelligenza del cuore./Vedrai sorgere giardini incantati/e tua madre diventerà una pianta/che ti coprirà con le sue foglie./Fa delle tue mani due bianche colombe/che portino la pace ovunque/e l’ordine delle cose./Ma prima di imparare a scrivere/guardati nell’acqua del sentimento.//La poesia è un invito a coltivare l’immaginazione, legando la fantasia al cuore.
Un castigo imperdonabile
Ho simpatia per i vecchi, ricchi di età e di esperienza. Il pomeriggio bollente mi costringe a stare dentro dove mi dedico al disbrigo di faccende fastidiose, prestando l’orecchio alla televisione, sintonizzata sul primo canale durante la Vita in diretta. La voce del conduttore Alberto Matano mi fa compagnia, mentre traffico con il vecchio frigo nella stanza adiacente alla cucina. Di solito non seguo le storie di attualità considerate dalla trasmissione pomeridiana, ma proprio oggi (ieri) la protagonista compie 87 anni, si chiama Laura Held. Nata a Vienna dove si trovavano i suoi genitori per motivi di lavoro, non si è mai sposata e non ha più parenti né in Italia, né all’estero. Da oltre un mese vive in auto, una Ford Fiesta azzurra con cui si sposta tra Santa Maria di Sala e Padova dove ha lavorato più volte, in occasione delle giostre in Prato della Valle. Lei stessa si è rivolta ai servizi sociali chiedendo “solo una brandina in una piccola camera disponibile. Sono una donna minuta e fragile. Non occupo tanto spazio”. Alla tenace signora era stato offerto un posto in una struttura, da lei rifiutato perché da una vita vive in strada. Sorprendente che guidi ancora, alla bella età che si ritrova. A vederla sembra proprio uno scricciolo, incurvata e piena di rughe, ma con lo sguardo dolce che intenerisce. Penso a mia nonna Adelaide che le assomigliava per magrezza e ad altre donne ultraottantenni/novantenni che conosco un po’ acciaccate, ma lucide di mente. L’età avanzata esibisce il conto, da mettere in conto se si ha la fortuna di una lunga vita. Il caso di Laura è più penoso, perché è rimasta senza rete familiare e senza casa, pur godendo di una pensione. Non conosco cosa le è capitato per essere costrettai a vivere in auto, piena di stoviglie ed effetti personali. Un castigo imperdonabile per una signora quasi cenetenaria che ha avuto il coraggio di chiedere aiuto.
Colore rosa e haiku
Dopo una giornata dal caldo torrido, mi godo la sera. Mentre il cielo sfuma verso il celestino e il profilo dei monti scurisce, una varietà di fiori tinge di rosa il mio piccolo angolo di paradiso. Sorrido al pensiero che per molto tempo ho detestato questo colore, imposto ai miei abiti da bambina, mentre la primogenita indossava il celeste ereditato dagli occhi paterni. Superata l’antipatia infantile, adesso trovo che il rosa sia familiare, senza opprimere. È una declinazione più tenue del rosso, di cui infatti è una variante. Sia rosso che rosa non sono i miei colori preferiti e non hanno spazio nel mio guardaroba. Però riconosco che assolvono a una loro funzione, regolatrice dell’umore. Osservare i miei fiori rosa mi rilassa. Le Peonie in primo piano sono rosa chiaro, le Ortensie a ridosso della siepe esibiscono un tono più intenso, i Garofanini nel vaso sfoggiano un vivace pink, mentre i petali della Rosa selvatica offrono all’occhio un accartivante ventaglio rosato. L’abitazione è rivolta verso i campi e il vicino camposanto, pertanto risulta addolcita dalla nota cromatica del colore rosa, associato alla dolcezza, alla femminilità, all’ottimismo. Scopro con piacere queste cose mentre scrivo, non ho scelto i fiori in base al colore. Mi sovviene che Pablo Picasso ha legato il suo nome al celebre “Periodo Rosa” (iniziato nel 1904) , successivo al periodo blu, per ritrarre con toni più dolci e poetici la vita di saltimbanchi, acrobati e famiglie. Per la psicologia dei colori, il rosa rappresenta una sorta di “tranquillante visiivo” che allontana aggressività e solitudine. Pare che si incontri spesso nella poesia giapponese. Chiudo con questo haiku (componimento giapponese del sec. XVII composto da tre versi) che mi pare in tema: Petali nel vento/Un velo di luce rosa/Soffio di primavera//
Caldo e salvia
Arrivato il caldo bello tosto, adesso si può procedere al cambio degli armadi. Veramente avevo iniziato l’operazione circa tre settimane fa, con l’aumento della temperatura, poi bruscamente rientrato. Ieri sembrava fosse agosto, alle dieci di mattina il sole picchiava. L’anticiclone africano ci farà compagnia per circa una settimana, con tutti gli effetti collaterali. Durante la Rassegna di Poesia, mentre i responsabili dell’evento parlavano ai convenuti, ho dovuto spostarmi con la sedia un paio di volte. Più organizzata di me, qualche ospite si era munita di cappellino. Per fortuna, tornata a a casa ho trovato l’erba sfalciata. I gatti hanno trascorso il pomeriggio dentro, perché fuori il termometro superava i trenta. Ho ritirato anche la voliera con i canarini perché mi pareva che non gradissero il caldo, sebbene di pomeriggio abbassi le tende parasole. La considerazione che mi viene più ovvia è la difficoltà di adattamento nel passare da una stagione all’altra… senza soluzione di continuità. L’espressione, nata originariamente come termine medico – chirurgico, in senso figurato indica un’interruzione nello spazio o nel tempo. Inoltre la percezione è che le stagioni da quattro si siano ridotte a due. Quindi non resta che accettare e adeguarsi, mettendo in atto le strategie che il caso richiede. Ad esempio, stamattina sono uscita molto prima del solito per fare la spesa e sono rientrata a un’ora ‘decente’ per idratarmi e stare al fresco dentro casa. Leggo che la salvia è un’alleata per combattere caldo e sudore. È la mia preferita tra le piante aromatiche e vedrò come fare.
