Divo senza divismo: mi piace questa definizione di Clint Eastwood che oggi compie 95 anni, di cui 70 dedicati al cinema. “Mi fermerò quando non avrò più nulla da imparare” è il suo obiettivo, coltivato con invidiabile dinamismo. Musica la sua prima passione, è considerato una delle figure più rappresentative della cinematografia internazionale. Attore e produttore, nel corso della sua lunga carriera ha vinto cinque Oscar, sei Golden Gloobe e tre Davide di Donatello. Anche il suo privato è interessante: sposato due volte, ha otto figli (sei femmine e due maschi), il più giovane dei quali, Scott ha 39 anni e ha seguito le orme del padre come attore, mentre Kyle è musicista e compositore. Clint ha lavorato con Sergio Leone in passato in numerosi film western, diventando successivamente regista e produttore. Tra i suoi film ho presente “Milioni Dollari Baby” (2005), premiato per la regia e “Gran Torino” (2008), nella classifica dei migliori film del poliedrico artista; “Il texano dagli occhi di ghiaccio” è un film del 1976 diretto e interpretato da lui che ha gli occhi azzurri/grigi/verdi. Al netto dei film western, che non sono il mio genere preferito, apprezzo molto l’evoluzione dell’artista impegnato a trattare tematiche sociali e i contrasti della società americana con molta sobrietà. Ovviamente ne ammiro anche la longevità, vissuta ancora da protagonista. Ho una grande ammirazione per i grandi vecchi, ex giovani e adulti che si sono adattati ai cambiamenti del corpo, coltivando mente e spirito. Mi incuriosisce anche il contrasto tra il carattere “timido e scontroso” che gli viene attribuito e le molte opere cinematografiche riuscite. Un suggerimento per operare in profondità, senza perdersi in chiacchiere? Un dono di natura, frutto anche di un lungo lavoro su se stesso. Complimenti e Auguri, grande Clint!
Categoria: Tempo
Tempo di Ortensie
Ho composto il primo bouquet di Ortensie, fiori che mi piacciono molto perché colorati, versatili…e non profumati. Infatti sono piuttosto sensibile ai profumi e non considero una mancanza che le Ortensie ne siano prive. In compenso sventagliano una varietà di toni, da quelli più tenui a quelli intensi. Al momento prevalgono gli azzurrini, ma so che tra un po’ mi stupiranno con tonalità più forti. Mi piacerebbe chiamarmi Ortensia o Giacinta, per la predilezione che ho per questi fiori. Tuttavia anche Rosa, Margherita, Iris, Dalia, Viola, Gelsomina… perfino Pervinca sono nomi femminili che rinviano ad altrettanti fiori. Ho scritto ancora su questo fiore, in latino Hortensia. Non sapevo – scopro oggi – che Ortensia è stata un’oratrice romana vissuta nel I secolo a.C. Figlia di Quinto Ortensio Ortalo e di Lutazia, Ortensia è passata alla storia come una delle prime donne avvocato, grazie alla sua orazione pronunciata davanti ai triumviri nel 42 a.C. Beh, mi piace pensare che abbia fatto un po’ di ombra a Cicerone (3/1/106 – 7/12/43 a.C.), rinomato oratore e politico romano, una sorta di ‘architetto della parola’ che ha dato filo da torcere nelle versioni dal latino al Liceo classico.Tornando al fiore, nella simbologia giapponese l’Ortensia è considerata un simbolo di immortalità e di mutevolezza, apprezzata per la capacità di cambiare colore a seconda dell’ambiente. Che poi dipende dalla natura del terreno: se acido, genera fiori blu mentre quello alcalino produce fiori rosa. Comperate diversi anni fa una decina di piante delle due varianti, col tempo si sono mischiate, regalandomi i fiori che preferisco, quelli che concentrano più tonalità. Essendo una pianta perenne, ogni anno mi dà la soddisfazione di una lunga fioritura salutare. Perciò, come cantava Nilla Pizzi dico Grazie dei Fior!
