L’altra sera ho rivisto il film Heidi e sento per tivù che il cartone di riferimento, disegnato dal giapponese Miyazaki compie 50 anni. Intanto mi piace che il nome Heidi stia per Adelaide, nome della mia cara nonna materna cui devo il mio trasporto per la lettura e la scrittura. Più che il cartone animato, una pietra miliare dell’animazione giapponese (e sono attratta dalla cultura del Paese nipponico), ho rivisto volentieri il film Heidi, del 2015, diretto da Alain Gsponer, con Bruno Ganz e Anuk Steffen. Molta simpatia per il nonno, definito ‘misantropo miscredente’ da una valligiana pettegola e grande simpatia per la ragazzina che preferisce vivere nella baita alpina, anziché a Francoforte nel palazzo di Klara, costretta su una sedia a rotelle, cui offre amicizia e aiuto incondizionati. Per me il tema di fondo è l’empatia tra l’adulto schivo/incompreso e la minore/orfana, disposta a condividere le bellezze di un ambiente suggestivo qual è quello delle Alpi svizzere. L’amicizia con Peter e le sue caprette aggiunge emozione. Pare che Heidi sia la bambina svizzera più famosa al mondo, grazie al suo amore per la vita e la sua sete di libertà. Il film è basato sull’omonimo romanzo per ragazzi, dell’autrice Johanna Spyri (1827-1901), pubblicato nel 1880. Tradotto in 70 lingue, ha ispirato più di 15 adattamenti cinematografici. Heidi è considerata oggi una piccola ambientalista ante-litteram e si capisce il motivo. Credo che il messaggio sarebbe giunto incontaminato, anche se l’ambientazione fosse stata marina. La sensibilità è trasversale a tempi e luoghi. Grazie alla creatività di chi ha inventato il personaggio e all’abilità di chi ha trasferito la storia in immagini, Haidi entra nella schiera dei classici e può soffiare contenta sulle sue 50 candeline!
Categoria: Tempo
Aneddoto pro Befana
Abitavo a Possagno da non molto, Anni Settanta circa. Ero rimasta in ottimi rapporti con la mia professoressa di Italiano delle medie che abitava in piazza e che andavo spesso a trovare, cordialmente ricevuta da sua madre, allora sui sessant’anni. Succede che un pomeriggio, in compagnia della signora stiamo passeggiando verso casa, quando all’altezza del bar centrale sento un coro che canticchia: “È arrivata la befana”. Non mi ricordo il periodo, ma escludo fosse invernale perché indossavo vestiti leggeri. Chiaro che i giovinastri volevano burlarsi di me, di lei oppure di entrambe. Ignoro il motivo, del tutto gratuito per cui, rintanati dentro il bar, avessero deciso di prendermi/ci di mira. Disorientata, subito faccio finta di niente, ma loro – gli sfaccendati – insistono con la canzonatura. Allora mi blocco, lascio il braccio della signora perplessa e faccio dietrofront fino all’ingresso del bar: a gran voce chiedo che si facciano avanti, se hanno qualcosa da dirmi a quattr’occhi! I codardi – erano tre o quattro sui vent’anni – non hanno osato. Io ho ripreso sottobraccio la mamma della mia insegnante e siamo andate oltre, fino a casa sua poco distante. Sbollita la rabbia, sapevo di aver fatto la cosa giusta. L’indomani sono stata avvicinata da uno del gruppo che si è scusato per la burla verbale messa in atto. Da allora, la befana mi sta molto simpatica: è diventata una sorta di guida che infonde forza, coraggio e quando serve usa pure la scopa. Alla faccia dell’immagine, lei sì che tiene senza bisogno di lifting e punturine! Generosa con chi merita, non lesina ‘bocciature’ di comportamenti disdicevoli o riprovevoli. Pertanto, se qualcuno mi fa gli auguri di Buona Befana, ne gioisco e ringrazio. A ben vedere, la mitica nonnina a cavallo della scopa è una antesignana delle femministe! Evviva la Befana!