Monte Grappa in versi
Mattinata festiva dedicata alla Poesia, nella cornice della bella Villa Marini-Rubelli di San Zenone. Sono una dei poeti del territorio della Biosfera Monte Grappa e partecipo alla seconda edizione della Rassegna con la poesia “Cime Innevate”. Apprezzo che non ci siano premi e vincitori, bensì persone che coltivano un hobby che non dona ricchezza, ma serenità e conforto. Vale per me e immagino sia altrettanto per la quarantina di poeti partecipanti come autori/lettori distribuiti tra san Zenone al mattino e Asolo al pomeriggio. Per me è l’occasione di incontrare Sisto e Mariuccia che vengono appositamente da Belluno, Gigliola, Manuel che fa i video, Lisa che legge e interpreta magistralmente la mia poesia e quella di Noè, impegnato in Arte e Natura a Cavaso del Tomba. La Rassegna gode del patrocinio di 22 Comuni da Altivole a Val Brenta. Il poeta più grande è Evaristo Borsato di Bassano del Grappa che dichiara di avere 83 anni – portati benissimo – mentre la più giovane è una ragazzina che legge la poesia per la nonna. Trovo rassicurante il contributo di autori di età differenti che coltivano l’arte poetica per contrastare l’invasione di schermi e “spento/acceso”, secondo le parole di Franco Berton nell’accattivante discorso di accoglienza. Venendo alla mia poesia, è nata osservando i rilievi del Massiccio del Grappa da casa al mattino, quando apro gli scuri. Spontaneo il pensiero ai giovani soldati che riposano lassù, protetti dal silenzio e dalla natura. Nel Sacrario militare di Cima Grappa riposano complessivamente 22.950 caduti della Prima Guerra Mondiale. Non si possono dimenticare le loro gesta e i valori di cui erano portatori, da iniettare nel chiasso quotidiano. Ecco il testo di CIME INNEVATE Le cime Innevate/dal sole irraggiate/mi sorprendono/quando apro gli scuri/di primo mattino./Qualcosa di divino/accade lassù/nell’immenso silenzio/mentre quaggiù/comincia la corsa./Sarebbe salutare/un ponte d’incontro/tra l’affanno quotidiano/e il messaggio di chi/parla senza parole./Ciò che mi duole/non è la distanza fisica/tra chi c’era e chi c’è/ma la sicumera di pensare/che loro con contino più.//
Le rose di Santa Rita
Oggi 22 Maggio, santa Rita da Cascia, al secolo Margherita Lotti, nata nel 1381 a Roccaporena (in Umbria) eu morta il 22 maggio 1457. Beatificata da papa urbano VIII nel 1626, è stata canonizzata da papa Leone XIII nel 1900. Nota come la patrona dei casi impossibili, è considerata la protettrice delle spose e delle coppie in crisi. Mia mamma era nata il 22 maggio 1923 e le era affezionata, per la coincidenza del giorno e per il ruolo di madre. A proposito di coincidenze, mentre seleziono vecchi modelli 730 da buttare, mi viene tra le mani il pieghevole di una rappresentazione intitolata SANTA RITA, messa in scena al Teatro Collegio S. Maria Bambina di Crespano del Grappa il 19 – 20 Maggio 2012 dal Comitato Crespano Rappresentazioni Sacre. E si riaccende la memoria. In quella occasione mi ero ritrovata con la collega Gianna De Paoli che sarebbe mancata un paio d’anni dopo. Sorrido al pensiero delle sue critiche all’attrice Roberta Grando nel ruolo di Santa Rita, a suo dire troppo poco vestita. Vero che la Santa andò in sposa 16enne a Paolo Mancini, un ufficiale dal temperamento focoso e violento, sebbene volesse farsi suora. Ebbe due figli maschi, probabilmente gemelli, Giangiacomo e Paolo Maria, morti giovani per malattia, forse peste. Poco prima di loro, era mancato il padre Paolo, vittima di una vendetta. A soli 36 anni (nel 1417) Rita si trovò senza i suoi cari e chiese alle monache di Cascia di entrare in convento – permesso all’inizio negato – dove rimase fino alla morte, avvenuta il 22 Maggio 1457, all’età di 76 anni. Per circa 40 anni visse nel Monastero agostiniano di Santa Maria Maddalena a Cascia. La rosa è il simbolo di Santa Rita, per via del miracolo avvenuto poco prima della sua morte, quando in pieno inverno nell’orto di Roccaporena fiorì una rosa che rappresenta le sue virtù, mentre le spine indicano le sofferenze affrontate. Il miracolo invernale simboleggia la fioritura della speranza anche nelle situazioni più gelide e disperate (vedi casi impossibili). Ho raccolto un bouquet di rose per mia mamma, offerto idealmente anche a Santa Rita.