Signora solitudine
Di prima mattina, dopo aver ‘foraggiato’ i miei tre gatti, mi occupo dei canarini, due coppie nella voliera piuttosto grande che sta in ripostiglio, accanto alla cucina. Per conciliargli un buon risveglio, accendo una radiolina che trasmette musica, stamattina la canzone “Bella signora”, testo scritto da Mario Lavezzi e Mogol nel 1989 e interpretato da Gianni Morandi. Il brano è noto anche col nome “Signora Solitudine”. Curiosa l’associazione vita in gabbia e lo stato di isolamento, lamentato oggigiorno da molti. Per fortuna uno dei due pennuti comincia a cantare e mi convinco che gradisca le mie attenzioni. Più tardi li porto sotto il portico per godersi aria e sole. Ho pensato spesso al testo della canzone, che è un invito a non piangersi addosso e convivere, se capita con lo stato di isolamento, purché non assoluto. Un po’ come capita ai canarini, privati della libertà cui fornisco qualche conforto. A tutti capita di vivere situazioni esistenziali pesanti, giovani e vecchi compresi. Forse sarebbe utile parlarne di più e magari cercare insieme soluzioni. Giusto ieri ho sentito da un opinionista che accettare di avere un problema è già averlo per metà risolto. Certo di primo acchito la solitudine fa paura, ma riempirla in qualche modo potrebbe dare sollievo. Ognuno dovrebbe per tempo pensare come: musica, lettura, pittura, scrittura, animali… quando la compagnia viene meno. Perché niente è eterno, volenti o nolenti le persone si dileguano. Un passaggio della canzone, a mio dire profonda dice: Parlami di te, bella signora/Del tuo mare nero nella notte scura/Io ti trovo bella, non mi fai paura/Signora solitudine, signora solitudine/. Una solitudine ‘affollata’ potrebbe essere un buon compromesso, assodato che “La peggior solitudine è non essere a proprio agio con se stessi” (Mark Twain).
Effetti (e difetti) dei social
Sul settimanale ‘il venerdì’ di Repubblica del 23 Maggio leggo due articoli ravvicinati e in apparenza contrastanti. A pag.62, “I nonni al cellulare invecchiano meno”, di Martina Saporiti; a pag.64, “Più siamo social meno saremo socievoli. Perché?”, di Giuliano Aluffi. Prima di entrare nel merito dei due testi, la mia scelta viaggia sempre equidistante dagli estremi, influenzata dal motto di Aristotele In media res stat virtus, ovverosia la virtù/verità sta nel mezzo. Riguardo al primo articolo, uno studio di neuropsicologi su Nature Humane Behaviour sostiene che il maggior uso della tecnologia è associato a una riduzione del rischio di declino cognitivo del 58 per cento, addirittura più dell’attività fisica (35:percento). Ne segue che gli srumenti digitali possono giovare in attività mentalmente stimolanti e sostengono le connessioni sociali. Personalmente sono d’accordo per la ‘ginnastica mentale’ ma ho dei dubbi riguardo le relazioni sociali. Nella comunicazione digitale si perdono molti segnali: espressioni facciali, gesti, toni di voce che allontanano l’empatia “emozione complessa che richiede tempo e attenzione” come sostiene il giornalista americano Nicholas Carr, autore del saggio Super Bloom. Le tecnologie di connessione ci separano? (Raffaello Cortina). Il volume consta di 316 pagine, per me troppe da leggere. Ma condivido il pensiero che i social media favoriscono l’ansia e l’insicurezza. “Trasformano la nostra identità in un contenuto da valutare attraverso il numero di like, commenti e follower”. Sono scomparsi i confini tra socialità e solitudine, da riequilibrare. Appropriato l’invito di tornare a rieducarci. Magari facendo una passeggiata in compagnia o una chiacchierata a quattr’occhi.