Compleanno speciale
La Rai compie 70 anni: infatti era il 3 gennaio 1954 quando andò in onda la prima trasmissione con il programma “Arrivi e Partenze” con un giovanissimo Mike Bongiorno, destinato a diventare un’icona del piccolo schermo. La prima annunciatrice della televisione Italiana è Fulvia Colombo che riappare con una capigliatura bombata dai filmati registrati in quella giornata inaugurale. Sembra molto più di 70 anni fa. Allora, solo il 34% degli italiani possedeva un televisore e credo che tra loro ci fosse mio padre, cultore della modernità. Però non ho memoria di vicini trasferiti nel tinello di casa mia con la sedia al seguito per seguire i programmi serali. Tra il mio compleanno e quello della tivù ci sono poco più di tre mesi, quindi siamo praticamente coetanee e ciò spiega il mio ‘smemoramento’. Però mi ricordo bene la musica di Carosello, andato in onda dal 3 febbraio 1957: programma mitico, ideato dal regista Giuliano Cenci, inventore di storie e ritornelli che per vent’anni hanno raccontato lo sviluppo economico e sociale dell’Italia. Come dimenticare ‘Calimero il pulcino nero’ oppure il “Caballero Misterioso alla ricerca di Carmencita”, solo per citare due esempi tra i molti personaggi che hanno messo le ali all’immaginazione della nostra infanzia! E “Dopo Carosello tutti a nanna!” per vent’anni, dato che l’ultima puntata andò in onda il primo gennaio 1977. Nostalgia? Un po’ sì! All’epoca mi ero laureata da poco e iniziavo i primi passi come insegnante nel mondo della scuola. Non ho chiaro come e quando, ma è iniziato presto l’atteggiamento critico nei confronti dei programmi commerciali e del rischio della dipendenza dallo schermo, fenomeno che oggi riguarda l’uso e abuso del cellulare. Non mi inoltro ad analizzare il fenomeno, con luci e ombre come tutti quelli di ampia portata. Renzo Arbore stamattina augurava alla televisione attuale di diventare ‘artistica’, desiderio che condivido anch’io. Se no, la spengo.
Capodanno 2024
1 gennaio, Giornata Internazionale della Pace. Istituita il 30.11.1981 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per evitare conflitti, risulta piuttosto disattesa ed anzi calpestata. Etimologicamente la parola pace deriva dal latino ‘pax’ che ha il suo contrario in ‘bellum’/guerra, quindi è chiaro cosa significhi. Nel discorso di fine anno tenuto dal Palazzo del Quirinale, il Presidente Sergio Mattarella nomina spesso la pace in contrapposizione alla guerra che “non nasce da sola” ed invita tutti ad impegnarsi per una cultura della pace, da esercitare anche nel quotidiano, evitano tutte le forme di violenza, compresa quella verbale. Invoca la Solidarietà, la Giustizia e la Pace, quali valori fondanti la Democrazia, fatta di “esercizio di libertà”. Ha un occhio di riguardo per i giovani, le donne, i vecchi, le categorie fragili…e nomina pure l’intelligenza artificiale, perché “viviamo un passaggio epocale” della storia che deve guardare al futuro. Tiene il discorso in piedi, con le dita pressoché incrociate, in una sorta di preghiera laica. La sua figura statuaria di vecchio saggio mi intenerisce. Credo alla sincerità delle sue parole, che dovremmo ripetere come un mantra, perché “uniti siamo forti”, come dice il Capo dello Stato prima di congedarsi. Trovo il suo discorso più salutare dei botti di Capodanno, peraltro fastidiosi e pericolosi. Il notiziario ha appena dato notizia dei feriti a causa dei ‘festeggiamenti’: nel napoletano, che registra il maggior numero di incidentati una donna 46enne è morta per un colpo sparato in casa che l’ha colpita alla testa, chissà magari da un ‘caro’ che ha ignorato il pericolo di maneggiare le armi. L’ equazione divertimento morte è pazzesca. Non so quanto incida la tradizione o la mancanza di valori in tutto ciò. Convengo col Presidente che urge una cuntura della Pace.