Il mare non c’entra
Fato, destino, malasorte… chiamatelo come volete, ma quello successo ieri mattina a Pinarella di Cervia sembra la beffa del destino che trasforma una breve vacanza in una tragedia assurda. Una ruspa travolge e uccide Elisa Spadavecchia, 66 anni, ex insegnante di Inglese del Liceo Quadri di Vicenza, in pensione dal 2019. Sì trovava in Romagna in un tratto di spiaggia libera, all’altezza del bagno 70 per trascorrere il weekend al mare con il marito, un ufficiale dei Carabinieri in congedo. L’incidente è avvenuto poco prima delle 11, sotto gli occhi increduli dei presenti. L’uomo alla guida del mezzo, sottoposto a fermo, ha un precedente per omicidio stradale per un episodio accaduto nel 2022. Dettaglio inquietante: la ruspa non era autorizzata ad operare sulla spiaggia, in quanto “I lavori di spianamento della duna sono terminati da settimane” ha dichiarato Fabio Ceccaroni, presidente della Cooperativa bagnini di Cervia. La tragedia ha suscitato una ondata di commozione e anche di sdegno, espressa dal sindaco di Cervia Mattia Missiroli in questi termini: “È inaccettabile che in un fine settimana di Maggio, con le spiagge affollate di turisti, un mezzo meccanico possa accedere liberamente all’arenile”. A parte i lavori abusivi, ma dove aveva la testa l’investitore? E la povera collega, come mai non ha sentito il rumore del mezzo in azione? Indossava forse le famigerate cuffiette? Immagino la soddisfazione di godersi qualche ora al mare, prima dell’avvio della stagione, per risparmiare qualcosa ed evitare l’affollamento dei periodi di punta. Magari anche per motivi di salute, volti a recuperare il benessere psico – fisico. Arcinoto che gli insegnanti non sono strapagati e spesso sono provati dall’esercizio di una professione sempre più impegnativa. Sono molto rattristata. Credo che lo sia anche il mare.
Gli amici ungheresi
Gli argomenti più gettonati dei miei post riguardano l’attualità e le emozioni. Cerco di mantenermi in equilibrio quando i fatti sono spinosi, anche perché non sono una opinionista, ma semplicemente una persona che ama scrivere. Protagonisti del mio privato sono spesso i gatti e i fiori, di rado le mie amicizie. Oggi però è una giornata “storica” perché incontro Helena, Imre e Balazs/Biagio Matern, motociclisti ungheresi, amici di mio padre Arcangelo, mancato oltre 44 anni fa (il 2 aprile 1981). “ARCANGELO TI RIKORDIAMO SEMPRE FAMIGLIA MATERN” impresso sulla lastra tombale in cimitero a Possagno conferma che il filo della memoria è indistruttibile. L’amico spassoso sulle due ruote ha lasciato orme profonde. Da donna, non ho ereditato lo spirito sportivo di mio padre. Però sono contenta che lui abbia seminato tanta simpatia. Grata agli amici ungheresi, gli dedico il post odierno, tradotto per loro in inglese dal talentuoso Manuel che si trova a Sydney. Ritornati per una gita in terra veneta, non parlano italiano e io non parlo inglese. Tuttavia “Google traduttore aiuta e poi improvvisiamo”, scrive Biagio in italiano, “meccanico di motociclette”. Sara Cunial fa da preziosa interprete, il tempo scorre piacevole e veloce. Una visita in cimitero, dove Helena depone due mazzi di fiori, uno per mamma Giovanna e uno per il “globetrotter su due ruote”. Imre ascolta e pensa. A breve compirà 77 anni e non va più in moto. Ma custodisce un patrimonio di memorie e di amicizie. Durante i viaggi con la Laverda 750 – ora cimelio nel Museo Laverda di Breganze (VI) – Arcangelo li ha incontrati e si sono rivisti in vari raduni motociclistici, tenendo alta la fratellanza sportiva. In molte occasioni mi sono sentita ‘fuori del giro”, essendo donna e zero sportiva. Sono riconoscente a queste brave persone di avermi contattato, nel ricordo di mio padre. Con l’augurio che ogni viaggio sia portatore di salute e benessere.