Riflessioni di fine anno
Tra i vari messaggi che mi arrivano nell’ultimo giorno dell’anno, seleziono il più poetico che mi stimola a scrivere. In un bosco innevato, emerge un coniglio con le orecchie rosa in attesa di captare qualcosa che potrà arrivare. L’ immagine è tenera e allusiva. Esplicite sono le parole anteposte: “Bisogna creare luoghi dove fermare la nostra fretta. E aspettare la nostra anima”. L’autore del messaggio è Tonino Guerra (Santarcangelo di Romagna, 16.03.1920 – 21.03.2012), poeta, scrittore e sceneggiatore italiano, cui è attribuita la frase: “L’ottimismo è il profumo della vita”, pronunciata nello spot di una famosa catena di negozi di elettronica. A me interessa il poeta ed il suo messaggio positivo che giunge prezioso in previsione di bilancio di fine anno. Non serve che ricordi cosa è successo di brutto che continua ancora, dentro e fuori l’Italia, dentro e fuori l’Europa. L’ottimismo invocato da Tonino è indispensabile per rimanere a galla e/o per veleggiare verso lidi più tranquilli. Sul ‘fermarsi’ sono totalmente d’accordo, come anche sul dare ascolto alla nostra anima che io semplifico in ‘tirare fuori” il meglio di sé. Ognuno ha delle capacità, delle abilità talora sconosciute alla stessa persona che emergono in momenti di difficoltà o in tempo di crisi. Del resto la stessa parola crisi, di origine greca significa “cambiamento’ che può trasformarsi in miglioramento o peggioramento, a seconda di come reagiamo. Non voglio sconfinare in un ambito che non mi compete, ma personalmente trovo terapeutico il pensiero di chi ha affrontato ‘smottamenti vitali’ e ci ha costruito attorno una sana filosofia di vita. Trovo esemplare anche la scelta del coniglio, creatura timorosa colta in atteggiamento di vigile ascolto. Ispirarmi a lui, non è male.
Serenità, orgoglio, entusiasmo
Il videomessaggio di auguri agli Italiani della premier Giorgia Meloni contiene tre parole che sottolineo: serenità, orgoglio, entusiasmo. La prima mi è molto cara, perché rappresenta il mio obiettivo a breve – medio – lungo termine. Per me corrisponde a una condizione interiore di tranquillità, favorita dal contatto con la natura di cui mi circondo, fiori e gatti compresi. Mi è più difficile provare l’orgoglio. Credo che la Meloni lo intenda in senso politico, relativamente al percorso in salita del Paese. Nel mio privato sono orgogliosa di frequentare persone in sintonia con me, dall’animo sensibile che producono arte con cui ci si solleva da terra. In questo senso, il gruppo neonato verbanostra è il più bel regalo di quest’anno che volge al termine e approfitto per ringraziare le mie colleghe/amiche: Francesca, Sara, Valentina, Veronica, Elisa. Per l’entusiasmo devo riflettere un attimo: coi tempi che corrono, dove lo trovo? Come sinonimo ha ‘slancio, passione, ardore’. Una persona entusiasta è una che prova soddisfazione per qualcosa che fa, al netto del lavoro. Dunque ci siamo: per me è l’attività letteraria, e sono in buona compagnia perché scrivere migliora la qualità delle relazioni. Attorno al piccolo albero addobbato in studio – fuori della portata dei gatti – ho deposto i doni ricevuti, alcuni ancora sigillati. Mi parlano delle persone che intessono la mia rete affettiva: con meraviglia noto che sono cresciute, non per i miei meriti ma per una condivisione di sentire che fa lievitare il mio benessere. A loro auguro il meglio di ciò che desiderano. Un abbraccio anche alle persone presenti virtualmente attraverso il mio blog, i messaggi e/o il telefono. Tanta Serenità, Orgoglio, Entusiasmo a Tutti (premier compresa). 👌🍀🧡