Santa Rita e le rose 🌹
In coda al TG1 Mattina il pensiero è dedicato a santa Rita da Cascia che ricorre domani, giorno della sua morte il 22 maggio 1457 (era nata nel 1381 a Roccaporena, frazione del Comune di Cascia). Non sapevo che il suo nome fosse Margherita, cognome Lotti. Beatificata da papa Urbano VIII nel 1626, è stata canonizzata da papa Leone XIII nel 1900. Agostiniana, come il neoeletto papa Leone XIV. Copatrona di Napoli, è considerata la santa degli impossibili, ricordata da papa Francesco come “donna, sposa, madre, vedova e monaca”. Tra i pochi santi sposati (fu sposa e madre prima di prendere i voti) è invocata come protettrice dei matrimoni e delle cause perse. Mia madre le era devota, fors’anche perché era nata appunto il 22 maggio. E poi c’entra la rosa rossa, con le sue spine, simbolo di Rita da Cascia, in ricordo della rosa fiorita sotto la neve che una parente le portò insieme a due fichi, prima della morte. Pertanto, da allora santa Rita è associata alle rose. In omaggio alla santa, domani si benedicono le rose, tradizione religiosa che si svolge in diverse chiese. I fedeli le portano a casa, come segno della protezione di santa Rita. Questa mi è nuova, ma spero che la benedizione si espanda fuori della chiesa e iinondi i giardini, compreso il mio. Non ne ho molte, ma quanto basta per accomoagnarle ad altri fiori recisi per il mio bouquet. La rosa non è il mio fiore preferito, perché appesantita dalla nomea di essere la regina dei fiori, e a me le gerarchie non piacciono. Comunque in giardino ho delle varietà antiche, una profumatissima color ciclamino e una di tonalità gialla, i cui fiori si aprono al mattino e si chiudono la sera. In zona orto – più giardino che orto – c’è la varietà Colombo, a stelo lungo e fiore color corallo. Notevole! 🌹
Un filo di seta tra passato e presente
Un filo di seta collega passato e presente: è il leit motiv dell’allevamento di bachi da seta di Mattia Morbidoni, chiaravallese e Diletta Doffo, giovane sarta anconetana. Il bachicoltore cita anche l’ottavo canto del Paradiso di Dante, dove il Poeta dice: “Come animal di sua seta fasciato” per dare una veste pregiata all’artigianato creativo, nel solco della tradizione. Vedo il servizio mentre faccio colazione, poco prima delle sette ed emerge un ricordo dell’infanzia: i miei nonni materni Giacomo e Adelaide allevavano bachi da seta a Pravisdomini, allora in provincia di Udine, successivamente Pordenone. Ero molto piccola, sui cinque anni, forse meno. Credo di aver provato qualcosa tra il disgusto e lo stupore, nel vedere i bachi grassocci muoversi sulle foglie di gelso. La nonna parlava dei ‘cavalieri’ ovvero i bachi da seta che venivano allevati nel granaio, ma ci ho messo un po’ a capire. Fino agli Anni Cinquanta era consuetudine nelle campagne coltivare bachi da seta. In Veneto c’erano 40.000 aziende agricole che allevavano bachi da seta, integrando il magro reddito di contadini e mezzadri. Dopo il boom economico degli Anni Sessanta, con le fibre sintetiche la musica è cambiata. Bravo il giovane Mattia che si è messo in gioco, affascinato dal “tesoro nel bozzolo”. Oggi coltiva cinque varietà di bachi che devono essere nutriti cinque/sei volte a notte. Lui si occupa della prima parte della filiera, poi subentra la collega che si occupa del filato e della produzione tessile. Giovani industriosi che hanno obiettivi da raggiungere, rispettivamente “specializzarmi sempre di più con varie tipologie di baco da seta, per preservare la biodiversità ” e “produrre una collezione di capi made in Marche con seta made in Marche”. E bravi giovani, hanno trovato la quadra tra ieri e oggi.