Buona vita a Maria Grazia
Maria Grazia è il nome dato alla neonata abbandonata nella culla termica di una chiesa a Bari. Don Antonio Ruccia, parroco di San Giovanni Battista l’ha trovata alle 7.15 quando è squillato il cellulare attivato automaticamente dalla ‘culla per la vita’ dotata di sensori. Quando un neonato viene posto sopra la culla, il peso attiva un allarme, in questo caso sul telefono di don Antonio che ha immediatamente allertato il 118. Lui stesso ha proposto il nome per la piccola che “gode di buone condizioni di salute”, rassicura il sacerdote che vedo giustamente emozionato in tivù. Maria Grazia pesa 3 chili e 400 grammi. Per certi versi sembra una storia fatta apposta per Natale quando si rinnova il miracolo della nascita di Gesù. Immagino il dietro le quinte di questo evento che ha portato la madre di Maria Grazia a disfarsene, e mi interrogo sulle ragioni di questo abbandono, riguardo al quale la donna potrebbe ricredersi. Non so dove potrebbe collocarsi il lieto fine, a Maria Grazia poteva andare peggio. Mi ha colpito il manifesto appeso all’ingresso del Reparto di Neonatologia del Policlinico di Bari dove in rosso, a caratteri cubitali si legge: “Nessun bambino è un errore” che ritengo appropriato e incoraggiante per le potenziali madri in difficoltà. La storia, per ora a lieto fine mi procura un misto di sollievo e di ansia, soprattutto disagio. Essendo madre, d’istinto trovo inconcepibile privarsi di un figlio, per quanto il ventaglio delle motivazioni per ‘cederlo’ ad altri che se ne occuperanno sia meno peggio dell’abbandono o della soppressione. Molti bambini durante questo turbolento Natale saranno senza famiglia. Pace e Amore sono i doni più grandi, da qualunque fonte arrivino.
Verso Natale
Giornata intensa, dedicata a restituire una parvenza di ordine dentro e fuori casa, che non è neanche piccola. Reginaldo si occupa dello scoperto: rastrella foglie, riempie di terra buche, mette a dimora i bulbi dei tulipani comperati al mercato, dimezza con la mannaia i pezzi di faggio troppo grossi per la stufa che poi sistema ordinatamente nella legnaia. Mentre lui agisce fuori, io raccolgo quotidiani e riviste sparsi un po’ dappertutto e poi vado a inserirli nel bidone giallo per la raccolta della carta. Verso metà mattina faccio il caffè che offro al mio aiutante con uno dei miei muffin – con banana e cacao – piuttosto apprezzati. Poi lui riprende la pulizia fuori e io dentro casa, ma non riesco a fare molto perché i gatti reclamano la pappa e anch’io comincio a sentire un certo languorino. Siccome giovedì è giorno del mercato locale, penso bene di andare a comperare il pesce fritto, così non devo spendermi ai fornelli. Detto, fatto. Al banco della frutta acquisto mandaranci e a quello dei latticini ricotta e stracchino, con l’intenzione di farne la mia cena. Niente sosta al bar perché è troppo trafficato. Però mi fermo davanti ai fiori, una sviolinata di stelle rosse e bianche e mazzi natalizi confezionati. Più interessanti i tulipani, ma e cedo il posto a una signora più frettolosa di me che mi ha scavalcato. Rientro giusto per ricevere un paio di telefonate, per fortuna non commerciali. Se non ci sono intoppi, a fine lezione si ferma Adry per un salutino, cosa che succede quasi fuori tempo massimo. Mi fa segno di avvicinarmi al bagagliaio dove ha un ‘ospite’ che non ha osato lasciare solo e al freddo durante le vacanze natalizie. Dentro una gabbia è custodito un esemplare di ‘insetto stecco’ (che si riproduce per partenogenesi, cioè da sé stesso). Anche questo è Natale!