Peonie di Maggio
Prima delle otto, stamattina la temperatura era di 12 (dodici) gradi, a Maggio inoltrato. Sono disorientata, con le prove a portata di mano delle conseguenze della perturbazione metereologica: alla base del ciliegio c’è una moria di piccoli frutti abortiti dalla pianta madre, a causa delle frequenti piogge. Come l’anno scorso, anche quest’anno dovrò accontentarmi del ricordo che i polposi frutti mi hanno donato nel passato. Per consolarmi della perdita in casa, domenica 26 Maggio farò una capatina alla 33esima Mostra della Ciliegia di Maser (tempo permettendo) nella storica Villa Barbaro. Poca soddisfazione anche dalle fragole che risultano al palato annacquate. Nei supermercati, i rincari per frutta e verdura sono tangibili. Per il settore fiori, sto tenendo d’occhio un gruppo di Peonie a lato dell’ingresso che finalmente si sono sviluppate, dopo averle cambiate di posto: almeno una ventina di boccioli rosa svettano, appoggiandosi alla griglia di sostegno condivisa con una Rosa antica, anch’essa tardiva. Un prossimo violento acquazzone potrebbe sgualcirle, prima ancora che si aprano del tutto. Il nome della Peonia deriva da Peone, il medico greco degli dei. Secondo la leggenda, Peone utilizzò il fiore per guarire una ferita di Plutone e per ringraziarlo, il dio gli fece dono dell’immortalità, trasformandolo nel fiore della Peonia. In Giappone il fiore è simbolo di lunga vita. Nel buddismo è sinonimo di dolcezza, perché ovunque il giovane Buddha metteva piede, le Peonie fiorivano. Chiamata anche “la regina d’Oiente” o “rosa d’Oiente”, è fiore molto apprezzato nella cultura orientale, soprattutto in Cina. Suppongo che anche dal fiorista i rincari siano un dato di fatto. l’Italia importa fiori da diversi Paesi, soprattutto dall’Olanda, un centro nevralgico per il commercio di fiori recisi a livello mondiale. Io non rinuncio ai miei bouquet casalinghi che compongo con fatica in questo periodo. Ma quando ci riesco, ammetto che è una grande soddisfazione distribuire per casa elementi di bellezza, profumo e discrezione. 🌺
Francesca e Giovanni
Esce oggi 15 maggio il film biografico “Francesca e Giovanni una storia d’amore e di mafia” di Ricky Tognazzi e Simona Izzo. L’ho sentito ieri per televisione e se posso lo vedo. La vicenda dell’attentato di Capaci è stata raccontata più volte, ma in questo ultimo prodotto, prevale l’aspetto amoroso tra i due magistrati: lei, Francesca Morvillo, sostituto procuratore al Tribunale per i minori di Palermo, lui Giovanni Falcone, giovane giudice istruttore trasferito da poco nella stessa città. Il 23 maggio 1992 l’attentato di stampo terroristico-mafioso messo in atto da Cosa Nostra nei pressi di Capaci tolse la vita a Giovanni Falcone, alla moglie Francesca Morvillo e ai tre uomini della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Tra otto giorni ricorre l’anniversario, quindi il film esce a proposito. Al di là del valore artistico – su cui al momento non ho elementi per esprimermi – credo che serva a mantenere la memoria di ciò che è accaduto, con l’auspicio che non abbia mai più a ripetersi. Impossibile non legare la figura del magistrato a quella dell’amico Paolo Borsellino, di cui ho parlato in un post giorni fa, dopo aver letto il libro dedicatogli dalla moglie Agnese. Qualunque iniziativa volta a sensibilizzare sul tema della giustizia è apprezzabile, al netto del successo editoriale o di pubblico. D’altronde il cinema è considerato la settima arte, capace di combinare narrazione e movimento. Il film d’impegno civile, come suppongo sia questo analizza la realtà, fornendo diversi punti di vista. Mi auguro che questa opera abbia tutti i numeri per raccogliere consensi. Se al centro è stata posta la storia d’amore tra Francesca e Giovanni, ben venga perché l’amore nella vita di chiunque, importante o meno non è un optional. Chi ha operato bene ed è morto per mano violenta, ha passato il testimone perché il messaggio si rinnovi.