Un faro d’inverno
L’ inverno meteorologico è iniziato il primo dicembre, mentre quello astronomico è collocato dopodomani venerdì 22 dicembre. Per la precisione, il solstizio d’inverno, momento simbolico per molte culture dell’inizio della stagione invernale nell’emisfero nord cade tra il 20 e il 23 dicembre: fate voi, per me il distinguo non fa molta differenza perché ho percepito i segnali del cambio stagionale da un po’: innanzitutto la diminuzione della luce solare, l’abbassamento della temperatura, la ‘svestizione’ degli alberi del mio giardino: ciliegio, melo, melograno, albicocco, fico. So che si stanno riposando, ma in questa fase mi riesce difficile intrattenere con loro un dialogo che infatti si risolve in un monologo. Quando apro la finestra del bagno rivolto a sud, i lunghi rami dell’albicocco generoso mi ricordano le braccia secche di mia nonna Adelaide e provo una fitta di tristezza. È il tempo dell’attesa: so che a primavera la pianta amata tornerà a riempirsi di gemme, di foglie e poi di frutti. La resurrezione è un altro paio di maniche e mia nonna rivive nel mio ricordo. Dobbiamo abituarci all’alternanza climatica e anche dell’umore: ieri c’era il sole, oggi è una giornata uggiosa, da trascorrere in casa a sfaccendare, oppure dedicandosi a qualche hobby creativo, per me più attraente. Se non scrivessi, mi mancherebbe qualcosa. Infatti il post rientra tra le occupazioni privilegiate e ringrazio i miei sostenitori, pochi ma buoni. Tra l’altro non ho l’obiettivo di espanderli, bensì di mantenere quelli attuali (le statistiche mi dicono 170 alla settimana, con una sessantina di commenti). Uno dei favoriti è Pio, 88 anni, pittore artista di Casoni – padre di artisti – che mi ha appena telefonato per salutarmi e complimentarsi per i post che legge. Che soddisfazione! Un altro faro che illumina il mio cammino.
Santi e Poeti
Oggi sono a corto di idee per il post. Inoltre è sabato e la mattina è densa di impegni, quindi viro sul privato, precisamente sul calendario che oggi indica santa Adelaide, da cui derivano Adele ed anche Ada, il mio: perciò lo considero il mio onomastico – mai festeggiato – e mi sta bene, anche se avrei preferito avere Adelaide che era quello di mia nonna materna, mentre il mio è quello della zia Ada, morta di tifo a 19 anni. È noto che una volta si assegnavano i nomi per rispetto dei parenti più vecchi o defunti. Per rimediare alla semplicità del mio nome, ho scoperto da adulta che in lingua turca significa ‘isola’ e questo parallelismo mi rappresenta. Torniamo a santa Adelaide, imperatrice. Secondo la tradizione, era figlia del re di Borgogna Rodolfo. Il significato del nome, dall’antico tedesco è ‘dal nobile aspetto’, mentre per l’etimologia greca vale ‘allegra’. Presto venerata come santa in Alsazia, Adelaide viene canonizzata da Urbano II nel 1097. E Ada? È un nome biblico: nell’Antico Testamento è portato da una delle mogli di Lamech (Gn 4,19) e da una di quelle di Esaù (Gn, 36,2). La storia di santa Ada è ancora oggi velata di mistero. Secondo la tradizione visse nel VI secolo e fu una abbadessa benedettina del monastero di Santa Maria nei sobborghi di Le Mans. In letteratura ricordo Ada Negri (Lodi, 3.02.1870 – Milano, 11.01.1945), prima e unica donna ad essere ammessa all’Accademia d’Italia. Dal punto di vista formale, Ada è un nome palindromo (che si legge identico da destra e sinistra) e resta identico nelle altre lingue. Il diminutivo è Adina, come mi chiamava un mio cordiale compagno di Liceo, poi diventato medico di base in quel di Bassano con cui mi trovavo talora in biblioteca. Auguri Ada/e
